Aprile 9

Gli Stati Uniti e il dilemma dei dittatori “amici”

dittatori

Il mondo è nel bel mezzo della lotta contro l’estremismo violento, per gli Stati Uniti torna il dilemma del “dittatore amico”.

Per tutta la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno lottato con il dilemma dei “dittatori amici”. Per un lungo periodo gli americani hanno creduto non solo che la democrazia fosse il solo sistema politico possibile ed il più giusto, ma che fosse quello che potesse rimanere stabile nel corso del tempo.

I dittatori potrebbero imporre l’ordine per un periodo, ma alla fine, la naturale necessità di  libertà provoca la loro caduta. Nelle giuste condizioni, la caduta di un dittatore potrebbe essere relativamente pacifica. Altre volte, invece scatena una pericoloso spasmo di violenza.

Malgrado ciò, nell’era della Guerra Fredda i politici americani hanno accettato ed anche abbracciato dittatori amici. Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, il problema non era stato risolto, ma si era sbiadito con le nascenti democrazie.

Ora che il mondo è nel bel mezzo della lotta contro l’estremismo violento, il dilemma del dittatore amico è tornato.

Durante la campagna presidenziale del 2016, Trump ha ripetutamente dichiarato che i recenti eventi  nel Medio Oriente hanno mostrato che i regimi autoritari sono caduti, il risultato è stato spesso l’instabilità che ha aperto la strada all’estremismo violento.

Dopo tutto lo “Stato islamico” non esisterebbe se il Presidente George W. Bush non avesse rimosso Saddam Hussein dal potere.

Ritengo quantomai opportuno a questo punto fare una breve parentesi chiarificatoria sulla nascita dello “Stato islamico”, se non altro per coloro che come me non credono ai complotti, ma si basano su fatti realmente accaduti.

L’affermazione: “ lo – stato islamico – non esisterebbe se George W. Bush non avesse rimosso Saddam Hussein” è vera, ma sarebbe più corretto articolarla in questo modo:

se l’amministrazione Bush non avesse deciso, a quel tempo, anche di radere al suolo, il 9 giugno 2006, la leadership di Al Qaeda in Iraq (AQI), gettando nelle mani del Mujahidin Shura Council le sorti del movimento jihadista locale. Questa organizzazione “ombrello” che coordinava i vari insorti combattenti a Falluyiah annunciò, il 12 ottobre 2006, l’alleanza di altre fazioni e di leader sunniti conosciuta come “the alliance of the scented ones”, gruppo dedicato a combattere l’occupazione americana. Fu quest’ultimo gruppo che il 15 ottobre 2006 annunciò la creazione di “Islamic State of Iraq.

Torniamo ai giorni nostri e alle dichiarazioni di Trump a proposito dell’essere più tollerante con i dittatori del Medio Oriente.

Un giorno dopo aver dichiarato “la mia attitudine verso la Siria ed Assad è cambiata molto”, Trump ordina un attacco missilistico su una base aerea siriana nella provincia di Homs.
La domanda sorge spontanea: “l’amministrazione Trump adesso lavorerà per la rimozione di Assad? Solo una settimana dopo averlo definito “una realtà politica che dobbiamo accettare?”

I dittatori rimossi: cosa ci insegna il passato

Una potenziale lezione dal passato potrebbe essere tratta dal rovesciamento di Saddam Hussein e del dittatore libico Mohammar Gadhafi. Questi casi suggeriscono che mentre gli uomini forti del Medio Oriente cadono, il potere scivola nelle mani degli estremisti. Con tutti i loro difetti, i despoti iracheni e libici, hanno tenuto sotto controllo il jihadismo e così, dalla loro prospettiva, gli Stati Uniti non avrebbero dovuto far altro che tollerarli.

La rivoluzione iraniana del 1970 ci suggerisce qualcosa di molto differente. Quando lo Shah sostenuto dagli Stati Uniti, Mohammad Reza Pahlavi, fu rovesciato, il regime teocratico rivoluzionario che lo rimpiazzò, era fortemente anti-americano.

Gli Stati Uniti continuano a pagare il prezzo per aver sostenuto così fortemente lo Shah.

La lezione qui è che, nel lungo periodo, una stretta associazione con un autocrate è una cattiva idea.

Adesso la questione è: quale lezione dovrebbe guidare la politica americana, quella che viene dall’Iraq e dalla Libia o quella dell’Iran?

Se le lezioni della Libia e dell’Iraq contano di più, allora forse i legami più stretti con el-Sissi sono una buona idea per Washington e dovrebbe smettere di dichiarare di rimuovere Assad dal potere.

Ma se la lezione dell’Iran resta valida, allora abbracciare el-Sissi e tollerare Assad danneggerà gli interessi degli Stati Uniti quando questi dittatori cadranno e i dittatori inevitabilmente cadono.

La politica dell’ “abbraccio ai dittatori amici” ci avverte di costi ed effetti avversi che potrebbero verificarsi al di fuori del paese nel quale viene applicata: scoraggia potenzialmente i movimenti democratici nascenti e diminuisce la percezione di moderatezza da parte dei dittatori.

Se la domanda è: la minaccia proveniente dall’estremismo violento islamico giustifica i rischi di “abbracciare” i dittatori del Medio Oriente?

Suggeriamo come risposta: no.

Nei casi in cui gli Stati Uniti sono rimasti fuori e forze interne hanno fatto cadere i regimi autoritari, Egitto sotto Mubarak, Tunisia sotto Zine al Abidine ben Ali, i risultati lontani dall’essere perfetti, non hanno avuto come conseguenza nazioni governate da estremisti o  che direttamente sostengono l’estremismo transnazionale.

Le linee  con 56 sfumature di rosso

Trump  dovrebbe specificare quali sono le linee rosse, e se non altro farci capire se lui le vede sfumate o no. All’indomani dell’attacco chimico in Siria dichiara che questa situazione ha varcato tutte le linee quando solo una settimana prima aveva dichiarato che Assad è una realtà politica da accettare. Forse le linee di Trump sono sfumate? E el-Sissi? quante sfumature di rosso repressione da parte del regime egiziano sarà disposto a tollerare Trump?

Forse dovrebbe concentrarsi sul fatto che avere a che fare con i dittatori è sempre una situazione colma di pericolo. Lui e i suoi advisor dovrebbero aprire un libro di storia e ricordarsi che in Iran nel 1970 gli Stati Uniti fecero un errore strategico talmente grande di cui ancora pagano il prezzo.

Gennaio 20

Chi sfiderà per primo Donald Trump?

Donald Trump

Quale sarà il primo avversario a sfidare il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump?

Non tutte le sfide sono uguali, quella che arriva dalla Cina è senz’altro la più importante.

Il 20 gennaio è arrivato. Donald Trump giura come Presidente degli Stati Uniti.

Chi sono gli avversari degli Stati Uniti che quasi certamente sfideranno il presidente Donald Trump, già da subito, mettendo alla prova la sua inesperienza negli affari di sicurezza nazionale e la sua propensione a personalizzare le interazioni politiche?

La forza di carattere della nuova amministrazione americana si vedrà proprio nella risposta di Trump e del suo team a queste sfide e questo, di conseguenza, determinerà se altri avversari lanceranno nuove sfide agli Stati Uniti.

Quello che non è chiaro è chi sarà il primo a lanciare la sfida.

Russia

che appare di aver lanciato un assalto multidimensionale per indebolire le democrazie occidentali, sembra essere probabilmente l’ultima a sfidare la nuova amministrazione. Tutti i segnali ci indicano che Donald Trump si troverà bene con Putin. Il primo ha mostrato poca preoccupazione per gli attacchi cyber della Russia, per gli interventi nel processo elettorale degli Stati Uniti e l’aggressione contro gli Stati confinanti.

Perciò Putin guadagnerebbe poco dal testare apertamente l’amministrazione Trump, almeno nel breve periodo.

Iran

è improbabile che lanci una maggiore sfida alla nuova amministrazione. Molto pesantemente, oserei dire, coinvolto nella guerra civile siriana, deve anche affrontare un’irrequieta giovane popolazione locale;

per cui Teheran potrebbe continuare con le provocazioni di basso livello, ma avrebbe poco da guadagnare da un confronto maggiore.

Mentre Donald Trump ha manifestato la sua volontà rinegoziare l’accordo nucleare con l’Iran, Teheran ha rifiutato questa idea. E senza un fronte unificato che comprende l’Europa, la Russia e la Cina, gli Stati Uniti non possono apporre sufficiente pressione sull’Iran per obbligarla ad accettare delle condizioni più restrittive di quelle già applicate. Washington e Teheran probabilmente si lanceranno occhiatacce l’un l’altro mentre salgono piano piano la scala del confronto.

“Stato islamico”

raddoppierà i suoi sforzi per lanciare attacchi negli Stati Uniti o contro obiettivi americani all’estero. Alcuni potrebbero riuscire: è quasi impossibile anche per un programma di contro-terrorismo altamente efficace essere al 100% di successo. Tuttavia lo “Stato islamico” non sta rivelando i suoi piani e ha una piccola capacità di escalation.

Tutti i segnali puntano alla regione Asia-Pacifico come la zona più pericolosa, fin da subito per l’amministrazione Trump, una combinazione di avversari potenti con una ostilità accresciuta per gli Stati Uniti.

Nord Corea

sfiderà l’amministrazione Trump se non altro per le minacce, le intimidazioni e le sbruffonerie che sono diventate una vera e propria procedura operativa per la dittatura ereditaria di Kim. Trump potrebbe ordinare alle forze militari americane di distruggere ogni missile balistico di lungo raggio che il Nord Corea testerà, ma è difficile da immaginare quello che possa fare al di là di questo.

Il regime del Nord Corea bizzarro ed incostante potrebbe attaccare gli Stati confinanti, possibilmente con armi nucleari, se sentisse allentare la sua presa al potere. Se si sbriciolasse, una crisi umanitaria imponente e una guerra civile devastante molto probabilmente seguiranno, facendo cadere la crescita economica asiatica e quindi quella dell’intero mondo.

I vicini del Nord Corea sanno questo e farebbero tutto quello che è  in loro potere per evitare di provocare il regime di Kim al punto dell’aggressione o spingerlo al collasso. Questo stabilisce precisi limiti a quello che gli Stati Uniti possono fare diversamente da bombardamenti limitati alle infrastrutture militari nord coreane. Niente nella storia della dinastia Kim ci suggerisce che questo darebbe il via ad una maggiore compostezza e moderazione.

Il più preoccupante avversario di tutti: la Cina.

Mentre Washington e Beijing hanno avuto delle relazioni di sicurezza tese per un certo numero di anni, particolarmente quando la Cina si è mossa per affermare il controllo di parti del mare nel sud della Cina, le due nazioni erano economicamente intrecciate e condividevano interessi nella stabilità regionale e globale.

Adesso le relazioni tra i due potrebbero essere velocemente disintegrate. In tutta la campagna presidenziale, Donald Trump è stato molto critico su quello che lui vede come un’ineguaglianza nella relazione economica tra gli Stati Uniti e la Cina. Da quando, poi, ha vinto le elezioni, ha messo in discussione la politica di lungo corso di “one China” che riconosce Beijing e non Taiwan come il solo rappresentante diplomatico della nazione cinese.

Più recentemente, Rex Tillerson, la nomina di Trump come Segretario di Stato, ha comparato, nella seduta di conferma del Senato, la politica della Cina di costruire isole e usarle poi come base per rivendicazioni giuridiche di grandi parti del mare del Sud della Cina, all’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014.

La Cina considera Taiwan e il mare del Sud della Cina come interessi vitali nazionali e quindi farà molto per difendere la sua posizione, possibilmente usando anche la forza militare. E diversamente da altri avversari americani, la Cina ha molteplici vie per colpire gli Stati Unti, inclusa, non solo l’azione militare, ma anche la pressione economica e l’aggressione cyber.

La retorica di Trump e Tillerson potrebbe tentare di applicare le tecniche della negoziazione in affari alla sicurezza nazionale, rivendicando una posizione iniziale estrema sull’aspettativa che più tardi persuadranno l’altra parte ad accettare di meno. Ma nel mondo degli affari il peggio che può succedere se uno stratagemma di questo tipo fallisce è che l’accordo si rovina. Nel regno della sicurezza, c’è il potenziale per uno spargimento di sangue, un disastro, una crisi globale se le due più grandi economie del mondo inciampiassero in un conflitto.

Novembre 24

Quando l’ignoto diventa una certezza nelle analisi: il caso Trump

ignoto

Il caso Trump stimola a riflettere che commentare l’ignoto di quello che sarà ci espone soltanto alla demagogia.

Quando si produce un’analisi di politica internazionale, ci si deve confrontare inevitabilmente con l’ignoto, con quello che non sappiamo del futuro. Si fanno supposizioni su quello che potrebbe ragionevolmente accadere. Uno dei segreti di ogni analista, professionista, di politica internazionale (di seguito solo analista n.d.r) è quello di attenersi ai fatti il più possibile e non cadere nella trappola della certezza dell’ignoto e scivolare inesorabilmente nella demagogia.

L’analista parte dai fatti e si attiene ai fatti e non c’è esempio migliore del “caso Trump” per stimolarci a riflettere su questa differenza fondamentale tra l’analista, il commentatore e il tuttologo .

In questo post quindi seguiremo il filo conduttore: “atteniamoci ai fatti” e partiamo proprio da due circostanze reali:

1. Donald Trump presterà giuramento come 45° presidente degli Stati Uniti il 20 gennaio 2017 alle 13 (ora locale). Il capo della Corte Suprema John Roberts amministrerà il giuramento sulla scalinata di Capitol Hill. Dopo il giuramento, Trump terrà un discorso, che passerà alla storia, sì, ma come tutti i discorsi inaugurali di tutti i 44 presidenti degli Stati Uniti prima di lui.
2. Non deve essere esagerata la grandezza dell’incertezza che circonda tutto quello che il Presidente Trump metterà in pratica realmente.

L’ultimo punto va preso in seria considerazione proprio perché gli Stati Uniti non sono una dittatura o una monarchia e neanche un regime autocratico. La Costituzione degli Stati Uniti unitamente al controllo e bilanciamento dei poteri garantiscono che Trump sia il Presidente di una Repubblica, dove la democrazia è assolutamente garantita e protetta.

L’analisi dell’incertezza

Ebbene sì, l’incertezza va analizzata. L’analista deve entrare nel profondo delle situazioni e cercare di comprendere da dove originano, perché nella radice quasi sempre risiede anche la causa. 

L’incertezza che circonda e oserei dire impernia il neoeletto Presidente degli Stati Uniti è costituita da diverse componenti.

Parte di questa incertezza è la diretta conseguenza dell’abilità straordinaria di Trump, di assumere ogni posizione per ogni argomento (ultimo caso, dopo che Trump ha ripetutamente criticato la NATO come sovrastimata e obsoleta nel corso della sua campagna, abbiamo appreso dal presidente Obama – ancora in carica – che Trump (il presidente eletto) lo ha rassicurato, nell’ufficio ovale, che “non c’è nessun indebolimento” nell’impegno americano “verso il mantenimento di una forte e robusta alleanza NATO”).

Un’altra parte di incertezza scaturisce dall’ “apparente” profondità dell’ignoranza stessa di Donald Trump su ciò che può o non può fare il potere esecutivo degli Stati Uniti.

Un ulteriore spicchio di incertezza è dato dalla burocrazia federale. Da quanto è stato raccontato dalla stampa, i funzionari, i professionisti del Dipartimento di Stato, della Difesa, della Giustizia, dell’Homeland Security, delle Agenzie di intelligence sono molto combattuti se restare a loro posto o andare via proprio per la straordinaria novità della nuova leadership.

Cambiare rotta alla nave americana non è così semplice

Alcuni presidenti americani hanno sperimentato giorno dopo giorno che l’apparato americano rende estremamente difficile che si possa cambiare rotta alla nave così con un occhiolino ed una stretta di mano anche per chi ha avuto intenzioni più chiare e le più grandi competenze burocratiche.

Ci sono pochissime indicazioni (per ora) che l’amministrazione entrante abbia intenzioni cristalline e alte competenze burocratiche.

Trump come potrebbe utilizzare i considerevoli poteri che ha a disposizione in politica estera?

A noi interessa la politica estera e quindi l’analisi ci spinge a chiederci in quale maniera il neoeletto presidente potrebbe utilizzare i suoi considerevoli poteri in politica estera in modi unici e senza precedenti.

  • Recedere dagli accordi sul commercio potrebbe essere un tema maggiore della sua amministrazione.
  • Ci sembra in un certo modo meno notata la possibilità che Trump adempia alle sue promesse di campagna elettorale e riconosca Gerusalemme come capitale di Israele.

La Corte Suprema degli Stati Uniti recentemente ha confermato nella sentenza Zivotofsky v Kerry che la Costituzione degli Stati Uniti accorda al Presidente il potere esclusivo di riconoscere nazioni estere e governi. Questo potere include, sostiene la Corte Suprema, il potere esclusivo di negare il riconoscimento di Gerusalemme come la capitale di Israele. Il Congresso non può violare questo potere richiedendo per esempio che il Presidente emetta passaporti che designano Gerusalemme come parte di Israele. Dunque, il potere di esclusivo riconoscimento si dilata fino a riconoscere quanto lontano una sovranità straniera si estende, come se Israele abbia o meno la sovranità su Gerusalemme.

È plausibile che Donald Trump porti a termine la sua promessa elettorale di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele e muovere l’ambasciata americana lì.

In questo modo però potrebbe violare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 242 e altre risoluzioni. Certamente, l’Autorità Palestinese è pronta a fare l’inferno se Trump adempisse alla sua promessa.

È altresì vero il fatto che molti presidenti americani hanno promesso di fare ciò durante le loro campagne elettorali e poi sono stati consigliati dal loro Dipartimento di Stato  (dopo essere entrati in carica) che fare ciò avrebbe minato il processo di pace nel Medio Oriente o qualcosa del genere. Questo però potrebbe essere meno probabile se l’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, pro-Israele verrà nominato Segretario di Stato.

Come avrete notato l’ipotesi che ciò avvenga si basa su dichiarazioni di Trump e sulla giurisprudenza americana. Quindi, tenendo fermo il punto che quello che avverrà realmente in questa situazione non lo sapremo mai con certezza finché non accadrà in pratica, si è analizzato quello che è in suo potere fare da un punto di vista estremamente fattuale, portando ad esempio le regole del diritto domestico e ciò che è accaduto in merito a questa situazione prima di lui.

Le implicazioni internazionali della presidenza Trump

Come detto all’inizio commentare l’ignoto ci farebbe cadere nel baratro della demagogia. Fermo restando che le implicazioni internazionali della sua presidenza potrebbero essere enormi: riconfigurazioni radicali e riallineamenti nelle alleanze degli Stati Uniti e ordini regionali in Europa e in Asia con effetti che contengono in sé il rischio di destabilizzazione. Non c’è dubbio che le sue posizioni minaccino i cardini dell’ordine liberalizzato, iniziando dal commercio globale, passando per il multilateralismo e la diplomazia.

Piuttosto ci sembra interessante inquadrare qual è una vera minaccia all’ordine internazionale liberale.

Il populismo nazionalista una vera minaccia all’ordine internazionale liberale.

A nostro avviso è più preoccupante che le stesse frustrazioni e tendenze che hanno dato potere alla vittoria di Trump – l’ineguaglianza dei redditi, la deindustrializzazione, l’esclusione politica e socio-economica e un senso di perduta identità nazionale, si siano manifestate ovunque, particolarmente in Europa.

In maniera più ampia, la generalizzata ansia che incarna il mondo fuori dalle frontiere nazionali come una minaccia piuttosto che come un’opportunità rende il populismo nazionalista una soluzione confortevole piuttosto che una tentazione pericolosa e fuorviante.

A meno che le cause di questi problemi reali siano spiegate effettivamente e i loro effetti efficacemente indirizzati, le narrative semplicistiche offerte dai Trump del mondo, Le Pens, Farages e Wilders continueranno a vincere.

L’ordine liberale è anche minacciato da grandi potenze  come la Russia e la Cina, potenze medie come la Turchia e l’Iran, e più generalmente dall’incremento della multipolarità del mondo.

Le parentesi chiuse del momento storico del dopo guerra fredda hanno dato via a un periodo dove le sfere regionali di influenza sono diventate l’oggetto di fiere rivalità e l’uso della forza ancora una volta è uno strumento accettabile di potere geopolitico. Questo solleva la vera, reale, possibilità che conflitti localizzati e limitati diventino una norma, specialmente se gli Stati Uniti da soli assumessero più le caratteristiche di una potenza “normale” trasformata al suo interno.

Ed è proprio qui che si possono ragionevolmente collegare, in maniera significativa, le implicazioni domestiche con quelle internazionali della presidenza Trump.

La presupposizione degli Stati Uniti come nazione indispensabile, guardiana e protrettrice dell’ordine globale e della sicurezza è basata sull’assunzione che essa si farà carico di un onere fuori misura. In cambio però gli Stati Uniti godono di grandi benefici per la loro posizione come “egemone globale”, non da ultimo riguardo ai suoi costi dei prestiti come emettitore di riserva mondiale di valuta.

Trumpxit: le implicazioni giuridiche della presidenza Trump

A questo punto l’analista esamina la situazione da un punto di vista estremamente reale: il diritto. Le regole di legge sono quello che di più concreto si ha a disposizione per chiarire quello che il Presidente neoletto degli Stati Uniti ha il potere di compiere in politica estera.

Da un punto di vista giuridico, non vi è dubbio che il Presidente Trump abbia il potere legale di terminare l’Accordo di Parigi e l’Accordo con l’Iran nel suo primo giorno di lavoro senza l’autorizzazione del Congresso. Entrambi questi due accordi sono stati conclusi come accordi di solo (unico) esecutivo e la maggior parte delle disposizioni sono legalmente accordi politici non vincolanti.

Non è in verità così chiaro se il Presidente possa unilateralmente recedere dal NAFTA e altri accordi di commercio perché questi accordi sono stati codificati da uno statuto. Questo potrebbe sollevare lo scenario “Brexit” dove si è impigliata oggi la Gran Bretagna.

Azioni militari in Siria

Gli Stati Uniti sono impegnati attualmente in una sorta di “conflitto armato” in Siria che non sembra chiaramente confarsi alle categorie della Convenzione di Ginevra perché possa configurarsi come un conflitto armato non internazionale oppure come un conflitto armato internazionale. Sul fronte giuridico domestico, il Congresso degli Stati Uniti non ha specificatamente autorizzato l’azione in Siria, rendendo la sua legalità domestica quantomeno discutibile.

Il Presidente Trump dovrà decidere come inquadrare  il conflitto in Siria secondo il diritto internazionale e secondo il diritto costituzionale americano.

All’analista viene sempre posta una domanda da un milione di dollari che in questo caso potrebbe essere: “Trump cosa farà riguardo alla Siria?“. Qui non si tratta di fare i maghi, ma di guardare i fatti fin qui.

Obama si è approcciato alla Siria considerandolo un conflitto armato non internazionale contro lo “Stato islamico” utilizzando l “Authorization for use of military force against terrorism” del 2001 come strumento di legalità dell’intervento. Trump potrebbe adottare lo stesso approccio avendo appunto questa autorizzazione del Congresso all’uso della forza contro i terroristi.

La questione però necessita di un’attenzione più seria e puntuale da parte dell’amministrazione Trump perché sono molti quelli che sollevano dei seri dubbi che le azioni americane siano legali da un punto di vista di diritto internazionale.

Qui la lezione da trarre, cari lettori è più ampia: le regole giuridiche e i processi contano più di quello che pensate. Un traguardo politico brillante che taglia gli angoli della legge avrà un costo.

Importante! Non esagerare la minaccia che Trump pone alla democrazia americana.

I controlli e i bilanciamenti costruiti nell’architettura costituzionale e istituzionale della nazione sono stati disegnati dai fondatori per contrastare le due minacce che porta in sé Trump: la tirannia e il potere mafioso. Hanno sempre funzionato per correggere gli sbilanciamenti anche se solo temporanei come il mccarthismo o gli eccessi fuori dalla legalità di Nixon oppure oltraggi come il razzismo ed il sessismo.

Non c’è ragione per credere che il sistema di controlli e bilanciamenti non sia aumentato ora, specialmente vista l’alta vigilanza di coloro che sono allarmati da Trump Presidente degli Stati Uniti.

Novembre 9

Trump Presidente degli Stati Uniti: la democrazia fa paura?

Trump

Trump Presidente degli Stati Uniti. La democrazia è anche questo.

Gli Stati Uniti sono una Repubblica presidenziale, gli americani, in un unico giorno, hanno espresso il loro voto. Hanno scelto tra due candidati: uno rappresentava il partito democratico, l’altro il partito repubblicano. Ha vinto Donald Trump. Punto. La democrazia è questo.

Svegliandomi presto stamattina, ancora un po’ intontita ho iniziato a leggere i vari commenti degli italiani sui social. Forse era meglio lasciar perdere. Dunque io capisco la voglia di far sapere al mondo intero cosa si pensa dell’elezione del Presidente degli Stati Uniti, posso comprendere (anche se con fatica) che oggi tutti vogliano dire che Trump è il Male quello con la emme maiuscola pur non avendo idea dei programmi dei due candidati.

Quello che però sfugge dalla mia limitata comprensione è perché un italiano dovrebbe criticare l’elezione di Trump.

La democrazia, detto in soldoni, è quel sistema che ti permette a te cittadino, consociato, appartenente alla comunità di scegliere chi deve rappresentarti, chi deve governare la cosa pubblica.

Noi, in Italia, una Repubblica parlamentare, siamo tristemente famosi per esprimere un voto e poi ritrovarci al governo tutte altre persone: i rimpasti, i partiti che si sono presentati alle elezioni che poi scompaiono, simboli che cambiano, individui che esprimono ideologie afferenti alla destra che poi si siedono in poltrone di sinistra e viceversa. Noi siamo quel paese dove i delinquenti si sono seduti in parlamento per anni. Fare i primi della classe, ecco non lo capisco.

Dobbiamo prepararci al voto del 4 dicembre, un voto importante, il cui rischio è che nel nostro paese venga ridotta drasticamente ogni forma di democrazia e stiamo lì a scrivere che Trump è il Male.

Gli Stati Uniti hanno un sistema elettorale valido, noi no.

I cittadini degli Stati Uniti, hanno scelto il loro Presidente.

Noi scegliamo i nostri parlamentari ci aspettiamo che il Presidente della Repubblica nomini il Presidente del Consiglio seguendo il risultato elettorale, seguendo le fasi delle consultazioni e pufff abbiamo un governo e un presidente del Consiglio dei Ministri che non sono il frutto di un risultato elettorale.
Noi non votiamo più.
Sulle ricadute di politica internazionale della presidenza Trump ne parleremo quando farà le sue scelte.

Ricordo infine che durante la presidenza Obama di ben 8 anni, sui temi di politica internazionale, per fare giusto qualche esempio, si sono fatti sfuggire di mano i ribelli in Siria, lo “Stato islamico” è diventato un’organizzazione grande e forte, in Libia proprio Hillary Clinton ha contribuito con la sua scellerata azione a rendere la Libia quello che non è.

 

Settembre 11

Emozioni battono logica: ecco chi guida il comportamento politico

emozioni

Le emozioni guidano il comportamento politico? Anche quando crediamo che le decisioni prese seguano la logica in realtà il vero fulcro della decisione appartiene al regno delle emozioni.

Il neuroscienziato Antonio Damaso ha condotto una serie di studi su un gruppo di persone che presentavano danni in una parte del cervello dove sono generate le emozioni. Egli ha riscontrato la loro incapacità nel sentire le emozioni; tuttavia si caratterizzavano per una peculiarità in comune: non potevano prendere decisioni. Potevano descrivere quello che dovevano fare in termini logici, ma per loro era molto difficile prendere anche semplici decisioni, come per esempio quella di cosa mangiare.

Molte decisioni si presentano come due facce di una medaglia, con i loro pro e i loro contro: “mangio il pollo o l’agnello?”, ebbene questi soggetti erano incapaci di prendere una decisione.

Le emozioni sono molto importanti quando si tratta di prendere una decisione

Anche quando crediamo che siano decisioni logiche, il vero fulcro di scelta è verosimilmente sempre basato su un’emozione.

Inoltre, diversi ricercatori hanno evidenziato come emozioni accidentali spostino, in maniera estesa, una situazione a quella successiva, interessando decisioni che riguardano una prospettiva normativa non collegata alle emozioni. Questo processo è chiamato: spostamento di emozioni accidentali. Per fare un esempio: la rabbia accidentale innescata da una situazione può cogliere un motivo per incolpare individui in altre situazioni anche se gli obiettivi di tale rabbia non hanno nulla a che vedere con la fonte della rabbia. Lo spostamento di emozioni accidentali avviene, tipicamente, senza che se ne abbia consapevolezza.

Per capire il nesso tra emozioni e comportamento politico prenderemo ad esempio: Donald Trump e lo “Stato islamico”.

Il caso di Trump e dello “Stato islamico”

Potreste chiedervi: “come possono mettersi sullo stesso piano, anche solo per comparazione queste due realtà così diverse tra loro?“.

Se guardiamo cosa guida il sentimento popolare in sostegno di leader politici come Trump, Marine Le Pen ed altri in Europa, vediamo che essi invece di appellarsi alla logica, tamburellano su un bacino di emozione: un misto di identità nazionale, di risentimento socio – economico, che spesso mescola la rabbia, l’umiliazione ad un certo senso di nostalgia per un tempo migliore di quello recente.

È l’emozione, piuttosto che la logica che guida il comportamento politico

Quando i giovani occidentali cadono in preda al richiamo della narrativa di gruppi religiosi estremisti come lo “Stato islamico”, le cose si complicano. In aggiunta agli elementi non-razionali di emozione ed affetto, c’è un altro modo non – razionale esperienziale in gioco: il sacro contro il profano o meglio le nozioni apocalittiche contro quelle sacre.

Anche se poche, esistono evidenze che i gruppi come lo “Stato islamico” facciano leva su individui mentalmente vulnerabili permettendogli di legittimare le loro emozioni rivestendole di un’ideologia. Tuttavia nella maggior parte dei casi, il gruppo si rivolge a giovani in cerca di significati e di validazione attraverso una causa che è più grande della loro condizione individuale; una ricerca che si è rivelata vana nelle società europee in cui molti sono cresciuti.

La logica dei tecnocrati

Per i tecnocrati, i problemi devono essere affrontati usando un quadro logico di analisi. Cause ed effetti devono essere identificati ed isolati. Le soluzioni potenziali devono essere disegnate ed esaminate per comparare i costi e i benefici e gli obiettivi desiderati contro le possibili conseguenze. La legislazione deve essere scritta e conseguentemente diventare legge per essere sicuri che gli strumenti applicati siano i più appropriati.

Viene però da chiedersi: “Perché la visione di un mondo senza frontiere non attrae più rispetto a quella di un mondo circondato da muri?“.

È nella risposta tecnocratica il vero problema. Essa ci dimostra non solo il fallimento della comprensione accurata del problema, ma soprattutto la mancanza del vocabolario necessario capace di indirizzare la situazione.

Ciò diventa ovvio in relazione alla problematicità dei giovani radicali e delle campagne di de-radicalizzazione che cercano di convincerli che la causa che hanno adottato è una strada senza uscita. Questo tipo di richiami che utilizzano argomenti razionali per demistificare gli appelli dello “Stato islamico”, che si rappresenta come una forma pura di Islam pre-moderno, semplicemente non raggiungono le orecchie della persona che cercano di convincere, poiché essa è sintonizzata su un modo non-razionale di esperienza sacra.

La stessa dinamica è in gioco quando si cerca di rispondere alla crescita dell’ondata di populismo nazionalista

in Europa e adesso, nella forma di Trump, negli Stati Uniti. Le analisi degli elementi positivi per cui gli immigranti contribuiscono all’economia della Gran Bretagna e l’impatto catastrofico che lasciare l’Unione Europea avrebbe, non possono competere con la catarsi emotiva di votare in favore della Brexit. Niente è stato in grado di diminuire il richiamo xenofobo della campagna di Trump.

L’ideale europeo vale la pena che sia difeso, ma è stato raramente menzionato nella campagna della Brexit.

Anche nella campagna elettorale per la Casa Bianca sono stati pochi i riferimenti ai valori americani nati dall’essere una nazione di immigrati.

Le emozioni tendono a bloccare la nostra abilità di assorbire nuove informazioni, inibiscono anche l’abilità di condividere una prospettiva alternativa in un modo tale per cui l’altra persona la prenda in seria considerazione.

 Senza l’abilità di prendere e assorbire nuove informazioni le persone s’impantanano in una visione che non ha  potenziale di crescita, di cambiamento o di sfumature.

 

Agosto 11

Trump – Putin: l’inizio di una lunga storia d’amore?

Trump

Trump e Putin sembrano molto più vicini di quello che appare. Il primo paga come direttore della sua campagna elettorale l’amico degli oligarchi russi ed il secondo si augura la vittoria di colui che può mettere la Russia in una posizione di vantaggio geopolitico.

Partiamo dall’inizio: la Clinton accusa Vladimir Putin di aver incoraggiato l’intelligence russa a violare i documenti del Comitato Nazionale Democratico e dare a WikiLeakes migliaia di email come parte di uno schema più ampio allo scopo di far eleggere Donald Trump come presidente.

La prima cosa che viene da chiedersi è: “perché Putin vorrebbe influenzare le elezioni presidenziali americane?“. 

Si possono “immaginare” diversi motivazioni, ad esempio, la voglia di aumentare le difficoltà di una campagna elettorale già abbastanza controversa. La Russia vede gli Stati Uniti nel loro punto più basso, Putin è persuaso che gli Stati Uniti giochino il loro nefando gioco nella politica russa; Mosca vorrebbe minare la credibilità internazionale americana mettendo in luce le deficienze nella politica partitica americana.
Inoltre, Putin ritiene che gli Stati Uniti l’hanno già fatto a lui. Secondo il presidente russo gli Stati Uniti si sono per primi immischiati nella politica russa quando Putin decise di ricandidarsi per il terzo mandato.

Facciamo un breve salto nel passato: 2011/2012, le strade della capitale russa erano piene di dimostranti che protestavano per le violazioni elettorali nelle elezioni parlamentari e la mancanza di candidati alternativi per l’elezione presidenziale. Secondo Putin la colpa era degli Stati Uniti, asserendo che l’allora segretario di stato Hillary Clinton aveva o incitato ovvero direttamente finanziato i dimostranti.

Nel pensiero di Putin, l’Occidente cerca sempre di abbattere la Russia. Il prossimo anno sarà il centenario della rivoluzione russa e quest’anno si celebra il 25° anniversario della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Nella visione globale russa, prima la Germania nella Prima Guerra Mondiale, e poi gli Stati Uniti nella Guerra Fredda hanno tratto vantaggio dalle divisioni domestiche e dalle vulnerabilità e lo stato russo collassò due volte in un secolo.

Uno degli obiettivi primari di Putin è di forzare i leader occidentali ad indietreggiare per essere sicuro che questo non accada di nuovo.

Putin vuole che gli Stati Uniti e i governi occidentali smettano di finanziare, come parte della loro politica estera, organizzazioni che promuovono le trasformazioni politiche ed economiche in Russia. Vuole, inoltre, evitare che i funzionari americani incontrino figure e partiti di opposizione.

Nella prospettiva di Putin, la promozione della democrazia è solo una copertura per un cambio di regime.

Prima di essere leader della Russia, Vladimir Putin era un ufficiale del KGB, il servizio segreto dell’era sovietica, e questa esperienza continua a modellare, condizionare le sue visioni ed azioni. Putin affronta i suoi rapporti con gli Stati Uniti con la logica di un operativo sotto copertura, immerso in congiure e cospirazioni. È pronto a combattere in maniera sporca e si affida agli elementi della sorpresa tattica per assicurarsi il massimo effetto.
Putin ha due caratteristiche che lo distinguono da altri leader mondiali: conosce come “lavorare con il popolo” e “lavora con l’informazione”.

Nel KGB, Putin ha imparato come esplorare le vulnerabilità delle persone, scoprire i loro segreti e utilizzare informazioni compromettenti contro di loro.

In questa visione, gli altri leader mondiali sono essenzialmente “obiettivi”.  Il presidente russo raccoglie informazioni e attentamente confeziona su misura il suo approccio ad ogni leader per vedere come può superarlo con astuzia. Per farvi un esempio, vi racconto di come Putin abbia giocato sulla paura dei cani di Angela Merkel per metterla a margine in un incontro nella sua dacia. Egli permise che il suo Labrador nero annusasse intorno e si stendesse ai piedi del cancelliere tedesco. In molte occasioni ha mostrato che dei funzionari occidentali conoscesse informazioni personali da i loro vecchi file del KGB.

I documenti del Comitato Nazionale Democratico probabilmente non sono stati dati a WikiLeaks dall’intelligence russa, ma la selettiva diffusione di email, in un frangente dove con tutta probabilità possono ottenere la massima attenzione dei media internazionali ed avere il più negativo impatto nella politica degli Stati Uniti, ha il segno caratteristico di un’operazione considerata attentamente.

Trump – Putin: l’inizio di una lunga storia d’amore

Si specula molto sul fatto che Putin potrebbe vedere Donald Trump come qualcuno con cui fare affari e che nutra del risentimento verso Hillary Clinton.

L’elogio di Trump verso Putin come “forte leader” è un sostanziale punto di rottura con la linea generale dei politici americani e dei leader d’opinione che castigano Putin e criticano la Russia. Dall’altra parte, Putin ha fatto dei commenti apparentemente favorevoli a Trump.

In questo quadretto si può aggiungere la circostanza che, sia in pubblico che in privato, Putin e altri ufficiali russi hanno reso chiaro l’opinione negativa della Clinton. Già in un’intervista del 2014 ad una televisione francese, Putin aveva strigliato la Clinton per i commenti che lei fece su di lui, notando che era “meglio non discutere con una donna” e che la Clinton non era mai stata “raffinata nelle sue dichiarazioni”.

In ultima analisi, non ci si può aspettare, ragionevolmente, che Putin possa influenzare il risultato delle elezioni presidenziali americane. La migliore speranza di Putin è di ridurre l’abilità di chiunque si sieda nello studio ovale di perseguire politiche a detrimento degli interessi suoi e della Russia.

Vi propongo dunque un’altra chiave di lettura

La Russia avrà le elezioni parlamentari a settembre, tra un mese dunque, e le elezioni presidenziali nel 2018, quando Putin, ci si aspetta, si candidi per il suo 4° mandato. Le informazioni dei documenti del Comitato Nazionale Democratico per il pubblico russo e per il mondo, sottolineano che la politica americana è “sporca” come quella russa e come in qualunque altro paese. In questo modo gli Stati Uniti vengono mostrati molto meno credibili come autorità morale sulla condotta delle elezioni.
Indipendentemente che sia eletto Trump o la Clinton, nella prospettiva di Mosca, alla fine di questa rovinosa campagna politica, il nuovo presidente americano si presenterà ferito così come si presentò Putin quando entrò in carica nel 2012. Un presidente americano che è eletto tra controversie e recriminazioni, insultato da un consistente segmento dell’elettorato e impantanato nelle crisi domestiche, che incontrerà serie difficoltà a forgiare una politica estera coerente e a sfidare la Russia.

La visionaria politica estera americana di Donald Trump.

Donald Trump ha dichiarato al New York Times che potrebbe non andare in soccorso di uno stato baltico, tutti e tre membri NATO, se la Russia dovesse invaderli. Trump ha poi spiegato che la sua esitazione scaturisce dalla preoccupazione che gli Stati membri della NATO non paghino i loro conti. Resta, tuttavia evidente, quando si parla dell’Alleanza Atlantica, che le affermazioni di Trump vanno al di là dei dollari e dei centesimi. Le  sue ultime dichiarazioni risultano essere coerenti con altri commenti sulla Russia, su Putin e la NATO.

L’insieme di tutte queste dichiarazioni ci indicano che se diventasse presidente Trump, le relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia subirebbero una trasformazione. Ricordiamo che Trump ha chiamato la NATO: “obsoleta”, mentre suggeriva a gran voce il miglioramento di legami bilaterali con la Russia.

Trump è rimasto sorprendentemente vago circa i dettagli di quasi tutti i suoi piani politici, tuttavia le sue dichiarazioni ci suggeriscono che in un’amministrazione Trump, gli Stati Uniti si tireranno indietro dalle aree di conflitto con la Russia, garantendo a Putin molta più libertà di movimento sulla scena globale.

È anche probabile che l’amministrazione Trump si limiti nel criticare le pratiche autocratiche del governo russo, incluso la limitazione della libertà di stampa e le repressioni contro l’opposizione politica.
Se Trump vincesse, la relazione tra Mosca e Washington potrebbe includere un canale non ufficiale, dietro le scene, percorso, con tutta probabilità dall’uomo che guida la campagna di Trump: Paul Manafort.

Paul Manafort: la lunga mano russa che guida la campagna elettorale di Trump

Manafort è arrivato a Trump dopo aver fatto miracoli in Ucraina a fianco dell’ex presidente Viktor Yanukovych, uno stretto alleato di Putin. Nel corso di più di una decade, è diventato molto familiare ai potenti giocatori nella regione.
Manafort arrivò a Kiev nel tardo 2004, quando gli ucraini anti corruzione e pro – democrazia erano nel bel mezzo della Rivoluzione cosiddetta “orange revolution”; assunto da Yanukovych, come consulente della campagna elettorale. Quando il popolare leader dell’opposizione, Viktor Yushchenko, fu ad un soffio dalla morte dopo essere stato avvelenato con la diossina, presumibilmente da agenti russi, la sua faccia sfigurata non fece altro che dipingere Yanukovych come il cagnolino di Putin.
Manafort non aveva abbastanza tempo per salvare il suo cliente che perse malamente le elezioni di quell’anno. Molti pensarono che la carriera di Yanukovych fosse finita, ma guidato da Manafort, giocò una lunga partita. Il 2010 fu l’anno di un’altra elezione. L’obiettivo principale di Manafort era quello di muovere Yanykovych più vicino all’occidente, ma di fatto quello che lui fece fu confezionare un’immagine di Yanukovych, alleato ucraino di Putin, che lo faceva apparire più vicino a Washington. Questa operazione ha incluso finanche un photoshop con il presidente Barack Obama in modo che gli elettori ucraini in contrasto con Mosca sarebbero stati propensi a sostenerlo. La vittoria di Yanukovych diede il via ad una rivolta che è terminata con Yanukovych che scappa da Kiev per trovare esilio a Mosca.

Gli anni in cui Manafort ha lavorato nella regione gli hanno permesso di sviluppare relazioni con persone molto vicine a Putin e gli oligarchi russi sono diventati i suoi partner d’affari.

Il modello d’affari di Manfort consisteva nel condurre due operazioni parallele. Una di consultazione politica, l’altra di investimenti che vedevano il continuo guadagno finanziario dai suoi legami sviluppati durante la campagna elettorale per cui lavorava.
La parte politica degli affari, che sembrava specializzata nell’aiutare dittatori, faceva un po’ storcere il naso e qualche volta colpì l’attenzione degli organi di polizia giudiziaria. I procuratori americani accusarono uno dei clienti di Manafort di essere un membro dell’intelligence pakistana. Uno dei suoi partner, il miliardario russo Oleg Deripaska, conosciuto come l’oligarca favorito di Putin è stato oggetto di investigazioni in molti paesi.

Tanto per darvi un’idea del tipo di legame: Deripaska assunse Manafort per aiutarlo quando l’FBI revocò il suo visto americano, tra gli altri, per possibili legami con il crimine organizzato. Manafort e Deripaska, in seguito divennero partner nelle telecomunicazioni ucraine.

Se Trump dovesse diventare presidente, uno dei suoi più visibili cambiamenti nella politica estera americana sarà incentrato sui legami con la Russia. Forse più drammaticamente, ancorché meno visibile, i cambiamenti presumibilmente saranno condotti sotto la guida di Manfort.

Marzo 1

Supertuesday: chi è costui?

Supertuesday

1 marzo 2016: nella corsa alla Casa Bianca oggi è il giorno del Supertuesday. Noi cerchiamo di capire cos’è.

Noi non chiameremo Supertuesday: Supermartedì, abbiamo adottato nella nostra lingua italiana termini in inglese di ogni genere e ora non ci metteremo a tradurre un giorno della settimana. E lo scriveremo tutto attaccato, perché in fondo è un martedì super!

Supertuesday per tutti

Estraggo dal mio quaderno qualche pagina che ci aiuta a capire brevemente e chiaramente cosa è questo giorno nel processo elettorale per la presidenza degli Stati Uniti.

supertuesday

In questo ciclo elettorale l’inclusione di così tanti stati del Sud nel Supertuesday ha cambiato le dinamiche delle primarie dei Repubblicani e dei Democratici. Ted Cruz che vuole vincere il sostegno dei conservatori e degli evangelici, ha chiamato le SEC primary il suo “firewall”.

Nel campo dei democratici, la Clinton potrebbe accumulare un alto numero di delegati negli stati del sud, grazie al forte supporto che viene accordato dagli afro – americani.

 

supertuesday

Come si decidono i delegati nel Supertuesday?

Questo giorno elettorale potrebbe essere cruciale per candidati come la Clinton e Trump, ciò dipende dal numero di delegati che riescono ad assicurarsi. I repubblicani nel Supertuesday hanno l’opportunità di vincere metà dei 1,237 delegati di cui si ha bisogno per rivendicare la nomination. I democratici Hillary Clinton e Sanders si batteranno su più di 800 delegati, circa 1/3 dei delegati necessari per vincere la nomination.
Il Cominato Nazionale Repubblicano decise, nel 2014, che tutti gli stati che tenevano le competizioni per la nomination prima del 15 marzo assegnavano i delegati ai candidati proporzionalmente, piuttosto che sulle basi del “il vincitore prende tutto”. Questo significa che, nella maggior parte degli stati, saranno decisi basandosi sul voto complessivo di tutto lo stato oppure su chi vince in ogni distretto congressuale. I democratici seguono un’assegnazione dei delegati proporzionale.

Quali candidati partecipano?

Repubblicani: l’uomo d’affari Donald Trump, il senatore della Florida Marco Rubio, il senatore del Texas Ted Cruz, il governatore dell’Ohio John Kasich e il neurochirurgo in pensione Ben Carson.

Democratici: Hillary Clinton, ex segretario di stato e il senatore del Vermont Bernie Sanders.

Cosa ci dicono i sondaggi sul SuperTuesday?

Trump e la Clinton sembrano essere in testa in un certo numero di stati. Per i repubblicani Trump sembra che sia in testa in Virginia, Georgia, Oklahoma e Vermont. Come per il Texas, Cruz è in testa in alcuni sondaggi mentre Trump in altri quindi sembra essere una battaglia molto agguerrita. La Clinton è in testa in molti stati che voteranno oggi: Texas, Virginia, Georgia, Arkansas e Alabama. Sanders chiaramente è in testa nel suo stato il Vermont ed è vicino oppure un pochino più avanti in Massachusetts e Oklahoma.

Cosa vuol dire per i candidati questo SuperTuesday?

Una prestazione forte in questo giorno elettorale, specialmente in Texas, è assolutamente critica per Ted Cruz che ha fondato la sua campagna elettorale sul supporto dei conservatori e degli evangelici. Se Cruz non vincesse in Texas, ci sarebbero seri dubbi sulla sua possibilità di sopravvivenza nella corsa alla nomination.

Per la parte democratica, il SuperTuesday potrebbe essere il giorno in cui la Clinton sarà in grado di cementare un grande numero di delegati rispetto a Sanders.

E dopo il SuperTuesday che si fa?

Altri stati andranno al voto. Sabato sarà la volta del Kansas e della Lousiana per entrambi i partiti: poi nel Kentucky e nel Maine si terrà il caucus repubblicano e nel Nebraska il caucus repubblicano. Il Michigan e il Mississippi terranno le primarie e le Hawaii e l’Idaho il caucus l’8 marzo. Occhi puntati su grandi primarie il 15 marzo in Florida e nell’Ohio, gli stati di Marco Rubio e John Kasich.

Ed infine:

supertuesday

 

Febbraio 2

Caucus Iowa: la politica americana al voto

caucus Iowa

Dopo lo Iowa, il partito democratico e la Clinton affrontano una feroce sfida ideologica, mentre la vecchia guardia dei repubblicani si confronta con gli assalti tradizionali di Cruz e gli attacchi non convenzionali di Trump.

Leggendo i giornali italiani questa mattina, mi rendo conto che non è chiaro il processo elettorale americano, meno chiaro evidentemente è il sistema di scelta dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti. Ho cercato di spiegare in un articolo: “6 semplici passi per capire come funziona il caucus” cosa è il sistema caucus. Qui mi voglio spingere oltre, in una tabella, vi spiego la differenza tra caucus e primarie negli Stati Uniti. Tanto per essere precisi e non incorrere nei titoloni dei nostri giornali: Primarie Usa: Clinton vince a fatica

 

caucus Iowa

Detto questo, cerchiamo invece di capire a che punto si trovano i partiti americani nella corsa per le elezioni presidenziali in autunno.

Caucus Iowa: cosa ci dice

Ieri, alla fine della serata l’establishment democratico e Hillary Clinton hanno apparentemente tenuto botta, come si dice a Roma, con l’ex segretario di stato che sembra sconfiggere il senatore Bernie Sanders, un sedicente socialista democratico che canalizza le ire populiste. Sul fronte repubblicano, il senatore Ted Cruz, una nemesi dell’establishment repubblicano, prevale nel caucus Iowa nel modo tradizionale: raccogliendo i voti degli evangelici e dei social conservatori e Donald Trump, il magnate della televisione verità, si è piazzato al secondo posto (28 – 24%) che vuol dire che metà dei votanti repubblicani si sono ribellati alle ridicolaggini.
Questo è l’anno degli “esterni”. Trump è entrato nella gara repubblicana chiamando tutti idioti e ha fatto diventare il partito repubblicano l’ultima estensione dell’”impero Trump”. Cruz una volta un avvocato aziendale (che è sposato con una dirigente di Goldman Sachs) ha fatto campagna elettorale finora come un pio tiratore di bombe entusiasta di prendere lo status del “non facciamo niente noi politici di Washington”. Bernie Sanders, un senatore 74enne del Vermont che un anno fa, neanche democratico, si scontra con l’incoronazione di Hillary Clinton, con la sua chiamata per una “rivoluzione politica” che farebbe finire in mille pezzi le grandi banche, farebbe svanire la classe dei multi miliardari, per poi dire una piccola unica preghiera per il sistema sanitario e per il college gratis per tutti gli americani.

Vediamo più da vicino chi sono questi candidati

Sanders, con il suo richiamo a fare fuori l’establishment dai grandi uomini d’affari, che  asserisce, fortemente, che la Clinton è parte di un sistema corrotto. Lui è stato capace di avvantaggiarsi di un pre esistente e anche irrequieto blocco ideologico all’interno dell’elettorato democratico: i progressisti. Secondo un sondaggio dell’anno scorso, il 44% dei democratici si fa chiamare liberali, quindi ogni candidato democratico che sinceramente sfida la Clinton, con un entusiasta appeal progressista, avrà l’opportunità di vedere la sfida. I fieri sostenitori di Sanders, il cui essere di sinistra non è stato mai messo in dubbio, lo hanno seguito e dove la Clinton, il cui progressismo è stato spesso dibattuto, sembrava incespicare e fallire nell’inspirare i più giovani e i più liberali, Sanders ha avutolo spazio necessario per presentarsi come il modello di vero progressista di quest’anno.

Dimentichiamo per un attimo il caucus Iowa, che non è certo un evento rappresentativo, e guardiamo alle stime delle votazioni nazionali per i democratici. La Clinton è in testa su Sanders del 52% contro il 37%. Anche se Sanders è maledettamente vicino a quel 40% che è stato a lungo associato all’ala progressista, e l’ha sorpassato nello Iowa, non è così probabile che lo faccia nello New Hampshire dove i tre recenti sondaggi hanno messo in testa la Clinton tra il 20 ed il 31%. Nel lungo termine resterà al di sopra del 40%, particolarmente in quegli stati dove ci sono elettorati diversi, cioè più persone di colore e più votanti latini. Sarà in questi contesti che si vedrà se Sanders ha riformato il partito.

Cruz: ha fatto qualcosa di simile a Sanders. Si è appellato al blocco ideologico che anela ad un campione. Con il collasso di Ben Carson, Cruz è stato in grado di consolidare attorno a sé molto del voto conservatore.

Trump non sta dichiarando una guerra ideologica. Come esiste una base progressiva nel partito democratico, c’è un fondamento conservatore nei repubblicani, di quegli eroi dell’ala destra che hanno vinto i contesti repubblicani presidenziali (rispettivamente nel 1964 e nel 1980) radunando le radici conservatrici dei repubblicani.  Il gioco di Trump non è diventare il leader dell’ala conservatrice del partito, lui sta dichiarando una guerra culturale, non una ribellione ideologica e tutti quelli che non sono d’accordo con lui sono stupidi. Con la sua campagna elettorale, la politica è personale. Le sue ricette politiche, se così si possono chiamare, non si attagliano ad una chiara linea ideologica. Richiama al Muro, vuole meno tasse, si oppone agli accordi commerciali sponsorizzati dal Big Business, condanna la corruzione di Washington, deride l’invasione americana in Iraq, ma promette di distruggere l’ISIS  con una massiccia (“non ci crederete quanto grande” ) forza militare. Di tutto un po’! La base del suo supporto è in quelle persone che hanno passato gli ultimi 8 anni a detestare Obama. Questo odio per Obama è stato incoraggiato e sfruttato dai repubblicani che hanno ottenuto potere a Washington con il tea party. I votanti repubblicani che hanno “comprato” la propaganda repubblicana per cui Obama ha distrutto gli Stati Uniti, non sono elettori che vogliono una crociata che citi la Costituzione e che presenti argomenti intellettualmente sensati per meno tasse e più piccoli governi. Cercano un “capo dello sfogo” che è furioso tanto quando loro e che promette che lui e la nazione vinceranno, vinceranno, vinceranno.

La conquista del partito repubblicano stava andando bene finché non è arrivato Cruz, che ha anche lui cercato di capitalizzare il risentimento dell’ala di destra, migliore di Trump nel caucus Iowa. Adesso Trump deve provarci maggiormente e sarà interessante vedere come gli elettori risponderanno ad un “diminuito” Trump. E’ ancora posizionato bene nello New Hampshire e dopo questo, perché non vincere in Sud Carolina, Nevada e poi negli stati del sud?Per ora nessuno sa dirci quando la bolla Trump esploderà o se può tornare al vertice con quello che probabilmente sarà uno sforzo enorme per infiammare le passioni di elettori arrabbiati.

 

Gennaio 20

Implementation day oscurato dal Prisoner day

Implentation day

L’Implementation day, giorno in cui viene diffuso dall’IAEA il rapporto che verifica gli adempimenti dell’Iran viene quasi oscurato dallo scambio di prigionieri tra Stati Uniti ed Iran.

Cos’é l’ Implementation Day?

Il giorno in cui viene diffuso il rapporto IAEA che ha verificato che l’Iran ha adempiuto agli impegni previsti dall’accordo sul nucleare. Vediamo i punti salienti:

-Reattore Arak: l’Iran ha cessato di perseguire la costruzione del reattore Arak basato sul suo disegno originale e ha rimosso l’esistente calandria ( che è il contenitore cilindrico del reattore che contiene il moderatore di acqua pesante. È penetrato da capo a piedi da centinaia di tubi calandria, che aggiustano la pressione dei tubi che contengono il combustibile e il liquido refrigerante)e non é più operativo. L’Iran ha fatto tutte le modifiche necessarie al processo di produzione esistente del combustibile naturale uranio per la modernizzazione del reattore Arak.
La capacità di arricchimento é sotto 5060 centrifughe IR – 1; rimosso tutte le centrifughe aggiuntive e le infrastrutture sono a Natanz sotto continuo monitoraggio.
– L’arricchimento R&D non accumula l’arricchimento di uranio.
Nell’impianto di arricchimento combustibile di Fordow non si sta conducendo nessun arricchimento di uranio o relative R&D
– Produzione di centrifughe e trasparenza nella produzione di componenti delle centrifughe.
Simultaneamente, l’UE termina le disposizione del Regolamento del Consiglio 267/2012 e sospende le disposizioni corrispondenti alla decisione del Consiglio 2010/413/CFSP e gli stati membri cambieranno la propria legislazione successivamente. Le sanzioni tolte includono: la proibizione e autorizzazione a trasferimenti finanziari all’Iran e dall’Iran, su: attività bancarie, assicurazioni, supporto finanziario e commercio con l’Iran, prestiti, assistenza finanziaria, obbligazioni pubbliche garantite dal governo dell’Iran, petrolio, gas e settore petrolchimico.
Nello stesso tempo, gli Stati Uniti cessano l’applicazione delle sanzioni finanziarie e misure bancarie, nel settore petrolchimico ed energetico; transazioni con operatori portuali e spedizioni, commercio dell’Iran di oro e metalli preziosi e la rimozione di centinaia di individui ed entità dalla lista delle Specially Designated Nationals and Blocked Persons List (SDN List), the Foreign Sanctions Evaders List, ovvero the Non-SDN Iran Sanctions Act List. Gli stati Uniti si impegnano anche a permettere la vendita di aeroplani trasporto passeggeri e le relative parti e servizi esclusivamente per uso civile.

Lo scambio di prigionieri oscura l’Implementation day

Implementation DayIn un giro di valzer, l’annuncio del così detto “implementation day” è stato quasi oscurato da un separata ma ugualmente significativa svolta: il rilascio di 5 iraniani – americani detenuti a lungo in Iran.  Prese insieme queste pietre miliari rappresentano un importantissimo passo in avanti per l’Iran e per gli sforzi diffusi del suo presidente, Hassan Rouhani, per muovere il suo regime rivoluzionario verso una più grande moderazione sia a casa che all’estero.
Il rilascio dei prigionieri da parte dell’Iran, la maggior parte di doppia nazionalità iraniana – Americana non è stato un atto di generosità. Ogni uomo detenuto fu messo in prigione palesemente con accuse inventate e trattato in un modo terribile durante la detenzione, in cui in un caso è durata per più di 4 anni. La loro libertà avviene come parte di uno scambio di prigionieri che includeva la clemenza per sette iraniani detenuti negli Stati Uniti, così come la rimozione di 10 iraniani dalle liste dell’Interpol. Gli accordi non includevano l’uomo d’affari americano Siamak Namazi, che era detunuto da ottobre, neppure l’ex agente dell’FBI Robert Levinson che è scomparso in Iran nel 2007.
Il rilascio di 5 americani detenuti rappresenta un passo indietro iraniano su una questione centrale per le ideologie di regime. Per Tehran, imprigionare americani non era mai stato motivato dalla prospettiva di un profitto. Piuttosto, il centro di gravità all’interno dell’elite iraniana al potere rimane che c’è una cospirazione guidata dagli americani per il cambio di regime, facilitato da coloro che hanno la doppia nazionalità come quelli arrestati.
Teheran non prende alla leggera queste minacce percepite ed i suoi leader non rilasciano presunte spie americane volentieri. Questi mesi di negoziazione che hanno dato vita allo scambio di prigionieri racchiudono un considerevole investimento di capitale politico da parte di politici iraniani più pragmatici.
Ancora più significativo è il tempo dello scambio di prigionieri.Gli sforzi fatti per enfatizzare che i colloqui sul destino dei prigionieri erano distinti dai colloqui sul nucleare, il loro rilascio lo stesso giorno in cui iraniani, americani ed europei si erano riuniti per formalizzare l’adempimento dell’accordo sul nucleare fanno evidentemente associare il rilascio dei detenuti americani con l’accordo.
La confluenza dei due eventi rafforzerà soltanto la convinzione dei conservatori iraniani dei complotto e gli alleati americani nel golfo vedranno lo scambio di prigionieri come una prova di quello che hanno sempre sospettato e di cui hanno molta paura.
L’odierna leadership iraniana non cerca nè il pieno riavvicinamento neppure è preparata a pagare il prezzo che questa retromarcia potrebbe contenere.
Molti commentatori si sono focalizzati sulle rivalità delle fazioni iraniane, prendendo gli ultimi sviluppi come una vittoria dei moderati sui conservatori. Tuttavia questa enfasi sulle fazioni tende ad essere esagerata e troppo semplificata. L’assortimento iraniano dei gruppi politico – ideologici è fluido e multi – valente, essi cooperano anche se competono e le loro differenze verranno sovrastate dal loro comune impegno per la continuazione del sistema di governo.
In contrasto, le linee divisorie dell’autorità istituzionale nella Repubblica Islamica sono sempre state più strenuamente demarcate. La presidenza iraniana è costruita con un ruolo deliberatamente subordinato e ognuno dei predecessori di Rouhani si è irritato per le sue limitazioni.
Il successo è anche un testamento dell’amministrazione Obama nella diplomazia. I repubblicani nella campagna presidenziale sono stati molto vocali nel criticare le negoziazioni e le concessioni a Teheran, ma è difficile immaginare che ci sia una trazione aggiuntiva da vincere per aver liberato americani innocenti.

Gennaio 19

L’accordo sul nucleare: capirlo in pochi facili passi

accordo sul nucleare

Iniziamo la rubrica “vedremo un McDonald a Teheran” cercando di capire cosa è l’accordo sul nucleare

L’accordo sul nucleare, partorito dopo 12 mesi di negoziazione, un successo per la diplomazia, che prevede una linea temporale di 10 anni. Ci sono diversi punti a sfavore.

Il 14 luglio 2015, giorno in cui è stato raggiunto l’ accordo su un piano congiunto di azione detto JCPOA sul nucleare in Iran hanno tutti gridato al trionfo della diplomazia, all’aver evitato una guerra. Ci sono voluti ben 12 mesi di negoziazione tra i P5 (Germania, Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Cina e Russia) e il “+1”: l’Iran.
Il testo ha un totale di 159 pagine, 18 rappresentano il JCPOA stesso, poi ci sono 141 pagine divise in 5 annessi. E’ un documento estremamente complesso, che cerca di abbracciare e indirizzare tutte le questioni sulle controversie del programma nucleare iraniano, da quali e quanti tipi di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio l’Iran potrà mantenere operative, alle specifiche tecniche della trasformazione del reattore Arak in un design meno sensibile alla proliferazione a una quantità enorme di disposizioni dettagliate sulla precisa sequenza delle sanzioni che verranno revocate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea (UE).

Il 20 luglio 2015 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotta la risoluzione 2231 attraverso cui sostiene l’accordo sul nucleare.

Che cos’è l’accordo sul nucleare?

E’ un accordo di qui pro quo per il quale l’Iran accorda a delle significative limitazioni del suo programma nucleare civile e ad un’intesa attività ispettiva dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) allo scopo di verificare la continua, pacifica natura del programma. Quindi i P5+1 hanno convenuto in una revoca coordinata delle sanzioni economiche e finanziare che sono state imposte all’Iran nei passati 6 anni sia dal Consiglio di Sicurezza agendo multi – lateralmente che dagli Stati Uniti e dall’UE in particolare, agendo unilateralmente.

Lo scopo dell’accordo

L’Iran verrà sostanzialmente trattato come uno stato che produce normalmente energia nucleare, al pari del Giappone, della Germania e di altri stati parte del Trattato del 1968 sulla Non – proliferazione nucleare.

L’implementazione

La precisa sequenza dell’implementazione degli impegni del JCPOA è stato uno dei temi maggiormente discussi. Il piano prevede approssimativamente una linea temporale di 10 anni. Tecnicamente il cosiddetto giorno in cui le risoluzioni del Consiglio di sicurezza avranno termine è stato programmato tra 10 anni a partire dal giorno dell’adozione che è stato pianificato essere 90 giorni dopo l’ ”approvazione” del JCPOA da parte del Consiglio di Sicurezza. La revoca finale di tutte le sanzioni unilaterali e multilaterali dovrebbe avvenire nel giorno cosiddetto di “transizione”, che è definito essere 8 anni dopo il giorno dell’adozione ovvero quando i rapporti della IAEA indicheranno che tutto il materiale nucleare iraniano è destinato ad un uso pacifico.

Meccanismo di risoluzione delle controversie

Viene creata una commissione congiunta composta da un rappresentante di Cina, EU, Francia, Germania, Iran, Russia, UK, Stati Uniti.
Pro: Creare un giusto processo, con scadenze predefinite in modo che le controversie non si possano prolungare all’infinito. Ogni membro del Consiglio di Sicurezza con potere di veto, potrebbe, assicurare che le sanzioni vengano re – imposte se non sono soddisfatte con i risultati delle deliberazioni della Joint Commission ovvero non sono soddisfatte con la performance della parte che è sotto esame.

Contro: l’Iran ha dichiarato che se le sanzioni vengono re – imposte in tutto o in parte, le tratterà come la base per  cessare di impegnarsi ad implementare l’accordo sul nucleare in tutto o in parte. Sarà molto più difficile per i governi legittimare ogni risposta al di fuori dal JCPOA, inclusa ogni risposta unilaterale, alle violazioni iraniane all’accordo intese a prevenire l’Iran dall’acquisizione di armi nucleari almeno e fino a quando il processo della commissione si sia esaurito.
Realisticamente, la volontà degli stati di tenere responsabili altre parti per l’implementazione ed intraprendere i passi necessari per farlo rispettare dipenderanno dalle circostanze che si paleseranno. Queste circostanze includeranno la performance dei termini specifici del JCPOA così come dinamiche politiche, economiche e di sicurezza più ampie, anche se il JCPOA è confinato alla materia relativa al nucleare.

Riduzione delle centrifughe IR-1s

Oggi, molte delle delle 19000 centrifughe di gas so a bassa capacità IR – 1s, ma l’Iran ha messo su macchine più avanzate IR – 2m e sta sviluppando modelli più potenti. Per 10 anni, l’Iran ridurrà di circa 2/3 le sue 19,000 centrifughe. L’Iran potrà avere solo 6,104 centrifughe IR – 1 di prima generazione installate e non ne potrà usare più di 5,060 per arricchire l’uranio. Per 15 anni, l’Iran non potrà costruire nuovi impianti di arricchimento, ma deve ridurre le sue scorte di uranio arricchito di circa 10000 chilogrammi a 300 chilogrammi (arricchite al massimo livello di 3,67 %). l’Iran sarà soggetto a strette limitazioni su tutte le centrifughe R&D per 8 anni. Lavori saranno permessi solamente su un numero limitato dei modelli più avanzati a condizione che le operazioni di controllo e di prova non contribuiscano alle scorte iraniane di uranio impoverito. Trascorsi 8 anni, le restrizioni sullo sviluppo di tecnologie avanzate verranno rimosse.

Pro: per 8 anni, il tempo che l’Iran necessiterebbe per produrre abbastanza uranio impoverito per un’arma nucleare, il cosiddetto “breakout time” – dai 2 ai 3 mesi sarebbe aumentato ai 12 mesi. La IAEA sarebbe capace di rilevare se l’Iran sta imbrogliando sui limiti di arricchimento in ogni impianto dichiarato.
Contro: l’Iran conserverebbe un programma di arricchimento su una scala che fino a questo momento non è stata giustificata dai bisogni pratici del paese. Dopo che le restrizioni da 10 a 15 anni saranno terminate, l’Iran potrebbe espandere le sue attività di arricchimento senza restrizioni sulla tecnologia, sul livello, e sulla locazione. Potrebbe anche sviluppare centrifughe più avanzate e più potenti, incluse quelle che sono oggetto delle restrizioni dell’accordo sul nucleare.

Il sito Natanz

Natanz è il  più grande sito iraniano  di arricchimento dell’uranio e la rivelazione che nel 2002 l’Iran l’aveva costruito in segreto fece scatenare la crisi nucleare. Infatti, ci sono due impianti di arricchimento a Natanz. Uno è una struttura di scala industriale disegnata per 50,000 centrifughe ed è al momento equipaggiata con più di 15,000 centrifughe IR – 1 e circa 1,000 IR – 2ms. Una seconda, più piccola è usata per le operazioni di verifica di centrifughe avanzate e in sviluppo e fino al 2013 arricchite al 20%. Secondo il JCPOA, l’Iran è limitata a tenere operative solo 5,060 centrifughe IR – 1 a Natanz per 10 anni. Tutte le centrifughe IR – 2m saranno rimosse e conservate in un programma monitorato dall’IAEA
Pro: per 10 anni, l’Iran sarà solo capace di arricchire usando le sue centrifughe IR-1
Contro: dopo 10 anni, l’Iran potrebbe iniziare ad incrementare l’arricchimento di uranio con centrifughe più avanzare, e quindi incrementando la sua capacità di arricchimento.

Il reattore IR – 40 ad Arak

accordo sul nucleareDal 2006, l’Iran ha sfidato le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che ordinavano la sospensione della costruzione del reattore IR – 40 ad Arak un reattore ad acqua pesante idealmente adatto alla produzione di armi al plutonio. Secondo il JCPOA l’Iran non completerà l’IR-40 come pianificato, ma modificherà il suo disegno, limiterà le sue attività che includono l’acqua pesante e rimuoverà dal reattore il combustibile irradiato. L’Iran si impegna a non ri – processare il combustibile spento per 15 anni e dichiara di non intenderlo farlo dopo.

Pro: la modifica del progetto IR-40 ridurrà significativamente la quantità del plutonio che potrebbe essere prodotto ad Arak e assicurerà che se l’Iran cerca di produrre armi al plutonio, lo potrà fare solo con piccolissime quantità.
Contro: dopo 15 anni, l’Iran potrebbe decidere di ri – processare il combustibile.