Agosto 4 2022

Chi assicura la pace quando finisce la guerra?

Pace chi la assicura

Mettiamo il caso che le parti in conflitto trovino un accordo per far tacere le armi? E poi? Chi assicura che la pace duri nel tempo? Ci avete mai pensato?

Firmare accordi per portare la guerra ad una fine è un passo necessario, ma insufficiente verso una pace che duri nel tempo.
Il peacebuilding è concepito, oggi, come un processo composto da molti stadi indirizzati a rafforzare l’accordo di pace e ad avviare la riconciliazione delle comunità attraverso approcci che vanno dal capacity-building governativo allo sviluppo economico e alle riforme del settore della sicurezza e legale.
Ogni iniziativa è intesa come un passo in avanti verso il miglioramento della sicurezza umana. Tale processo spesso include un meccanismo di giustizia di transizione utile a favorire la ripresa della vita sociale delle comunità e la riconciliazione.
Il peacebuilding è un processo laborioso e costoso.

Sebbene il peacebuilding si sia evoluto, non vi è ancora consenso su chi debba guidare questi sforzi. Subito dopo l’11 settembre del 2001, le Nazioni Unite hanno introdotto una Commissione di Peacebuilding, intesa ad apporre maggiore pressione per l’adozione di interventi post-conflitto, quindi di aiuto, e tracciare la loro realizzazione in pratica. Tuttavia, a causa della mancanza della capacità di imporne l’attuazione, gli Stati membri possono bloccare le iniziative della Commissione. Organismi regionali, incluso l’Unione Europea ed in particolare l’Unione Africana, hanno mostrato interesse nel rendere prioritario il peacebuilding post-conflitto, ma si tratta di storie complicate e avvolte da una sorta di nebbia.
Le iniziative di giustizia di transizione sono similmente difficili da attuare. Disegnate per aiutare una società a documentare e valutare, all’interno del sistema giuridico, gli abusi di diritti umani, esse possono assumere diverse forme, incluso processi penali, commissioni di giustizia o programmi di indennizzo. Laddove le prime iniziative come quella dei processi post Seconda Guerra mondiali ai criminali di guerra tedeschi e giapponesi, enfatizzano la giustizia penale, sforzi più recenti si sono ampliati per concentrarsi sulla riconciliazione, sulla “guarigione” e trasformazione della società.
Tuttavia includere discussioni su meccanismi di giustizia di transizione nelle negoziazioni di pace può anche essere un rischio , particolarmente quando persone che da tali procedimenti potrebbero essere ritenute responsabili di aver commesso crimini, devono essere parte nel costruirli. Vi è anche il problema più ampio nel sostenere tali sforzi di fronte alla tentazione di lasciare le esperienze dolorose al passato.

Sia per le iniziative di peacebuilding che quelle di giustizia di transizione, il finanziamento rimane una sfida chiave ed una scusa frequente per bloccare gli sforzi.


La questione di chi dovrebbe finanziare la ricostruzione è un altro ostacolo al peacebuilding. In alcuni casi il consenso sulla necessità di stabilità guida i meccanismi di finanziamento internazionale per promettere aiuto. In altri casi come la Siria, il finanziamento per la ricostruzione diventa un’altra arena per competere sull’influenza ed il potere.


Porre fine al combattimento

Il primo passo verso la costruzione della pace è porre fine alla guerra. Sebbene sia più che evidente, è più facile a dirsi che a farsi. La sfiducia ed il risentimento che hanno condotto al conflitto sono spesso esacerbati durante il corso dai combattimenti, rendendo entrambe le parti sempre meno desiderose di deporre le armi. Spesso potenze esterne cercano di portare avanti i loro propri interessi, minando gli sforzi per arrivare ad un negoziato. Anche quando sono dispiegate forze di peacekeeping nella zona di conflitto, spesso sono inefficaci.

Tuttavia, malgrado tutti questi ostacoli, gli sforzi per porre termine al conflitto sono preferibili al non fare niente.

Ora venite con me facciamo un giretto per il mondo ed osserviamo cosa accade sul campo agli sforzi di peacebuilding, di riconciliazione e di giustizia di transizione.


Libia

Fonte: World Atlas


Nell’ottobre del 2020, è stato firmato un cessate-il-fuoco dopo che le azioni militari di Haftar a Tripoli hanno fallito a causa dell’intervento militare turco per sostenere il governo riconosciuto internazionalmente. L’accordo ha permesso l’avvio di un processo di dialogo che ha prodotto poi il Governo di Unità Nazionale – GNU nel suo acronimo inglese- Il governo di transizione aveva il compito di preparare il Paese per le elezioni sia parlamentari che – per la prima volta nella storia della Libia – presidenziali, fissate per il 24 dicembre 2021.
Più di 2,8 milioni di persone parte di una popolazione di poco al di sotto dei 7 milioni, si sono registrate al voto, segno inequivocabile che i libici volevano cambiare pagina, avere un programma politico dopo anni di guerra, fin dal 2014. Disaccordi sulle leggi elettorali – incluso se la Libia post -Gheddafi fosse pronta per un sistema presidenziale – e la lista dei candidati elegibili hanno condotto la commissione elettorale a posporre il voto di dicembre, portando così il processo politico a guida Nazioni Unite verso una paralisi.
Da dicembre il leader del GNU, il primo ministro Abdulhamid Dabaiba, ha insistito che secondo i termini dell’accordo politico che aveva costituito il GNU, egli debba trasferire il potere solo al governo eletto attraverso un voto nazionale. Nel frattempo il capo dell’autorità parallela, Fathi Bashaga, rivendica che il mandato del governo di unità nazionale è terminato il giorno che si sarebbero dovute tenere le elezioni poi annullate. Il suo governo che si fa chiamare Governo di Stabilità nazionale, GNS – nel suo acronimo inglese – ha il sostegno sia di Haftar che di Aquila Saleh, lo speaker della Camera dei Rappresentanti, un apparato altamente disfunzionale che è stato eletto nel 2014.
I termini del piano d’azione sono contestati ed un elemento chiave dell’accordo di cessate-il-fuoco appare a rischio. Agli inizi di aprile di quest’anno i rappresentati di Haftar nella commissione cosidetta 5+5, la Joint Military Commission, dichiarano di sospendere la loro partecipazione nella commissione e rivendicano la chiusura dei terminali petroliferi e dei voli tra la Libia occidentale e la parte est del Paese. Sebbene la comissione si sia riunita recentemente in una conferenza in Spagna, le spaccature restano. Il JMC è un prodotto del cessate-il-fuoco del 2020, il cui compito è quello di unificare le forze armate del Paese e supervisionare il ritiro dei mercenari stranieri. La Commissione era stata precedentemente lodata dai diplomatici come un raro successo.
Le tensioni aumentano tra il GNU ed il GNS, le Nazioni Unite stanno cercando di raggruppare sufficiente consenso per permettere che si svolgano le elezioni quest’anno.
La situazione non è agevolata dal fatto che la missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia, UNSMIL, è stata minata dalle divisioni all’interno del Consiglio di Sicurezza. La Russia ha sostenuto Haftar, così come gli Emirati Arabi Uniti.

Il rinnovo di lungo termine della missione è stato bloccato per disaccordi tra i membri del Consiglio sulla lunghezza del mandato, sulla ristrutturazione e la nomina della sua leadership. Tutte le parti coinvolte nelle lotte di potere in Libia vedono opportunità in questo indebolimento della missione di supporto.

Nel frattempo, le conseguenze – negative – dell’invasione russa dell’Ucraina hanno creato un’arena aggiuntiva di competizione per le fazioni rivali in Libia.

Ad aprile, Dabaiba, il cui GNU rappresenta ancora il Paese alle Nazioni Unite, ha reso la Libia il solo Paese del Medio Oriente e del Nord Africa a votare in favore della sospensione di Mosca dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Bashaga ha cercato di ottenere sostegno internazionale per il suo governo rivale dichiarando ai diplomatici occidentali che può ridurre l’impronta russa in Libia. Affermazione che lascia tutti un po’ scettici, visto che il suo alleato Haftar resta dipendente dalla forze russe incluso i mercenari del Wagner che sono incorporati in diverse delle sue basi.

Vi è anche il timore che al trascinarsi della guerra in Ucraina, Mosca possa utilizzare il Wagner per accrescere problemi in Libia, creando più sfide per la NATO ed il suo fianco a sud.

Riportare la Libia in un percorso transitorio stabile non sarà facile. Dovrebbe iniziare con un nuovo governo ed una road map che ponga la priorità alle elezioni legislative, lasciando la contestata questione se il Paese debba o meno adottare un sistema presidenziale per un altro momento. Per arrivare a ciò dovrebbe essere nominato un inviato speciale che trascenda le divisioni sia al Consiglio di Sicurezza che all’interno dello scenario politico libico.

Repubblica Centrafricana

Fonte: Encyclopedia Britannica


Perchè dopo otto anni dalla missione di peacekeeping NU e sei anni dopo gli iniziali accordi di pace, la pace non è ancora arrivata nella Repubblica Centrafricana?


Considerato un tempo un Paese marginale negli affari regionali, la Repubblica Centrafricana (RCA) è diventata un frequente argomento di discussione nei circoli africani di sicurezza. RCA è spesso citata come il trampolino di lancio nel Continente per il Wagner Group ed un punto di riferimento per il coinvolgimento del gruppo negli altri Paesi africani. Le attività del gruppo si sono ora espanse al Mali, al Sudan ed alla Libia e la fissazione sul suo appariscente ingresso nelle zone di conflitto della Regione ha deviato l’attenzione internazionale da un più allarmante sviluppo a Bangui: il futuro sempre più precario del Paese.
Per un breve momento nel 2016, RCA sembra sulla strada della ripresa dalla sua rapida discesa nel conflitto nel 2012 e nel 2013, quando la coalizione ribelle Seleka rimuove l’ex presidente Francois Bozize, ma non riesce a porre fine alla violenza. Le Nazioni Unite dispiegano una missione nel 2014, conosciuta con il suo acronimo MINUSCA, per stabilizzare la sicurezza all’interno del Paese, l’Unione Europea e la Francia inviano missioni di addestramento per contribuire a ricostruire le forze armate note con l’acronimo francese FACA.
Le elezioni presidenziali e parlamentari nel 2015 e nel 2016 generano un’ondata di ottimismo. Malgrado ritardi e alcune irregolarità, la violenza elettorale tanto temuta non si manifesta ed il Presidente Faustin Touadera diventa il primo presidente del RCA democraticamente eletto.
Tuttavia, in assenza di un accordo per disarmare i gruppi ribelli o rivendicare il controllo del Paese, Touadera è lasciato con pochissime opzioni per governare su i suoi oppositori. Né MINUSCA né le truppe francesi nel Paese vogliono ingaggiare combattimenti con i gruppi armati: la violenza intercomunitaria si diffonde a Bangui e i gruppi armati governano, in modo autonomo, aree lontano dalla capitale.
Pur riconoscendo che sciogliere, smobilitare le loro forze significa abbandonare la loro influenza, i leader dei ribelli firmano una serie di accordi di pace dal 2016, solo per poi ignorare i loro obblighi quando si tratta di disarmo e smobilitazione.
Nel tardo 2017, dopo che la Russia si assicura una deroga dall’embargo delle armi imposto dalle Nazioni Unite per spedire armi di piccolo calibro alla RCA, i mercenari del Wagner Group iniziano ad arrivare assieme alle armi. Wagner promette di ottenere risultati che le Nazioni Unite, l’Unione Europea e la Francia non possono o non vogliono raggiungere: un addestramento focalizzato al combattimento per il FACA e una vittoria contro i gruppi armati sul campo di battaglia. Ovviamente, parallelamente a ciò il Wagner persegue i suoi propri interessi. Inizialmente, la presenza del gruppo nel Paese è considerata come novità, l’attenzione internazionale continua a concentrarsi sulla capacità di Touadera di consolidare il controllo territoriale del governo e sugli sforzi multilaterali di raggiungere un accordo di pace.
Una flessione accade nel dicembre del 2020 quando un’offensiva lanciata da una coalizione di ribelli cerca di rimuovere Touadera prima dell’elezione presidenziale che poi vince. I ribelli non riescono ad arrivare nella capitale, ma la loro avanzata convince i sostenitori di Touadera a Bangui che senza un governo che può imporre il suo volere militarmente o alleati che possano facilitare tale sforzo, la pace nella RCA è irraggiungibile. Il Wagner è centrale alla successiva contro-offensiva del governo, guidando le unità FACA che il gruppo ha addestrato a spingere, con successo, i ribelli nel nord del Paese.
Ora Touadera sta pagando il prezzo diplomatico e di reputazione della azioni del gruppo Wagner. Sebbene i combattenti di tutte le parti nel conflitto siano state responsabili di violazioni dei diritti umani, un rapporto delle Nazioni Unite rivela che le forze FACA guidate dal Wagner sono state responsabili per quasi la metà di tutti gli incidenti confermati. Come risultato l’Unione Europea ha sanzionato il Wagner.
Il Wagner è stato anche accusato di pratiche di sfruttamento dall’estrazione predatoria delle risorse al rapire uomini d’affari in cambio di cash.
Sia il FACA che il Wagner hanno anche, ripetutamente, attraversato la frontiera a nord entrando in Ciad e scontrandosi con le forze del Ciad.
MINUSCA aggiunge problemi. A novembre è stata lanciata un’investigazione su alcuni peacekeeper portoghesi per traffico illecito di diamanti. Nel frattempo le Nazioni Unite hanno rimosso il contingente del Gabon dalla missione per presunti abusi. Assieme a questo, ci sono voci e speculazioni per cui alcuni soldati di MINUSCA vendono le armi ai gruppi ribelli. Diventa dunque piuttosto difficile per la missione dipingersi come una parte neutrale per i centrafricani.

Sebbene Touadera, con il sostegno russo, potrebbe avere la meglio, militarmente, contro i gruppi ribelli nel breve periodo, le dislocazioni massicce e i legami con le comunità di frontiera nel nord del Paese possono alimentare risentimento e possono essere facilmente mobilitate da attori in Ciad ed in Sudan.

Fondamentalmente, l’apatia internazione e i loschi affari di Touadera possono trasformare la democrazia in una sorta di governo disfunzionale e repressivo che i centrafricani avevano rovesciato una decade fa.

Riconciliazione e giustizia di transizione

Solo perchè due parti in guerra si sono accordate a far tacere le armi non significa che perseguiranno in maniera significativa sforzi per valutare le atrocità che hanno commesso e considerare come – o se – rendere i perpetratori responsabili.

Iraq


Il fallimento di reintegrare gli ex combattenti dello Stato islamico e i suoi simpatizzanti nella società irachena continua ad danneggiare gli sforzi di riconciliazione in Iraq.
Lo Stato islamico, come anche Al Qaeda, reclutano sì molti credenti alla loro ideologia estremista, ma sono sostenuti anche da iracheni e siriani che sono disillusi dagli sforzi del governo che ha fallito nel fornire stabilità e sicurezza. Entrambi i gruppi hanno guadagnato il sostegno da colonne portanti della società irachena, compreso ex ufficiali militari, mercanti prominenti, leader di comunità locali e religiose. Tutti assieme tali fattori hanno permesso all’estremismo jihadista di fiorire nelle rivolte.
Questa questione del sostegno popolare allo Stato islamico (IS) è stata completamente ignorata dopo la caduta di Baghouz nel marzo del 2019, che ha segnato la sconfitta del progetto territoriale del califfato.

L’attenzione internazionale è evaporata e le risorse necessarie per la ricostruzione post-conflitto e la ricollocazione non si sono mai materializzate.


Alcune importanti domande non hanno mai ricevuto una risposta:

  • cosa facciamo con le decine di migliatia di combattenti del’IS catturati e delle loro famiglie?
  • cosa facciamo con le migliaia di stranieri – molti con passaporti occidentali – che hanno viaggiato in Iraq e Siria per unirsi allo Stato islamico?
  • cosa facciamo con i centinaia di migliaia di iracheni e siriani che hanno collaborato con lo Stato islamico e condividono ancora molto della natura estremista del gruppo, ma che non erano direttamente connessi con i crimini e per questo non devono essere sottoposti a procedimenti penali?

La domanda più difficile:

  • cosa facciamo con una stima di 500,000 iracheni che erano noti dai loro vicini per essere simpatizzanti dello Stato islamico e si sono susseguentemente trovati ostracizzati dai loro stessi vicini, non più in grado di tornare a casa?

A tutte queste domande, la risposta dalla comunità internazionale è stata uno spregiudicato disinteresse.

I governi occidentali si sono rifiutati di rimpatriare i loro cittadini che hanno combattuto per l’IS. Hanno fallito nel costruire infrastrutture detentive in Iraq e Siria o di inviare i loro funzionari di sicurezza addestrati dai loro Paesi per sorvegliare i detenuti lì.
Le città, i villaggi bombardati con armi occidentali costose durante la campagna militare contro lo Stato islamico non sono state ricostruite. I problemi spinosi di reintegrazione e responsabilità sono stati lasciati alle autorità locali.
Molti centri di detenzione in Siria, come quello a Hasakeh, sono locati in comunità che pare includano molti presumibili simpatizzanti dell’IS.
Il governo di Baghdad e il governo regionale curdo hanno cercato di controllare i combattenti dell’IS noti.

Si sono svolti procedimenti penali, ma tutto il sistema è da valutare come imperfetto: colpevoli in grado di eludere la giustizia attraverso scappatoie legali o pagando delle mazzette.


Le autorità locali non hanno reso possibile il ritorno delle persone dislocate internamente, mentre hanno sperimentato meccanismi per rendere in grado gli iracheni noti per avere connessioni con l’IS o simpatie con il gruppo di firmare delle denunce contro l’organizzazione estremista violenta e ritornare alla società.
Un numero indefinito di persone vive in detenzione senza né essere accusata né dichiarata colpevole da un tribunale. Centinaia di migliaia di ex membri dell’IS e sostenitori sono abbandonati in un limbo in condizioni degradanti. Se non saranno sottoposte ad un equo processo o rilasciate e reintegrate nella società, la “generazione perduta” può potenzialmente guidare un’altra ondata di ribellione quando verranno alla fine rilasciati, che sia per procedimenti legali che attraverso attacchi dell’IS come quello a Hasakeh.

Febbraio 28 2022

Ucraina: la guerra ibrida

guerra ibrida

La visione del mondo europea-atlantica, particolarmente riguardo alla legittimità popolare e alla sovranità nazionale, è incompatibile con il “putinismo”. E dato il revanscismo che Putin abbraccia, è chiaro che è una strada senza uscita quella di stabilire una “linea di controllo” all’interno dell’Europa tra l’occidente e quello esso vede come la sfera di interesse della Russia.

È anche possibile che Putin continuerà ad apporre pressioni e a saggiare ulteriormente dove questa linea finirà con l’essere disegnata, e possibili luoghi per farlo non mancano: Bosnia, Moldavia, i più ovvi.

Da dove possiamo partire per tentare di comprendere le tensioni tra Russia e Ucraina?

Deterrenza e diplomazia coercitiva, sono concetti necessari per capire le tensioni tra Russia, Ucraina, Stati Uniti e NATO. Deter è un termine inglese, utilizzato anche in italiano, la cui traduzione più corretta è dissuadere –

La deterrenza è passiva nel suo orientamento. Essa è intesa a prevenire un’azione non ancora intrapresa ed iniziata, sia mostrando che quell’azione è destinata a fallire o che i costi che ne risultano sono significativamente più grandi di ogni beneficio che può essere ottenuto. L’obbligatorietà è più complicata. Essa implica l’ottenere dall’altra parte di fare qualcosa – o iniziare un’azione che altrimenti non sarebbe stata scelta o cambiare il corso di un’azione che è stata già iniziata. Ciò può essere compiuto attraverso minacce, incentivi o una mescolanza di entrambi.

In breve, ogni Paese nel mondo, a prescindere dal suo sistema politico o dai suoi valori, cerca di distogliere altri Paesi dall’intraprendere azioni che esso vede nocive per i suoi interessi nazionali, mentre si adopera ad ottenere influenza che obbligherà altri Paesi ad essere ricettivi delle sue richieste. Allo stesso tempo, per proteggere la sua propria indipendenza e la libertà di azione, cercherà di minimizzare le capacità degli altri di utilizzare la deterrenza e la obbligatorietà contro di esso. Alcuni Paesi possono generare un sufficiente potere di deterrenza e obbligatorietà per le loro proprie risorse, mentre altri potrebbero aver bisogno di mettere assieme una coalizione o cercare un’alleanza protettiva con un alleato più forte.

Deterrenza nella definizione classica di Thomas Schelling, risiede nella capacità che uno Stato deve avere per dissuadere (deter) un altro stato, deve comunicare l’esistenza di queste capacità e deve dimostrare l’impegno ad utilizzare queste capacità nell’eventualità che “linee rosse” precedentemente comunicate siano state oltrepassate.

Obbligatorietà richiede avere sufficienti risorse necessarie per la persuasione – una forza militare capace di imporre costi oppure le risorse economiche per comperare consenso. In entrambi i casi, i leader politici devono calcolare quanto sono desiderosi di spendere e di rischiare in linea con gli obiettivi che ritengono siano i più importanti e vitali per gli interessi del loro Paese, o alle volte, per la sopravvivenza. Applicazioni di successo della deterrenza e della obbligatorietà possono accadere quando, i fini strategici sono bilanciati con i mezzii che saranno utilizzati per raggiungerli. (questa l’ha detta Walter Lippman)

La crisi Russia – Ucraina è parte di un processo più grande di negoziazione, il risultato del quale lo vedremo all’aumentare del potere della deterrenza e della obbligatorietà da una parte e la diminuzione dall’altra.

In superficie questa crisi sembra quasi assurda. Da una parte la Russia che non vuole vedere l’Ucraina ammessa nella NATO. Dall’altra, malgrado la consapevolezza nei mesi passati che l’appartenenza alla NATO per l’Ucraina non è una possibilità realistica nel breve termine, i leader della NATO hanno rifiutato di chiudere formalmente la porta allo stato di membro dell’Ucraina, per evitare di ammettere il principio che ogni Paese europeo abbia il diritto di scegliere i suoi propri accordi di sicurezza.

Esaminando più attentamente la crisi, essa si trova in una complessa configurazione di obiettivi di sicurezza nazionale.

La visione della Russia è che il collasso dell’Unione Sovietica ha condotto ad un collasso analogo del potere di deterrenza e obbligatorietà di Mosca, particolarmente nella sfera militare.

Nel 2008 ed ancora nel 2014, la Russia ha segnalato che non avrebbe più accettato passivamente espansioni, utilizzando impegni militari limitati contro la Georgia e l’Ucraina, per alzare i costi di essere pienamente integrati nella comunità euro-atlantica al di là di un livello accettabile. Oggi la Russia è ancora impegnata nella diplomazia coercitiva per obbligare Kyiv e i suoi alleati occidentali ad accettare un compromesso in cui l’Ucraina resta al di fuori della comunità occidentale.

Per sua parte, l’Ucraina, nelle successive amministrazioni di Poroshenko e Zelensky, ha visto un più stretto allineamento con l’Occidente per controbilanciare gli avanzamenti militari russi. In parallelo, come ulteriore deterrenza contro una potenziale aggressione russa, Kyiv ha cercato di preservare la sua importanza come Paese transito chiave per il gas naturale per raggiungere i mercati europei.

La vendita di energia russa ai clienti europei resta un importante fonte di guadagno per lo Stato russo e nella misura in cui Mosca spera di preservare questo guadagno, potrebbe evitare di danneggiare l’infrastruttura di gas con l’invasione militare. Gli interventi militari in Ucraina nel 2014-2015 nella regione del Donbass hanno avuto luogo lontano dall’infrastruttura per il transito energetico che connette la Russia all’Europa.

Per rafforzare questo deterrente energetico contro la Russia, l’Ucraina vuole che i suoi partner europei chiudano i progetti di transito energetico che aggirano il territorio ucraino e Kyiv ha sollecitato Washington a sostenere questo obiettivo. Per parte loro la Germania, l’Ungheria e la Turchia, tra gli altri, hanno cercato di disconnettere la loro propria sicurezza energetica dalla crisi ucraina.

L’approccio russo combina le minacce militari all’Ucraina con la politica energetica disegnata per disconnettere l’Europa dalle forniture energetiche dal territorio di sicurezza ucraino.

A sua volta l’Ucraina sta cercando la protezione militare dall’occidente, mentre cerca di tenere le forniture energetiche connesse al suo territorio di sicurezza.

Spesso pensiamo che la deterrenza sia ragionevolmente stabile e che duri per decadi, come lo stallo tra Stati Uniti e Unione Sovietica nella Guerra Fredda. Ma nell’odierna crisi in Europa, la deterrenza è tutto fuorché stabile. Essa è cambiata nel corso del tempo e continuerà a farlo; questo a sua volta sta plasmando le scelte strategiche di tutte le parti coinvolte.

Se la Russia non è stata dissuasa dall’attaccare oggi, e se l’Occidente non accetta un accordo imposto sull’Ucraina da Mosca, Kyiv potrebbe essere in una posizione, per la fine della decade di esercitare un più alto grado di obbligatorietà contro la Russia. Questo potrebbe dire, ad esempio, riprendere il territorio perso nel Donbass senza accettare alcun accordo di federalizzazione come immaginato negli accordi Minsk-2, così come procedere con la sua traiettoria verso l’appartenenza alla NATO e all’UE. In altre parole, dissuadere Mosca nel breve termine potrebbe creare le condizioni per l’erosione delle capacità di obbligatorietà russe nel lungo termine.

Gli Stati Uniti sono concentrati di più sulla competizione strategica con la Cina e sul centro di gravità economico e strategico mondiale che sta continuamente muovendosi verso la regione indo-pacifica quindi l’amministrazione Biden o i suoi successori potrebbero nel corso del tempo essere più propensi ad un compromesso sull’Ucraina: accettare una cintura di Stati neutrali tra i mondi euroatlantici ed euroasiatici. Perciò una strategia russa di obbligatorietà, attraverso una via militare coercitiva e la diplomazia economica, potrebbe creare la condizione dove la Russia si sente meno dissuasa dall’Occidente.

Sfortunatamente, mentre si concorda sulla semplicità di questi concetti fondamentali di sicurezza nazionale in teoria, trovare un modo affinché guidino complesse interazioni sul terreno è molto molto più difficile.

Sembra ovvio che una nuova e innovativa iterazione di una dinamica di Guerra Fredda sia inevitabile, quale forma assumerà è molto difficile da immaginare, date le complesse interdipendenze economiche e politiche che legano le due parti.

Questa nuova Guerra Fredda ovviamente era in divenire molto prima della crisi ucraina, e non puramente sull’asse Russia – NATO. La rivalità Stati Uniti – Cina aveva già inspirato la retorica della Guerra Fredda, e sarà presumibilmente la dinamica più significativa che plasmerà il sistema internazionale e la costruzione di sfere di influenza in competizione nelle prossime decadi.

Cosa ci dicono queste prime schermaglie è che questa nuova Guerra Fredda sarà ibrida, con un focus molto sulle armi non cinetiche e tattiche così come sulla forza militare tout court.

Il numero delle crisi protratte che si sono generate nelle passate due decadi, molte delle quali non possono essere risolte in assenza della cooperazione multilaterale, rendono tutte molto imperativo che la nuova Guerra Fredda non si intensifichi nel tipo di contesti proxy e congelino il peacemaking.

Cosa ci suggeriscono gli strumenti e le armi che sono prominenti nell’odierno stallo geopolitico sulla forma del conflitto in divenire?

La minaccia posta dalle armi nucleari non è assente, ovviamente. Gli Stati Uniti, la Russia, la Cina hanno ancora arsenali nucleari in ottimo stato e sistemi in grado di utilizzarle anche più avanzati di quelli della fine della Guerra Fredda. Ma per ora, le armi nucleari non sono state uno strumento di definizione della competizione.

I principali poteri ovvero le armi per gli Stati Uniti e la Cina sono la loro dominazione dei nodi chiave nel sistema globale politico ed economico, che concede loro la determinazione dell’agenda ed il potere che detengono sul controllo, così come la capacità di armare l’interdipendenza globale. Oggi, questo posizionamento è più significativo dei loro arsenali nucleari in termini di permettergli di demarcare le sfere d’influenza e plasmare le dinamiche di potenze globali.

La Russia a questo riguardo ha meno potere da brandire. Tuttavia, la maniera in cui ha fatto leva sul suo veto alle Nazioni Unite, la sua abilità di proiettare una forza di spedizione e la legittimità dell’industria militare sovietica gli permettono di competere su scala globale per l’influenza e le risorse, e di bloccare altri dal farlo.

La Russia non ha un monopolio sulle tattiche militari a cui si affida – dal dispiego dei piccoli “uomini verdi” all’utilizzo della cattiva informazione, gli attacchi cyber, gli alleati proxy nelle zone di interesse occidentali. Pur tuttavia Mosca può dispiegarli in molte arene simultaneamente in modi in cui pochi altri possono.

Solo nello scorso anno, la Russia ha utilizzato queste tattiche per guadagnare influenza e irritare gli interessi occidentali in Sahel, Libia, Siria, Sudan, Balcani e, ovviamente, in Ucraina.

Considerato nel complesso, il tipo di armi e tattiche che gli Stati Uniti, la Cina, la Russia stanno impiegando rappresentano un’aggregazione di potere politico, di capitale economico e militare con cui poche altre nazioni possono competere. Ciò potrebbe rendere più difficile raggiungere la deterrenza e la distensione.

Il segnale che è necessario affinché la deterrenza sia credibile ed efficace è più difficile nel contesto della guerra proxy, cyber e ibrida, dove gli attori, le tempistiche ed anche gli attacchi stessi sono più difficili da leggere.

Ciò rende più difficile contenere le minacce, diminuirle, e la natura ibrida del conflitto – con il suo concentrarsi sulla competizione economica, politica e sociale e sulla forza militare – rende più probabile che i civili e gli altri attori neutrali siano travolti in (e da) esso.

Dal momento che queste nuove leve ibride di potere sono inconfutabili, relativamente comuni e possedute da attori al di là degli Stati in questione, ci potrebbero essere più vie di distruzione. Diversamente dal 1945, viviamo in un mondo dove le imprese private, gruppi violenti erranti, giocatori regionali minori, movimenti popolari di protesta e anche pirati informatici hanno la capacità di frustare le ambizioni delle super Potenze globali.

Un attore di cui non si parla spesso: la Turchia

La Turchia si trova tra l’incudine ed il martello. Non vuole essere l’antagonista della Russia, con la quale condivide interessi strategici vitali, ma ha necessità di mostrare il suo sostegno all’Ucraina e ai suoi alleati NATO. Ciò ha spinto la Turchia a camminare su un diplomatico e calibrato filo sottile di seta.

Erdogan ha visitato Kyiv il 3 febbraio 2022 proclamando il suo sostegno alla sovranità ucraina, reiterando la sua opposizione all’annessione della Crimea e firmando un accordo di libero scambio per segnalare l’impegno turco nella relazione di lungo termine con l’Ucraina. Tutto ciò, ovviamente è stato bilanciato da un’offerta per disinnescare la situazione convocando un incontro trilaterale con Putin, il presidente ucraino Zelensky ad Ankara o Istanbul. Erdogan continua a proporre questa via a Putin.

Le aperture diplomatiche di Erdogan, l’urgenza e l’importanza, sono comprensibili dal momento che Ankara ha affondato la sua mano economica in Ucraina e che tutto quello che sta avvenendo potrebbe regalarle il ruolo di uno dei principali perdenti economici. Nel 2021, la Turchia è diventata il più grande investitore in Ucraina, con investimenti in eccesso di 4 miliari di dollari. Vi sono al momento più di 700 imprese turche che operano sul terreno. Nei passati 5 anni, le esportazioni turche in Ucraina sono quasi raddoppiate a 2.6 miliardi di dollari, mentre le importazioni sono salite da 2.8 miliardi di dollari e 4,4 miliari di dollari.

La cooperazione bilaterale si sta muovendo particolarmente rapidamente nei settori della difesa e dell’aerospazio. Dal 2019 Kyiv ha acquisito una stima di una dozzina di droni Bayraktar. La marina ucraina ha anche ordinato due corvette MILGEM Ava-class, che saranno prodotte congiuntamente sul territorio turco e sul territorio ucraino. Le due parti hanno già firmato un accordo per costruire infrastrutture di addestramento e manutenzione per i droni turchi in Ucraina, a ciò è seguita la firma di un accordo per la produzione congiunta della prossima generazione di droni che farà leva sulla tecnologia avionica turca e sui motori a reazione ucraini.

La Turchia comprende molto bene che un cambio di regime in Ucraina metterebbe questi investimenti e le relazioni commerciali strategiche a rischio. Tuttavia, lo spazio di manovra della Turchia è in qualche modo limitato e la sua influenza diplomatica nel risolvere questa crisi è modesta.

Potrebbe esserci la possibilità che Erdogan e Putin possano far funzionare le cose malgrado gli ostacoli. Loro, dopo tutto, si sono perfezionati nell’arte della “geopolitica di vendita” – l’abilità di fare dei micro-accordi anche quando sono in disaccordo sul quadro più grande. Questo modo di fare affari è andato relativamente bene in vari teatri dalla Siria, alla Libia, al Caucaso. Questo potenzialmente spiega perché la Turchia permette alle sue compagnie di commerciare con la Crimea e l’Abcasia, malgrado la sua posizione ufficiale in sostegno dell’integrità territoriale dell’Ucraina e della Georgia. Vi sono poche ragioni per aspettarsi che l’Ucraina cambi il nome del gioco tra Ankara e Mosca.

Marzo 26 2020

Identità in conflitto. La trasformazione della guerra nel mondo globalizzato.

Identità in conflitto

Il secondo libro di Barbara Faccenda

Vincitore del IV edizione del Premio Internazionale Ut Pictura poesis 2020 (settore saggistica edita)

Le guerre compaiono quasi inevitabilmente quando le identità sono minacciate, perché ad essere contestati sono i valori, le certezze ed i sistemi di credo di ciascun individuo. Il conflitto si intensifica quando ogni nuova minaccia rafforza e agita le identità del gruppo obiettivo e dei suoi membri, ampliando il divario tra i gruppi. Tale dinamica di intensificazione e il continuo aumento del consolidamento delle identità individuali e di gruppo che essa produce, potrebbe spiegare, parzialmente, l’alto grado di intricabilità che sembra essere la caratteristica di molti conflitti contemporanei. Il libro esamina il ruolo dell’identità e come essa possa favorire l’intensificazione del conflitto, ma anche impedirne la diminuzione, la risoluzione e la potenziale trasformazione. Il tratto caratteristico del potere complementare che, da solo, congiunge i gruppi diversi in società autentiche è la riconciliazione: il processo di lungo termine che è l’essenza della trasformazione – durevole – dei conflitti contemporanei. La trasformazione, fondamentalmente, è opposta alla re-imposizione di una struttura dominante con il mantenimento delle gerarchie in un gruppo o dello status individuale. La consapevolezza degli aspetti interpersonali di conflitto e delle dinamiche legate all’identità è utile a chiarire i modi in cui le scelte compiute da attori potenti potrebbero, in maniera controproducente, aumentare un confronto interculturale piuttosto che porsi al servizio di interessi strategici o di difesa di valori fondamentali. L’analisi del ruolo dell’identità nei conflitti in corso permette descrizioni sfumate dei processi attraverso i quali le relazioni tra gruppi in competizione (inclusi i raggruppamenti culturali e politici all’interno degli Stati, le organizzazioni transnazionali e gli attori non-statali) trasformano le narrative e le visioni del mondo.

 

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Luglio 14 2018

Somalia: dove l’influenza dell’Occidente svanisce

Somalia

La Somalia, uno dei Paesi più poveri al mondo, sempre in conflitto, uno Stato fragile che combatte al – Shabaab un gruppo estremista islamico che utilizza la tattica del terrorismo.

Dopo il collasso dello Stato e la guerra civile del 1991, cerca di ricostruire le sue istituzioni, mentre la comunità internazionale guidata dall’Occidente, semplicemente sollecita i leader somali a lavorare insieme per un obiettivo comune.

Le contese e i feudi regionali per strapparsi risorse, influenza e prestigio in Somalia

Somalia

La maggior parte del denaro degli Stati del Golfo è andato all’Etiopia e al Sudan per l’agricoltura e il settore manifatturiero, somme più piccole sono state incanalate verso la Somalia, principalmente all’élite politica. Le recenti lotte politiche interne, nel Paese, su chi appoggiare negli Stati del Golfo hanno diviso la Somalia in campi rivali con la maggior parte dei sei Stati federali allineati con gli Emirati Arabi Uniti (EAU).

Il governo centrale di Mogadiscio ha mantenuto una posizione formalmente neutrale, ma da alcuni ciò è visto come un tacito supporto al Qatar e per estensione alla Turchia.

Tali divisioni interne, alimentate dall’esterno, minacciano il processo somalo di costruzione di uno Stato federale e minano le sue stesse istituzioni peraltro già deboli. Non è chiaro se il Presidente somalo, Mohamed Abdullahi Mohamed sarà in grado di navigare in questa odierna turbolenza.

I legami dei somali con il Golfo ed il resto del mondo arabo risalgono a secoli fa, con ondate di migrazione e commercio attraverso il Golfo di Aden. Tuttavia mentre il denaro del Golfo potrebbe essere un’opportunità economica per la Somalia, esso perpetua una spirale di clientelismo e corruzione.

La vendita illecita di carbone

Oltre ad essere un danno ambientale per la Somalia, è spesso legato al finanziamento dei gruppi estremisti. Il commercio del carbone, benché vietato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza del 2012 e nominalmente anche dal governo somalo, nell’assenza di alternative economiche sostenibili, è un’attività che continua a prosperare. Il denaro del Golfo alimenta tale commercio.

Il commercio all’ingrosso di carbone vale all’incirca 120 milioni di dollari e al-Shabaab guadagna almeno 10 milioni di dollari all’anno dalla tassazione e dalla produzione del carbone.
Gli Stati del Golfo,in Somalia, in effetti, finanziano entrambe le parti del conflitto.

Gli EAU quasi in maniera perversa spendono decine di milioni di dollari ogni anno per addestrare e pagare l’esercito nazionale somalo per combattere al-Shabaab, mentre operano come principale snodo di commercio per il carbone nel Golfo.

L’Unione Europea ha speso più di 1,5 miliardi di euro nella passata decade per finanziare AMISOM, la missione di peacekeeping dell’Unione Africana in Somalia, il cui mandato prevede il contrasto ad al-Shabaab. I soldati kenioti impegnati nella missione, presumibilmente, traggono dei benefici proprio dal commercio del carbone.

Similmente all’oppio in Afghanistan che ha creato un narco-Stato ed ha contribuito ai finanziamenti a disposizione per i Talebani, il commercio del carbone somalo sovvenziona direttamente alcune amministrazioni regionali governative come Jubbaland nel sud della Somalia, incluso le loro forze di sicurezza, che si suppone stiano combattendo al-Shabaab.

Simile agli schemi nel Sahel, la Banca Mondiale e altre istituzioni multilaterali internazionali potrebbero apporre pressione affinché si annulli il debito della Somalia, ancorando le condizioni per tale operazione all’eradicazione del commercio del carbone o alla costruzione di alternative economiche.

Le vie della soft-power degli Stati del Golfo in Somalia

L’influenza del Golfo in Somalia e nella Regione segue vie più blande di soft-power.

L’Arabia Saudita ha iniziato a finanziare in modo aggressivo gli studiosi salafiti e organizzazioni musulmane sunnite conservatrici nel Corno d’Africa per contrastare l’influenza iraniana dopo la rivoluzione iraniana del 1979.

Molto dell’aiuto e dell’assistenza del Qatar alla Somalia fluisce attraverso beneficenza individuale o sostegno ad ospedali e scuole islamiche che colmano il vuoto del sistema formale d’istruzione.

Centinaia di migliaia di lavoratori ogni anno viaggiano verso il Golfo come collaboratori domestici, autisti e operai creando un’ancora di salvezza per coloro che restano a casa; inoltre, essi spesso abbracciano una versione più conservatrice dell’Islam ed è con queste convinzioni religiose che poi fanno ritorno in Somalia.

Allo stesso tempo la Turchia, che promuove le sue proprie credenziali islamiche, ha fatto della Somalia, il suo più grande beneficiario di aiuti in Africa. Lo stretto legame del Qatar e della Turchia, percepito come promozione dell’Islam politico e della Fratellanza Musulmana, che sia EAU e l’Arabia Saudita hanno designato come organizzazione terroristica, hanno delle potenziali conseguenze nefaste sulla sicurezza in Somalia.

L’influenza occidentale svanita nel Corno d’Africa e queste visioni in conflitto nella Regione, si potranno solo intensificare minacciando più di tutto l’unità della Somalia.

Febbraio 24 2018

Siria: il mutamento distruttivo dei “nuovi conflitti”

conflitto

Il conflitto in Siria è iniziato nel 2011 con delle proteste pacifiche contro il regime di Assad, tuttavia è rapidamente precipitato in uno scontro di potere globale  in quello che rimane della Siria.

La conseguenza più tragica di questo conflitto è l’uccisione di moltissimi civili siriani. Alcuni le chiamano “vittime non intenzionali”, ma in molti casi sono vittime intenzionali delle parti in conflitto.

Sembra facile considerare la guerra siriana un conflitto orribile in un modo unico: il catastrofico risultato della brutalità di Assad, il diffondersi dello jihadismo, l’intervento esterno.

In realtà la Siria è una fenditura paradigmatica e preoccupante di quello che sarà la guerra futura.

Proviamo a considerare la Siria come un modello e tracciamo alcune caratteristiche peculiari delle guerre future.

Una caratteristica distintiva è la complessità: intricata e mortale. Piuttosto che due Stati o alleanze che combattono uno contro l’altro, si verificano combattimenti multipli ed interconnessi che occupano lo stesso spazio e lo stesso tempo.

In Siria si possono individuare almeno 5 assi di conflitto:

  1. Gli Stati Uniti e le Forze democratiche siriane (dominante dai curdi) contro l’IS (a.ka. ISIS);
  2. gli Stati Uniti e le Forze democratiche siriane contro il regime di Assad;
  3. la Turchia contro le Forze Democratiche Siriane e i suoi alleati YPG (curdi);
  4. il regime di Assad e i suoi alleati esterni: Russia, Iran, Hezbollah, contro una gamma di gruppi di opposizione siriani;
  5. Israele contro l’Iran nelle Alture del Golan.

Tutto ciò spinge la violenza in direzioni imprevedibili. Assad, ad esempio, silenziosamente aiuta i curdi siriani contro la Turchia, mentre le forze pro-regime attaccano le milizie curde.

La complessità della guerra siriana impiastriccia ogni tipo di soluzione dal momento che ogni componente ha una differente motivazione, i partecipanti sono diversi e ognuno di essi ha uno scopo finale chiaramente diverso da tutti gli altri.

Inoltre, la guerra siriana ci suggerisce che i conflitti futuri comporteranno una configurazione di forze attagliata alla situazione, piuttosto che alleanze durature.

Considerate che in Siria accade questo: la Russia e l’Iran hanno sostenuto la dinastia Assad per anni;  gli Stati Uniti e la Turchia – due alleati di lungo corso nella NATO che hanno spesso combattuto assieme – sono su due lati opposti, condizione che potrebbero scivolare in un conflitto diretto.

La comunità internazionale e il pelo sullo stomaco

Il conflitto siriano mostra che, malgrado i massicci e molto ben pubblicizzati costi umani delle guerre contemporanee, la comunità internazionale ha perso la “sensibilità” per gli interventi umanitari. Ci fu un crescente interesse per l’intervento umanitario dopo le guerre nei Balcani degli anni 1990 e il fallimento nel fermare il genocidio nel Ruanda del 1994, tuttavia il fiasco dell’intervento a guida NATO nel 2011 in Libia ha depauperato gli sforzi di intervento umanitario.

Oggi, ci sono disastri umanitari non solo in Siria, ma anche in Yemen, Sud Sudan Myanmar, ma non c’è interesse nel peacemaking da parte delle Potenze nel mondo.

Dunque non è, come taluni asseriscono, la sconfitta dell’intervento umanitario, piuttosto che del diritto umanitario, ma la mancanza di volontà e di interesse  (direi più mancanza di interesse n.d.a) da parte delle Potenze nel mondo ad intervenire. 

E ancora, la Siria non dimostra che il Consiglio di Sicurezza e più in generale le Nazioni Unite siano inutili, ma palesa che i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza appongono il veto l’uno contro l’altro, non nell’interesse della pace e della sicurezza internazionale, ma per garantirsi i propri di interessi. Dunque non sono le Nazioni Unite come Organizzazione internazionale,  sebbene si possa migliorare attraverso un processo di riforma, che non funziona, ma sono i singoli Stati che pongono innanzi a tutto – compreso le migliaia di civili uccisi – i loro propri interessi.

I conflitti futuri saranno inestricabilmente complessi, comprenderanno configurazioni dei loro attori specifiche al conflitto; non ci sarà un intervento umanitario per fermarli.

Riassumendo:

i conflitti del futuro saranno combattuti  da combinazioni mutevoli di Stati e di attori non-statali. Essi getteranno le loro fondamenta su fattori come l’etnica e la religione, piuttosto che sull’ideologia politica. Gli attori dei conflitti futuri utilizzeranno la paura e il terrore per controllare la popolazione. I combattenti finanzieranno i loro sforzi attraverso il saccheggio ed il crimine, dando vita a “guerre economiche” che conferiranno loro un interesse “garantito” a tenere alta la violenza.

La Siria oggi può essere considerata una mutazione distruttiva dei  nuovi conflitti.

 

Febbraio 16 2016

Guerra dell’acqua, dighe e ISIS

guerra dell'acqua

Le risorse idriche sono un’arma molto potente, ci sono guerre che si conducono solo utilizzando dighe, corsi d’acqua. L’ISIS è in grado di utilizzarle? La diga di Mosul era stata presa dall’ISIS e poi riconquistata dai curdi, molto prima che l’impresa italiana vincesse l’appalto per lavori di manutenzione.

Ci tengo a fare una premessa a questo post. Ho lavorato per conto del Ministero degli affari esteri italiano in Africa ad un progetto di una diga idroelettrica, i cui lavori erano stati interrotti a causa di una guerra civile che aveva insanguinato il paese. Era la mia prima missione, che non dimenticherò mai. L’acqua è un bene primario, le dighe idroelettriche allo stesso modo sono necessarie per l’economia, la vita di qualsiasi popolazione. Troppe volte si crede che le guerre si combattano solo con le armi, con le bombe, invece ci sono armi più devastanti di quelle, come l’utilizzo delle dighe o delle risorse idriche per conquistare territori o legittimare il proprio potere nei confronti della popolazione locale.

La diga di Mosul

Il ministro delle risorse idriche ha, in un’intervista alla al – Sumaria TV, recentemente smorzato le preoccupazioni che la diga di Mosul crollerà, stimando che la probabilità di cedimento è di “uno a mille”, sostenendo inoltre che tutte le dighe del mondo hanno un certo livello di rischio. Nel frattempo, gli operai stanno rimuovendo dalle 5 alle 6 tonnellate di calcestruzzo al costo di circa 6 milioni di dollari al giorno.

guerra acquaLa diga (idroelettrica) lunga 3.6 km è locata vicino al territorio controllato dallo stato islamico nel nord del paese. I militanti dello “stato” islamico hanno preso il controllo del nord e dell’ovest dell’Iraq e agguantato la diga di Mosul nell’agosto del 2014, facendo crescere le paure che potessero farla esplodere e far sprofondare sott’acqua Mosul e Baghdad uccidendo migliaia di persone nella valle densamente popolata del fiume Tigri.
I combattenti curdi, i così detti Peshmerga, hanno ricatturato la diga due settimane dopo con l’aiuto dei bombardamenti aerei degli americani e con il supporto delle forze governative irachene. Il deterioramento della diga aveva spinto le forze americane ad abbozzare un contingency plan per il potenziale cedimento. Molta della retorica militare sulla diga di Mosul si è focalizzata sul potenziale di una deliberata distruzione della struttura, rilasciando una catastrofica onda d’acqua che raggiungerebbe 4.6 metri di altezza fino a valle, a Baghdad, che dista 350 km. Tuttavia, politicamente ed economicamente è il controllo dell’idroelettricità della diga che ne definisce la priorità. Gli ingegneri, hanno notato che la montatura del bacino idrico poco ortodossa – su carsico solubile (fatto di roccia calcarea tipica delle zone con flussi d’acqua sotterranei) possa determinare una rottura accidentale della diga, se non fosse realizzato un lavoro: tempestivo, vitale, geo-tecnico, inclusa l’iniezione di intonaco impermeabile.

Quando Saddam Hussein costruì la diga tre decadi fa, serviva come simbolo della sua leadership e della forza dell’Iraq. I generatori della diga di Mosul possono produrre 1010 megawatt di elettricità, secondo quanto riporta il sito della Commissione di Stato irachena per le dighe e i bacini idrici. La struttura contiene anche 12 miliardi di metri cubici di acqua che sono cruciali per l’irrigazione delle aeree agricole dell’ovest Iraq, nella provincia di Nivive.
E’ dal suo completamento nel 1980 che la diga ha richiesto una regolare manutenzione incluso delle iniezioni di cemento in aeree di perdita. Il governo americano ha investito più di 17.9 m dollari sul monitoraggio e le manutenzioni, lavorando assieme ai team iracheni. Già nel 2007 l’allora comandante generale delle forze americane in Iraq, David Petraeus, e l’allora ambasciatore americano in Iraq, Ryan Crocker, avevano avvertito il primo ministro di quel tempo Nouri Maliki, che la struttura era molto pericolosa perché era stata costruita su una base di terreno instabile. Nella lettera inviata al primo ministro iracheno si leggeva: “assumendo il caso dello scenario peggiore, un cedimento istantaneo della diga di Mosul che è riempita ed operativa al suo massimo livello potrebbe risultare in un’onda di 20 metri che sommergerebbe la città di Mosul”.

Poi arriva la Trevi che gareggia per l’appalto dei lavori di manutenzione, Renzi dice pubblicamente che manderà 450 soldati a protezione della diga mentre si svolgeranno i lavori et voilà la Trevi vince l’appalto. Gli altri concorrenti non avevano fatto proclamare ai quattro venti al presidente del consiglio dei ministri che avrebbero mandato un apparato di sicurezza dei soldati regolari dell’esercito dello stato. (mi chiedo che status avranno quei soldati, visto che non si tratta di una missione internazionale sotto egida ONU o NATO). Mi chiedo (anche se conosciamo già la risposta) se l’appalto l’avesse vinto una ditta, che ne so tedesca, Renzi avrebbe mandato tutti quei soldati italiani a protezione. Ritengo che proteggere una sola diga non risolva il problema, forse risolve una sciocca credenza secondo cui al “popolo” va fatto credere che si combatta il terrorismo internazionale.

Guerra dell’acqua: un fantasma che minaccia il Medio Oriente.

I combattenti dell’ISIS controllano le parti superiori dei fiumi Tigri ed Eufrate, che scorrono dalla Turchia nel nord nel Golfo a sud. Tutto l’Iraq e grandi parti della Siria contano su questi fiumi per cibo, acqua e industria. Molti analisti (compreso chi scrive) prevedono che i tentativi dello stato islamico di controllare le risorse idriche arabe porterà ad una crisi d’acqua che metterà in ombra il conflitto che si svolge sul petrolio, perché l’acqua è una questione di vita o di morte.
Sfugge a molti purtroppo che non leggono i report degli analisti, perché evidentemente preferiscono le riviste di gossip o le fantasticherie di Renzi, che il controllo dei fiumi e delle dighe è considerato dall’ISIS un’arma molto più importante del petrolio.
In questa ottica si possono leggere gli annunci del gruppo estremista transnazionale nell’estendere il controllo del territorio dal Levante all’Egitto, Etiopia e Maghreb. Questo “stato” islamico si vuole estendere alle sorgenti del Nilo. L’alleanza giurata da Boko Haram nel marzo del 2015 ha probabilmente come obiettivo quello di sostenere la cospirazione dello “stato” islamico per controllare le sorgenti del Nilo. Sebbene le popolazioni povere della regione sono le sole a pagare il prezzo per il conflitto del petrolio, le guerre d’acqua  non risparmiano nessuno.

Strategicamente, l’uso della diga per determinare i livelli di acqua e di rifornimenti a larghe parti del paese la rende il più grande prezzo in quello che gli analisti della sicurezza descrivono come “la battaglia per il controllo dell’acqua” e che molti vedono come la definizione degli obiettivi dell’ISIS in Iraq.
Questo piano appare evidente, dopo l’estensiva inondazione causata dalla deliberata chiusura della diga Nuaimiyah nell’ovest di Baghdad.
Ma questa non è la prima volta che l’acqua è stata usata come un’arma nella “fertile mezzaluna” alla convergenza dei fiumi Tigri ed Eufrate. Saddam Hussein ebbe come obiettivo le risorse idriche durante la guerra Iran – Iraq e la sua oppressione per i Maʻdān (معدان‎) – abitanti dei terreni paludosi del Tigri e dell’Eufrate nel sud e nell’est dell’Iraq e lungo la frontiera iraniana – durante gli anni ’90 centrata sul drenaggio di 6,000 km² di terreno acquitrinoso, distruggendo un’economia di sussistenza vecchia forse di 10,000 anni. Secondo l’ingegnere Azzam Alwash, premio ambientale Goldam del 2013 per il suo lavoro post – 2003 per ristabilire i terreni paludosi, era una guerra “con altri mezzi”.
L’uso tattico di rifornimenti d’acqua in guerra risale ad almeno quanto la civilizzazione stessa. Limitare ed esaurire I rifornimenti d’acqua è stato usato come un’arma d’assedio nel corso della storia.
Un esperto di politiche delle risorse idriche nel Medio Oriente, Mark Zeitoun ha sviluppato una teoria sull’ “idro – egemonia” in cui il controllo dei rifornimenti d’acqua è una componente intrinseca delle relazioni ineguali di potere. In quest’ottica, l’acqua è una parte integrante di tutti i tipi di conflitti, dall’antagonismo culturale all’aggressione militare. Ne segue che come la domanda globale di acqua cresce le aree che già fanno esperienza di stress d’acqua soffrono di più per cambiamenti imprevedibili del clima, quindi l’importanza delle tensioni sulle risorse idriche ad ogni livello crescerà proporzionalmente.

L’acqua è il cuore di molti conflitti nel mondo, sia che siano tra nazioni come l’Egitto e l’Etiopia, dove le tensioni diplomatiche sono alte, che siano tra le comunità del mondo in via di sviluppo e le imprese multinazionali come la Coca Cola in India, o tra regioni, tra paesi nell’occidente come gli Stati uniti dove vari stati sono coinvolti in battaglie legali sul rio Grande.

L’ISIS e l’arma delle risorse idriche

I militanti dell’ISIS, oltre alla diga Nuaimiyah, hanno sprangato 8 chiuse della diga di Fallujah che controllano il flusso del fiume, sommergendo d’acqua i terreni fino al fiume Eufrate e riducendo i livelli d’acqua nelle province del sud da dove passa il fiume. Molte famiglie sono state forzate ad andare via dalle loro case. I militanti dell’ISIS riaprirono 5 delle chiuse, temendo che la loro strategia potesse ritorcersi contro.
Sebbene l’ISIS non abbia dimostrato la capacità di operare da un punto di vista tecnologico nelle strutture idriche, l’organizzazione continua a perseguire il controllo delle dighe e dei sistemi idrici in Iraq e in Siria, che se acquisiti e adeguatamente mantenuti possono parzialmente legittimare il loro governo o alternativamente essere sfruttati come arma.
Istituzionalizzare la gestione delle risorse idriche e dei sistemi è un mezzo realistico per l’ISIS per espandere le sue fonti di finanziamento. Diversamente dalla produzione di petrolio dello “stato islamico”, che (illegalmente) opera nel mercato globale, l’acqua è un bene regionale che è grandemente dipendente dall’operatività di dighe idroelettriche locali. Per lo stato islamico queste dighe sono le più importanti locazioni strategiche nel paese.
L’ISIS ha iniziato a controllare le infrastrutture idriche nel 2013 con l’occupazione della Diga Tabqa, la più grande diga idroelettrica siriana che fornisce elettricità anche alla città di Aleppo. Durante l’invasione di Fallujah, l’ISIS effettivamente ha impiegato le vicine dighe,canali e bacini come armi, negando l’acqua ad aeree al di fuori del suo territorio. L’ISIS ha utilizzato la forza distruttrice dell’inondazione anche quando ha chiuso la diga di Thathar vicino Fallujah. L’ISIS riaprì almeno una delle chiuse della diga per inondare le aree limitrofe un attacco che uccise 127 soldati iracheni. Nella città dell’est della Siria, Raqqa, lo stato islamico ha esaurito le riserve d’acqua e distrutto le reti di distribuzione, forzando i residenti a contare su risorse idriche non trattate e dando vita alla diffusione di malattie trasmesse attraverso l’acqua, come l’epatite A e la febbre tifoidea.

Il comportamento dell’organizzazione in Fallujah, Raqqa e Mosul ci indica che lo stato islamico non possiede le risorse che servono per impiegare il soft power della governance attraverso la gestione delle infrastrutture tecnologiche della regione. Diversamente dalle comuni forme di finanziamento dell’ISIS, la ricchezza acquisita dal controllo e comando delle risorse come il petrolio o l’acqua ha bisogno di una pianificazione contingente sulle infrastrutture e di una forza lavoro molto qualificata. La supervisione delle dighe richiede un set di alta specializzazione di cui non c’è indicazione che l’ISIS le possieda.
Sfortunatamente, l’insicurezza delle risorse idriche si diffonde al di là dell’Iraq e della Siria, verso la Giordania. I rifugiati siriani ed iracheni si stanno radunando in una delle zone più stressate a livello di risorse idriche nel Medio Oriente, la regione ora perde acqua al secondo tasso più veloce del mondo. La Giordania che ha visto l’influsso di 750,000 rifugiati siriani e 60,000 rifugiati iracheni, sta esaurendo i suoi rifornimenti d’acqua di tre volte il tasso di ricarica, affrontando estreme siccità sistemando 3,000 nuovi rifugiati al giorno. Se l’ISIS diventa vincente nel governo delle infrastrutture, i rifugiati possono essere costretti a tornare a casa dove ci sono fonti idriche su cui possono contare e simpatizzare per l’ISIS, similmente alla crescente simpatia per lo “stato” islamico nella popolazione di Yarmouk in Siria, che ha sofferto delle tattiche estreme di Assad che erano il risultato di carenze di cibo ed acqua.

Febbraio 14 2016

Guerra ibrida: cos’è e perché ci interessa

Cos’ è la guerra ibrida. Quali componenti la caratterizzano come fattore che complica, non come sostituto della guerra convenzionale o della “guerra vecchio stile”.

Il mondo è pieno di conflitti, si chiamano così, poco importa di che natura siano. Troppo spesso si sorvola sulla natura della guerra, su quali tattiche vengono impiegate da attori diversi. Allora per oggi torniamo tra i banchi di scuola e vi propongo delle pagine di appunti del mio quaderno, dove cercherò di spiegare gli elementi essenziali di questo termine, che non è un concetto scientifico nuovo, ma semplicemente un fattore in più che complica le pianificazioni di difesa. Il segretario generale della NATO  Jens Stoltenberg ha dichiarato: “non c’è niente di  nuovo sulla guerra ibrida“. Viene da chiedersi se sa cosa è questo fattore “ibrido” o se lo usa anche lui come un asso piglia tutto quando non si riesce a prevedere la mossa del nemico.

Prima di arrivare al “fattore ibrido”, vale la pena soffermarsi su concetti scientifici che hanno caratterizzato all’incirca gli ultimi 25 anni.

Compound war

Quando, in un conflitto si verifica un significativo grado di coordinazione strategica tra forze separate, regolari o irregolari si può parlare di “compound war“. Un grafico ci aiuta a visualizzare meglio cosa vuol dire.

guerra ibrida

Un caso classico della “compound war” è il Vietnam: contrapposizione di tattiche irregolari dei Viet Cong con le capacità più convenzionali dell’esercito del Nord Vietnam.

Unrestricted warfare

Due colonnelli cinesi: Qiao e Wang,  sono noti per il loro concetto di: “unrestricted warfare” o “guerra al di là dei limiti“. Molto avanti per il loro tempo, riconobbero le potenziali implicazioni della globalizzazione. Pensarono quindi di espandere la definizione e la comprensione della guerra al di là del settore militare tradizionale. Scrivevano: “i futuri grandi capitani devono essere padroni nell’abilità di “combinare” tutte le risorse di guerra a loro disposizione e usarle come mezzi per proseguire la guerra. Queste risorse devono includere: guerra d’informazione, guerra finanziaria, guerra di commercio e altre forme di guerra interamente nuove“. Questo ha generato una lista di nuovi principi che riassumo in questa pagina di appunti:

guerra ibrida

Guerra ibrida

Il termine “ibrido” invece cattura sia l’organizzazione che i mezzi e in un altra pagina di appunti, vediamone i punti essenziali:guerra ibridaQuindi le guerre ibride incorporano una varia gamma di modelli di guerra, incluso le capacità convenzionali, tattiche e formazioni irregolari, atti terroristici incluso la violenza indiscriminata, la coercizione ed il disordine criminale. Nella prossima pagina di appunti si evidenza una componente fondamentale quella distruttiva:

guerra ibrida

E’ importante sottolineare che la crescita della guerra ibrida non rappresenta la sconfitta o la sostituzione della “guerra vecchio stile”o la guerra convenzionale. Rappresenta invece un fattore che complica i piani di difesa.

La combinazione della guerra nei vari settori non è nuova. Il concetto di “ibrido” è ben conosciuto ed utilizzato nei discorsi militari occidentali moderni. Il problema è che spesso è citato sotto il concetto di “guerra non convenzionale” o “guerra politica”. Nel corso del tempo guerra ibrida è diventato l’asso piglia tutto per gli elementi di potenza nazionale che la Russia sta utilizzando direttamente in Ucraina. La Russia nella “Dottrina militare di guerra moderna“, nel 2010, descrive “l’uso integrato di forze militari e forze e risorse che non hanno un carattere militare“. Ed ancora: “l’implementazione come priorità di misure di guerra d’informazione per raggiungere obiettivi politici senza l’utilizzo della forza militare“. In un commento del 2014 alla Dottrina, si sostiene la partecipazione di forze armate irregolari, elementi di compagnie militari private in operazioni militari. Mosca ha da tanto tempo riconosciuto la prevalenza di una proiezione di forza combinata in conflitti sia alle sue periferie che globalmente.

Il termine utilizzato solo per descrivere l’intervento russo in Ucraina ci sembra un utilizzo povero. Sembra come se ci fosse una reazione esagerata da parte dell’occidente per l’attenzione inadeguata che precedentemente si era concessa alla Russia. Il risultato è un tentativo sbagliato di raggruppare tutto quello che Mosca fa in una sola rubrica. L’intervento russo in Ucraina dovrebbe essere guardato in un termini più flessibili e basici: un tentativo di impiegare strumenti diplomatici, economici, militari e d’informazione in uno stato vicino dove essa percepisce che i suoi interessi vitali sono in pericolo. Concludendo, perché ci interessa comprendere in cosa si articola la guerra ibrida, non solo perché è un fattore che se non tenuto in significativa considerazione nelle pianificazioni di difesa, soprattutto quando il nemico è un’organizzazione transnazionale di natura terroristica, si rischia di lasciare molte più mosse in mano al nemico di quelle che ci si potrebbe immaginare.

Novembre 21 2015

Al Qaeda versus ISIS: guerra del terrore

guerra

L’attentato in Mali ci rivela che è in corso una guerra intestina tra Al Qaeda e l’ISIS per la leadership del movimento jihadista globale.

Il gruppo che ha rivendicato, ieri, l’ attacco al Radisson Blue Hotel di Bamako, Mali è al-Mourabitoun.

Chi sono?

Il gruppo si è formato nel 2013 dalla fusione tra  al-Mulathamun (“The Masked Men”) Battalion (AMB) e Movement for Unity and Jihad in West Africa (MUJAO), dichiarando immediatamente che il movimento estremista della regione era ora più forte che mai. Al – Mourabitoun annuncia quindi le sue intenzioni di voler cacciare la Francia e i suoi alleati dalla Regione. Il gruppo ha condotto sistematicamente attacchi contro gli interessi francesi nella regione ed unità militari africane.

Belmokhtar è il suo leader ufficiale dal luglio 2015. Secondo il dipartimento di stato americano, Al – Mourabituoun è il gruppo che pone “la più alta minaccia medio termine agli interessi americani ed occidentali nel Sahel. Nel luglio del 2015 si allea ufficialmente con Al Qaeda rinominandosi: “Al Murabitoon – Al Qaeda in West Africa. Questo gruppo accusa la Francia di uccidere innocenti bambini, donne e anziani fin dal suo intervento in Mali nel 2013.

Cosa ci indica questo attentato?

Che è in atto una guerra intestina tra Al Qaeda e l’ISIS per la leadership del movimento jihadista globale. La guerra interna al terrore è iniziata quando il 31 agosto 2015 i Talebani confermano la morte del loro leader: il mullah Omar. Quest’ultimo era la colonna portante del rifiuto di alleanza con l’ISIS. La morte di Omar lascia liberi tutti coloro che avevano giurato alleanza a lui.  Il suo successore non eredita automaticamente nè il titolo di Amir al Mumineen (Commander of the Faithful) né le alleanze finora dichiarate. Visto che la morte di Omar risale al 23 aprile 2013 (fu dichiarata dai Talebani ufficialmente due anni più tardi), vuol dire che il titolo di Commander of the Faithful era presumibilmente vacante quando Abu Bakr al – Baghdadi ha rivendicato il titolo in concomitanza con la dichiarazione di califfato. Distruggendo in questo modo le argomentazioni pro – al Qaeda che l’ISIS aveva usurpato l’autorità legittima di Omar. Da questo punto in poi l’ISIS ha condotto la sua guerra interna contro al Qaeda diffondendo messaggi in cui si dipingeva al Qaeda come un’organizzazione mendace da cui provenivano ordini da un leader oramai morto da due anni. Argomenti che evidentemente hanno fatto leva su gli affiliati di Al Qaeda che quindi hanno spostato l’alleanza  (bayah) all’ISIS, ma ha sicuramente dato il via ad una guerra intestina che si gioca sugli assi del terrore.

Dov’è finito Zawahiri?

Se Zawahiri è ancora vivo, cosa fa in proposito? Finora abbiamo visto una sua guida che potremmo definire letargica, forse sperando che l’ISIS implodesse e che la situazione si risolvesse da sola. Presumibilmente non è più così. Questo attentato in Mali ci rivela molto di più di quanto sembra. La leadership di Al Qaeda non si tira in dietro nella guerra al terrore, ma questa volta la combatte contro il terrore interno che mina la sua stessa vita.

L’ISIS ha già eroso il territorio controllato da Al Qaeda.

Anche se nessuno ne parla l’ISIS ha tolto ad Al Qaeda 4 delle sei suddivisioni che formavano l’Emirato Islamico del Caucaso. (ISIS raggiunge il Nord Caucaso) Approfittando del vuoto di leadership dell’Emirato islamico, dopo l’uccisione del leader, Kebekov, da parte delle forze speciali russe, ha preso il controllo di 4 province e presumibilmente faranno da leva per le altre.

Questo è solo l’inizio della lotta del terrore nel terrore.

 

 

 

Ottobre 18 2015

L’Afghanistan oggi: seconda parte

Afghanistan

L’Afghanistan è oggi territorio di scontro tra i Talebani e l’ISIS per la supremazia della jihad globale.

Akhtar Mohammed Mansoor leader dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan (che conosciamo come i “talebani”), successore del Mullah Omar ex ministro dell’aviazione civile e dei trasporti durante il regime talebano dal 1996 al 2001, ex “governatore ombra” della provincia di Kandhar, manda un messaggio al leader dell’ISIS: Abu Bakr al – Baghdadi chiedendo che lo Stato Islamico combatta sotto la bandiera dei talebani in Afghanistan e porre fine alle divisioni tra i jihadisti in tutto il mondo.

ISIS in Afghanistan

Baghdadi ha stabilito lo Stato Islamico nella provincia di Khorasan lo scorso anno accogliendo tra le proprie fila talebani delusi e comandanti jihadisti. La cosidetta Khorasan region comprende: Afghanistan, Pakistan e parti dell’area circostante queste due nazioni. L’ISIS ha minacciato recentemente i Talebani, ma non si è limitato solo a questo, ci sono stati attacchi ai Talebani nella provincia di Nangarhar in Afghanistan. Recenti dati ci mostrano che più di 17.000 famiglie nel Nangarhar sono andate via a causa della violenza dell’ISIS. Alcune delle peggiori atrocità sono state perpetrate nel distretto di Achin. Entrano nei villaggi chiedendo una lista delle vedove e delle donne non sposate. In alcuni villaggi, l’ISIS ha dichiarato che i matrimoni celebrati e riconosciuti dal governo dell’Afghanistan sono invalidi.

Continuo conflitto tra Al Qaeda e l’ISIS in Afghanistan esacerbato dalla morte del Mullah Omar.

Quando il leader dell’ISIS ha rifiutato l’autorità di Al Qaeda e ha poi dichiarato il Califfato, ha diviso il già frammentato movimento jihadista.

Le 1500 Ulema (i consigli religiosi in Afghanistan) hanno scelto e promesso alleanza alla leadership dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan secondo la sharia. L’argomentazione di Mansoor sull’unità dei jihadisti in Afghanistan prende spunto dal Corano che secondo la sua tesi richiama fortemente all’unità tra i mussulmani e che l’Emirato islamico dell’Afghanistan è stato appoggiato dalla leadership mussulmana così come dal fondatore di Al Qaeda.

La conferma della morte del  Mullah Mohammed Omar alza la posta in gioco per la battaglia per la supremazia jihadista globale tra Al Qaeda e l’ISIS. Omar era la colonna portante del rifiuto di Al Qaeda delle richieste dell’ISIS di alleanza. Primo, perché Al Qaeda aveva già garantito alleanza ad Omar e quindi non poteva farlo anche al leader dell’ISIS. Secondo: Abu Bakr al Baghdadi aveva illegittimamente usurpato il titolo di Amir al Mumineen (comandante del fedele)ad Omar. La morte di quest’ultimo lascia libero chi ha promesso alleanza a lui. Tuttavia né la promessa né il titolo di Amir al Mumineen sono automaticamente ereditati dal suo successore. Il 31 agosto 2015 i Talebani confermano la morte del Mullah Omar ( Taliban officially announce Mullah Omar death), dopo aver celato di fatto la sua morte per ben due anni: Omar era morto il 23 aprile 2013.

Questo fatto aggiunge un altro fattore di attrito. Se è morto due anni fa, la posizione di Amir al Mumineen potrebbe essere stata verosimilmente vacante quando Baghdadi la rivendicò subito dopo la dichiarazione del califfato, distruggendo eleoquentemente l’argomentazione pro – Al Qaeda che l’ISIS ha usurpato l’autorità legittima di Omar. L’annuncio della morte di Omar è un bel punto a favore dell’ISIS che lo sfrutta condannando la mendacità di condurre un’organizzazione divulgando ordini e linee guida in nome di un leader morto in virtù della strategia conosciuta con il nome di: “weekend at Bernie” (il celebre film: il week end con il morto).

Se l’emiro di Al Qaeda, Ayman al Zawahiri non è anche lui un “Bernie” a questo punto è davanti ad un dilemma. La sua letargica conduzione di Al Qaeda ha diminuito fortemente la sua abilità di sfidare Baghdadi direttamente sulle basi della sua autorità.  A parte la promessa al Mullah Omar, pochi sono gli argomenti contro l’egemonia dell’ISIS: brutalità della tattica, focus settario, mancanza di consultazione con gli altri gruppi di jihadisti al momento della dichiarazione del Califfato.

Zawahiri ha poche opzioni a sua disposizione: continuare ad affidarsi alla sua attuale strategia che sembra sia quella di sperare ardentemente che l’ISIS vada semplicemente via, non pare la più efficace.

La battaglia tra Al Qaeda e l’ISIS ha poco a che fare con la legittimazione da un punto di vista tecnico o con la giurisprudenza, ma piuttosto con l’anima dell’intero mondo jihadista.  La morte del Mullah Omar ha colpito Al Qaeda nei due emisferi e fornisce una via conveniente per quei sostenitori irrequieti che hanno resistito finora al richiamo dell’ISIS. Il supremo comandante dell’ISIS nel Khorasan è Hafiz Saeed Khan che era un membro dei Talebani pakistani. Con i suoi guerriglieri è scappato in Afghanistan dopo che le forze regolari del Pakistan hanno condotto un’offensiva nella aeree tribali, proprio quest’anno.

Cosa si potrebbe fare?

Sfruttare questa divisione del movimento jihadista, diminuendo la minaccia, indebolendolo. Questa guerra interna va contro quello che rivendica l’intera organizzazione e se diminuisce la presa sui volontari jihadisti perché sentono di star combattendo una guerra fratricida piuttosto che il regime di Assad, gli americani, gli sciiti o qualsiasi altro nemico, allora inizieranno i guai seri. Sfruttare la mutevolezze della fedeltà. Saaed non è un caso isolato. L’altra faccia della medaglia di questa guerra intestina al movimento jihadista è che la violenza contro gli Stati Uniti, o più in generale contro l’occidente potrebbe diventare più intensa, dal momento che sia Al Qaeda che l’ISIS vogliono dimostrare che il gruppo è più forte e rilevante dell’altro.

Non ci illudiamo: fare la stampella del governo dell’Afghanistan non è la soluzione per la minaccia che proviene da Al Qaeda e dall’ISIS e meno che mai servirà a impedire che possano verificarsi attacchi da parte delle due organizzazioni in lotta fuori dal territorio dell’Afghanistan. Ricordiamoci che l’attacco a Parigi del gennaio 2015 è arrivato dopo 14 anni di missione internazionale in Afghanistan.

Agosto 27 2015

Siria: il vostro tavolo da gioco

La Siria è diventata un tavolo da gioco dove il rumore delle armi e il potere dei soldi dell’Iran, Russia, Arabia Saudita, Giordania, Turchia, Israele hanno soffocato, nel silenzio complice della comunità internazionale, il sangue di 4 anni di guerra civile.

Pensate ad tavolo rotondo marrone di quelli antichi, massicci, con sopra la mappa della Siria, plastificata lucida, i nomi delle città, le strade i confini. Intorno al tavolo sedie grandi rivestite di quel tessuto stampato in velluto con i fiori bordeaux, poggiate su enorme tappeto persiano, bello grande. Sul tavolo giusto perpendicolare un lampadario di quelli antichi con tante lampadine. Seduti su quelle sedie se ne stanno quelli che per denaro, per potere, spudoratamente continuano a giocare in un paese oramai dimenticato da tutti. Vediamo chi gioca e come.

Iran: i primi di agosto il ministro iraniano degli affari esteri, Zarif, visita Damasco, dove incontra anche il leader di Hezbollah, Nasrallah, poi si dirige in Pakistan ad Islamabad. Il suo ruolo principale: chiarire le implicazioni dell’accordo di Vienna sul nucleare (ricordo che quell’accordo è poi stato ripreso in toto e annesso alla risoluzione n. 2231 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, quindi vincolante per tutti e dico: tutti). Il commercio delle armi dell’Iran è molto importante per la Siria di Assad. La priorità di Khameini è quella di migliorare la propria difesa, negli ultimi anni si è visto come la sua stessa sicurezza sia inestricabilmente legata ad una rete di alleati regionali e di proxies che ha coltivato in Iraq, in Libano, e nella stessa Siria. Questo include Assad e una serie di milizie pro – governative, giusto per fare qualche nome, e lo farò in inglese perché mettersi a tradurre i nomi mi pare decisamente fuori luogo: National Defence Forces (la più grande rete di milizia), the Jerusalem Brigade, the Syrian Resistance, Syrian Social Nationalist Party, Popular Front for the Liberation of Palestine – General Command, Desert Falcons. Con tutti i miliardi spesi per il supporto ad Assad è assai improbabile che Teheran si faccia da parte. Aprile 2015, il presidente russo Putin, evidenziando i progressi nelle negoziazioni per l ‘accordo con l’Iran sul nucleare, dichiara d’avere una buona ragione per togliere il divieto di vendita degli S – 300 all’Iran, un potente sistema di difesa aerea, visto come un utilissimo mezzo per compensare la superiorità aerea degli americani e degli israeliani. Qualche giorno fa il presidente iraniano Rouhani ha rivelato che il paese ha prodotto il suo ultimo modello di SSM: il Fateh (vincitore) 313, missile balistico con un raggio di 500 km. Per Assad l’accordo di Vienna con tutta probabilità assicurerà la crescita di influenza politica e finanziaria del suo più affidabile alleato. Tanto per essere chiari: l’Iran con i suoi contatti politici, organizzazione e finanziamento sostiene il traffico di autocisterne che tengono a galla l’economia, le infrastrutture di Assad . Il sostegno finanziario dell’Iran, le spedizioni, hanno permesso l’acquisto di petrolio e di altri beni d’importazione essenziali. Tanto per capirci: all’inizio del 2013 la banca centrale siriana ha raggiunto un accordo con l’Iran di 3 miliardi di dollari di credito per coprire i rifornimenti di petrolio, parte di una più ampia linea di credito per un valore di circa 7 miliardi di dollari. Un totale di 17 milioni di barili di crudo sono stati spediti alla raffineria di Baniyas tra il febbraio e l’ottobre del 2013, finanziate da lettere di credito iraniane e trasportate da autocisterne dall’Iran e Iraq via l’oleodotto Sumed che attraversa l’Egitto. Il 19 maggio di quest’anno l’Iran e la Siria hanno firmato un accordo per una linea di credito di un miliardo di dollari che è per Assad una gran bella mano. E’ vero che tutte le sanzioni multilaterali e unilaterali secondo l’accordo di Vienna e la risoluzione verranno revocate non prima di 8 anni, immagino che però molti partner e molti ex partner commerciali dell’Iran, tra cui alcuni paesi membri dell’Unione Europea, possano chiudere un occhio sulla politica regionale iraniana se questo è il prezzo per prendere un pezzo della torta. Morale della storia: più soldi all’Iran, più soldi ad Assad.

Russia:  come abbiamo visto vende gli S- 300 all’Iran e si garantisce un bel controllo dell’area, ma contemporaneamente previene un intervento armato americano, perché diciamocelo la Russia è sempre rimasta fissata con l’idea della guerra fredda. Importantissimo, la Siria è sempre stata un cliente fisso dell’industria di difesa russa, tra l’altro molti ufficiali siriani sono stati addestrati in Russia, sposati a donne russe. Putin ha bisogno di quei soldi, ricordiamoci che le sanzioni per la storia dell’Ucraina hanno un costo per l’ economia russa e i soldi servono. La Siria è centrale per le aspirazioni geopolitiche russe, continuano a tenere una struttura di riparazione e rifornimento per la marina russa al porto di Tartus, dove peraltro avevano investito molto denaro per la ristrutturazione poco prima che iniziasse la guerra civile nel 2011. Le aspirazioni russe nel rivestire un ruolo importante nel Mediterraneo dell’est e nel medio oriente sono vive e vegete. Così si è offerta recentemente di ospitare colloqui di pace a Mosca ricevendo Khaled Khoja, il presidente del National Coalition for Syrian Revolution e le forze opponenti.

Arabia Saudita: l’attività diplomatica continua ad avere un profilo molto alto, il ministro degli esteri e della difesa da giugno si focalizzano sul trovare una posizione comune con la Russia. La sicurezza è cruciale e la Siria è terreno fertile di estremisti islamisti non graditi alla monarchia.

Giordania: la sicurezza delle sue frontiere è la sua preoccupazione maggiore. Rinforza la sorveglianza delle frontiere e si allea con gli Stati Uniti nella coalizione anti Stato Islamico.

Turchia: l’assillo di Erdogan, a parte le sue personali aspirazioni di leader regionale, è quello di prevenire la formazione di un Kurdistan nel nord della Siria e con la scusa di fermare lo Stato Islamico, una bomba a loro ed una ai curdi. Una cosa diversa però Ankara l’ha fatta: diminuire le relazioni con Israele. Sì perché Israele ultimamente ha avuto non pochi problemi con l’accordo sul nucleare. Continuano le relazioni commerciali certo, ma la diplomazia sembra essersi imbalsamata.

Israele: non gli è andato giù per niente l’accordo di Vienna, definendolo un errore storico, ripete che il più grande pericolo per Israele é l’arco strategico che si estende tra Teheran, Damasco e Beirut. Raid israeliani  bombardano un’importante via di rifornimento usata da Hezbollah  nelle montagne di Qalamon (area che include una serie di strade che Hezbollah usa per trasferire esseri umani e supporto logistico dentro e fuori dal territorio siriano). Ha bombardato poi 14 postazioni del regime siriano nella parte siriana delle alture del Golan tutto in risposta ad un bombardamento del regime in un villaggio del nord di Israele.

NATO:  con un annuncio a sorpresa del 16 agosto  in cui si dichiara che il dispiegamento dei Patriot finirà a gennaio 2016, si evidenzia un crescente vuoto, oserei dire, tra gli Stati Uniti e i suoi alleati che non è compensato dal recente accordo che consente che aerei americani possano decollare per missioni di combattimento dalla base di Incirlik in Turchia.

Sul tavolo di questo gioco c’è lo Stato Islamico e una serie di gruppi estremisti, piccoli e grandi che si muovono in questo vuoto di potere. Non fanno più notizia i bombardamenti al mercato di Douma di Assad, le foto dei bambini morti. Da poco qualcuno si è accorto che ci sono i profughi siriani e li accolgono perchè sono in fondo dei filantropi. La disgrazia di questo paese è essere un tavolo da gioco, un punto geopoliticamente importante dove il rumore delle armi e quello silenzioso, ma potente dei soldi, coprono il sangue, la miseria, la distruzione. E così Signori, fate il vostro gioco, rien ne va plus.