Marzo 28 2020

La propaganda cinese ai tempi del COVID-19

COVID-19

Il tasso di trasmissione del coronavirus all’interno della Cina continua a scendere, il governo cinese ha dichiarato la settimana scorsa che il picco del suo COVID – 19 è passato. Con l’epidemia a casa ampiamente sotto controllo, Pechino sta dirigendo la sua attenzione sui casi importati da viaggiatori infetti. Sta anche cercando di rimodellare la narrativa della pandemia che si è originata in Cina.

Wuhan, la città nella Cina centrale, epicentro dell’epidemia, rimane in isolamento. Le misure draconiane imposte in altre parti del Paese sono state gradualmente allentate. La Cina ha riportato solo un caso di trasmissione domestica del virus e 12 nuovi casi che coinvolgono viaggiatori dall’estero. Le autorità hanno risposto ampliando le regole della quarantena per gli arrivi dall’estero e scoraggiando i cittadini dal viaggiare verso Paesi colpiti dalla pandemia.

Le autorità cinesi hanno spostato la loro attenzione verso l’estero e così  anche la propaganda del Partito Comunista. In uno dei più vergognosi esempi, il portavoce del ministro degli esteri cinese ha scritto in un tweet che l’esercito americano potrebbe essere responsabile di aver portato l’epidemia a Wuhan.

COVID-19

 

Ha poi asserito che citare la Cina come origine del virus è “immorale e irresponsabile”. I commentatori cinesi accusano della diffusione (e origine) del coronavirus Stati esteri come il Giappone o l’Italia. Gli organi di stampa ed egualmente i funzionari cinesi si sono particolarmente impegnati a strombazzare il successo della risposta cinese alla crisi, offrendosi come un modello per il resto del mondo.

Sembra proprio che il governo cinese non accetti più che il virus si sia originato a Wuhan, anche se il presidente Xi Jinping aveva precedentemente pubblicamente riconosciuto ciò.

Sicuramente anche gli Stati Uniti hanno prodotto la loro ingente quantità di teorie di cospirazione. Il Senatore Tom Cotton, un repubblicano dell’Arkansas si è posto la domanda se l’epidemia fosse il risultato di un arma biologica cinese creata in maniera blanda. Recentemente il presidente Donald Trump si è riferito al COVID-19 come al “virus cinese” e il Segretario di Stato Mike Pompeo ha ripetuto a pappagallo il “Wuhan virus”.

La realtà è che l’epidemia poteva essere contenuta o interamente evitata se le autorità cinesi non avessero ignorato o soffocato gli avvertimenti di un “virus misterioso” a Wuhan che possono essere fatti risalire al novembre del 2019.

Sfortunatamente, un’intensificazione di battibecchi tra gli Stati Uniti e la Cina sulla libertà di stampa ostacolerà solo la diffusione di informazioni accurate fuori dalla Cina.

Le campagne di informazione, di propaganda, della Cina e degli Stati Uniti sono distinte, da considerare ed analizzare separatamente, in cui ognuno persegue obiettivi differenti e i interessi propri.

La Cina è impegnata in uno sforzo su molteplici fronti per riscrivere la storia ed emergere rafforzata dalla crisi globale. Le misure di isolamento draconiane a Wuhan e nella sua provincia vicina appaiono aver spento molta della capacità del virus di moltiplicarsi all’interno della popolazione cinese. I dati ufficiali mostrano solo nuovi casi con il contagocce, anche se il resto del mondo lotta con un enorme ondata di infezioni che travolgono gli ospedali.

Il palcoscenico per la Cina è pronto: mostrare un’aria trionfante e mettersi al lavoro sul confezionamento dei suoi messaggi di pubbliche relazioni sia per il consumo domestico che internazionale.

Il leader cinese, Xi Jinping, mira ad utilizzare la crisi del coronavirus per rafforzare la sua posizione personale nel proprio Paese, assieme alla presa al potere del Partito Comunista. Il messaggio di Xi alla popolazione cinese è che sono fortunati ad avere un leader così forte e saggio e un sistema unificato ed efficiente. Il suo messaggio al resto del mondo è che la Cina è il potere del futuro – il suo sistema vale la pena di essere emulato, chiaramente superiore all’alternativa democratica, specialmente quando Paesi dagli Stati Uniti all’Italia si inerpicano per gestire la pandemia, spesso con precarie leadership e con centinaia di milioni di persone che sopportano ordini di stare a casa.
È un messaggio che chiede una risposta dall’occidente. Solitamente, Washington sarebbe quello che ne articolerebbe una molto più robusta, ma ciò non sta avvenendo.
Trump invece lancia colpi di retorica a raffica contro la Cina durante i suoi discorsi giornalieri sul virus. Sarebbe un errore vedere questi commenti come una difesa della democrazia. L’insistenza di chiamare il COVID-19 “virus cinese” è uno sforzo di propaganda domestica con obiettivi puramente politici nell’anno di rielezione. Egli fa ricorso ad un nazionalismo fuori moda con aperture xenofobe, cercando di suscitare i sentimenti patriottici e proteggere sé stesso dalle conseguenze negative della sua risposta iniziale alla pandemia, disastrosa. Trump ha bisogno di radunare i suoi sostenitori e cercare di persuadere ognuno che lui sta dando ascolto agli esperti veri, reali. Trump è particolarmente disperato dal momento che le sue affermazioni per cui la sua amministrazione aveva tutto sotto controllo con il coronavirus si sono rivelate rovinosamente errate, proprio quando si prepara a salire in sella alla sua campagna di rielezione.

Trump, tuttavia, sta contrastando la propaganda cinese in un solo modo. Egli è corretto nel far notare che Pechino è stata lenta a dire al mondo che il virus era iniziato in Cina. Che poi Trump stia utilizzando questa circostanza per proteggere sé stesso da accuse di incompetenza non rende il fatto meno vero.

Quando la crisi terminerà, la Cina avrà ottenuto degli importanti guadagni in termini di influenza geopolitica rispetto all’occidente, a meno che l’occidente non risponda rapidamente e spieghi la disinformazione.

La storia che la Cina sta raccontando al mondo non è solo quella di dove il virus è iniziato. I suoi media controllati dal governo hanno dichiarato esplicitamente che il sistema cinese è superiore, notando come i partiti politici negli Stati Uniti hanno litigato su come rispondere, indicando altre carenze negli Stati Uniti e più in generale nell’occidente. Il messaggio non è solo di una competizione tra superpotenze, è anche di difesa dell’autoritarismo come sistema più adatto ad affrontare le crisi più grandi, significative.

Allo scopo di confezionare questa argomentazione, la Cina deve soffocare i fatti ben documentati sulla comparsa del virus e arginarli.  Le autorità di Pechino lavorano freneticamente per mantenere il misterioso contagio a Wuhan segreto. I dottori che hanno cercato di dirlo al mondo sono stati o detenuti o fatti tacere. Giornalisti sono “scomparsi”. Ai laboratori cinesi che conducono i test per esaminare il nuovo patogeno è stato ordinato di fermare i loro test e di distruggere i loro campioni.

In altre parole, sono precisamente le pratiche autoritarie della Cina che hanno permesso che un’epidemia a Wuhan diventasse una pandemia.

È anche un fatto, che altre democrazie, come il Sud Corea o Taiwan, hanno gestito il contenimento della loro propria epidemia di coronavirus senza le misure alle volte brutali intraprese in Cina.

La propaganda aggressiva della Cina sul coronavirus si svolge su diversi fronti. Vi sono espressioni ostentate, altamente pubblicizzate della generosità di Pechino verso Paesi che patiscono il peggio della pandemia – con aerei cinesi che forniscono bancali pieni di forniture mediche, diligentemente ed estensivamente diffuso dai media cinesi. Non è una coincidenza che anche la Russia si sia unita, cercando di vendere il suo presunto successo nell’impedire la diffusione del virus e inviando anche carichi di forniture mediche.
Come qualcuno ha notato, è bene vedere gli aerei russi fornire aiuti umanitari in Italia invece di sganciare bombe in Siria. Ma da dove venga l’aiuto, da Pechino o da Mosca, non vi è questione, che sebbene benvenuto, la sua intenzione non sia puramente umanitaria.

L’Europa, i suoi Stati membri, dovrebbero mettere da parte il loro risentimento per il rozzo modo con cui Trump ha gestito la pandemia, ignorando i suoi molti dispetti contro gli alleati, e smascherare la narrativa anti-occidentale di Pechino.

L’affermazione della Cina che Pechino ha svolto un lavoro ammirevole nell’affrontare il COVID-19, mentre le democrazie non sono attrezzate per affrontarlo è semplicemente una menzogna. L’epidemia si è diffusa precisamente perché Pechino ha risposto ad essa come un regime autoritario.

Nessuna quantità di aiuto cinese ai Paesi che adesso soffrono per la pandemia dovrebbe oscurare questa circostanza.

Settembre 8 2019

Se il mondo è incasinato è colpa di Trump?

colpa di Trump

In linea generale  tutti i Presidenti degli Stati Uniti finora hanno dovuto trovare un equilibro tra interessi in competizione ed assegnare una priorità agli obiettivi per ottenere i risultati desiderati.

Criticare le particolari priorità che il Presidente ha identificato e come esse sono perseguite fa parte del dibattito politico, è giusto così.

Un’altra cosa è quando si cerca sistematicamente di demolire i presidenti degli Stati Uniti in carica, in cattiva fede, giudicandoli (e condannandoli) per risultati o avvenimenti che non sono in grado di dettare. In questo modo il gioco che si persegue è quello di aumentare aspettative fuorvianti di un ruolo che forse non è quello che  gli Stati Uniti ricoprono nel mondo di oggi.

La verità è che il potere relativo degli Stati Uniti rispetto al resto del mondo, sebbene considerevole e duraturo, sta diminuendo, ed è così da un po’ di tempo.

I presidenti degli Stati Uniti possono ancora esercitare una considerevole influenza sul corso degli eventi, ma non sono più nella posizione di dettare i risultati (se mai lo siano stati).

Donald Trump si è insediato come Presidente degli Stati Uniti con poca se non alcuna comprensione delle fondamenta della politica estera degli Stati Uniti, e ha dimostrato poca volontà o capacità di istruirsi circa la complessità della gestione degli interessi globali americani.

Il suo fallimento di coordinare strategicamente i molti, disparati e spesso generalizzati fronti della sua agenda “America first”, assomiglia ad una comitiva che ruota attorno a sé stessa in maniera difensiva, che si spara addosso piuttosto che sparare all’esterno.

Gli Stati Uniti sono eccessivamente dilatati in termini di obblighi globali, particolarmente riguardo alle garanzie militari e di sicurezza che elargisce ai suoi alleati ricchi. Trump ha preferito politiche che impongono alti costi rispetto ai guadagni che cerca di realizzare.

Ci sembra del tutto inverosimile che la vasta gamma di tensioni e di conflitti che vi sono al giorno d’oggi, la politica del rischio calcolato, possano essere dovuti unicamente alla gestione catastrofica della politica estera americana o che la responsabilità risieda unicamente negli Stati Uniti. L’India ed il Pakistan sono perfettamente capaci di mantenere un conflitto vecchio di 70 anni sul Kashmir ad un alto stato d’allerta senza assistenza esterna. La politica cinese del “un Paese, due sistemi” che governa Hong Kong è insostenibile intrinsecamente ed è stata legata ad uno scontro per la sicurezza a causa della spavalderia di Pechino. E la lista potrebbe continuare.

Durante le ultime tre decadi, gli Stati Uniti hanno individuato una comoda e praticabile soluzione per gestire molti, se non tutti questi problemi: l’ordine internazionale liberale che è cresciuto dal blocco occidentale ed ha trionfato nella Guerra Fredda. Questo trionfo era però solo parziale in Cina e in altre parti dell’Asia dove i regimi comunisti hanno adottato delle caratteristiche di una economia capitalista ma non ideali liberali di governo, così come in parti centrali e a sud dell’Europa, dove le stesse dinamiche si sono manifestate negli anni recenti tra i governi post-comunisti.

Nel frattempo molti conflitti sopravvissuti alla Guerra Fredda, periodicamente riemergono per ricordarci che nessun ordine mondiale è così perfettamente egemonico da rendere lo scontro ed il conflitto obsoleto. La violazione da parte degli Stati Uniti delle regole del sistema che essi stessi hanno promosso, particolarmente con l’invasione in Iraq del 2003, hanno significativamente danneggiato sia l’ordine globale che il ruolo degli Stati Uniti in esso.

Nondimeno, l’ordine internazionale liberale ha ben funzionato nel piegare le tensioni che potevano condurre ad una guerra e contenere i conflitti dove emergevano. Gli Stati Uniti hanno chiaramente tratto beneficio dal sistema internazionale che hanno contribuito a costituire e sostenere per 70 anni.

Nel perseguire un approccio commerciale a somma zero nei confronti degli alleati e dei rivali, Trump ha “normalizzato” gli Stati Uniti in un modo che minerà la loro capacità di agire sia come giocatore che come arbitrio della politica globale.

Pur tuttavia, gli Stati Uniti di Donald Trump sono più un sintomo dell’ordine internazionale “sfilacciato” che un attore che impoverisce e aggrava il sistema globale.

Negli anni che verranno, vedremo più presidenti americani, ma anche cinesi, russi, indiani e altri leader che contribuiranno al disfacimento dell’ordine. La tendenza secolare sarà una di un declino del potere relativo degli Stati Uniti e della loro influenza e un panorama più competitivo per leadership regionali e globali.

Un mondo senza un gendarme, uno sbirro globale, anche se imperfetto, riluttante, inconsistente non lascerà blocchi, ostruzioni al proprio posto per evitare che crisi locali e conflitti si diffondano a livello regionale o anche globale.

Sarebbe un errore precipitarsi in conclusioni di ipotesi pessimistiche.

Ricordiamo che il sistema delle istituzioni internazionali di oggi, le convenzioni e le norme che governano il comportamento degli Stati, in parte, è cresciuto da campagne costruite ad hoc per portare avanti specifiche cause umanitarie, come il divieto dell’uso delle armi chimiche e la regolamentazione del trattamento dei combattenti e dei civili in guerra.

Cosa voglia dire un mondo post-Stati Uniti per gli Stati Uniti non è certo. La Gran Bretagna e l’Austria una volta si sono sedute sulla cima di imperi, così come la Russia, la Turchia e l’India. A quale di esse assomiglieranno gli Stati Uniti dipenderà da come gestiranno il loro declino. Che questo genere di riflessioni non trovino spazio in dibattiti politici imparziali è comprensibile. Posporre una così necessaria discussione, potrebbe avere, potenzialmente delle conseguenze rischiose.

Luglio 21 2019

Il rischioso gioco degli Stati Uniti in Albania

Albania

Qualche giorno fa il consulente giuridico di Donald Trump, Rudy Giuliani, ha partecipato all’incontro annuale del controverso gruppo di opposizione iraniano in Albania.

Ciò dovrebbe far preoccupare se non altro per la fragile e instabile democrazia albanese.

Se l’Albania venisse coinvolta in uno dei conflitti geopolitici più pericolosi al giorno d’oggi, quello che contrappone l’Iran agli Stati Uniti, Arabia Saudita ed altri Stati del Golfo, la tempistica non potrebbe essere la peggiore, visto che il Paese è nel bel mezzo di una dichiarata crisi politica che in alcune occasioni è diventata violenta ed il cui risultato non è ancora chiaro.

Membro della NATO, l’Albania sta anche cercando da anni, senza successo, di entrare nell’Unione Europea; gli odierni disordini allontanano ancora di più tale obiettivo. A peggiorare la situazione è che la circostanza per cui la conflittualità interna ha trasformato l’Albania in un obiettivo invitante per attori maligni che cercano di trarre vantaggi da una nazione distratta e divisa.

Il MEK

Giuliani, assieme ad altre prominenti figure, incluso l’ex senatore americano Joe Lieberman e il conservatore inglese Matthew Offord, hanno dunque partecipato alla conferenza “Free Iran” del gruppo conosciuto  come Organizzazione del popolo mujahedin dell’Iran e Mujahedin-e Khalq ovvero MEK. Gruppo ambiguo impegnato nel rovesciamento del regime teocratico iraniano, il MEK spesso è descritto come un culto e utilizzato per essere classificato dal Dipartimento di Stato americano come un’organizzazione terrorista.

Al momento i sostenitori principali del MEK lavorano per Trump e la sua amministrazione, collocando l’Albania nel bel mezzo del dossier iraniano. Forse il più grande sostenitore del MEK è John Bolton il consulente di sicurezza nazionale di Trump, il quale desidera che il MEK governi l’Iran.

Il MEK ha una storia strana e controversa. Esso è emerso come organizzazione marxista- islamista e milizia in Iran negli anni 1960 ed era devotamente anti-americano. Uccide i membri della polizia dello Scià e riveste un ruolo chiave nella sua caduta durante gli anni della rivoluzione del 1979. Tuttavia a seguito di aspre discussioni con le nuove autorità islamiche al potere viene esiliato dal Paese agli inizi degli anni 1980. Quando l’Iraq di Saddam Hussein entra in guerra contro l’Iran, il MEK – adesso opposto fervidamente alla Repubblica islamica dell’Iran – si schiera a fianco di Baghdad e finisce per costruire una base di operazioni in Iraq vicino alla frontiera con l’Iran, da cui conduce attacchi all’interno dell’Iran.

Quando le forze americane invadono l’Iraq e depongono Saddam nel 2003 il gruppo era ancora nel Paese; all’aumento vertiginoso del caos, gli agenti iraniani iniziano ad avere come obiettivo il MEK.

Obama e l’accordo per ricollocare i membri del MEK in Albania

L’amministrazione Obama rimuove l’organizzazione dalla lista di gruppi terroristi del Dipartimento di Stato nel 2012 e dopo una lunga e dispendiosa campagna di lobby a Washington da parte del MEK e dei suoi simpatizzanti, si conclude un accordo per ricollocare alcuni dei 3000 membri del MEK in Albania, un Paese entusiasta di mantenere forti legami con gli Stati Uniti.

Da quando si trasferisce in Albania, il MEK riceve minore attenzione internazionale, ma tutto cambia con l’amministrazione Trump. Figure chiavi di tale amministrazione sostengono il gruppo, alcuni come donatori, altri per convinzioni ideologiche: Bolton e Giuliani, in particolare, hanno promosso il gruppo come legittimo governo in esilio che dovrà sostituire la Repubblica islamica, anche se questo gruppo all’interno dell’Iran gode di poco sostegno.

I riflettori dell’amministrazione Trump puntati sul MEK senza dubbio attirano l’attenzione di Teheran come momento politico pericoloso in Albania.

La crisi politica in Albania

Il governo albanese è piombato nella crisi agli inizi di quest’anno quando i partiti di opposizione si sono ritirati dal Parlamento e hanno chiesto le dimissioni del Primo Ministro Edi Rama, accusandolo di corruzione, di manovre elettorali e di legami con il crimine organizzato.
La corruzione è endemica in Albania dalla fine del governo comunista, ma Rama gode del sostegno degli Stati Uniti e di molti Stati dell’Unione Europea.

La crescita della visibilità del MEK nel quadro della contrapposizione tra Trump e l’Iran potrebbe rendere l’Albania più vulnerabile che mai ad intromissioni esterne.

Le tensioni a Tirana si sono verificate lo scorso mese, dopo che un giornale tedesco, il Bild, pubblica delle conversazioni, parte di intercettazioni disposte dai magistrati che indicano che Rama ed il partito socialista  tramano con i gruppi criminali per manipolare le elezioni nel 2016. Sia Rama che il suo partito negano tali fatti. Tuttavia i suoi oppositori scendono in strada e ne derivano dei feroci scontri con i manifestanti che lanciano le bottiglie molotov e la polizia che risponde con i cannoni ad acqua.

La situazione si deteriora ulteriormente quando l’opposizione dichiara che avrebbe boicottato le elezioni comunali di giugno. Il Presidente Ilir Meta annuncia che avrebbe cancellato il voto riprogrammandolo per ottobre, affermando che senza l’opposizione le elezioni non sarebbero state democratiche.
Il partito di Rama, invece si rifiuta di accettare la mossa del Presidente e asserisce che avrebbe iniziato le procedure di messa in stato d’accusa del Presidente. Quindi si è proceduto con il voto. La partecipazione elettorale si rivela essere minima. Mentre i vincitori delle elezioni sono pronti a prendere il loro posto, alcuni sindaci uscenti si rifiutano di lasciare il loro ufficio.

La scena politica albanese rimane turbolenta, carica di tensione e di teorie di cospirazione. Meta accusa Rama di essere uno strumento del “deep State” (un termine che si riferisce ad una sorta di Stato ombra) e che lavora assieme al filantropo miliardario George Soros per destabilizzare l’Albania e ristabilire una dittatura che includa il Kosovo.

In questo scenario tuttavia vi è una scadenza incombente per l’Albania: ad ottobre il Consiglio Europeo prenderà la decisione in merito all’inizio formale dei colloqui di adesione con l’Albania.

Gli scontri urbani, gli insulti e le teorie di cospirazione sembrano essere a sostegno della visione degli scettici per cui  la democrazia albanese non è matura o abbastanza stabile per entrare nell’Unione Europea.

Se questo non fosse grave abbastanza, le complicazioni con l’Iran potrebbero fermentare nell’area della campagna albanese dove si trova il MEK, accrescendo i rischi di interferenza iraniana.

L’Iran registra un ben noto record nello scovare e assassinare dissidenti nel Medio Oriente e in Europa.

L’obiettivo del MEK resta il rovesciamento del regime iraniano, sebbene ora asserisca di aver rinunciato alla violenza.

Il potenziale per una nuova crisi in Europa e all’interno della NATO, con al centro l’Albania, è molto reale.

Luglio 13 2019

La strategia dell’Iran: uno Stato che si comporta come un insorto

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Negli ultimi mesi l’Iran ha innalzato ad un livello pericoloso le tensioni  con gli Stati Uniti abbattendo un drone di ricognizione sul Golfo dell’Oman, lanciando, apparentemente, una serie di attacchi a petroliere nel Golfo persiano ed annunciando che interromperà l’adempimento di alcune delle condizioni stabilite nel trattato multilaterale del 2015 sul nucleare, accordo che peraltro il presidente Donald Trump ha precedentemente abbandonato.

 

La rischiosa strategia nazionale iraniana assume un perfetto senso se viene vista come una forma di insurrezione, di rivolta.

L’insurrezione è spesso vista come una serie di azioni che compiono dei ribelli all’interno di un Paese con lo scopo di combattere il governo al potere o un esercito occupante. In realtà essa è un tipo di strategia utilizzata da una varietà di organizzazioni politiche, ed anche nazioni disperate e solitamente deboli.

L’insurrezione comporta la violenza – con forme spesso irregolari come attacchi di guerriglia, assassini, terrorismo, ma non equivale ad intraprendere una guerra convenzionale. L’azione armata è principalmente utilizzata per i suoi effetti psicologici, per dimostrare la forza del movimento insurrezionale e l’inettitudine di coloro che sono al potere.

Un trucco standard degli insorti è quello di utilizzare la violenza per provocare una reazione esagerata.

Gli insorti compiono qualcosa di drammatico: un grande attacco terroristico, un raid in una struttura della polizia o militare, l’assassinio di un alto funzionario governativo, sperando che le autorità al potere li attaccheranno. L’idea è che tale tipo di contro-attacco potrebbe danneggiare gli insorti nel breve periodo, ma fondamentalmente si rivelerà controproducente per chi lo compie se tale contro-attaccp condurrà a grandi perdite di vite o altre ritorsioni nei confronti dei civili. Il popolo quindi si rivolterà contro il governo e diventerà più empatico nei confronti degli insorti.

Ciò è esattamente quello che l’Iran sta facendo a livello strategico nazionale. Attacca non perché ritiene che possa sconfiggere o intimidire gli Stati Uniti, ma perché spera che l’America reagisca. La ritorsione di Washington aiuterebbe il regime iraniano a dipingere se stesso come una vittima dell’aggressione americana, mettendo a tacere il robusto malcontento interno, mentre ottiene compassione a livello internazionale.

Gli insorti spesso rivendicano di essere sia delle vittime che degli oppositori di un sistema di potere ingiusto che loro stanno combattendo allo scopo di cambiarlo. L’Iran non sta facendo nulla di diverso: dipinge il potere americano nel Medio Oriente come l’ultima forma di imperialismo nella Regione.
Il regime iraniano, come gli insorti in ogni parte del mondo, sta giocando il lungo gioco, cercando di alimentare un costante tumulto, ma evitando una guerra aperta con gli Stati Uniti che perderebbe. Gli insorti riconoscono sempre di poter sopravvivere: alla fine la situazione muterà a loro favore.

Allo stesso tempo, la pressione economica sul regime in ragione delle rinnovate sanzioni americane, parte della campagna di Trump denominata “massima pressione” ha aumentato il rischio di tolleranza di Teheran stesso, conducendolo ad azioni tipo l’abbattimento del drone di sorveglianza americano.

Il regime iraniano vede se stesso in un grave pericolo.

Se dunque l’Iran ha adottato la tattica dell’insurrezione come strategia di sicurezza nazionale, come dovrebbero rispondere gli Stati Uniti?

L’approccio americano alla contro-insurrezione è basato essenzialmente sull’assistenza al partner locale fino al punto in cui può affrontare gli insorti da solo. Tuttavia gli oppositori dell’Iran nel Medio Oriente non sono affatto deboli. Israele, Arabia Saudita e le più piccole nazioni del Golfo sono armate fino ai denti e perfettamente in grado di prevenire un’egemonia iraniana regionale da soli. Pur tuttavia fino ad ora sono stati capaci di convincere gli Stati Uniti a farlo a posto loro.

La classica “contro-insurrezione” non è una strategia efficace perché l’Iran ha ancora accesso alle risorse e al sostegno esterno, malgrado le sanzioni americane. Gli sforzi degli Stati Uniti di tagliare completamente fuori Teheran dai mercati petroliferi mondiali e dal mercato globale armi difficilmente porteranno frutto, almeno fino a quando la Russia, la Cina e l’India – tutte meno ossessionate dalle minacce poste dall’Iran piuttosto che da quelle degli Stati Uniti – si rifiuteranno di stare al gioco.

La contro-insurrezione spesso fallisce quando gli insorti hanno accesso alle armi o ad altre risorse dall’esterno.

La classica contro-insurrezione è fondata sul porre fine al controllo degli insorti su parti di un Paese così che il governo nazionale può prendersene carico. Tuttavia anche se gli Stati Uniti potessero causare il collasso del regime iraniano, non vi è nulla per rimpiazzarlo.

Coloro che desiderano a gran voce il collasso dell’Iran sembrano aver dimenticato troppo rapidamente le lezioni dell’Iraq. Il risultato più probabile sarebbe una guerra civile massiccia e disastrosa significativamente più pericolosa rispetto alle azioni  dell’odierno regime.

La storia ci suggerisce che i movimenti politici o le nazioni che adottano la strategia dell’ “insorto” lo fanno solo per disperazione, perché essi sono troppo deboli per portare avanti i loro interessi in altri modi. Ed è proprio questa la situazione dell’Iran: il regime percepisce se stesso in grave pericolo, una visione che sembra essere confermata dalle precedenti azioni americane e dall’attuale politica dell’amministrazione Trump.

Sebbene Teheran preferirebbe mettere in sicurezza il proprio regime attraverso lo strumento militare convenzionale o attraverso il potere nucleare, non potendo allontanare gli Stati Uniti dal Medio Oriente in questi modi, continuerà con l’unica strategia disponibile: l’insurrezione regionale.

 

Febbraio 20 2019

La cultura strategica degli Stati Uniti

cultura strategica

Guardando Paesi come l’Afghanistan o la Siria ci si potrebbe porre questa domanda: “come mai gli Stati Uniti sono intrappolati in questi conflitti o in situazioni di estrema fragilità statale e non solo non hanno alcune idee significative in proposito, ma neanche una visione chiara su come modificare l’approccio esistente?

La cultura strategica

Una cultura strategica riflette il modo in cui una nazione si vede e identifica se stessa, particolarmente come definisce i suoi interessi, le sue priorità e le minacce più pressanti, come preferisce utilizzare i suoi elementi di potere nazionale – che sia la “soft power” come la diplomazia e l’influenza economica oppure il “potere militare forte”. Una cultura strategica quasi sempre riflette una cultura nazionale più ampia. Essa è, in un certo senso, la personalità di una nazione quando affronta il mondo esterno. In questo modo essa è sia un piano d’azione, che una strada chiusa, che, contemporaneamente chiarisce e limita le opzioni disponibili per i leader politici e militari.

La cultura strategica americana ha ineluttabilmente portato alla palude dell’Afghanistan e della Siria, in parte spingendo gli Stati Uniti verso un obiettivo semplicistico e che ha come punto centrale la componente militare.

Gli americani preferiscono le soluzioni militari a problemi complessi perché l’ambito militare è quello in cui gli Stati Uniti sono chiaramente superiori a qualsiasi avversario e perché le forze armate sembrano offrire il potenziale per risultati evidenti. Gli americani trattano le sfide complesse come “guerra” non perché sia il miglior approccio, ma perché sono bravi in guerra. In virtù di ciò porre lo strumento militare al centro è diventato parte integrante della cultura strategica americana.

Tuttavia, come ci mostrano i casi dell’Afghanistan e della Siria, i conflitti complessi sono quasi mai risolvibili attraverso l’impiego di forza armata limitata e, infatti, potrebbero essere per nulla risolvibili nelle circostanze che vi sono al giorno d’oggi.

Piuttosto che ammettere o accettare ciò, gli americani tendono a credere che se Washington persegue abbastanza a lungo una strategia al cui centro vi è lo strumento militare, essa alla fine funzionerà.

L’idea che gli Stati Uniti perdano quando si arrendono troppo presto ha inciso profondamente nella psiche collettiva americana.

La cultura strategica americana è anche permeata da un’ampia dose di massimalismo. Gli americani preferiscono sempre il meglio e il più grande, dalle case dove vivono, i pasti che mangiano, i veicoli che guidano. Nella strategia di sicurezza questo si manifesta come ricerca di risultati chiari e decisivi (grandi sforzi e grandi vittorie).

Spesso il massimalismo degli obiettivi strategici americani causa l’espansione di essi in un conflitto protratto. Allo scopo di chiarire questo passaggio prendiamo il caso dell’Afghanistan. Gli obiettivi originari degli Stati Uniti erano quelli di rovesciare i Talebani dal potere perché avevano fornito una base operativa ad Al Qaeda e di impedire che l’Afghanistan diventasse una sorta di rifugio per i terroristi transnazionali. L’obiettivo strategico americano è diventato quindi il controllo dell’intero Paese da parte di un governo democratico sostenuto dagli Stati Uniti; esso resta lo stesso obiettivo degli Stati Uniti oggi.

Prendiamo in considerazione l’altro caso: la Siria. L’obiettivo originario era di impedire che lo Stato Islamico creasse il suo Califfato il cui territorio sarebbe stato la base per il terrorismo transnazionale. Ora, l’obiettivo degli Stati Uniti è sì quello di eliminare in maniera definitiva lo Stato Islamico come organizzazione, ma anche quello di estirpare l’ideologia che lo alimenta, e per buona misura, limitare l’influenza iraniana nella Regione.

L’ironia sta nel fatto che sebbene gli Stati Uniti non possano e non siano neppure in grado di stabilizzare ogni luogo su questa terra, molti leader politici e anche diversi esperti di sicurezza, chiedano proprio a loro di fare ciò in Siria, ma non perché lo Stato islamico o l’Iran pongano una minaccia diretta agli Stati Uniti, ma semplicemente perché l’IS è un’organizzazione orribile e l’Iran un regime altrettanto orrendo.

Per anni, questa strategia massimalista, al cui centro vi era lo strumento militare è stata, virtualmente, incontrastata a Washington. Ora, essa viene posta in discussione e la motivazione per cui ciò avviene deriva proprio dalle situazioni, oramai diventate paludi, dell’Afghanistan e della Siria.

Modificare una tale strategia non è certo facile. Non è semplicemente una questione di abbandono di politiche massimaliste o incentrate sullo strumento militare, in favore di altri, differenti, mezzi.

Gli Stati Uniti, prima di sviluppare una strategia di moderazione, necessitano di una cultura strategica di limitazione che bilanci, attentamente, i costi e i rischi dell’utilizzo della proiezione di potenza nazionale. Gli americani devono prepararsi ad accettare che si possano raggiungere risultati tollerabili piuttosto che ottimali, ma i decisori politici degli Stati Uniti dovranno riconoscere, inevitabilmente, che la potenza della nazione che guidano contiene in sé dei limiti.

 

Gennaio 8 2019

La competizione tra Stati Uniti e Cina si amplierà nel 2019

competizione Stati Uniti e CIna

Alla domanda: “Qual è, nella politica internazionale, la sfida più importante che si pone in questo nuovo anno?”, la risposta è abbastanza facile: l’intensificazione della competizione tra Stati Uniti e Cina. Tuttavia vi è una sottile, ma drammatica prova a cui il sistema delle relazioni internazionali è sottoposto: il rapido deterioramento del quadro di controllo delle armi nucleari.

Gli Stati Uniti e la Cina sono in rotta di collisione nel sistema multilaterale dall’inizio dell’amministrazione Trump. Il Presidente degli Stati Uniti e i suoi consulenti sembrano condividere due percezioni basilari a proposito della politica internazionale. La prima è che la Cina è un competitore strategico ed economico totale che deve essere contrastato. La seconda è che le organizzazioni internazionali e la legislazione internazionale sono per natura faziosi  nei confronti degli Stati Uniti e che c’è bisogno di tornare al passato o solamente ignorare le regole internazionali.
Non sorprende il fatto che funzionari americani di più alto livello abbiano ora unito questi due presunti problemi in un’unica ipotesi di lavoro: “la Cina sta utilizzando il sistema multilaterale per superare in astuzia gli Stati Uniti“.

Dunque, Washington mira a respingere Pechino su molti fronti, dalla proiezione di potenza nel Mare del Sud della Cina, allo sviluppo di intelligenza artificiale. La priorità numero uno è limitare la crescente influenza cinese negli organismi multilaterali.

Non vi è dubbio che, ultimamente, la Cina abbia acquisito molta influenza negli organismi multilaterali. Ironicamente una delle ragioni per cui Pechino ha aumentato la sua sfera d’influenza è l’allontanamento dell’amministrazione Trump da ampie porzioni del sistema delle Nazioni Unite; ciò ha creato lo spazio politico in cui la Cina, scaltramente, si è posizionata.

Sebbene i politici cinesi insistano nel non aver alcun desiderio di usurpare il ruolo degli Stati Uniti come leader globale, se Washington cercasse di minare la posizione raggiunta a livello multilaterale dalla Cina, lo scontro diplomatico che ne risulterebbe potrebbe paralizzare la cooperazione internazionale in ogni settore: dall’arbitrato sul commercio, alla gestione di scenari complessi come quello del Sud Sudan.

Il controllo delle armi nucleari mette a repentaglio l’architettura della sicurezza internazionale

Le tensioni sulle armi nucleari tra gli Stati Uniti, la Russia e le altre Potenze mettono a repentaglio molta dell’architettura di sicurezza internazionale. Gli Stati Uniti recederanno presto dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) per presunte violazioni da parte dei russi. Mentre Mosca respinge queste accuse, entrambe le parti sono occupate nell’ammodernamento dei loro arsenali nucleari.

Una competizione bilaterale questa in cui vi sono molte frizioni su come affrontare, attraverso meccanismi multilaterali, le sfide poste dalla proliferazione nucleare sia da parte della Corea del Nord che da parte dell’Iran. Cina e Russia non sono convinte della necessità di mantenere il pieno regime sanzionatorio previsto dalle Nazioni Unite per la Corea del Nord.

Lo sgretolamento  dell’accordo con l’Iran sul nucleare, durante l’amministrazione Trump, potrebbe accrescere lo spettro del ritorno di Teheran al suo programma nucleare, allontanando ulteriormente gli Stati Uniti e le altre Grandi Potenze sulle modalità di risposta a tale possibilità.
Se i colloqui sul nucleare con la Corea del Nord, che spesso appaiono bizzarri, implodessero, l’amministrazione Trump potrebbe sfidare la Cina e altri giocatori a punire ulteriormente Pyongyang.

Non è trascurabile la circostanza per cui sarebbe abbastanza difficile che gli Stati Uniti redigano un accordo con la Russia sulla guerra nell’est dell’Ucraina, se le tensioni sul nucleare aumentassero, per non parlare di raggiungere un accordo decisivo e finale sul futuro della Siria con l’Iran e la Russia.

Sono più importanti, nel quadro del sistema internazionale, le rivalità locali, i conflitti che si generano per la percezione che un determinato gruppo ha di aver subito dei torti nei confronti di un altro gruppo, rispetto a quella che può essere la visione d’insieme di Washington o Pechino.

L’esistenza permanente di un sistema multilaterale che è in grado di impegnarsi efficacemente in crisi come quelle sopra menzionate, dipende necessariamente dall’accordo, almeno sulle forme basilari, di cooperazione e dalla fissazione di regole, tra le Grandi Potenze all’interno del sistema internazionale.

In questo inizio d’anno vi sono dei segnali preoccupanti che indicano che sia gli Stati Uniti che i loro rivali non vedano più nello stesso modo le regole del sistema multilaterale.

 

Giugno 25 2018

Se Donald Trump avesse chiaro cosa è la politica commerciale

politica commerciale

La strategia commerciale di Trump è difficile da determinare, sembra cambiare a seconda di quale consulente sia a lavoro e quale sia stato licenziato su base quotidiana. Pur sembrando incoerente, vi sono dei temi comuni. Sfortunatamente, questi temi sono basati su un’errata comprensione del funzionamento della politica commerciale.

Ci sembra utile chiarire tre realtà fondamentali sulla politica commerciale che Trump non sembra afferrare.

La prima: la politica commerciale non può, tranne che a un costo molto alto, annullare forze macroeconomiche ampie che determinano la crescita, la creazione di lavoro e l’equilibrio commerciale.

Secondo, conseguente a quanto appena detto, la politica commerciare è fondamentalmente redistributiva nei suoi effetti.

Terzo, la politica commerciale è molto più complicata oggi perché i moderni processi di produzione sono globalmente frammentati.

Trump è persuaso che i grandi deficit commerciali – bilaterali e complessivi – suggeriscono che gli Stati Uniti siano stati dei perdenti nelle passate negoziazioni commerciali. Infatti, non importa quanto brillanti siano i negoziatori statunitensi, le politiche commerciali hanno poco se alcuno impatto sugli equilibri di commercio.

I relativamente grandi deficit commerciali degli Stati Uniti sono il risultato del semplice fatto che gli americani consumano molto e risparmiano molto poco.

Essi compongono la differenza importando beni dal resto del mondo. Inoltre, i grandi tagli alle tasse e l’incremento della spesa che Trump ha spinto il Congresso ad adottare, presumibilmente renderanno le cose peggiori aumentando il divario tra i risparmi ed i consumi.

Le politiche economiche domestiche dell’amministrazione Trump contribuiranno a più alti deficit commerciali, non importa quali accordi di commercio negozierà. Imponendo nuove tariffe o altre barriere al commercio non aiuterà.

Nell’economia del commercio vi è la simmetria di Lerner: una tassa sulle importazioni funziona come un equivalente tassa sull’esportazione. Le barriere commerciali aumentano i costi per i consumatori delle importazioni e tendono a spingere verso l’alto la pressione sul tasso di cambio. Il risultato è che le esportazioni diventano meno competitive e tendono a scendere assieme alle importazioni.

Uno degli obiettivi di Trump è mettere in salvo o creare lavori, specialmente nel settore manifatturiero. Tuttavia, in realtà, i cambiamenti nella politica commerciale non riguardano il numero complessivo di lavori nell’economia. Piuttosto, il commercio sposta i lavori da settori protetti ad altri, di solito settori più competitivi dell’economia. Perciò, come è stato ripetutamente sostenuto quando l’amministrazione Trump ha imposto le tariffe sull’acciaio e l’alluminio in primavera, ci potrebbe essere un numero relativamente piccolo di nuovi lavori creati in questi settori. Ma molti di più, con molta probabilità, saranno perduti nelle industrie che utilizzano l’acciaio e l’alluminio perché i costi di queste imprese saliranno. Similmente, con un prodotto finale, come le automobili, i lavori verranno persi in altri settori, perché dover pagare un prezzo più alto per le automobili significherebbe che le persone avranno meno da spendere in altri beni.

La politica commerciale è essenzialmente redistributiva.

Trump utilizza il protezionismo per favorire le industrie domestiche rispetto a quelle straniere. Il protezionismo favorisce anche i produttori rispetto ai consumatori all’interno degli Stati Uniti; ed inoltre incoraggia il lavoro ed il capitale a spostarsi in settori più favorevoli e verso imprese di solito più efficienti. Ciò impone dei costi netti sull’economia nel complesso.

Trump sembra ignorare come i moderni processi di produzione per la maggior parte di beni manifatturieri funzionano, ovvero come essi interagiscano con accordi di commercio come l’Accordo North American Free Trade o il NAFTA. Con costi di spedizione più bassi e con migliori tecnologie di informazione e telecomunicazioni, le imprese multinazionali ottengono input da qualsiasi parte esse possono trovare la qualità e altre caratteristiche di cui hanno bisogno al prezzo più basso possibile – e poi assemblare il prodotto finale quando soddisfano questi stessi criteri.

Interrompere questi processi di produzione con barriere commerciali, di nuovo, aumenta i costi per i produttori americani e li rende globalmente meno competitivi. Accordi di commercio regionali come il NAFTA, dall’altra parte, permettono a questi processi di produzione di svilupparsi attraverso le frontiere abbassando ulteriormente i costi di trasporto e fornendo un margine competitivo per i produttori all’interno di un accordo.

Le tariffe su 36 miliardi di dollari in importazioni dalla Cina che l’amministrazione Trump ha annunciato saranno effettive il 6 luglio 2018 illustrano come la politica più dell’analisi economica sembra guidare la politica commerciale dell’amministrazione Trump. Tale azione (sezione 301 del Trade Act del 1974) correttamente mira a indurre la Cina a cambiare le politiche che favoriscono le sue imprese rispetto a quelle degli Stati Uniti e altri competitori, ma presumibilmente mancherà il bersaglio. Allo scopo di mitigare l’impatto sui consumatori, la lista degli obiettivi delle tariffe esclude l’abbigliamento, le calzature i telefoni cellulari e altri prodotti elettronici che sono chiave delle esportazioni cinesi. Ciò non eliminerà i costi ai consumatori, li renderà solo meno visibili. I lavoratori negli stabilimenti che utilizzano quelle importazioni soffriranno anche perché le imprese che li impiegano manipoleranno i loro processi di distribuzione per trovare fonti alternative. Anche se riusciranno a gestire ciò, i loro costi inevitabilmente saliranno e la competitività americana ne soffrirà. Oltretutto la Cina ha immediatamente annunciato che contrattaccherà imponendo delle tariffe su un simile ammontaredelle esportazioni americane.

La politica commerciale non può ridurre in maniera significativa i deficit commerciali e aumentare la protezione commerciale attraverso tariffe che non possono creare lavori in alcuni settori senza distruggerli in altri.

Marzo 18 2018

Trump è un’anomalia o la nuova normalità nelle relazioni internazionali?

Trump

La politica estera e di sicurezza nazionale degli Stati Uniti ha seguito una strada peculiare. Malgrado le molteplici differenze tra Repubblicani e Democratici, vi era un profondo accordo sull’obiettivo generale e sulla logica strategica americana. Inoltre, la maggior parte dei leader politici e di coloro che influenzano l’opinione pubblica ritengono che per preservare l’ordine globale si debbano coltivare alleanze e si debba necessariamente lavorare assieme ad alleati e partner e che sia proprio questa la migliore strada per far avanzare gli interessi nazionali americani. A ciò si aggiungeva un accordo implicito che questa strada doveva essere percorsa e attuata attraverso un quadro di politica estera e di sicurezza nazionale guidato da leader eletti che avessero sviluppato una certa competenza sulle complessità del mondo e sull’arte di governare.
L’influenza era qualcosa che si guadagnava nel corso del tempo e pagando i propri conti. Per quanto possibile, gli accordi bipartisan erano la forma che assumevano le fondamenta dell’arte di governare.

Donald Trump adotta un’altra via

Sebbene la Strategia di Sicurezza Nazionale che ha pubblicato recentemente rifletta la tradizione e sottolinei l’importanza delle alleanze strategiche dell’America (vecchie e nuove) Trump ha fatto meno per coltivarle rispetto ai presidenti americani dagli anni 1920. La strategia di Trump è di punire o minacciare gli avversari di “seconda fascia” – Iran, Corea del Nord e IS – mentre ignora l’assertività o la palese aggressione da grandi potenze ostili.

Questa è un’ anomalia o la nuova normalità?

Molti commentatori asseriscono che Trump sia un’anomalia, titubante nella sua presidenza solo a causa delle imperfezioni profonde tra i suoi oppositori che ha affrontato nelle primarie repubblicane e più tardi nelle elezioni del 2016. Secondo questa linea di pensiero, dopo che lascerà l’incarico, le cose torneranno nel modo in cui erano.

Tutto questo potrebbe essere sbagliato.

Donald Trump ha compreso, nel senso vero e reale, lo spirito politico del tempo meglio dei suoi oppositori politici. Questo è particolarmente vero nel suo approccio alla politica estera e di sicurezza: un regno dove, malgrado la potenza espansiva, la prosperità e l’influenza degli Stati Uniti, la maggior parte del pubblico vede fallimento.
L’approccio di Trump dimostra la sua appassionata presa allo spirito del tempo.

Piuttosto che affidarsi all’esperienza e al bipartisan per raggiungere una posizione condivisa, che è poi spiegata al pubblico dai media eminenti che sono essi stessi composti da personale esperto, Trump sfrutta l’infatuazione americana per la celebrità. La sua politica estera e di sicurezza non è il frutto di consigli di esperti o potenti o la riflessione di un consenso costruito attentamente.
Essa è quello che il Presidente stesso considera importante ogni per giorno. Questa politica estera e di sicurezza nazionale si attorciglia e vacilla, ma ha una costante: è spiegata in un modo piacevole attraverso temi che trovano il favore della base politica di Trump: vincere e perdere, essere giusti e non essere giusti. Raramente è menzionato l’interesse nazionale dal momento che non è nella linea degli applausi.
Trump potrebbe essere il precursore di nuovi leader che afferrano anche il momento corrente, ma sono molto più competenti e non hanno il bagaglio etico e personale di Trump.
Tuttavia Trump non ha adottato tale approccio esclusivamente in ragione della sua personale ossessione per la celebrità. Piuttosto lui sta sfruttando lo spirito del tempo, ossessionato con la celebrità, dove il contenuto dei messaggi conta meno del loro valore di intrattenimento.

Trump capitalizza la sottovalutazione della competenza e il declino dell’autorità, imbrigliando una specie di populismo rozzo alimentato da internet, da programmi radiofonici e da dibattiti televisivi. Tutto questo eleva la celebrità sulla competenza e ha reso il contenuto della politica meno importante rispetto a chi l’ha confezionato.

Le stesse forze hanno distrutto il centro politico, guidando il discorso verso l’ iper-partisan e rendendo il consenso o il compromesso elusivi.
Trump riconosce anche che una porzione considerevole del pubblico crede che quello che essi stessi definiscono come cultura americana sia sotto attacco. In parte, ciò è influenzato da ondate di immigrazione da parti del mondo poco-sviluppate o da zone colpite da conflitti; e dall’altra parte da una crescente diversità culturale, raziale, etnica e religiosa degli Stati Uniti, che ha amplificato le paure tra la classe bianca industriale delle tute blu che hanno, negli anni recenti, perso il lavoro e i mezzi di sostentamento con profondi spostamenti economici e tecnologi. Per molti membri di questo gruppo, le loro sofferenze economiche sono connesse con i movimenti culturali che si manifestano nella diversità e attraverso l’immigrazione. Trump ha compreso ciò e l’ha sfruttato, orientando il cambiamento culturale e l’immigrazione in temi di sicurezza nazionale, dal suo muro di frontiera al divieto di entrare negli Stati Uniti.
Trump, da solo, non ha creato questo culto della celebrità, l’era di iper-partisan, o il senso di frustrazione di una cultura sotto attacco. Ma ha capitalizzato su tutto questo, sviluppando uno stile di leadership che riflette tutto questo. Ciò ci suggerisce che Trump non è, in effetti, un’aberrazione.
L’immigrazione e la migrazione potrebbero essere istituzionalizzate come temi centrali di sicurezza. Preservare la cultura nazionale – i termini di cui saranno fortemente dibattuti – potrebbero diventare più importanti che gli interessi nazionali nel senso tradizionale. La scissione chiave che guida la politica estera e di sicurezza potrebbe non essere più l’ideologia o le sfide all’ordine mondiale – condotto dagli Stati Uniti – provenienti dalla Cina e dalla Russia. Invece, esso potrebbe essere la divisione creata da nazioni avanzate che cercano di preservare la loro prosperità e cultura erigendo esse stesse un muro e tagliandosi fuori dal resto del mondo.
Se ciò accadrà, gli storici futuri potrebbero vedere Donald Trump non come anormalità, ma qualcos’altro: un’onda su cui si muovono gli Stati Uniti, verso una nuova, imprevedibile e verosimilmente, spaventosa direzione.

 

Novembre 3 2017

Corea del Nord vs Trump: scenari possibili

Corea del Nord

La crisi tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti non sembra vicina ad una soluzione: ciò resta la più pericolosa minaccia a livello globale.

Mc Master il consigliere di sicurezza nazionale di Trump in una recente intervista ha dichiarato che il “solo risultato accettabile” per gli Stati Uniti è la denuclearizzazione della Corea del Nord. Quasi ogni esperto della Corea del Nord considera ciò impossibile dal momento che le armi nucleari sono la garanzia di sopravvivenza del regime di Kim e l’unico mezzo che attira l’attenzione che Kim sembra bramare.

Senza armi nucleari, la Corea del Nord è semplicemente povera, debole ed irrilevante.

Questo vicolo cieco ha condotto l’amministrazione Trump a parlare di un’azione militare preventiva contro la Corea del Nord.

Sebbene le minacce siano in qualche modo necessarie, sono straordinariamente pericolose: aumentano le possibilità di una percezione sbagliata o di un errore di valutazione che potrebbe condurre ad un confronto militare che nessuno vuole.
Come giusto che sia, la maggior parte delle analisi di un possibile conflitto tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti si concentrano sulle ripercussione sulla Penisola coreana stessa. Tuttavia le ripercussioni di un attacco non sarebbero limitate al Nord est dell’Asia, ma in grado di colpire gli Stati Uniti sia direttamente che indirettamente.

Cerchiamo allora di individuare gli scenari possibili e le verosimili conseguenze per ciascuno di essi.

a) Attacco militare limitato da parte degli Stati Uniti sui siti nucleari e missilistici del Nord Corea.

Vi è almeno una possibilità che Kim Jong Un comprenda che attaccare significherebbe la fine del suo regime e perciò risponderebbe con qualcosa di breve, forse con attacchi cyber o attacchi missilistici su obiettivi militari americani nelle vicinanze. Ciò comunque avrebbe degli effetti pericolosi. Anche una guerra limitata causerebbe panico nell’economia globale e scuoterebbe o limiterebbe i flussi commerciali. Riconoscendo che il confronto miliare potrebbe continuare o aumentare gli Stati, in grado di farlo, sposterebbero i loro affari e il commercio dal Nord Est Asia. Questo colpirebbe gli Stati Uniti direttamente, causando un corto-circuito alla crescita economica e innescando potenzialmente una recessione.
Le crisi economiche globali mettono a rischio, sempre, Stati fragili.

Un confronto militare tra gli Stati Uniti ed la Corea del Nord potrebbe causare il fallimento di nazioni lontane dalla Penisola coreana, fornendo uno spazio operativo per rivoluzionari o estremisti.

Massicci attacchi cyber da parte della Corea del Nord potrebbero avere effetti imprevedibili nel mondo, causando danni sia economici che politici.

Gli attacchi americani limitati sarebbero una chiara violazione del diritto internazionale e costituirebbero un atto di aggressione, la soft power americana verrebbe erosa in tutto il mondo.

Un attacco limitato da parte degli Stati Uniti potrebbe anche condurre Pyongyang a rispondere testando missili balistici nucleari o anche lanciando un’arma nucleare nell’atmosfera piuttosto che sottoterra. Ciò sarebbe molto più pericoloso di quanto compiuto finora dal regime di Kim e creerebbe una paura senza precedenti tra le nazioni dell’Asia e nel resto del mondo. Causerebbe, inoltre, un disastro umanitario ed ecologico dalla ricaduta radioattiva e innescherebbe una crisi economica globale che durerebbe anni se non decadi.

b) Il Nord Corea attacca con tutto il suo potere dopo l’attacco militare americano.

Sia il Nord che il Sud Corea sarebbero grandemente danneggiate. Le installazioni giapponesi e americane militari in Asia potrebbero essere prese di mira. Ciò devasterebbe l’economia globale, causando la distruzione del commercio, scuotendo le fondamenta dell’economia delle nazioni dipendenti dal commercio con l’Asia.

Come spesso è il caso, il rischio di un tale collasso economico aprirebbe la strada all’estremismo politico di tutti i generi, esacerbando i conflitti non solo in Asia ma anche in altri Paesi economicamente connessi alla Regione.
La Cina correrebbe un serio pericolo con una guerra di tale portata e le esportazioni che guidano la crescita economica e che Pechino utilizza per limitare il malcontento politico, sarebbero messe in grave pericolo dal momento che la prosperità è il fondamento della stabilità politica della Cina.
I flussi di rifugiati, più il coinvolgimento nella stabilizzazione e ricostruzione della Corea del Nord, stremerebbero ulteriormente la Cina.

Se la Cina traballasse, così sarebbe per il mondo, dato il suo ruolo centrale nell’economia globale.

La Cina potrebbe divenire anche più “militaristica” raddoppiando i suoi sforzi di espellere gli Stati Uniti dalla Regione dell’Asia-Pacifico.

Dopo un attacco alla Corea del Nord , la Corea del Sud certamente riesaminerebbe e probabilmente porrebbe fine alla sua relazione nell’ambito della sicurezza con gli Stati Uniti.

Il Giappone potrebbe fare lo stesso, temendo l’imprevedibilità dell’amministrazione Trump.

Molti altri Stati potrebbero essere spaventati dall’inosservanza degli Stati Uniti del diritto internazionale e diminuire i loro rispettivi legami politici e di sicurezza.

Sebbene sia impossibile sapere con precisione l’entità delle ricadute sia politiche ed economiche su vasta scala  di un attacco americano alla Corea del Nord, è chiaro che esse sarebbero potenti e molto traumatiche. Dunque conviene all’amministrazione Trump esaminare tutte le conseguenze anche quelle che potrebbero accadere lontano dalla Corea del Nord.

Maggio 12 2017

Se in Afghanistan la vera minaccia non fosse lo “Stato islamico”?

minaccia

L’Afghanistan è un problema perfido, intricato e quasi incomprensibilmente complesso con una crescente e grande varietà di soggetti che giocano un qualche ruolo o che hanno degli interessi in ballo. All’interno dell’Afghanistan c’è un miscuglio di attori con obiettivi divergenti ed incompatibili.

Il Generale americano Nicholson ha chiesto, a febbraio, al senato americano truppe aggiuntive e l’amministrazione Trump sta considerando di dispiegarne 5,000 in più rispetto alle 8,400 unità già presenti nel paese. Potrebbe essere abbastanza per prevenire il collasso del governo, ma non risolverebbe i problemi chiave del paese.

All’inizio di questa settimana il Pentagono ha confermato che Abdul Hasib Logari, uno dei maggiori comandanti dello “Stato islamico” (IS) in Afghanistan è stato ucciso. Si è trattato di un’operazione congiunta tra Stati Uniti  e Afghanistan nell’est del paese condotta alla fine di aprile. In questa operazione sono stati uccisi due Rangers americani, in seguito è stata lanciata la GBU-43/B la Massive Ordnance Air Blast Bomb (MOAB) su una complessa rete di tunnel dell’IS. Questa bomba rappresenta la più grande arma convenzionale nell’arsenale americano e ha rappresentato una drammatica intensificazione delle operazioni americane contro l’IS -Provincia Khorasan.

Gli ufficiali militari americani hanno spiegato che è la deterrenza l’obiettivo di queste operazioni: impedire che la leadership dell’IS si ricollochi in Afghanistan a seguito della pressione che sta subendo in Iraq e Siria.

Il portavoce della Casa Bianca ha descritto la sconfitta dell’IS come una priorità principale della strategia dell’amministrazione Trump in Afghanistan.

La minaccia posta dal gruppo estremista al governo di unità nazionale guidato dal presidente Ashraf Ghani e agli interessi americani nella regione è relativamente bassa paragonata a quella attuale rappresentata dai Talebani, per non menzionare le fragili e deboli dinamiche politiche, la mancanza di risorse adeguate che flagellano gli sforzi del governo afgano per riprendere il controllo del paese.

Il fulcro della leadership dell’IS-Provincia di Khorasan in Afghanistan era centrata attorno ad una fazione scissionista di Tehreek-e-Taliban (TTP).  Se da un lato è verosimile preoccuparsi che l’IS-Provincia di Khorasan stia reclutando nei centri urbani dell’Afghanistan,  dall’altro molti rapporti indicano che i militanti locali spostano la loro affiliazione dai Talebani verso l’IS-Provincia di Khorasan su linee opportunistiche o di “semplice” disaffezione.

Tuttavia oggi l’organizzazione di Abu Bakr al-Baghdadi rimane accentrata nelle montagne Nangarhar, dove gli Stati Uniti e le forze afghane hanno lanciato ripetute operazioni durante lo scorso anno. La più recente valutazione della NATO, prima dell’attacco con MOAB, indica che il gruppo estremista può contare su circa 700 militanti nel paese, meno delle svariate migliaia stimate nel momento del punto più alto di capacità del gruppo stesso.

La pressione esercitata sul gruppo a Nangarhar ha avuto come risultato che l’IS-Provincia di Khorasan abbia spostato in maniera crescente  le sue azioni verso una strategia di attacchi di alto profilo, nella capitale Kabul, con moltissime vittime; prima avendo come obiettivo la minoranza sciita e più recentemente attaccando l’ospedale militare. In Pakistan il gruppo ha anche condotto un certo numero di attacchi bomba in luoghi sacri e su altri obiettivi primari civili, in alcuni casi apparentemente di concerto con gruppi secessionisti dei Talebani e altri militanti locali.

La minaccia  di lungo termine dell’IS in Afghanistan è limitata

Sebbene i militanti dell’IS-Provincia di Khorasan continuino a lottare contro le forze afgane e americane, la minaccia di lungo termine di questo gruppo allo stato afgano appare essere limitata, dato la sua estensione ristretta all’interno del paese e la competizione che deve affrontare per il reclutamento ed il sostegno da parte di altri gruppi militanti in Afghanistan.

I Talebani sono molto più robusti dal punto di vista sociale, finanziario ed amministrativo e godono di strutture militari a rete e del sostegno delle agenzie di sicurezza pakistane.

Fondamentalmente i Talebani pongono una minaccia di gran lunga superiore al governo afgano rispetto all’IS.

Malgrado l’impegno “comune” per un governo islamico e l’opposizione al governo afgano e ai suoi sostenitori internazionali, i Talebani e i militanti dell’IS si sono affrontati ripetutamente nel paese. Nelle ultime settimane si sono scontrati talmente tanto che la presa dell’IS a Nangarhar sembra si stia indebolendo.

La visione strategica dell’amministrazione Trump oscilla tra l’approccio istintivo di Trump e la pressione dei militari per continuare ad usare solo la forza armata.

L’odierna revisione da parte dell’amministrazione Trump della strategia americana in Afghanistan pare proprio che stia considerando un rilancio del sostegno finanziario e di consulenza al governo afgano e alle forze di sicurezza così come la scomparsa di alcune restrizioni operative sulle forze americane, delegando più autorità sulla questione del targeting e sul processo decisionale sul campo.

La mancanza di restrizioni operative potrebbe essere già cosa fatta, perché molti rapporti sui recenti attacchi contro l’IS suggeriscono che siano stati condotti dai comandanti americani sul campo piuttosto che dietro ordine dei politici di Washington.

Il rischio tuttavia è alto: questo tipo di approccio potrebbe fare in modo che le priorità tattiche di breve termine guidino la strategia americana senza avere chiara la fine. In altre parole si procede per risultati brevi sul campo senza aver pianificato null’altro e tanto meno una exit strategy.

Le bombe, le operazioni speciali, non sono la panacea a tutti i mali

Le sfide economiche, politiche e di sicurezza che affronta e deve affrontare il governo afgano, incluso il più resiliente e ampiamente diffuso gruppo estremista dei Talebani, sono troppo complesse per essere risolte attraverso un miglioramento di attacchi aerei o di operazioni speciali sebbene siano efficaci per colpire gli obiettivi. Per raggiungere una stabilità ampia e durevole, c’è bisogno di mettere in priorità l’impegno regionale diplomatico con gli Stati confinanti come il Pakistan, l’Iran, l’India e la Russia e allo stesso tempo spingere per una ripresa del processo di pace tra i Talebani e il governo afgano.

L’amministrazione Trump che ha nel paese un corpo diplomatico a corto di personale, con la minaccia di ulteriori tagli e una leadership di sicurezza nazionale che viene selezionata tra coloro che hanno più esperienza militare non può ignorare il bisogno di un consenso sulle regole politiche per la divisione del potere ed una struttura statale più sostenibile.

Dal più basso al più alto grado, i militari americani hanno un profondo interesse psicologico in Afghanistan, avendo dedicato molto alla stabilizzazione del paese in questi 16 anni. Una grande porzione dei militari americani, sia quelli che indossano ancora l’uniforme e sia quelli che sono tornati ad una vita civile, hanno perso i loro amici lì. Molti credono che lo sforzo parallelo condotto in Iraq abbia creato le condizioni di vittoria in quel paese, per vedere persi i loro sforzi dalla decisione politica di disimpegnarsi dall’Iraq. Questo influenza il loro modo di pensare rispetto all’Afghanistan e significa che molti militari con tutta probabilità consiglieranno Trump di continuare l’impegno afgano.

La minaccia di intensificazione militare potrebbe funzionare contro avversari come i regimi, ma ci sono pochissime indicazioni che questo funzioni con gruppi estremisti non statali.

Sebbene la strategia di sicurezza nazionale di Trump è ancora agli stadi iniziali, è già chiaro che questa amministrazione ha due vie distinte di approccio alle sfide e agli avversari. Una è di mandare un messaggio che gli Stati Uniti hanno l’abilità e, sotto la leadership di Trump, la volontà di intensificare se l’avversario non modera il suo comportamento. Questa è la via adottata da Trump per il Nord Corea, la Cina, l’Iran e la Siria. Il successo di questo approccio dipende totalmente dalla credibilità dell’intensificazione.

Le scelte sembrano essere due: perdere ora o perdere più tardi.