Luglio 3 2018

Giovani smarriti: il prodotto dei conflitti protratti

giovani

Ad oggi l’unico tema che sembra essere rilevante è il flusso migratorio dal Nord Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa.

Chiariamo subito un punto: nell’ambiente di sicurezza contemporaneo, un accordo di pace ovvero la rimozione di un dittatore non rappresenta più la fine di un conflitto, ma solo il suo spostamento verso una forma differente.

La violenza protratta, particolarmente nelle dittature, sfregia profondamente una società: collassano i sistemi esistenti di autorità e ordine. Reti grigie ed economie occulte si fondono mano a mano che il disordine politico e il crimine emergono. Gli equilibri psicologici ed etici si indeboliscono e cedono. Regna l’anomia.

Per i combattenti e le loro vittime, lo spargimento di sangue diventa normale. Molte persone acquisiscono le abilità necessarie per uccidere, imparando come ottenere ed utilizzare armi, esplosivi.

La violenza diventa radicata: i bambini conoscono talmente tante persone violente che semplicemente assumono che anche loro lo diventeranno.

In un conflitto protratto, questa tragica situazione diventa auto-perpetuante, creando una generazione che non è istruita o che lo è molto poco, profondamente diffidente dell’autorità e abituata a reti ed economie grigie.

Per questa gioventù, la violenza non è un’aberrazione che interrompe la pace, ma la prassi, la consuetudine.

La storia recente è piena di esempi della nocività di generazioni smarrite.

Il Kosovo deve ancora ottenere la stabilità politica e, dopo molti anni dalla fine della guerra, è pieno di gruppi criminali.

Nel mondo interconnesso di oggi questi mali si diffondano anche molto lontano dalla loro fonte.

I gruppi criminali albanesi sono cresciuti  nelle guerre dei Balcani degli anni ’90 e adesso giocano un ruolo centrale, e violento, nel traffico internazionale di armi, di droghe e prostituzione.

Nel Sud Africa, decadi di conflitti tra i cittadini di colore e il regime della minoranza bianca hanno distrutto il rispetto della legge in grandi parti della società e prodotto centinaia di migliaia di uomini e donne senza istruzione.

Il rallentamento dello sviluppo economico e l’instabilità politica del Sud Africa, che hanno portato all’esodo di professionisti in cerca di uno stile di vita più sicuro, è il costo di un conflitto che sembrava concluso e che il Sud Africa continua a pagare.

In questo momento, ora, siamo di fronte a giovani smarriti; prodotti dai conflitti in Libia e Siria.

In Libia, la caduta di una dittatura patologica non ha dato vita alla riconciliazione e alla ripresa, ma ad una violenza intestina paralizzante. Il governo di unità nazionale fortemente voluto dall’esterno, da Europa e Stati Uniti, non ha il pieno controllo del territorio e delle regole di legge, anzi milizie e gruppi violenti continuano a riempire il vuoto di effettività.

Se possibile la Siria è in una situazione peggiore: più di 4 milioni di cittadini siriani sono rifugiati: “la più grande popolazione di rifugiati di un singolo conflitto in una generazione”, l’ha definita l’UNHCR.

Sia la Libia che la Siria hanno raggiunto un punto dove anche un accordo politico miracoloso non potrà guarire l’acredine.

La frattura dell’autorità, la normalizzazione della violenza, la creazione di reti grigie e l’inabilità di molti giovani siriani e libici di operare in un’economia stabile e moderna, lasceranno questi giovani smarriti con poche opzioni rispetto al crimine o al diventare essi stessi Signori della guerra. Saranno vulnerabili agli estremisti che gli offriranno falsi rimedi alla loro rabbia e disillusione. Come risultato, saranno una sfida di lungo termine non solo per le loro nazioni o le loro Regioni, ma per il mondo interconnesso.

Il prezzo dei conflitti libico e siriano sarà pagato per decadi.

Tragicamente, niente può  prevenire completamente ciò, il danno è già fatto. Al meglio, l’Europa e altre nazioni possono sanare alcune porzioni delle generazioni smarrite della Libia e della Siria.

Individuare una via per porre fine ai conflitti che stanno distruggendo le loro terre dovrebbe essere la priorità numero uno della comunità internazionale. Investire in programmi di state-building in Libia, allontanare queste generazioni smarrite dalla violenza attraverso assistenza economica mirata, programmi efficaci, istruzione e aiuto psicologico. Questo dovrebbe essere quello che i leader politici ritengono che sia non solo eticamente giusto, ma l’unico investimento necessario in sicurezza.

 

Novembre 30 2017

Qual è la vera frontiera in pericolo a sud dell’Europa?

Fezzan

La risposta è:

Il Fezzan

F

Un’area di circa 549,0775 chilometri quadrati con una popolazione per la maggior parte tribale di meno di 500,000 che vivono in oasi isolate o wadis (letti di fiume aridi spesso con acqua sotto la superficie). Nascosta da mari di sabbia e deserto roccioso il Fezzan è strategicamente rilevante per i giacimenti petroliferi vitali, l’accesso a enormi falde acquifere e importanti basi aeree dell’era Gheddafi.

La situazione della sicurezza nel Fezzan e nella maggior parte della Libia è divenuta terribilmente complicata dall’assenza di una ideologia unica rispetto  a quella dell’anti-Gheddafismo presente durante la rivoluzione libica del 2011. Ogni tentativo di creare un governo di unità nazionale da allora è miseramente fallito.

Competizione politica come ostacolo alla sicurezza

Al cuore del caos politico in Libia vi è l’Accordo politico libico mediato dalle Nazioni Unite del 17 dicembre 2015, che prevedeva un governo tripartito composto da un Consiglio di presidenza i cui 9 membri avrebbero avuto il compito di supervisionare le funzioni di Capo di Stato, un governo di accordo nazionale come organo esecutivo e la Camera dei Rappresentanti quale organo legislativo con un Alto Consiglio di Stato con funzioni consultive.

In pratica, la maggior parte di questi organi sono in conflitto tra loro o presentano alti livelli di dissenso interno, lasciando il Paese  governato dal caso e da milizie etniche, tribali e religiose, ben armate, spesso raggruppate in coalizioni instabili.

A contribuire al disordine c’è il governo di salvezza nazionale di Khalifa Ghwell che rivendica di essere il legittimo successore del governo del Congresso nazionale generale libico (2014-2016). Il governo di salvezza nazionale compie  periodici tentativi  di prendere il potere a Tripoli, il più recente nel luglio del 2017.

La più potente delle coalizioni militari libiche è quella denominata Esercito nazionale libico, una coalizione di milizie che nominalmente fanno capo alla Camera dei Rappresentanti che è locata a Tobruk, comandata da Khalifa Haftar, un potente cirenaico vissuto in Virginia (Stati Uniti) dopo essersi posto in contrapposizione a Gheddafi; ora  sostenuto ampiamente dalla Russia, Egitto, e gli Emirati Arabi Uniti.

Il Consiglio presidenziale di Tripoli, che, secondo l’Accordo politico libico dispone dell’autorità militare, sta ancora cercando di organizzare un esercito nazionale.

Nel frattempo, il Consiglio è sostenuto da varie milizie le cui sedi sono a Misurata e a Tripoli.

Il Consiglio presidenziale assieme al governo di unità nazionale, forma il governo della Libia riconosciuto internazionalmente, ma esso necessita ancora del voto di maggioranza dalla Camera dei Rappresentanti di Tobruk per essere pienamente legittimo secondo quanto previsto dell’Accordo politico libico.

Vi sono addirittura divisioni tra i membri del Consiglio Presidenziale: tre membri si oppongono a Fayez Serraj (Presidente del Consiglio) e sostengono la Camera dei Rappresentanti e Haftar.

Contesto tribale del Fezzan

Il Fezzan consiste sostanzialmente di un mosaico di entità etniche e tribali che spesso si sovrappongono, inclini ai feudi e ad alleanze mutevoli. È possibile distinguere tre gruppi principali:

  • Gli arabi e i berberi-arabi, dei gruppi Awlad Buseif, Hasawna, Magarha, Mahamid, Awlad Sulayman, Qaddadfa, Warfalla. Gli ultimi tre comprendono migranti dal Sahel, discendenti dei membri tribali che scapparono dal dominio ottomano o italiano e tornarono dopo l’indipendenza. Sono collettivamente noti con il come di Aïdoun (coloro che sono tornati);
  • I Tuareg berberi i Tuareg Ajjar una confederazione libico-algerina e i Tuareg saheliani, tipicamente migranti dal Mali e dal Niger che arrivarono durante l’era Gheddafi;
  • I Tebu nilo-sahariani formati dai Tebu indigeni con piccole componenti di migranti di Teda e Daza dal Ciad e dal Niger.

Gli estremisti islamici

I jihadisti nord-africani con tutta probabilità utilizzeranno il caos politico a Fezzan per creare una profondità strategica per le operazioni in Algeria, Niger e Mali. I militanti fedeli ad Al Qaeda uniti il 2 marzo 2017 in Jama’at Nusrat al-Islam wa’l-Muslimin (JNIM) a seguito della fusione di Ansar al-Din, al-Mourabitoun, il Fronte di liberazione nazionale Macina, la branca sahariana di AQIM. Il leader del gruppo (un Tuareg) Iyad ag Ghali, cercherà di sfruttare le connessioni libiche nel Fezzan già stabilite dal capo di al-Mourabitoun: Mokthar Belmokhtar. Per adesso sembra che Ag Ghali possa contare solo sul supporto minimo della comunità Tuareg del Sahel a Fezzan.

IS (Islamic State) e Fezzan

L’IS ha annunciato nel novembre del 2014 la creazione della provincia del Fezzan. Dalla loro espulsione da Sirte lo scorso dicembre, i militanti dell’IS si sono schierati nel terreno irregolare del sud della costa, presentando una minaccia sfuggente. Il procuratore generale della Libia, dal suo ufficio a Tripoli ha annunciato che a seguito degli interrogatori di detenuti appartenenti all’IS, i libici erano una minoranza nel gruppo, con il numero più grande rappresentato da coloro che sono arrivati in Libia dal Sudan, altri dall’Egitto, Tunisia, Mali, Ciad e Algeria.

Alcuni militanti sudanesi dell’IS sono discepoli del predicatore sudanese Masa’ad al-Sidairah, il cui “Gruppo di devozione al Corano e alla Sunnah” ha sostenuto pubblicamente l’IS ed il suo leader fino a quando una serie di arresti lo hanno spinto a giurare di abbandonare il reclutamento per i campi di battaglia siriani e libici per conto dell’IS in Sudan. Molti dei militanti sudanesi dell’IS sono entrati in Libia attraverso le rotte dei trafficanti che passano per il punto di incontro Jabal ‘Uwaynat di Egitto, Sudan e Libia. Altri militanti dell’IS che sono fuggiti da Sirte si sono spostati nel Fezzan dove pare che si siano concentrati nella città al-‘Uwaynat, a nord di Ghat e vicino alla frontiera con l’Algeria. Questo gruppo si ritiene essere responsabile per gli attacchi del febbraio 2017 alle infrastrutture elettriche, inclusa la distruzione di circa 160 chilometri di tralicci dell’elettricità tra Jufra e Sabha.

Gli investigatori libici asseriscono che l’IS ha ricostruito l’ “esercito del deserto” composto da tre brigate sotto il comando di al-Mahdi Salem Dangou, conosciuto con lo pseudonimo di Abu Barakar, un libico islamista.

Riportare la sicurezza nel Fezzan

Il controllo delle rotte commerciali  nel Fezzan era basato su una tregua che risaliva al 1893. Essa concedeva ai Tuareg il controllo esclusivo di tutte le rotte che entravano dall’ovest Fezzan (Passaggio Salvador), mentre i Tebu avrebbero controllato tutte le rotte dal Niger e dall’est Ciad (Passaggio Toumou). L’accordo è stato sciolto a seguito delle battaglie Tebu-Tuareg nel 2014, alimentate dagli scontri per il controllo delle operazioni di traffici illeciti e dalla percezione popolare dei Tuareg come oppositori alla rivoluzione libica.

Oggi entrambi i valichi sono monitorati dai droni americani e dalle pattuglie della Legione straniera francese.

Il Ciad ha chiuso la sua porzione di frontiera con la Libia agli inizi del gennaio 2017 per prevenire che i militanti dell’IS in fuga da Sirte si infiltrassero nel nord del Ciad e da allora ha aperto solo un singolo passaggio.

Alcune milizie del sud si sono dimostrate efficaci nel “pattugliare” la frontiera quando si trattava di proteggere i propri interessi

Le idee “particolari” prodotte dai paesi dell’Unione Europea

Allarmati dai crescenti numeri di migranti che cercano di raggiungere l’Europa dalla Libia e dall’incapacità della Libia di controllare le sue frontiere, l’Italia e la Germania nel maggio 2017 hanno proposto la creazione di una missione dell’Unione Europea che pattugli la frontiera Libia-Niger.

Ignorando la sua reputazione in Libia, l’Italia ha suggerito finanche di impiegare i Carabinieri per addestrare le forze di sicurezza del sud ed aiutare a mettere in sicurezza la regione dai militanti dell’IS che presumibilmente fuggono in Libia dal Nord Iraq.

Un intervento europeo di questo tipo è fallito in partenza per il governo di accordo nazionale libico, il quale ha reso cristallino che esso non considera la Libia come un potenziale calderone di migranti illegali e che non ha alcun interesse in qualsiasi piano che preveda l’insediamento dei migranti in Libia.

Nel Fezzan, i migranti sono trafficati illegalmente attraverso la frontiera sud in città come Sabha, Murzuq, ‘Ubari, Qatrun in cambio di pagamenti in contanti ai gruppi armati Tebu e ai Tuareg che controllano quei Passaggi. In questo anno si ritiene che i gruppi più grandi di migranti provengano da Nigeria, Bangladesh, Guinea, Costa d’Avorio. Il principale centro del commercio di esseri umani è Sabha, dove si verificano comunemente scontri in strada tra fazioni di trafficanti in conflitto

L’Italia ha firmato un accordo di cooperazione militare con il Niger che permetterà al Niger di dispiegarsi a fianco delle forze del cosiddetto SG5 il Gruppo di 5 del Sahel – una coalizione anti-terrorista e di sviluppo economico di cinque nazioni del Sahel- con il supporto della Francia, di altri Paesi tra cui la Germania, con l’obiettivo di stabilire un controllo effettivo della frontiera con la Libia.

Khalifa Haftar: l’uomo forte della Libia e i suoi giochi di potere

L’uomo forte della Libia Khalifa Haftar asserisce che le sue forze ora controllano 1,730,000 chilometri quadrati dei 1,760,000 dell’intera Libia.

Per controllare Tripoli e ottenere una qualche legittimità, Haftar si prefige innanzitutto di controllare il fronte sud attraverso il Fezzan.

Qual è il problema in due parole? Sebbene l’Europa e le Nazioni Unite riconoscano il Consiglio Presidenziale/Governo di Accordo Nazionale come il governo ufficiale della Libia (quello di Tripoli per intenderci), dal momento che tale riconoscimento non ha avuto alcun effetto nel limitare il flusso di migranti verso l’Europa, chiunque possa controllare questi flussi sarà il destinatario della gratitudine europea e dell’approvazione diplomatica.

Garantire la sicurezza di Tripoli significa prevenire che elementi armati che sostengono il Governo di Accordo Nazionale scappino nel deserto a sud.

Haftar vuole controllare gli acquedotti e gli oleodotti dal sud, mettere in sicurezza le frontiere e prevenire che i militanti dell’IS (Stato islamico), le milizie islamiste e i mercenari stranieri ritornino nel Fezzan ed alimentare un generatore di continua instabilità per la Libia.

Il punto di svolta del tentativo di Haftar di ottenere il controllo della Libia si è verificato con la presa del potere nel distretto Jufra del nord Fezzan, una regione con tre importanti città nel suo settore sud (Hun, Sokna, e Waddan), così come la base aerea di Jufra. La campagna militare condotta dall’esercito nazionale libico con l’ausilio degli aerei egiziani ha permesso ad Haftar di ottenere il controllo della città di  Bani Walid, un centro importante, a livello strategico, della rete libica di traffico di esseri umani a 100 chilometri a sud-ovest di Misurata e 120 chilometri a sud-est di Tripoli. Il luogo offre accesso via strada ad entrambe le città. Il controllo di Bani Walid potrebbe permettere all’esercito nazionale libico di separare il governo di accordo nazionale a Tripoli dai suoi sostenitori militari più forti a Misurata.

A settembre 2017, nella sua visita a Roma, Haftar ha insistito affinché si ponga fine all’embargo di armi sulla Libia solo per l’esercito nazionale libico, aggiungendo che egli avrebbe potuto fornire il personale necessario per rendere sicura la frontiera sud della Libia, ma che avrebbe avuto la necessità di avere droni, elicotteri, visori notturni e veicoli.

Ricapitoliamo:

La strategia militare di Haftar appare essere quella di mettere in sicurezza le basi aeree del deserto a sud di Tripoli e inserire le forze dell’esercito nazionale libico nella costa occidentale di Tripoli, spingendo i suoi oppositori in un angolo della capitale e a Misurata prima di lanciare un’offensiva sostenuta anche da una forza aerea, con tattiche simili a quelle che gli hanno reso possibile la cattura di Jufra. Haftar cerca di “vendere” la conquista di Tripoli come un passo necessario per porre fine alla migrazione illegale dai porti libici verso l’Europa. Tale strategia gode di un sostegno politico: il Primo Ministro della Camera dei Rappresentanti Abdullah al-Thinni ha rifiutato in maniera consistente le proposte internazionali per un accordo mediato alla crisi libica, insistendo, come ex militare professionista, che solo uno sforzo militare può unire il Paese.
Il prolungato tentativo dell’esercito nazionale libico di ottenere il controllo di Benghazi ci suggerisce sia la difficoltà della guerra urbana sia la debolezza dell’esercito nazionale libico relativamente alle sue ambizioni di potere nelle più grandi città della Libia.

Il ritiro delle milizie alleate al Consiglio Presidenziale/governo di accordo nazionale da Jufra potrebbe essere visto come un’azione preparatoria di una posizione/campagna più consolidata contro Haftar. Peccato che questa strategia avrebbe come effetto l’indebolimento della sicurezza nel sud, aprendo verosimilmente nuovi spazi ad attori non-statali violenti.

Il Fezzan resta un obiettivo allettante e di lungo periodo per i jihadisti che potrebbero trovarvi delle opportunità per sfruttare o anche rubare la direzione di una resistenza protratta nel Fezzan e l’imposizione di un governo di un nuovo uomo libico forte. Nell’assenza di un singolo gruppo forte abbastanza per resistere all’esercito nazionale libico di Haftar, tutti i tipi di alleanza anti-Haftar sono possibili, con la possibilità aggiuntiva di un eventuale intervento straniero da parte dell’occidente o dai partner di Haftar.

Immagine del Fezzan: “Diplomacy”

Luglio 5 2017

Rifugiati: occhi chiusi per 6 anni e poi la colpa è del maggiordomo

rifugiati

I numeri sono questi:

65.6 milioni di persone nel mondo sono state dislocate forzosamente alla fine del 2016, di questi 40.3 milioni dislocate all’interno dei loro stessi paesi, mentre 22,5 milioni hanno varcato frontiere internazionali come rifugiati. Un ulteriore 2,8 milioni sono richiedenti asilo.

Un campo rifugiati può essere molto utile quando le persone immediatamente abbandonano la guerra o la persecuzione. È un modo per fornire cibo, vestiti e riparo. Ma la tragedia è che queste persone restano bloccate in un limbo per molti molti anni.
Oggi, circa il 54% dei rifugiati nel mondo sono in quelle che vengono definite situazioni di rifugiati protratte. Sono state in esilio per almeno 5 anni. Secondo le Nazioni Unite, la media di durata di un un esilio è di 26 anni.

Dalla prospettiva di un rifugiato, il sistema internazionale dei rifugiati di fatto dispone di tre opzioni.

  • La prima è di andare in un campo, dove usualmente non lavori. E sì, hai un grado di assistenza umanitaria, ma la tua vita è messa in attesa. E comprensibilmente, una proporzione in diminuzione di rifugiati intraprende questa opzione. Circa il 10% dei siriani, per esempio sono nei campi di rifugiati.
  • L’opzione due è spostarsi in un’area urbana. Oggi i rifugiati sono  in aree urbane che in altri posti. Circa più del 50% sono nelle città. Ma la sfida nelle città è che i rifugiati spesso non hanno il diritto di lavorare e spesso non hanno alcuna assistenza umanitaria.
  • La terza opzione è di imbarcarsi in pericolosi viaggi in Europa.

Queste opzioni sono scelte impossibili.

Un modello di sviluppo economico realizzato da rifugiati insieme ai cittadini della nazione che li ospita

Il governo inglese ha aperto la strada a questo tipo di modello con un’iniziativa per la Giordania chiamata “Jordan Compact” che è iniziata nel febbraio del 2016 al summit di Londra per la Siria.

Le basi di questo modello: il sostegno ad opportunità di lavoro simultaneamente per i rifugiati siriani e per i cittadini giordani in parte attraverso l’autorizzazione ad entrambi a lavorare nelle zone economiche speciali. Il governo inglese ha incoraggiato l’Unione Europea a fornire un segmento nel commercio a 52 categorie di prodotti per compagnie manifatturiere che operano in 18 zone economiche speciali che impiegano una certa proporzione di rifugiati siriani. Un certo numero di aziende siriane, che precedentemente operavano in Siria, stanno impiegando rifugiati siriani e cittadini giordani, dando loro accesso a permessi di lavoro assegnati in modo conveniente dal governo, che fornisce accesso alla sicurezza sociale, un salario minimo e protezione dei diritti dei lavoratori.
Quello che manca a questo progetto, al momento, è un sufficiente investimento da parte di imprese multinazionali e di imprese in Europa preparate a lavorare con queste imprese che permetterebbe un modello di crescita industriale. Il governo della Giordania e i maggiori donatori si sono impegnati a creare 200,000 posti di lavoro per i siriani dai 3 ai 5 anni. Fin’ora i permessi di lavoro sono stati concessi a 51,000 persone in solo un anno o poco più. Sebbene sia un grande passo in avanti è necessario un investimento che raggiunga il livello di sostenibilità che permetta alla Giordania, che deve affrontare grandissime sfide di sviluppo e sicurezza, di convincere il suo elettorato che la presenza di rifugiati può essere un beneficio per la società giordana e per la sua economia.

La noncuranza dell’Unione Europea rispetto ai conflitti e alle crisi nei paesi al di là del mare

È molto interessante che i movimenti dei rifugiati siriani siano iniziati intorno al 2011 e fino all’ottobre del 2014 quasi tutti i siriani sono rimasti nei paesi vicini. Ma intorno ad ottobre 2014, tutti e tre i paesi ospitanti: Turchia, Libano e Giordania, hanno introdotto restrizioni. Queste ultime e la riduzione dell’assistenza umanitaria in questi paesi ha fatto sì che per i rifugiati diventasse molto più necessario muoversi altrove o imbarcarsi in pericolosi viaggi.

Questo era evitabile.

Se i paesi europei non avessero incrociato le braccia, chiuso gli occhi e non si fossero letteralmente girate dall’altra parte e fatto così poco per aiutare questi tre paesi, si sarebbero create molte più opportunità rispetto ad oggi, opportunità per i rifugiati insieme al sostegno per i paesi ospitanti.

Del resto le politiche UE sull’asilo e l’immigrazione sono state fangose fin dall’inizio della così detta “crisi dei rifugiati” e gli stati membri continuano ad avere difficoltà nel trovare una azione collettiva sostenibile. Ovviamente è corretto che i paesi europei e i loro elettorati siano preoccupati di una migrazione irregolare non gestita, ma hanno responsabilità quando si tratta di protezione dei rifugiati.
Molte delle odierne politiche riguardano la costruzione di muri de facto e la creazione di partneriati puramente con l’obiettivo di controllare l’immigrazione. Così molti di questi partneriati con paesi terzi in Africa, Sudan Niger e Libia, per esempio, sono con regimi che hanno realmente gravi problemi con i diritti umani e che sono progettate per implementare restrizioni alla mobilità e nessuna opzione per la riammissione di migranti economici. Questa è una strada insostenibile per gestire questo movimento di persone. Se realmente vogliamo aiutare i rifugiati e fermarli nei viaggi verso l’Europa, dobbiamo creare ancore. Noi dovremmo creare ragioni per cui le persone scelgono di restare nelle loro regioni e questo vuol dire creare opportunità sostenibili per una protezione effettiva, accesso ai diritti umani ma anche opportunità socio-economiche.

Maggio 16 2016

Fratelli Musulmani: fratelli serpenti?

Fratelli Musulmani

I Fratelli musulmani, nati come movimento sociale in Egitto, sono stati banditi in diversi paesi come organizzazione terroristica. Sono davvero pericolosi?

I Fratelli Musulmani sono fondamentalmente un movimento sociale islamico, che educa i suoi membri a vedere prima di tutto il valore del servizio, attraverso le lenti della religione. Un aspetto centrale per il fondatore Hassan al – Banna e caratteristica che definisce i contemporanei Fratelli Musulmani è che il servizio ai concittadini è un atto di costruzione della proprio paese e un atto di servizio per la propria popolazione.
I movimenti islamici come i Fratelli Musulmani sono interessati nel preservare le strutture come lo stato – nazione, dall’altra parte, alcuni gruppi salafisti e molti gruppi jihadisti non condividono questa prospettiva. Questi ultimi non vedono le persone dei loro paesi come loro concittadini; non vedono gli odierni stati – nazione come i loro paesi e quindi è facile per loro decidere di smantellare quello che c’è già e stabilire quello che vedono come paesi paralleli. Condannano e denigrano il riconoscimento dei Fratelli Musulmani dello stato – nazione e rivendicano di cercare quello che loro credono essere la sola legittima forma di comunità nell’Islam: un califfato transnazionale.

Il pensiero di Banna sul califfato

L’articolazione del pensiero di Banna sul califfato è molto breve: “il califfato è un’articolazione di un’unità con base ampia“. Egli affermava che i Fratelli Musulmani cercavano di ri – stabilire un califfato ma altresì asseriva che erano molti i passi da compiere per raggiungere i prerequisiti prima che il califfato potesse iniziare ad essere una nozione realistica, come integrazione culturale, economica e sociale così come l’evoluzione di trattati che definiscano e abbraccino la mutua cooperazione che dà vita ad un’entità che assomigli alla lega delle nazioni musulmana. Attraverso la storia, i Fratelli Musulmani hanno sostenuto l’unità progressiva e vie per una più grande cooperazione tra tutte le nazioni, secondo i principi di rispetto reciproco.
Per i Fratelli Musulmani, i principali elementi chiave sono morali e religiosi. La fornitura di servizi nella forma di aiuto all’educazione accessibile o sanità, distribuzione di cibo serve diversi obiettivi: aiuta le persone bisognose, porta con sé un ritorno spirituale per gli individui coinvolti nella fornitura di assistenza e migliora la società. Se il risultato della fornitura di servizi guidata dalla Fratellanza è che il regime è spinto ad impegnarsi in ulteriori forniture di servizi e migliora la sua risposta ai bisogni della popolazione allora è un successo.

Tutto ciò mette in difficoltà l’idea di molti politici “occidentali” e scrittori che assegnano alla parola califfato il sinonimo di tutto ciò che deve essere temuto dell’Islam e dei musulmani. Sebbene alcuni timori siano credibili e sicuramente richiedono un esame approfondito: libertà religiosa, eguaglianza, altre preoccupazioni sono mere estensioni della visione dei musulmani come un lontano “altri”.

Dovremmo chiederci perché “stati” che desiderano una più perfetta unione oppure paesi europei che lavorano verso una più grande unione sono visti sia come neutrali che lodevoli, ed invece le nazioni musulmane che lavorano verso lo stesso obiettivo siano viste con sospetto e richiedano molta attenzione.
L’inabilità di molti analisti nel comprendere una motivazione spirituale, basata sulla fede per le scelte che gli islamisti fanno, individualmente o collettivamente, rappresenta una barriera alla comprensione dell’“islam politico”.

Fratelli musulmani: movimento sociale e politico

Hassan al – Banna era interessato prima al cambiamento e alla riforma dell’ordine sociale e poi al cambiamento dell’ordine politico. Come risultato, l’attenzione era primariamente diretta alla “ummah” piuttosto che all’autorità.

Tuttavia, nel 2004, l’ex guida suprema Mohammed Mahadi Akef annuncia che il gruppo intraprende una nuova fase sotto il nome di “apertura alla società”. Questa nuova fase è stata caratterizzata da una vasta partecipazione politica competitiva e un impegno nella sfera pubblica senza precedenti.

Fratelli Musulmani
foto del clarionproject.com

Dopo la rivoluzione del 2011 in Egitto la capacità di ogni organizzazione sociale di mobilitare le masse rimane limitata nei confronti di uno stato potente. La centralizzazione dello stato moderno, particolarmente nei regimi autoritari, incoraggia la sua dominazione nella sfera pubblica, incluso l’educazione, i media e le istituzioni ufficiali religiose. Inoltre, un numero crescente di membri della Fratellanza, particolarmente i giovani attivisti, si convinsero che raggiungere obiettivi “rivoluzionari” come cambiamenti di regime non possano essere raggiunti attraverso mezzi deboli di “riforma graduale” suggeriti dal fondatore del movimento.

Ci sembra, tuttavia piuttosto improbabile che coloro che sono coinvolti fedelmente a servire le loro società, indipendentemente dalle loro differenze di fede o di linee politiche, potrebbero cambiare a tal punto dal voler distruggere le stesse società attraverso la violenza o il terrorismo.

La Fratellanza sta conducendo un’ampia revisione delle sue pratiche, particolarmente negli ultimi 5 anni dalla rivoluzione di gennaio. Il coup militare del luglio 2013 in Egitto ha forzato i Fratelli Musulmani a ritirarsi in un clima di segretezza dopo che il gruppo ha lavorato apertamente ed al potere durante la presidenza Morsi. Le autorità egiziane l’hanno designato come organizzazione terroristica e bandito circa 1200 istituzioni civili che erano affiliate del gruppo o i suoi membri, per non dire delle centinaia di persone uccise o imprigionate. La Fratellanza fu lasciata senza nessuna opzione se non quella di protestare. Il coup militare ha colpito i Fratelli Musulmani in modi che potrebbero sostanzialmente cambiare l’aspetto del gruppo nei prossimi anni. Fino ad ora il gruppo non ha delineato una visione politica chiara, non ha neppure gli strumenti per rimuovere i militari. Tutto ciò non esclude la possibilità che il clima politico in Egitto possa forzare più individui o gruppi non organizzati ad abbracciare la violenza. Le priorità di questi gruppi non saranno la fornitura di servizi sociali, piuttosto obiettivi politici e relativi al rovesciamento del regime odierno, con la convinzione dell’impossibilità di sfidarlo attraverso mezzi pacifici.

Finanziamento

Durante l’anno di presidenza di Morsi, il Qatar ha prestato al governo egiziano all’incirca 2.5 milioni di dollari. Sempre durante la presidenza Morsi, somme di denaro equivalenti a 850 mila dollari sono state trasferite segretamente ai Fratelli Musulmani dallo sceicco del Qatar Hamd bin Jasim bin Jaber Al Thani. Altri e numerosi trasferimenti di denaro sono intercorsi tra al Thani e i leader della Fratellanza agli inizi del 2013.
La Fratellanza possiede assetti di valore e fonti di guadagno in tutti i paesi in cui opera. In Egitto riscuote tasse e canoni da approssimativamente 600 mila membri e leader come Khairat el – Shater che possiede imprese commerciali come supermercati o negozi di mobili costituiscono un ingente profitto per l’organizzazione.
Il governo dell’Arabia Saudita ha sostenuto finanziariamente la Fratellanza per decadi ma ha ridotto il suo finanziamento dopo che i Fratelli Musulmani sostennero il dittatore Saddam Hussein nell’invasione del Kuwait del 1990.
In tutta la sua storia, la Fratellanza ha imposto, talvolta, la tassa per i non musulmani, sui cristiani o su altre minoranze religiose.

I Fratelli Musulmani in altri paesi

Siria
La Fratellanza siriana fu vietata e esiliata prima della rivoluzione contro Bashar al – Assad. Al momento dell’inizio delle proteste nel marzo del 2011, la Fratellanza si è rimobilitata e mossa per consolidare il potere politico e militare tra l’opposizione. Nell’inverno del 2011, la Fratellanza siriana era uno dei gruppi più potenti nel Syrian National Council. Nel giugno del 2013 fonda un partito politico, il Waad, lanciato ufficialmente nel marzo del 2014.
Giordania
La Fratellanza giordana ed il suo partito politico, l’Islamic Action Front è la più larga forza di opposizione in Giordania. Tuttavia, la Fratellanza è stata fedele alla monarchia, cooperando per molte delle sue politiche.

Attività violente

  • Giugno 1980, tentativo di assassinare Hafez al – Assad usando granate e fucili.
  • Agosto 2013, rubano e mettono a fuoco le chiese egiziane e le stazioni di polizia in risposta alla morte di centinaia di membri e all’imprigionamento di altre migliaia.
  • Marzo 2014: membri della Fratellanza sparano ad un generale ed un colonnello egiziani in una continua rappresaglia contro le forze di sicurezza a seguito della rimozione di Morsi.
  • Giugno 2014: membri della Fratellanza fanno detonare una bomba vicino all’ufficio presidenziale del Cairo, uccidendo due poliziotti.

Nelle liste di organizzazioni terroristiche di:

Bahrain: li ha indicati come organizzazione terroristica nel marzo del 2013; l’Egitto nel dicembre dello stesso anno. La Russia ha vietato che la Fratellanza operasse in Russia nel 2003 e li ha aggiunti alla lista di organizzazioni terroristiche nel luglio 2006. L’Arabia Saudita nel marzo del 2014 e la Siria nel 1980. Gli Emirati Arabi Uniti nel novembre del 2014, nello stesso periodo hanno indicato altri gruppi affiliati alla Fratellanza incluso il Consiglio per le relazioni americane – islamiche, l’International Islamic Relief Organization, Muslim American Society.

Chi li sostiene

Qatar
Il Qatar per lungo tempo ha sostenuto la Fratellanza attraverso vie finanziarie, di diplomazia e attraverso i media.
Turchia
La Turchia è stata un centro per l’organizzazione internazionale della Fratellanza. Soprattutto dopo la caduta di Morsi, Istanbul ha visto la riorganizzazione del gruppo e gli sforzi logistici per rafforzare la comunità internazionale della Fratellanza. La Turchia ha anche fornito armi e intelligence all’organizzazione in Egitto. Quando Sisi è salito al potere, le relazioni tra la Turchia e la Fratellanza si sono indebolite a causa dei timori turchi di rappresaglia da parte dell’Egitto e degli stati del golfo.
Recep Tayyip Erdogan è un loro sostenitore di lungo corso. Erdogan è stato un oppositore vocale della rimozione di Morsi e del regime militare che ha preso il suo posto.

Conclusioni

Quando si tenta di rispondere alla domanda: “i Fratelli Musulmani sono pericolosi?” bisogna tenere bene a mente che la chiusura dello spazio per i servizi sociali, quando è fatta in combinazione con la chiusura di altri modi di vita in Egitto, potrebbe dare luogo all’estremismo da parte di alcuni.

*immagine in evidenza: www.english.ahram.org.eg

Marzo 17 2016

Tunisia: preoccupati della sicurezza interna

Tunisia

La Tunisia non dovrebbe negare a sé stessa i problemi di sicurezza interna e concentrarsi sulle regioni del sud, possibile fucina di estremisti.

Ricordiamo gli scontri nella città tunisina di Ben Guerdane di qualche settimana fa quando sono stati attaccati posti militari e di polizia. Civili uccisi, 13 ufficiali di sicurezza e 46 estremisti morti. L’assalto, accaduto a circa 32 km dalla frontiera con la Libia è l’ultimo esempio di una pericolosa ricaduta del conflitto libico attraverso una frontiera porosa. L’attacco rivela che anche se lo stato islamico prende piede in Libia, la più significativa minaccia alla sicurezza tunisina risiede all’interno delle sue frontiere. Questo perché i militanti che hanno rivendicato la presa della città come “liberatori” avevano accento locale, secondo i residenti, aumentando i timori che cellule non identificante “dormienti” siano aumentate. I funzionari tunisini hanno ammesso che nessuno dei perpetuatori dell’attacco a Ben Guerdane aveva attraversato la frontiera dalla Libia, piuttosto erano tunisini che vivevano in Tunisia. 

Tunisia maggior esportatore di foreign fighters

La lodevole transizione della Tunisia verso la democrazia dopo il 2011 è stata rovinata da episodi di violenza con picchi nel 2015 con un’ondata di attacchi terroristici, incluso quelli diretti contro il settore del turismo in una già fragile economia. La Tunisia è anche diventata il maggior esportatore di foreign fighters per lo stato islamico e altri gruppi estremisti in Siria.
La Tunisia si affida al contro – terrorismo convenzionale e a tattiche di guerra, andandoci con la mano pesante in assalti su scala militare. La strategia tende ad aumentare l’ostilità e ad alimentare la narrativa anti – statale, perpetrando il problema.
La Tunisia sta facendo il classico errore di rifiutarsi di riconoscere che focalizzandosi su un incidente isolato, si negano le linee che guidano le azioni sistematiche verso la radicalizzazione.
La frustrazione di molti tunisini discende dalle prestazioni governative inefficienti nell’incrementare l’occupazione e dalla gestione dell’economia, particolarmente nelle regioni più povere che sono state il punto focale delle proteste che poi portarono alla caduta di Bel Ali. A gennaio ci sono state delle manifestazioni per la disoccupazione nella provincia di Kasserine che si sono allargate fino alla capitale, Tunisi. Le manifestazioni che durarono per settimane furono spente con la mano mortale della polizia. Sebbene sia difficile identificare gli esatti fattori chiave della radicalizzazione, i tunisini marginalizzati, frustrati da una persistente povertà e un apparente governo inefficace, vedono gruppi come lo stato islamico come una risposta alle loro lamentele.

Tunisia + problematiche sociali irrisolte = risposta aggressiva all’estremismo religioso

Invece di avere come obiettivo le problematiche sociali che aiutano a nutrire l’estremismo a casa, la Tunisia ha adottato una risposta aggressiva di contro- terrorismo in risposta a minacce domestiche – interrogando o mettendo sospetti terroristi agli arresti domiciliari e istituendo un divieto di viaggio che ha impedito a centinaia di tunisini, particolarmente i giovani, dal lasciare il paese. Misure che erano tipiche del regime di Ben Ali.

Costruire una recinzione (con i buchi) non è la panacea per tutti i problemi

Tunisia

Con il supporto statunitense ed europeo, la Tunisia ha completato la recinzione lungo la frontiera con la Libia, costruzione iniziata dopo l’attacco al resort di Sousse. (la stessa Europa che si stupisce perché i suoi stati membri costruiscono recinzioni, finanza la costruzione di recinzioni fuori dalle sue frontiere. Evidentemente è nel filo spinato che si intravedono le soluzioni europee a qualsiasi problema).

Mentre il ministro della difesa tunisino si è detto entusiasta del successo della recinzione, dicendo di aver sequestrato ingenti somme di materiale illegale tra dicembre 2015 e gennaio 2016, la recinzione non è una panacea per i problemi di sicurezza tunisini. Essa copre solo metà della frontiera ed appare più come una trincea; inoltre si parla dell’esistenza di buchi costruiti sulla recinzione per mantenere le rotte di traffici illegali così come frequenti furti delle guardie di frontiera. Molte delle città tunisine di frontiera dipendono dai traffici illegali per sopravvivere economicamente. Mentre beni illeciti (droga, armi e persone) dovrebbero essere prevenuti in entrata, la Tunisia dovrebbe trovare una via per replicare il commercio frontaliero di beni non illeciti.
Sicuramente la roccaforte dello stato islamico a Sirte è una minaccia per la Tunisia, è importante non dimenticare che gli estremisti che conducono attacchi sul territorio tunisino sono quasi esclusivamente tunisini non libici. Si è notato che i tunisini iniziano a ricoprire alte posizioni all’interno dello stato islamico in Libia e che la sua base a Sirte ha incoraggiato alcune migliaia di tunisini che hanno viaggiato verso l’Iraq e la Siria a ritornare nel Nord Africa, ponendo una maggiore, diretta, minaccia alla Tunisia.

Continuare a negare il problema interno alla Tunisia, le difficoltà economiche, particolarmente nelle regioni del sud, la disoccupazione giovanile non farà altro che alimentare la retorica di reclutamento di organizzazioni estremiste come lo stato islamico. Non è colpa della Libia se estremisti, cittadini tunisini, conducono attacchi nel loro paese!

Marzo 7 2016

Il labirinto libico

labirinto libico

Il labirinto libico è fatto di divisioni politiche, fazioni estremiste, lo stato islamico e le risorse idriche che se cadessero in mano del gruppo di Abu Bakr al – Baghdadi potrebbero disegnare scenari peggiori di un semplice caos.

In questi giorni le notizie sulla Libia sono state riportate creando, se possibile, più caos di quello che c’è in Libia. Mi sono sempre chiesta: ma come fa una persona che non è del “mestiere” a capire che diavolo succede in Libia?. Cerco allora di aiutarvi a mettere in ordine le idee, se non altro per cambiare canale quando sentite le frasi “beduini del deserto che cambiano idea ogni secondo”. 

Il 17 dicembre 2015 dozzine di delegati delle due compagini governative rivali libiche, così come municipalità locali e la società civile, hanno firmato un accordo delle Nazioni Unite (NU) per formare un governo di unità nazionale. I colloqui sono andati avanti per quasi un anno. Il nascente Governo di Accordo Nazionale (GNA) deve ancora essere pienamente formato. Un consiglio presidenziale di 9 membri è stato stabilito e sta funzionando anche se lavora per la maggior parte da Tunisi. Nel complesso, il processo di divisione del potere indicato nell’accordo è indietro rispetto alla programmazione. La precedente pressione dalla comunità internazionale per restare incollati ad una sequenza temporale spesso affrettata ha dato il via ad errori fatali in Libia, come le elezioni del 2014 senza una massiccia registrazione ed un accordo tra le fazioni per rispettare il risultato. La riconciliazione richiede tempo.
Dopo tutto i due speaker dei parlamenti rivali restano opposti all’accordo. Il leader dell’House of Representatives (HoR) a Tobruk, Agila Saleh, ha ammorbidito la sua posizione dopo che importati tribù nell’est della Libia hanno appoggiato l’accordo, sebbene con la condizione che il ruolo dell’esercito nazionale libico e il suo leader, il Generale Khalifa Haftar sia preservato. A Tripoli, Nuri Abu Sahmain, lo speaker del General National Congress (GNC), ha offerto una concessione al nuovo mediatore delle NU, Martin Kobler, accordandosi per facilitare lo spostamento della Missione Speciale NU per la Libia nella capitale. Nelle ultime settimane, diverse municipalità hanno appoggiato il nuovo governo di unità nazionale con l’offerta del consiglio locale di Benghazi di una capitale temporanea per la Libia, fino a che il governo non sia riportato a Tripoli.

Labirinto libico: i problemi

Il nuovo primo ministro designato, Faize Serraj e Kobler affrontano diversi problemi. Il più stringente è l’ISIS. Il gruppo ha espanso le sue operazioni in Libia, lanciando un’offensiva contro le più grandi istallazioni di petrolio sulla costa e uccidendo dozzine di reclute della polizia. Catturando la piccola città di Ben Jawad, lo stato islamico ha mosso le sue “frontiere” dell’area che controlla lungo la costa libica di 29 km ad est.

L’offensiva dell’ISIS sui giacimenti di petrolio è particolarmente preoccupante. Gli jihadisti sembrano tesi a distruggere piuttosto che prendere il controllo e sfruttare le istallazioni di petrolio, che danneggerebbero permanentemente il budget della Libia, rendendo il lavoro del nuovo governo ancora più arduo. Se avesse successo, l’ISIS potrebbe attrarre nuovi foreign fighters dalla vicina Tunisia, dal Sudan, e dall’Algeria. Questo compenserebbe la mancanza di significativi numeri di reclute libiche che è stata la principale debolezza del gruppo.
L’offensiva dell’ISIS è stata contrastata dalla combinazione di attacchi aerei da Misurata e forze di terra delle Petroleum Facilities Guard, due forze che recentemente si sono allineate rispettivamente con il governo di Tripoli e Tobruk.
I vertici più anziani dell’ISIS sono composti da foreign fighters dall’Iraq, Arabia Saudita e Yemen arrivati la scorsa estate per coordinarsi con i jihadisti locali. Come l’ISIS in Iraq e Siria i ranghi in Libia sono variegati, con cittadini tunisini, sauditi e libici che portano a termine le loro missioni suicide. Il gruppo ha anche intercettato gli jihadisti libici che hanno combattuto con altri gruppi estremisti locali, come Ansar al- Sharia così come i libici che sono tornati dai combattimenti per lo stato islamico in Iraq e Siria.
Mentre lo stato islamico manca di una maggiore base di supporto locale in Libia, la sua presenza nel paese è cresciuta costantemente nei mesi recenti. Il gruppo beneficia della mancanza di una strategia della comunità internazionale. Inoltre, l’ISIS non deve rimanere popolare in Libia per dominare ed espandersi, tutto quello di cui ha bisogno è la perpetuazione dello status quo.
L’altro problema sono le emblematiche radici del caos in Libia. Un mese dopo l’accordo di divisione del potere, il paese ora ha 3 governi, il non ancora funzionante GNA, Tobruk e il governo di Tripoli allineato agli islamisti. Questa settarietà si trascina, malgrado il fatto che 17 paesi che hanno supportato l’accordo di pace, incluso gli Stati Uniti e l’UE, si sono impegnati ad avere a che fare solo con il GNA, una mossa che il Consiglio di Sicurezza ha sostenuto il 23 dicembre 2015.
Inoltre, le divisioni fanno sì che la capitale Tripoli resti isolata. Gheddafi aveva creato uno stato altamente centralizzato, e tutte le leve di potere sono ancora a Tripoli: i ministeri, le agenzie governative e, più importante, la Banca Centrale e la National Oil Corporation: la prima gestisce i soldi del petrolio e la seconda i contratti petroliferi. Per aiutare a riconnettere queste istituzioni chiave con il governo, le Nazioni Unite stanno guidando delle negoziazioni di sicurezza sotto la gestione del generale italiano Paolo Serra, che sta mediando tra le differenti milizie per raggiungere un accordo affinché il nuovo governo possa operare in sicurezza a Tripoli.
Il terzo problema è istituzionale. L’accordo di unità nazionale fa dell’House of Representatives a Tobruk il principale organo legislativo della Libia. Non funziona effettivamente dalla scorsa estate; nei mesi scorsi ha ripetutamente fallito nel raggiungimento di un quorum anche solo per discutere l’accordo politico. Senza la HoR il nuovo governo di unità non può operare pienamente perché manca del voto di fiducia. In più, l’accordo di divisione del potere deve essere supportato da emendamenti costituzionali che devono essere approvati dal parlamento a Tobruk. Il GNC, basato a Tripoli dovrebbe formare buona parte di una seconda camera consultiva conosciuta come State Council la quale, congiuntamente, deve nominare le più importanti istituzioni militari e finanziarie. Ma lo speaker non ha ancora dato il via libera.
Queste nomine militari sono la sfida finale che deve affrontare il nuovo governo di unità.

La grande incognita della falda acquifera Nubian Sandstone

labirinto libicoLa scorsa primavera tre delle quattro nazioni sotto cui si snodano le acque del Nubian Sandstone, il Ciad, l’Egitto ed il Sudan, si sono accordate a continuare il coordinamento per estrarre l’acqua della falda e per una divisione della gestione delle responsabilità. Tuttavia, il caos politico in Libia, la quarta nazione che condivide la falda acquifera, potrebbe far affondare gli sforzi regionali per uno sviluppo sostenibile di questa risorsa vitale.
L’ammontare stimato di acqua accessibile va dai 150 milioni di metri cubici agli 8 bilioni di metri cubici. Come le più grandi falde acquifere del mondo, questa riserva sotterranea si espande in una grande area geografica. Il territorio libico ed egiziano, hanno la quota da leone dell’acquifero e sono stati i più attivi estrattori rispetto al Ciad ed al Sudan.
Nel 2013, la falda acquifera è stata completamente mappata da un gruppo di geologi inglesi, e la Libia ha seguito le altre tre nazioni nel firmare un accordo supportato dalle Nazioni Unite per il coordinamento dell’estrazione dell’acqua e per le abilità dei paesi di monitorare i prelievi così che la falda potesse essere sviluppata sostenibilmente. Due anni dopo, quando i paesi dovevano rinnovare i loro impegni, la Libia era assente.
La connessione tra il caos politico in Libia e la sicurezza delle risorse idriche in Libia non è immediata ma c’è. Per decadi, uno dei più grandi progetti di Gheddafi era il così detto Great Man – Made River, un massiccio progetto infrastrutturale responsabile per l’estrazione e il trasporto dell’acqua della falda sotto e sopra i centri maggiori di popolazione del deserto del Sahara a nord. La rete di trasporto dell’acqua è stata un enorme orgoglio civile soprannominato “l’ottava meraviglia del mondo”. Oggi resta centrale all’identità nazionale del paese e critica per il suo sviluppo economico. Non sorprendentemente l’infrastruttura è diventata il primo obiettivo per i gruppi di insorti che cercavano di far cadere il regime.

Dal momento che i militanti affiliati all’ISIS hanno guadagnato territorio lungo la Libia, hanno visto come possibile obiettivo il controllo dell’infrastruttura lungo il Great Man- Made River. In questo si possono vedere evidenti similitudini con quanto accaduto in Iraq e Syria, (guerra dell’acqua, ISIS e dighe). La Libia è particolarmente vulnerabile a questo proposito. Il sistema di distribuzione dell’acqua si estende per distanze enormi, terreni scarsamente popolati e poco sicuri.

labirinto libico

Diverse settimane fa, i militanti affiliati all’ISIS hanno rivendicato (anche se non è stato confermato) di aver preso il controllo di installazioni lungo il Great Man – Made River, che se vero potrebbero avere enormi implicazioni per il futuro della Libia.
Nel deterioramento della situazione di sicurezza del paese, il comportamento della Libia, su tutte le questioni strategiche, incluso la negoziazione dei diritti delle risorse idriche della falda acquifera Nubian Sandstone, sarà imprevedibile. Inoltre, se gli affiliati dell’ISIS alla fine si assicureranno le infrastrutture libiche per l’estrazione ed il trasporto delle acque del Nubian Sandstone, e le lezioni dall’Iraq e la Siria ne sono un’indicazione, non si preannuncia niente di buono.
Le conseguenze del controllo dei gruppi affiliati all’ISIS della fornitura di acqua della Libia è importante perché la falda acquifera Nubian Sandstone non è una risorsa illimitata. Questo sistema d’acqua sotterranea è conosciuto come una “falda acquifera fossile”, ciò vuol dire che è geologicamente sigillato dalla superficie e non può essere ricaricato da mezzi naturali, come la pioggia che filtra dalla superficie. Mentre la falda acquifera Nubian Sandstone può essere considerata la più grande falda acquifera fossile al mondo: una volta che le acque della falda sono estratte se ne sono andate per sempre! Se i gruppi affiliati all’ISIS prendessero il controllo delle infrastrutture dell’acqua (assumendo che non l’hanno ancora fatto), rapidi e irregolari estrazioni possono facilmente risultare nello svuotamento della vasta falda acquifera più velocemente di quanto ci si aspetti.

Febbraio 10 2016

Algeria: the North Africa giant

algeria

Algeria: blocked in a status of enduring transition due to the preponderance of military, it plays a key role for the stability of North Africa and Sahel.

After 5 years from the uprising wave which have literally shocked the Middle East and the North Africa Region, the Algerian regime has been able to preserve itself and to ensure a relative stability to its territory. After a remarkable period of isolation because of the Black Decade (1991 – 2000), the country seems back on track to play a key role for the stability of North Africa and Sahel Region. Algeria has undeniable assets that can make it a regional power in North Africa, however its deep political socio – economical griefs are a real boundary for its ambitions as regional power.

Algeria and its potential

There are 4 factors which clearly outline the Algeria’s potential: geographic qualities, demographic composition, oil wealth and its security sector: modern with great experience.

With its 1,200km of coastline it has a strategic continental location: pivot of the Maghreb. Due to its geographical proximity and its colonial heritage, Algeria is a preferential partner of France and more broadly of the European Union. It is also a demographic power with a total population of 39,542,166, of which 67% under 30 years and roughly 30% between 15 and 29 years. The level of registration to primary education is 95%, for the secondary schools more than 60%. The population in working age is 68% of the total population. These numbers show the great potential that young have to increase the GDP, raise the annual production and the consumption. Key provider of oil and gas to the west, third conventional oil reserves (12,2 billion barrels) in Africa and tenth for gas reserves (4,5 trillion of cubic meters) in the world. The profits from the export of hydrocarbon are used to sustain a stable economic increase. Algeria has a military apparatus modern and strong. The People National Army has an active front of force of 512,000 and an active reserve force of 400,000. Algeria has become the first buyer of arms in Africa with a military expenditure that exceed 10 billion dollars, which represents an increase of 176% from 2004. Algeria is among the 10 world purchasers, shifting from the 24th place in 2010 to the 6th in 2013. The country is also developing its military industry through joint ventures with many firms in different countries: in January 2015 it has revealed to have assembled locally, for the first time, military truck 6 wheels Mercedes – Benz Ztros. This modernization has gone together with the improvement of the military forces training. The algerian armed forces have a sofisticated training and a huge experience in counter- terrorism tactics achieved during the revolution in the nineties.

What is it under the surface?

Disaffection cook over a low heat under the surface. Spontaneous uprising occur on a regular basis in the country: only in the first half of 2015, the Algerian police has registered 6,200 local protests. The demonstrations often rotate around injustice for house distribution, public employment, funding or price increase. The large majority of the population is poor, with 10 milion people living under the level of poverty. Infrastructures, particularly health and education, cannot meet the needs of the population in steady increase (birth rate is: 25,14%). These problems combined with a widespread corruption and the lack of transparency, have pushed many young in the city and in the rural areas to consider the request for a visa to go to France, UK, Canada in search of a better job, better salaries and better living conditions. From 2004, thousand of young people have risked their lives to migrate illegally in Europe through the Mediterranean, a phenomenon known as haraga (literally: those who burn the boundaries). The growing instability in Libya has lead to an increase in the arms and drug traffick at the border. As a matter of fact, violent groups have strenghten their network looking for regional allies, as it is showed in the coalition compesed by Mokhatar Bel Mokthar and the Movement for Unity and Jihad in West Africa. The last has conducted attacks at the barracks of the Algerian police in Tamenrasset and Ouergla in 2012. These regional alliances are highlithed by the attack in 2013 at the gas facility in Amanas conducted by Mokhatar Bel Mokthar. This attack in the south of Algeria where 70 people died has stressed the links and inter – relation between the various terrorist groups in Algeria, Tunisia, Mali and Libya, where the attack was launched.

Algeria: political framework

From a political point of view, the country is blocked in a permanent transition status due to the preponderance of the military. A prominent academic in the algerian politic, Mohamed Harbi, once said: “every state as its own army. The Algerian army, however, has its state”. Officially, Algeria is a Republic with a strong presidency, in practice every presidential initiative must be approved by the military. 53 years after the independence, the military apparatus is still predominant in the State. In 15 years, President Bouteflika has never implemented real structural reforms. The recent changes that he has done mainly in the security sector are more a cosmetic work, nothing that would threaten military and their security apparatus. Some weeks ago, President Bouteflika has dissolved the intelligence and security department, replacing it with a new entity under his executive control. This new creation likely won’t overthrow the shadow political structure that control Algeria, at least it could just shift the centre of gravity. Military has supported the fourth mandate of Bouteflika, likely to take time to find an “ideal candidate” for the succession.

Algeria: regional policy

The Algerian regional policy is complicated by its tense relation with Morocco. Algiers maintain its opposition to the Rabat claim on West Sahara and the border between the two countries remain closed. Some weeks ago Algeria detained more than 200 Moroccan linked to organizations in Libya and has arrested, some days ago, 9 Morocco nationals that the Algerian authorities have identified as “illegal migrants”, adding more tensions. Algeria has also diplomatic means that undeniably can make it a regional power. It has been a key player in the intra – Libyan dialogue, the peace agreement without Algeria would have been almost impossible. However, the only way Algeria can be stable economically and politically in the long term, is to press on real reform not aesthetic.

ISIS threat in Algeria

In countries as Algeria where there is a strong state and there a ruthless security mechanism, the Islamic state won’t survice. The proof is the fact that the algerian ISIS branch, called: “jund El Khilafa” that kidnapped the French Hervé Gourdel in the mountains of Kabilya, was erased three months after the killing of the French man. The group which has replaced it was destroyed in few days. In Algeria, the Islamic state cannot play on the rail of the polarization sunni/shiite because 99% of the population is sunni. 23 years after the Black Decade, the bloody civil war, which was precipitated by the military cancellation of the elections won by Islamic Salvation Front, the Salafist ideology and the activism are, again, emerging as a field of political dispute. Many factors explain the hike of the salafists in Algeria. Echos from the Middle East and in Nord Africa, Algerian have to face an economic stagnation, a political paralysis and a generational change. The increase of the personification of (non violent) salafism as a moral rebellion against the crisis of the state institutions, with is rigid moral code, the promises to comfort the illness in the society, provide the youth dissatisfied with an alternative from the moribund state religious institutions and from the increasing irrelevance of predominant islamist movements which tend to co-opt them. Paradoxically, the state as played a non-negligible role in the Salafist wave using the movement as an ideological counterweight to the political Islam and revolutionary groups.

Algeria

Algerian salafism, located at the extreme conservative of the political and theological panorama, is far away to be homogenous. The most prominent Salafist, the so called “quietist” which abstain from formal politic, reject violence, encourage the spread and implementation of the theological strictly conservative orientation in the society. The most important figures of this line are El Ferkous and Abdelmalek Ramadani, active in charities and in civil society groups as in the street markets. Given their political quietism and their neutrality toward the regime, Salafists can have private schools, build business networks, wear their peculiar dress, long beard and white tunic. The easiness to access the salafist network is particularly seductive for the young in the country and for those disillusioned from what they perceive as an extreme oldness in the Algerian society. From its part, the Algerian regime benefit from the raise of non-political movement that can help to dissuade the youth at risk from the politics and the violent extremism. Conversely from Tunisa and Morocco where the main Islamist parties have evolved in a political and intellectual forces, the Algerian Islamists have drowned in an intellectual lethargy and have largely disconnected themselves from the electoral base.  Their inability in adjusting themselves to the great social transformations have eroded their political positions in the society. With their moral discourse and their egalitarian attitudes, Salafists are emerging as counterweight to the stagnation of political Islam. However is worth point out that not all Salafism lack of a political orientation. As in the neighbour countries, a minority Salafist trend has become politicized. An example is the creation of the Islamic Sahwa Front in 2013 and the Algerian Front for Reconciliation and Salvation in 2014. Both movements are led by  provocative and controversial Salafist figures whose goal is to create an Islamic state. So far, none movement have obtained the recognition as political party or have been able to sell the idea of a political engagement to the whole Salafist community. Some observers believe that the regime eventually would follow the Moroccan model of political integration for the Salafists who have publically rejected the violence and the order form of subversion. The Algerian regime in the struggle of preventing Salafist conservative trend to find a fertile ground, has strengthen the institutional framework of mosque supervision and religious discourse. In 2015 the government has announced the creation of a National Scientific Council, tasked with the issuing of official fatwa. Its members are assisted by the Egyptian institution Al – Azhar, regarded has an high authority in the Islamic jurisprudence. The Council has already issued a series of religious decrees, from the permissibility of acceptance of financial loans to the acquisition of new houses, organ transplant and prohibition of sperm and anonymous ovule donation.

Febbraio 10 2016

Algeria: il gigante del Nord Africa

algeria

Algeria: bloccata in uno stato di transizione permanente a causa della predominanza dei militari, gioca un ruolo chiave nella stabilità del Nord Africa e del Sahel.

Dopo 5 anni dall’ondata di insurrezioni che hanno letteralmente scioccato il Medio Oriente e la regione del Nord Africa, il regime algerino è stato in grado di mantenere se stesso e di assicurare una relativa stabilità al suo territorio. Dopo un grande periodo di isolamento a causa della “black decade” (1991 – 2000), il paese sembra essere tornato in pista e giocare un ruolo chiave nella stabilità del Nord Africa e della regione del Sahel. L’Algeria ha innegabili assetti che possono renderla una potenza regionale del Nord Africa, ma le sue profonde sofferenze politiche e socio – economiche sono un  limite reale alle sue ambizioni di potenza regionale.

L’Algeria e il suo potenziale

Sono 4 i fattori che chiaramente delineano il potenziale dell’Algeria: le qualità geografiche, la sua composizione demografica, la ricchezza di petrolio ed il suo settore della sicurezza: moderno e di grande esperienza. Con i suoi 1,200 km di coste ha un locazione continentale strategica nel fulcro del Maghreb. A causa della sua prossimità geografica e la sua eredità coloniale, l’Algeria è un partner privilegiato della Francia, e per estensione, dell’Unione Europea. E’ anche una potenza demografica con una popolazione totale di 39,542,166 di cui il 67% al di sotto dei 30 anni e approssimativamente il 30% tra i 15 e i 29 anni. Il tasso di iscrizione all’educazione primaria è del 95% e per la scuola secondaria è oltre il 60%. La popolazione in età lavorativa costituisce circa il 68% della popolazione totale. Questi numeri indicano  il grande potenziale che hanno i  giovani di incrementare il prodotto interno lordo e aumentare sia la produzione nazionale che i consumi.
Fornitore chiave di petrolio e gas all’occidente, con le terze riserve di petrolio convenzionali più grandi (12,2 miliardi di barili) in Africa e il decimo nelle riserve di gas (4,5 bilioni di metri cubici) nel mondo. I guadagni dall’esportazione di idrocarburo sono stati utilizzati per sostenere una crescita economica stabile.
L’Algeria ha un apparato militare moderno e forte. Il People National Army ha un fronte attivo di forza di 512,000 unità e una forza di riserva attiva di 400,000. L’Algeria è diventata il primo compratore di armi in Africa con una spesa militare che eccede i 10 miliardi di dollari, che rappresenta un incremento del 176% dal 2004. L’Algeria è tra i primi 10 compratori al mondo, muovendosi dal 24° posto nel 2o10 al 6° nel 2013. Il paese sta sviluppando anche la sua industria militare attraverso delle joint ventures con molte imprese in diversi paesi: nel gennaio del 2015 ha rivelato di aver per la prima volta assemblato localmente camion militari a sei ruote Mercedes – Benz Ztros. Questo ammodernamento è andato di pari passo con il miglioramento dell’addestramento delle forze armate. Le forze militari algerine hanno un sofisticato addestramento ed una grande esperienza nelle tattiche di anti – terrorismo ottenute durante la rivoluzione degli anni ’90.

Cosa c’è sotto la superficie

La disaffezione cuoce a fuoco lento sotto la superficie. Proteste spontanee si verificano su base regolare nel paese: solo nella prima metà del 2015, la polizia algerina ha registrato 6,200 proteste locali. Le proteste spesso ruotano attorno all’ingiustizia nell’attribuzione delle case, lavori statali, finanziamenti o l’aumento dei prezzi.
La vasta maggioranza della popolazione è povera, con 10 milioni di persone che vivono al di sotto del livello di povertà. Le infrastrutture, specialmente nella sanità e nell’educazione non possono incontrare i bisogni di una popolazione in costante crescita (il tasso di nascita è del 25,14%). Questi problemi, aggiunti ad una diffusa corruzione e ad una mancanza di trasparenza, hanno spinto molti giovani sia delle città che delle zone rurali a considerare la richiesta di visto per la Francia, l’Inghilterra o il Canda per un lavoro migliore, migliori salari e migliori condizioni di vita. E’ dal 2004, che centinaia di giovani hanno messo le loro vite in pericolo per migrare illegalmente in Europa attraversando il Mediterraneo, un fenomeno conosciuto come haraga (letteralmente: coloro che bruciano le frontiere).
La crescente instabilità in Libia ha dato vita ad un aumento nel traffico di armi e di droga alle frontiere. Infatti, i gruppi violenti hanno rafforzato le loro reti cercando alleati regionali, come mostra la coalizione formata tra Mokhtar Bel Mokthar e il Movement for Unity and Jihad in West Africa. Quest’ultimo ha condotto attacchi alle caserme della polizia a Tamenrasset e Ouergla nel 2012. Queste alleanze regionali sono state evidenziate dall’attacco del 2013 all’infrastruttura di gas ad Amenas da Mokhtar Bel Mokthar. Questo attacco nel sud dell’Algeria in cui morirono 70 persone ha messo in evidenza i legami e le inter – relazioni tra i vari gruppi terroristici in Algeria, Tunisia, Mali e Libia, da cui l’attacco è stato lanciato.

Algeria: quadro politico

Dal punto di vista politico, il paese è rimasto bloccato in uno stato di transizione permanente a causa della predominanza dei militari. Un prominente studioso della politica algerina, Mohamed Harbi, una volta ha detto: “ogni stato ha il suo esercito. L’esercito algerino, tuttavia, ha il suo stato”. Ufficialmente l’Algeria è una repubblica con una forte presidenza, ma in pratica ogni iniziativa presidenziale deve essere approvata dai militari. 53 anni dopo l’indipendenza, l’apparato militare è ancora prevalente sullo stato. In 15 anni, il Presidente Bouteflika non ha mai realizzato vere riforme strutturali. I recenti cambiamenti da lui compiuti principalmente sulla sicurezza sono più un lavoro di cosmetica, niente che minacci i militari ed il loro apparato di sicurezza. Qualche settimana fa, il presidente Bouteflika ha dissolto il dipartimento di intelligence e sicurezza, sostituendolo con un una nuova entità sotto il suo controllo esecutivo. Questa nuova creazione di certo non abbatterà le strutture di potere ombra che controllano l’Algeria, potrebbe solo muovere il loro centro di gravità. I militari hanno appoggiato il quarto mandato di Bouteflika, molto probabilmente per prendere tempo per trovare il “candidato ideale” per la sua successione.

Algeria: politica regionale

La politica regionale algerina è complicata dal suo rapporto teso con il Marocco. Algeri mantiene la sua opposizione alle rivendicazione di Rabat sul Sahara occidentale e le frontiere tra i due paesi restano chiuse. Poche settimane fa l’Algeria deteneva più di 200 marocchini legati ad organizzazioni in Libia e ha arrestato pochi giorni fa 9 cittadini del Marocco che le autorità algerine hanno identificato come “immigrati illegali”, aggiungendo così altre tensioni. L’Algeria ha degli assetti che innegabilmente la possono rendere la potenza regionale. E’ stato già un giocatore chiave nel dialogo inter – libico, l’accordo di pace senza l’Algeria sarebbe stato praticamente impossibile. Tuttavia, l’unico modo per l’Algeria di essere stabile sia economicamente che politicamente nel lungo periodo è quello di premere l’acceleratore per riforme reali e non estetiche, sia economiche che politiche.

La minaccia dell’ISIS in Algeria

In paesi come l’Algeria dove lo stato è forte e c’è un meccanismo impietoso di sicurezza lo stato islamico non può sopravvivere. Lo prova il fatto che il ramo algerino dell’ISIS, chiamato: “jund El Khilafa” che ha rapito il francese Hervé Gourdel nelle montagne di Kabilya, fu eliminato meno di tre mesi dopo l’uccisione del francese. Il gruppo che lo ha rimpazziato fu distrutto in pochi giorni. In Algeria lo stato islamico non può giocare sul binario della polarizzazione sunniti/sciiti perché il 99% della popolazione è sunnita.
23 anni dopo la Black Decade, la sanguinosa guerra civile, che fu precipitata dalla cancellazione, da parte dei militari, delle elezioni vinte dall’Islamic Salvation Front e che ha ucciso approssimativamente 200,000 algerini, l’ideologia salafista e l’attivismo stanno, ancora una volta, emergendo come terreno di dispute politiche.
Molti fattori spiegano l’impennata dei salafisti in Algeria. Nell’eco del panorama nel Medio Oriente e nella regione del Nord Africa, gli algerini affrontano una stagnazione economica, una paralisi politica ed il cambio generazionale. La crescita delle incarnazioni del salafismo (non violento) come ribellione morale contro la crisi delle istituzioni dello stato, con i suoi codici morali rigidi e le promesse di confortare dalle malattie della società, forniscono ai giovani scontenti un’alternativa alle istituzioni religiose statali moribonde e alla crescente irrilevanza dei movimenti islamisti predominanti che li cooptano. Paradossalmente, lo stato ha giocato un ruolo non trascurabile nell’ondata di salafismo utilizzando il movimento come un contrappeso ideologico all’islam politico e ai gruppi rivoluzionari.

algeria

Il salafismo algerino, situato all’estremo conservatore dello spettro teologico e politico, è lontano dall’essere omogeneo. I più prominenti sono i salafisti così detti “quietist” che si astengono dalla politica formale, ripudiano la violenza, ed esortano alla diffusione e l’applicazione di orientamenti teologici rigidamente conservatori nella società. I più importanti rappresentanti di questa linea sono El Ferkous e Abdelmalek Ramadani, attivi nelle associazioni caritatevoli e nei gruppi della società civile, così come nelle attività di vendita per strada. Dato il loro quietismo politico e la neutralità nei confronti del regime algerino, ai salafisti è permesso di avere le loro scuole private, costruire reti di affari indossare i loro peculiari abiti, le lunghe barbe e le tonache bianche. La facilità di accedere alle reti salafisti è particolarmente seducente per i giovani del paese e per i disillusi con quello che loro percepiscono essere l’estrema vecchiaia accumulata dalla società algerina. Dalla sua parte, il regime algerino beneficia della crescita di un movimento apolitico che può aiutare a dissuadere “giovani a rischio” sia dalla politica che dall’estremismo violento. Diversamente dalla Tunisia e dal Marocco dove i principali partiti islamisti sono maturati in importanti forze politiche ed intellettuali, gli islamisti algerini sono affogati nella letargia intellettuale e si sono grandemente disconnessi con le loro basi elettorali. La loro inabilità di adattarsi alle grandi trasformazioni sociali recenti ha eroso le loro posizioni politiche e sociali nella società. Con il loro discorso moralizzatore e con le loro attitudini egalitarie, i salafisti stanno perciò emergendo come contrappeso alla stagnazione dell’islam politico. Tuttavia è bene precisare che non tutto il salafismo manca di un orientamento politico. Come nei paesi vicini, una corrente minoritaria salafista è diventata politicizzata. Un esempio è la creazione dell’Islamic Sahwa Front nel 2013 e del Algerian Front for Reconciliation and Salvation nel 2014. Entrambi i movimenti sono guidati da figure salafiste controverse e provocatorie, il cui obiettivo è quello di creare uno stato islamico. Fin qui, tuttavia nessun movimento ha ottenuto il riconoscimento di partito politico o ha saputo vendere l’idea di un impegno politico della più ampia comunità salafista. Alcuni osservatori credono che il regime alla fine seguirà il modello marocchino di integrazione politica dei salafisti che hanno pubblicamente ripudiato la violenza e la sovversione.
Il regime algerino nello sforzo di impedire che le correnti salafiste più conservatrici possono trovare terreno fertile, ha rinforzato il quadro istituzionale di supervisione delle moschee e dei discorsi religiosi. Nel 2015 il governo ha annunciato la creazione del Consiglio Scientifico Nazionale, incaricato di emettere le fatwa “ufficiali”. I suoi membri sono assistiti dall’istituzione egiziana Al – Azhar, considerata un’alta autorità nella giurisprudenza islamica. Il Consiglio ha già emanato una serie di decreti religiosi, dalla permissibilità dell’accettazione di prestiti bancari all’acquisizione di appartamenti sovvenzionati ai limiti imposti sul trapianto di organi e al divieto di donazione di sperma ed ovuli anonimi.

Gennaio 7 2016

Libia: lo scandalo ONU che nessuno racconta

Libia

Libia martoriata da un guerra civile, dallo scellerato intervento del 2011, viene mortificata ancora dallo scandalo del rappresentante ONU. Non ricercate le colpe nei libici, ma nei carrozzoni burocratici occidentali.

Certo l’ISIS che diffonde le foto dei suoi raid sulle infrastrutture petrolifere libiche non è il massimo, aver ottenuto dei successi a Sirte e aver preso il controllo di due città nell’area: Bin Jawad e Nawfaliyah, preoccupa. Preoccupa perchè il vuoto politico non si colma ed anzi si colora di ombre gettate proprio dalle Nazioni Unite. Passato del tutto inosservato dal mondo intero, perchè fa comodo pensare che la colpa sia dei terroristi.

La Libia mortificata dal funzionario corrotto delle Nazioni Unite

Il rappresentante speciale per le Nazioni Unite in Libia, Bernardino Leon, ha negoziato un lavoro per 35000 sterline al mese con gli Emirati Arabi Uniti (UAE),che supportano una delle parti in lotta nella guerra civile in Libia, come direttore generale della sua “accademia diplomatica”. Fatto poi annunciato ufficialmente da UAE.

Leon se la cava dicendo che non è affatto un conflitto di interessi perché voleva lasciare il suo ruolo il 1 settembre 2015. Le email diffuse dal The Guardian mostrano che l’incarico fu offerto a Leon a giugno 2015 e che ad agosto 2015 proprio Leon aveva già intenzione di andare con la sua famiglia ad Abu Dhabi. L’ONU lo rimuove e manda Kobler, un tedesco ed il fatto viene chiuso, archiviato, mai accaduto.

Le mail che fanno più orrore di un bombardamento

Erano passati 5 mesi da quando era stato nominato mediatore in Libia e la prima mail che Leon invia risale al 31 dicembre 2014 indirizzata al ministro degli esteri UAE, Sceicco Abdullah bin Zayed, dalla sua casella di posta privata.

Leon dice che, “siccome ci sono progressi molto lenti nei colloqui di pace, l’Europa e gli Stati Uniti chiedono un piano B, una classica conferenza di pace“. Secondo Leon è una pessima opzione perché tratterebbe le due parti come attori uguali. Continua dicendo che il suo piano è quello di rompere un’alleanza pericolosa tra i mercanti benestanti di Misurata e gli islamisti che tengono a galla  il GNC (la formazione politica con sede a Tripoli). Dice che vuole rinforzare l’HOR (l’altra formazione politica con sede a Tobruk), l’apparato supportato dall’UAE e dall’Egitto. Dichiara che non sta lavorando ad un piano che includa tutti, che ha una strategia che delegittima completamente il GNC. Ammette che tutti i suoi movimenti e le sue proposte sono state prese in consultazione e, in molti casi direttamente con l’HOR e l’ambasciatore UAE in Libia Aref Nayed e l’ex primo ministro libico che sta in UAE, Mahmud Jibril.

Prima di firmare e spedire l’email, Leon afferma che lui può aiutare e controllare il processo mentre è li. Che tuttavia non ha pianificato di starci molto. Che ha avvertito gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Unione Europa di lavorare con l’UAE.

Leon insiste che le mail sono state manipolate che stava considerando di dimettersi dal suo ruolo in Libia già a gennaio 2015. L’ambasciatore libico alle Nazioni Unite accusa i servizi d’intelligence britannici di aver dato le mail al giornale britannico. Al-Dabbashi aggiunge che questo dimostra il desiderio degli americani e degli inglesi di far scivolare il paese nel caos fino a quando i loro cittadini che hanno origini libiche abbiano l’opportunità di governare la Libia oppure di dividerla in mini stati.

La Libia e i libici ne pagano le conseguenze

La risoluzione 2259 del Consiglio di Sicurezza sulla Libia viene adottata il 23 dicembre 2015 e tutti applaudono alla formazione di un nuovo governo di unità nazionale, pace e stabilità, evviva! La realtà non è affatto così. L’azione scellerata di Leon ha gettato una grande ombra di legittimità sulle Nazioni Unite. Si crede in Libia che ci sia un gruppo politico a Tripoli, uno a Tobruk ed un terzo a New York. La sensazione per alcuni, la certezza per altri, che il governo sia stato paracadutato dall’occidente non aiuta per nulla. Il fatto che si sia approvato un piano scritto da un funzionario corrotto non fa altro che inasprire la situazione.

I bombardamenti diretti allo stato islamico in Libia forse aiuteranno gli interessi occidentali ma non aiutano affatto la Libia.

Un esempio su tutti. Il movimento politico Tabu ha reiterato che il non riconoscimento della tribù Tabu da parte dell’assemblea costituente viola l’art. 30 della dichiarazione costituzionale ad interim. L’art. 30 obbliga l’assemblea a considerare i punti di vista degli Amazigh, Tabu e Tuareg circa le leggi da adottare nella bozza della costituzione. Il 5 gennaio 2016 l’HOR non si riunisce ufficialmente a causa della mancanza di quorum. I membri dovevano incontrarsi per votare l’accordo politico firmato a Skhirat e il suo Faiez Serraj Government of National Accord  (GNA).

Certo è colpa dei libici che non si mettono d’accordo, in fondo è loro il paese perché non si danno una mossa a mettersi d’accordo? Ed è la fulminante dichiarazione del capo della politica estera europea: Mogherini, che richiama all’unità. Certo è ovvio: la colpa è dei libici. Come se la transizione politica di un paese si potesse fare dall’oggi al domani.

Punti deboli dell’Accordo Politico

Secondo l’accordo il 26 gennaio tutte le posizioni come il governatore della banca centrale libica e il comandante in capo dell’esercito nazionale libico andranno per default al GNA. Sempre in questa data la comunità internazionale dovrà e potrà indirizzarsi unicamente al GNA escludendo ogni contatto con i due governi precedenti.

Come già anticipato in un precedente post l’accordo politico ha molti punti critici che non fanno presagire un buon risultato. La procedura di selezione del primo ministro del governo di unità e dei suoi due deputati è il punto più critico per l’implementazione dell’accordo. Insieme queste tre posizioni formeranno il Consiglio Presidenziale, ognuno con un uguale potere di vero su decisioni governative chiave, soprattutto per il settore sicurezza. A loro verrà anche dato il compito di proporre una linea di governo. Altro limite: l’accordo di Skhirat non prevede una procedura concordata su come queste figure chiavi verranno scelte.

Il piano delle Nazioni Unite assume che ci siano solo due parti che combattono l’un altro, ma ci sono una moltitudine di differenti milizie di cui peraltro non è chiara quale sia la reazione dopo il 26 gennaio 2016.

Resta assente di un binario parallelo che si occupi soltanto di questioni legate alla sicurezza che avrebbe potuto creare un punto comune e quindi un ponte tra i gruppi armati rivali.

Nell’accordo non si menziona affatto il sistema giudiziario. L’ultima riforma della Corte Suprema risale al 1969. Numerosi sono stati i richiami di alcune organizzazioni internazionali al rispetto dei diritti umani nelle prigioni libiche. Il sistema carcerario nessuna menzione. La tortura: nessuna menzione.

Sì, continuiamo a dare la colpa ai libici perché in questa situazione l’occidente ha fatto molto bene: nel 2011 li ha bombardati, ha rimosso il leader (l’ha ucciso così per stare più tranquilli) e poi nel 2015 ha dato in mano le sorti del paese ad un funzionario delle Nazioni Unite corrotto. Ottimo lavoro! Sicuramente la colpa è dei folletti o negli unicorni!

Dicembre 23 2015

L’Egitto di oggi è poi così cambiato?

Egitto oggi è cambiato?

L’Egitto del dicembre 2015 assomiglia molto all’Egitto degli ultimi mesi del 2010 e alla fine del dominio di Mubarak, durato tre decadi.

L’ Egitto di oggi assomiglia molto all’Egitto del tardo 2010 e ai mesi finali del dominio di Hosni Mubarak durate tre decadi. Il presidente militare non era affatto un sofisticato politico ed oggi come allora ci sono le lotte per il potere economico e politico tra i militari e gli uomini d’affari, abusi dei diritti umani, sofferenza economica,  gruppi jihadisti nel Sinai.  Significativo è il fatto che oggi queste situazioni appaiono più pronunciate.

La familiare “manipolazione esecutiva” della legislatura

I membri e la missione dell’eletta House of Representative con 598 seggi ci svela diverse somiglianze con il parlamento scelto qualche mese prima delle rivolte del gennaio 2011. La composizione del nuovo parlamento non rappresenta tutti gli egiziani, pochi dei quali si sono recati alle urne per il voto, che sia stato per scelta o per varie forme di esclusione, tutto ciò riflette lo stato della politica formale. Le forze di sicurezza e i militari sono invischiati nella politica più che mai. Sono ricomparsi sulla scena uomini d’affari molto ricchi e rampolli di vecchie famiglie.

I generali in pensione sia dell’esercito che della polizia hanno conquistato circa il 13% dei seggi in parlamento. Gli uomini d’affari hanno preso il 25% dei seggi, nel 2010  si attestavano ad un massimo del 20% , nel 2012 al 15%.
I Fratelli Musulmani, che nel 2012 hanno vinto circa la metà dei seggi in parlamento, sono stati esclusi. Il Salafi Nour Party, l’unico partito islamista che partecipava alle elezioni di quest’anno, ha vinto solo 12 seggi, il 2%, in netto calo rispetto al 2012 quando si attestava attorno al 25%. Molti dei partiti orientati verso i giovani che zampillarono nel 2011 si sono sciolti o sono stati marginalizzati; un nuovo partito, Future of the Homeland, che ha vinto sorprendentemente 50 seggi, guidato da un 24enne sostenitore del presidente Abdel Fattah al Sisi, sinistramente rievoca il Future Generation Foundation capeggiato dal rampollo dell’ex presidente Mubarak.
Il nuovo parlamento egiziano è stato chiamato a fornire il suo imprimatur alle azioni del tutto non democratiche iniziate dalla presidenza, come lo furono i parlamentari dell’era Mubarak, anche se le nuove azioni sono molto più estreme. Il primo compito dell’House of Representative è stato di approvare 260 leggi passate con decreti dal colpo di stato del 2013 che portò al potere al Sisi. La costituzione adottata nel 2014 sancisce che la validazione deve avere luogo nell’arco di 15 giorni da quando il parlamento si riunisce, non lasciando alcuno spazio per la revisione ed il riesame dei decreti. Per gli egiziani, questa sorta di “manipolazione esecutiva” della legislatura è un’altra condizione del tutto familiare.

Al di là dei trucchetti politici, l’inflazione che fa salire il prezzo dei beni di prima necessità, le proteste dei lavoratori per i salari bassi, ricordano molto la fine del 2010.

Lo sdegno pubblico per le morti causate dalla brutalità della polizia è un’altra triste somiglianza con quegli ultimi mesi del 2010. Diversamente dal 2010, tuttavia, non c’è un movimento giovanile dinamico che guida un più ampio ed articolato movimento di protesta: gli ex leader o sono in prigione o in esilio.

Invece quello che l’Egitto ha nel 2015 é una crescente ribellione, violenta e sfaccettata, composta e sopportata da islamisti e altre figure alienate dalla limitata politica formale mostrata nel nuovo parlamento, che minaccia di trascinare il paese in acque inesplorate.

Gli amici ritrovati

L’Egitto e l’Arabia Saudita verosimilmente, sono i due stati più influenti del mondo arabo e continuano ad esprimere la loro determinazione per rafforzare un’alleanza che è cresciuta sotto il presidente egiziano Abdel – Fattah al Sisi. Nel tardo luglio di quest’anno, Al Sisi, il ministro della difesa saudita e il vice erede al trono Mohamed bin Salman hanno firmato un accordo chiamato Cairo Declarationun progetto strategico per accrescere la cooperazione bilaterale in diverse aree, specialmente nell’ambito della difesa e dell’economia.

E’ dal 2013 che l’Arabia Saudita e altri stati del Golfo Arabo hanno aiutato il regime di al Sisi con miliardi in aiuti economici. L’Egitto, in cambio, è stato un partner della guerra guidata della monarchia saudita, contro i ribelli Houthi in Yemen e proprio la scorsa settimana hanno inviato 800 truppe di terra in quel paese.
L’obiettivo centrale della dichiarazione del Cairo, di creare una forza militare araba congiunta, semplicemente reitera una decisione presa durante il summit della Lega Araba in Egitto lo scorso marzo. Bizzarra una parte della Dichiarazione in cui si chiama ad una maggiore cooperazione economica facendo finta che l’Arabia Saudita non sia già la maggiore fonte di investimento arabo: 10 miliardi di dollari nel 2014. L’unico elemento nuovo di questa dichiarazione è la promessa di demarcare le frontiere marittime tra l’Egitto e l’Arabia Saudita, questo permetterebbe ai due governi di risolvere una disputa di sovranità su le isole di Tiran e Sanafir nel Mar Rosso, amministrate dall’Egitto ma rivendicate dai sauditi. Cosa che però non ha mai veramente minacciato i legami bilaterali tra i paesi.
La cooperazione tra l’Egitto e l’Arabia Saudita potrebbe permettere agli Stati Uniti di diminuire i suoi sforzi e allontanarsi da interventi nel Medio Oriente costosi, di larga scala, pericolosi e lavorare in maniera più diretta attraverso i suoi alleati.
Diplomaticamente il dialogo strategico tra gli Stati Uniti e l’Egitto, che è stato congelato dal 2009 a causa della violazione sistematica dei diritti umani e dei disordini politici in Egitto, sono ripresi quest’estate. Washington ha l’opportunità di ingaggiare l’alleanza egiziana – saudita strategicamente per massimizzare il coordinamento di alto livello politico e diplomatico tra i tre governi.
Un più grande coinvolgimento americano servirà anche per controbilanciare alcune sensibilità geopolitiche che circondano una più grande integrazione economica nella regione del Mar Rosso. Ad esempio Washington potrebbe esplorare vie per sostenere la costruzione del progetto di rete elettrica saudita – egiziana che permetterebbe ai due paesi di generare e condividere 3000 megawatt addizionali di elettricità durante le ore di punta attraverso un cavo di 12 miglia sotto il golfo di Aqaba.
Vale la pena di chiedersi se Washington possa capitalizzare l’attuale amicizia tra il Cairo e Riyadh e allineare le aperture egiziane e saudite con interessi regionali americani di lungo termine, cosa che potrebbe non essere nelle mani di Obama, ma in quelle del suo successore.