Terrorismo internazionale: la gestione della paura

terrorismo

Dopo quasi 20 anni di ricerche e studi sul terrorismo e sul terrorismo internazionale non esiste una risposta generalmente accettata alla domanda: “cosa è il terrorismo e qual è l’essenza di questo fenomeno?”.

Nondimeno molti studiosi e specialisti sarebbero probabilmente d’accordo nell’affermare che:

il terrorismo è uno strumento che, attraverso le minacce e gli attacchi, mira a generare paura ed ansia; vuole intimidire le persone allo scopo di ottenere alcuni obiettivi politici.

La maggior parte delle definizioni formulate dai governi, piuttosto che da organizzazioni regionali, ricordano  l’opinione di Brian Jenkis, che nel 1975 argomentava:  “il terrorismo è teatro. Ai terroristi piace vedere tanta gente che guarda (e tante persone morte)“.

Il terrorismo mira a provocare reazioni a certe minacce o attacchi da parte di terze parti: il pubblico in generale, politici, gruppi di opposizione, media.

Il livello della paura non dipende solamente dai terroristi e dalla forma e portata del loro utilizzo della violenza.

L’impatto di ogni attività terroristica è il prodotto della percezione, immaginazione e vulnerabilità delle audience obiettivo o diversamente da parti coinvolte.

La paura non dovrebbe essere considerata solamente come una reazione negativa alle minacce e agli attacchi. Infatti la paura del pericolo è una emozione molto naturale ed utile. La paura è un meccanismo di sopravvivenza. La paura del terrorismo può incoraggiare persone a intraprendere le necessarie precauzioni e azioni. Ma se la paura del terrorismo non è proporzionata alla minaccia attuale, potrebbe avere molte conseguenze non necessarie e non volute. A questo proposito ci vengono in aiuto due prominenti studiosi Bekker e Veldhuis, i quali asseriscono che la paura del terrorismo causa uno spostamento verso un ragionamento dogmatico (assolutista) che è caratterizzato dal pensiero “noi contro loro”, stereotipi, discriminazione e una mancanza di sfumatura che contribuiscono a reazioni rigide di difesa del sistema che potrebbero più nuocere che fare del bene.

Gli attacchi terroristici contribuiscono alla diffusione della paura nella società più vulnerabile e a reazioni eccessive emotive, politiche o amministrative. Ad esempio, spesso essi conducono ad una preferenza per leader orientati all’azione con spiegazioni del terrorismo banali e sensazionali  e appelli all’azione immediata.

Il sociologo Frank Furedi, riferendosi in particolare agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, asserisce che le società occidentali oggi sono paralizzate da una “cultura di paura” e sono prese nel cosi detto “paradigma della vulnerabilità”. Furedi sottolinea anche la nozione di terrorismo non solo si riferisce all’attacco in se ma definisce equamente anche il modo in cui la società risponde ad esso: “società che comprendono chi sono e che hanno un senso di solidarietà usualmente gestiscono un atto di terrore molto meglio di quelle società dove le cose sono confuse e dove non c’è una storia su chi sono”. Sempre secondo Furedi nelle società occidentali il copione culturale contemporaneo presenta il terrorismo come una minaccia incombente, simile alle catastrofi naturali. La conseguenza di questa presentazione è altamente ambivalente e paradossale. Da una parte, questa attitudine fatalistica diffonde un senso di impotenza; dall’altra suggerisce che solo con massicci dispiegamenti di forze e con un contributo gigantesco di risorse si può forse ridurre la minaccia apocalittica. Per Furedi, l’occidente perciò sta offrendo ai terroristi un “invito al terrore”. Gli studi di Furedi pur criticati offrono tuttavia una chiara analisi delle conseguenze di questa cultura del terrore: la combinazione del fatalismo e le reazioni esagerate.

La gestione della paura

I meccanismi di adattamento (ad eventi come un attacco terroristico) sono individuali, operano principalmente attraverso funzioni psicologiche personali. A. Schmid (uno dei maggiori studiosi di terrorismo) ha argomentato che il grado in cui un individuo o un gruppo è colpito e subisce l’influenza dalla paura dipende da un certo numero di fattori “oggettivi”:

  • la fonte del terrore;
  • la probabilità che un evento che induce terrore si ripeta ancora;
  • l’oggetto della vittimizzazione primaria (per esempio un membro della famiglia o di un gruppo) e la relazione ad esso;
  • le fasi dell’evento produttivo del terrore e,
  • l’abilità o inabilità di evitare, prevenire e combattere situazioni che sono prone al terrore nel futuro.

Alcuni di questi fattori sono plasmabili dagli strumenti di sicurezza.

Politiche efficienti di contro-terrorismo possono mirare a ridurre la probabilità di eventi che inducano terrore e migliorare la loro abilità di prevenire, evitare e combattere situazioni di questo genere. Per questo:

la gestione della paura dovrebbe essere considerata seriamente quando si progettano e si realizzano le politiche di contro-terrorismo in generale,

sia che siano relative al procedimento penale, alla raccolta di informazioni di intelligence, alle misure di prevenzione.

Il pubblico presumibilmente avrà una reazione più forte ed una percezione del rischio dopo incidenti terroristici rispetto ad altri eventi di crisi. Questo è dovuto all’intenzionalità e all’incertezza che accompagna questo tipo di eventi. L’intensa copertura mediatica di attacchi terroristici internazionali e i frequenti allarmi di politici su futuri attacchi forniscono una continua ed incessante esposizione all’ansia e alla paura.

I governi potrebbero non essere i fornitori dell’immaginario ma possono  ugualmente influenzare l’impatto sociale di attacchi terroristici .

Non è una novità statuire che il terrorismo è comunicazione.

Tutte le misure di contro-terrorismo sono anche mezzi di comunicazione e identificazione e le reazioni in gran parte determinano l’impatto sociale delle azioni dei terroristi, specialmente se consideriamo ciò in un contesto socio-politico più ampio e in un periodo di tempo più lungo.

L’impatto sociale non è qualcosa che i governi possono condurre appieno lasciati da soli, per conto proprio.

Invece, l’impatto sociale nel 21° secolo è una questione principalmente di copertura mediatica.

L’opinione pubblica è per lo più influenzata dai media e da immagini coinvolgenti dei drammatici atti terroristici che disseminano. I governi hanno il monopolio sull’uso della violenza e sono gli attori ai quali i cittadini si rivolgono in tempi di crisi nazionale.

Tuttavia proprio i governi spesso alimentano queste crisi e le utilizzano per promuovere le proprie agende politiche e militari. Essi amplificano il “panico morale” in società con metafore militari (“noi siamo in guerra”) o al contrario, esercitano un’influenza enfatizzando e facendo appello alla resilienza sociale in una data società.

 

Le misure di contro-terrorismo nel quadro della gestione della paura

Le misure di contro-terrorismo devono avere un elemento di comunicazione e devono trattare con il pubblico e le sue percezioni. Esse devono avere un effetto comunicativo che vada al di là degli strumenti espliciti ed intenzionali. Ogni azione di contro-terrorismo anche quella condotta a livello locale, per strada, può essere un punto strategico sulla “guerra dell’influenza” tra i terroristi e lo Stato. Affermazioni e discorsi posso anche loro avere un profondo effetto, comunicando alla società o anche al mondo “a cosa teniamo”. I terroristi sono più a conoscenza di ciò rispetto ai governi.

La maggior parte delle buone pratiche e delle lezioni apprese concerne la gestione pratica della crisi piuttosto che un più sofisticato approccio di gestione della paura socio-psicologico. Sebbene ad esempio il concetto di resilienza– 

*uno dei più importanti concetti nel dibattito sull’impatto del terrorismo sulle politiche e la società. Il concetto di resilienza ha le sue radici nel ingegneria civile nella psicologia e nell’ecologia. In breve, esso indica la capacità di materiali, persone, organismi a resistere improvvisamente a cambiamenti o stress, così come la capacità di riprendersi e ritornare alla situazione come prima. Dalla prospettiva di legislazione di contro-terrorismo, resistenza e resilienza potrebbero essere delle importanti capacità per affrontare l’impatto negativo (o la paura del) terrorismo da parte di individui e società nel complesso.

– e la circostanza che terroristi che attaccano società resilienti troverebbero più difficoltoso avere un impatto e raggiungere i loro obiettivi, sono abbastanza diffusi, è ancora aperta la sfida di trasformare questi concetti e le buone pratiche in una teoria e un modello di gestione della paura.

Consideriamo allora che un ipotetico modello di gestione della paura comprenda gli sforzi compiuti da istituzioni governative, prima durante e dopo situazioni di emergenza e di recupero che riguardano una minaccia/attacco terroristico per manipolare il capitale umano in una società per migliorare i meccanismi di adattamento positivi, collettivi.  Dunque sono tre gli elementi importanti che dovrebbero essere presenti in ogni manuale o in ogni strategia:

1. Non rafforzare i meccanismi di adattamento negativi;

sforzi di contro-terrorismo potrebbero involontariamente rafforzare meccanismi di adattamento negativi mobilitando il pubblico attorno ad immagini di paura, estendendo la retorica allo spettro del terrorismo, di far saltare in aria la minaccia e progettare una situazione simile alla guerra nella società. Una esagerazione di questo tipo della crisi potrebbe far aumentare sentimenti di impotenza, paura, e rabbia che alimentano la polarizzazione attorno a linee culturali, etniche, religiose all’interno della società.

2. Influenzare i meccanismi di adattamento positivi;

modi positivi di adattare il comportamento e le attitudini e minimizzare lo stress possono essere influenzati attraverso a) la diretta informazione e l’assistenza alle vittime e la misura in cui i funzionari di governo forniscono al pubblico una immagine chiara di quello che sta accadendo, danno un “senso” all’incidente e forniscono un “significato” ad esso in una maniera positiva, aumenta le capacità di risoluzione di problemi degli individui e potrebbe ridurre lo stress e i sentimenti di trauma. b) Organizzazione di eventi significativi positivi come assemblee, cerimonie, riti (religiosi): direttamente dopo un trauma, la “condivisione sociale” è legata a una emozione positiva perché riafferma i valori di ciascuno e aiuta a focalizzarsi su questi valori mentre ci si adatta all’impatto dell’evento stressante. c) L’organizzazione di atti visibili di giustizia: come forma di educazione psicologica e che abbia un senso, ad esempio un processo equo e trasparente può giocare un ruolo significativo nell’aiutare le persone a superare un terribile crimine.

3. Fornire auto-efficacia.

Le persone non vogliono essere delle semplici vittime o passanti, ma generalmente esprimono il desiderio di essere capaci e volenterosi nel fare qualcosa o almeno una cosa giusta e non essere lasciati in balia dei perpetuatori dell’attentato. Innescare questi meccanismi di adattamento positivi aumenterà la resilienza di una popolazione e potrebbe aiutare ulteriormente a ridurre la possibilità di paura eccessiva, reazioni esagerate e tensioni.

Studiando modi e mezzi per diventare più resilienti è la via più efficace per evitare di soccombere ai tentativi di altri di controllarci attraverso la paura.

 

Relazioni di vicinato: l’Iran e la Turchia nel “dopo Mosul”

relazioni

Dopo la piena riconquista di Mosul quali saranno le relazioni tra  due vicini eccellenti dell’Iraq: Iran e Turchia?

La Turchia è preoccupata che tutto quello che ha ottenuto finora il governo iracheno a maggioranza sciita, amico dell’Iran, sia parte di una più ampia strategia di Teheran per espandere la propria influenza nelle aree sunnite dell’Iraq del nord.

Quello che inquieta maggiormente il presidente turco Recep Tayipp Erdogan è il potenziale asse pro-iraniano lungo la frontiera del nord dell’Iraq che comprende elementi del Kurdistan Workers’ Party o PKK così come le milizie yazide dell’area.

Per questo motivo la retorica turca si è alzata di livello, inasprendosi, tanto che Erdogan si è riferito, lo scorso mese, alle milizie irachene pro-governative (al-Hashad al-Shaabi – unità di mobilitazione popolare) come un’organizzazione terroristica.

Erdogan ha certamente le capacità di anticipare ogni imminente asse iraniano-curdo nel nord dell’Iraq. L’esercito turco ha una stima di 2,000 truppe all’interno dell’Iraq. Una buona parte di questa forza è focalizzata nel combattere i militanti del PKK sulle montagne Qandil del Kurdistan iracheno, con altre 500 truppe stazionate nel campo Bashiqa, circa 50 chilomentri dalla periferia di Mosul.

Ankara ha anche una influenza politica e militare sul clan Barzani dominante nel Kurdistan iracheno e sulle famiglie influenti arabe sunnite intorno a Mosul, incluso la famiglia Nujaifi.  Infine, Erdogan ha segnalato la sua volontà di utilizzare bombardamenti aerei per dissuadere un significativo consolidamento delle forze pro-iraniane; l’aviazione turca ha recentemente colpito posizioni del YPG, la principale milizia curda siriana a Sinjar.

La Turchia, teoricamente, potrebbe chiedere aiuto ad altri paesi. L’Arabia Saudita e i suoi alleati arabi del Golfo hanno anche loro preoccupazioni circa l’espansione dell’Iran nelle aree irachene sunnite. Il potenziale per un’alleanza più stretta e coordinata nell’area tra queste potenze sunnite non può essere esclusa.

I rischi della strategia turca

Se la Turchia volesse lanciarsi a capofitto in uno scontro con le milizie alleate dell’Iran dovrebbe affrontare un nemico molto capace e ben equipaggiato. Inoltre, proprio queste milizie hanno già minacciato di ingaggiare direttamente le forze turche se Erdogan dovesse ordinare ulteriori incursioni nel territorio iracheno.

La profondità strategica dell’Iran in Iraq fornisce a queste milizie un rifornimento illimitato di combattenti: sciiti motivati da reclutare e far combattere per una lunga e sanguinosa campagna contro la Turchia.

Gli interessi della Turchia e dell’Iran 

Primo: la Turchia e l’Iran abilmente utilizzano la loro relazione come un contrappeso alla presenza (e potenza) occidentale nella Regione. In questo contesto si vedono l’un l’altro come una sorta di valvola di sicurezza contro la pressione esterna esercitata dall’occidente.

Erdogan non è certamente spaventato dal “gioco” di Iran e Russia contro Stati Uniti, ad esempio, nell’intento di esercitare pressione su Washington affinché non sostenga più l’YPG (che ha legami con il PKK; ma partner americano affidabile sul terreno contro lo “Stato islamico”). Questo tipo di “gioco” si è pienamente manifestato  a dicembre 2016, quando la Turchia ha contribuito ad un nuovo corso di colloqui di pace sulla Siria con l’Iran e la Russia senza il coinvolgimento degli Stati Uniti.

L’Iran, dalla parte sua, conta sulla Turchia per resistere agli sforzi occidentali di isolarla completamente nella regione.

Secondo: sebbene la Turchia e l’Iran appoggino elementi curdi separati in Iraq, entrambi i paesi condividono delle valutazioni ampiamente sovrapposte sulla questione del nazionalismo curdo. Mentre Ankara ha recentemente mostrato una maggiore volontà di lavorare con il Kurdistan iracheno semi-autonomo, la sua posizione è improbabile che cambi quando deve opporsi alla piena indipendenza curda. La visione dell’Iran è simile. Lo scorso mese, entrambi i paesi hanno fortemente protestato contro la decisione del governo regionale curdo di Irbil di alzare la bandiera curda vicino a quella irachena su un palazzo governativo locale a Kirkuk; alcuni politici curdi hanno interpretato questi messaggi come delle velate “minacce”.

Gli interessi economici che non possono essere ignorati

Consideriamo ad esempio i legami energetici: la Turchia al momento importa 30 milioni di metri cubici di gas Iraniano, volume che entrambe le parti sembrano intenzionate ad accrescere nei prossimi anni.

Per cui malgrado qualche retorica accesa tra la Turchia e l’Iran, il risultato più probabile è qualche sorta di accordo in Iraq.

L’Iran potrebbe accordarsi nel “trattenere” i leader delle milizie più anti-turche nelle forze popolari di mobilitazione irachene, mentre limita il loro supporto agli elementi del YPG in Iraq. La Turchia in cambio potrebbe accordarsi nel migliorare le sue relazioni tese con il governo centrale a Baghdad e coordinare meglio la lotta all’IS con l’Iraq e l’Iran.

Se e quando l’IS sarà sconfitto nel nord dell’Iraq, l’immediato vuoto politico nel cuore sunnita sicuramente sarà un banco di prova per le relazioni turco-iraniane.

Sebbene i legami tra due vicini eccellenti dell’Iraq continueranno a flettersi, è improbabile che si spezzino.

Ankara e Teheran hanno una storia di compartimentalizzazione delle loro relazioni nelle passate decadi. Continueranno ad essere profondamente in disaccordo su certe questioni nella regione, ma nessuna parte ha al momento un interesse profondo nel permettere che questi disaccordi mettano a rischio le loro funzionanti relazioni bilaterali.

Se in Afghanistan la vera minaccia non fosse lo “Stato islamico”?

minaccia

L’Afghanistan è un problema perfido, intricato e quasi incomprensibilmente complesso con una crescente e grande varietà  di partecipanti che giocano un qualche ruolo o che hanno degli interessi in ballo. All’interno dell’Afghanistan c’è un miscuglio di attori con obiettivi divergenti ed incompatibili.

Il Generale americano Nicholson ha chiesto, a febbraio, al senato americano truppe aggiuntive e l’amministrazione Trump sta considerando di dispiegarne 5,000 in più rispetto alle 8,400 unità già presenti nel paese. Potrebbe essere abbastanza per prevenire il collasso del governo, ma non risolverebbe i problemi chiave del paese.

All’inizio di questa settimana il Pentagono ha confermato che Abdul Hasib Logari, uno dei maggiori comandanti dello “Stato islamico” (IS) in Afghanistan è stato ucciso. Si è trattato di un’operazione congiunta tra Stati Uniti  e Afghanistan nell’est del paese condotta alla fine di aprile. In questa operazione sono stati uccisi due Rangers americani, in seguito è stata lanciata la GBU-43/B la Massive Ordnance Air Blast Bomb (MOAB) su una complessa rete di tunnel dell’IS. Questa bomba rappresenta la più grande arma convenzionale nell’arsenale americano e ha rappresentato una drammatica intensificazione delle operazioni americane contro l’IS -Provincia Khorasan.

Gli ufficiali militari americani hanno spiegato che è la deterrenza l’obiettivo di queste operazioni: impedire che la leadership dell’IS si ricollochi in Afghanistan a seguito della pressione che sta subendo in Iraq e Siria.

Il portavoce della Casa Bianca ha descritto la sconfitta dell’IS come una priorità principale della strategia dell’amministrazione Trump in Afghanistan.

La minaccia posta dal gruppo estremista al governo di unità nazionale guidato dal presidente Ashraf Ghani e agli interessi americani nella regione è relativamente bassa paragonata a quella attuale rappresentata dai Talebani, per non menzionare le fragili e deboli dinamiche politiche, la mancanza di risorse adeguate che flagellano gli sforzi del governo afgano per riprendere il controllo del paese.

Il fulcro della leadership dell’IS-Provincia di Khorasan in Afghanistan era centrata attorno ad una fazione scissionista di Tehreek-e-Taliban (TTP).  Se da un lato è verosimile preoccuparsi che l’IS-Provincia di Khorasan stia reclutando nei centri urbani dell’Afghanistan,  dall’altro molti rapporti indicano che i militanti locali spostano la loro affiliazione dai Talebani verso l’IS-Provincia di Khorasan su linee opportunistiche o di “semplice” disaffezione.

Tuttavia oggi l’organizzazione di Abu Bakr al-Baghdadi rimane accentrata nelle montagne Nangarhar, dove gli Stati Uniti e le forze afghane hanno lanciato ripetute operazioni durante lo scorso anno. La più recente valutazione della NATO, prima dell’attacco con MOAB, indica che il gruppo estremista può contare su circa 700 militanti nel paese, meno delle svariate migliaia stimate nel momento del punto più alto di capacità del gruppo stesso.

La pressione esercitata sul gruppo a Nangarhar ha avuto come risultato che l’IS-Provincia di Khorasan abbia spostato in maniera crescente  le sue azioni verso una strategia di attacchi di alto profilo, nella capitale Kabul, con moltissime vittime; prima avendo come obiettivo la minoranza sciita e più recentemente attaccando l’ospedale militare. In Pakistan il gruppo ha anche condotto un certo numero di attacchi bomba in luoghi sacri e su altri obiettivi primari civili, in alcuni casi apparentemente di concerto con gruppi secessionisti dei Talebani e altri militanti locali.

La minaccia  di lungo termine dell’IS in Afghanistan è limitata

Sebbene i militanti dell’IS-Provincia di Khorasan continuino a lottare contro le forze afgane e americane, la minaccia di lungo termine di questo gruppo allo stato afgano appare essere limitata, dato la sua estensione ristretta all’interno del paese e la competizione che deve affrontare per il reclutamento ed il sostegno da parte di altri gruppi militanti in Afghanistan.

I Talebani sono molto più robusti dal punto di vista sociale, finanziario ed amministrativo e godono di strutture militari a rete e del sostegno delle agenzie di sicurezza pakistane.

Fondamentalmente i Talebani pongono una minaccia di gran lunga superiore al governo afgano rispetto all’IS.

Malgrado l’impegno “comune” per un governo islamico e l’opposizione al governo afgano e ai suoi sostenitori internazionali, i Talebani e i militanti dell’IS si sono affrontati ripetutamente nel paese. Nelle ultime settimane si sono scontrati talmente tanto che la presa dell’IS a Nangarhar sembra si stia indebolendo.

La visione strategica dell’amministrazione Trump oscilla tra l’approccio istintivo di Trump e la pressione dei militari per continuare ad usare solo la forza armata.

L’odierna revisione da parte dell’amministrazione Trump della strategia americana in Afghanistan pare proprio che stia considerando un rilancio del sostegno finanziario e di consulenza al governo afgano e alle forze di sicurezza così come la scomparsa di alcune restrizioni operative sulle forze americane, delegando più autorità sulla questione del targeting e sul processo decisionale sul campo.

La mancanza di restrizioni operative potrebbe essere già cosa fatta, perché molti rapporti sui recenti attacchi contro l’IS suggeriscono che siano stati condotti dai comandanti americani sul campo piuttosto che dietro ordine dei politici di Washington.

Il rischio tuttavia è alto: questo tipo di approccio potrebbe fare in modo che le priorità tattiche di breve termine guidino la strategia americana senza avere chiara la fine. In altre parole si procede per risultati brevi sul campo senza aver pianificato null’altro e tanto meno una exit strategy.

Le bombe, le operazioni speciali, non sono la panacea a tutti i mali

Le sfide economiche, politiche e di sicurezza che affronta e deve affrontare il governo afgano, incluso il più resiliente e ampiamente diffuso gruppo estremista dei Talebani, sono troppo complesse per essere risolte attraverso un miglioramento di attacchi aerei o di operazioni speciali sebbene siano efficaci per colpire gli obiettivi. Per raggiungere una stabilità ampia e durevole, c’è bisogno di mettere in priorità l’impegno regionale diplomatico con gli Stati confinanti come il Pakistan, l’Iran, l’India e la Russia e allo stesso tempo spingere per una ripresa del processo di pace tra i Talebani e il governo afgano.

L’amministrazione Trump che ha nel paese un corpo diplomatico a corto di personale, con la minaccia di ulteriori tagli e una leadership di sicurezza nazionale che viene selezionata tra coloro che hanno più esperienza militare non può ignorare il bisogno di un consenso sulle regole politiche per la divisione del potere ed una struttura statale più sostenibile.

Dal più basso al più alto grado, i militari americani hanno un profondo interesse psicologico in Afghanistan, avendo dedicato molto alla stabilizzazione del paese in questi 16 anni. Una grande porzione dei militari americani, sia quelli che indossano ancora l’uniforme e sia quelli che sono tornati ad una vita civile, hanno perso i loro amici lì. Molti credono che lo sforzo parallelo condotto in Iraq abbia creato le condizioni di vittoria in quel paese, per vedere persi i loro sforzi dalla decisione politica di disimpegnarsi dall’Iraq. Questo influenza il loro modo di pensare rispetto all’Afghanistan e significa che molti militari con tutta probabilità consiglieranno Trump di continuare l’impegno afgano.

La minaccia di intensificazione militare potrebbe funzionare contro avversari come i regimi, ma ci sono pochissime indicazioni che questo funzioni con gruppi estremisti non statali.

Sebbene la strategia di sicurezza nazionale di Trump è ancora agli stadi iniziali, è già chiaro che questa amministrazione ha due vie distinte di approccio alle sfide e agli avversari. Una è di mandare un messaggio che gli Stati Uniti hanno l’abilità e, sotto la leadership di Trump, la volontà di intensificare se l’avversario non modera il suo comportamento. Questa è la via adottata da Trump per il Nord Corea, la Cina, l’Iran e la Siria. Il successo di questo approccio dipende totalmente dalla credibilità dell’intensificazione.

Le scelte sembrano essere due: perdere ora o perdere più tardi.

Francia: il risultato del primo turno delle presidenziali oscura tanto quanto rivela

Francia

Uno sguardo più da vicino al risultato del primo turno delle presidenziali francesi ci rivela un paese che è, per la maggior parte, diviso equamente.

I 4 principali contendenti hanno offerto agli elettori una scelta cruda e chiara tra opzioni familiari per risolvere le sfide di lungo corso della Francia.

Separati da 4 punti percentuali, dividendo essenzialmente l’85% del voto, le opportunità di chiarimento che offrivano le scelte dei candidati si sono palesate in un risultato che ha confuso le acque.

Questo vuol dire che se Macron dovesse vincere il secondo turno, come ci si aspetta, le sue visioni per realizzare efficacemente il suo programma sono lontane dall’essere certe. Sebbene sia difficile costruire una formazione politica  per le elezioni parlamentari (che si terranno a giugno) da un canovaccio, i numeri non garantiscono che governerà con una maggioranza, complicando ulteriormente i suoi sforzi. Molto quindi dipenderà dalla sua abilità di comporre una coalizione con cui lavorare tra il centro moderato della Francia, sia da destra che da sinistra, una proposta questa che è stata storicamente perdente a causa della cultura politica francese.
I maggiori temi di questa elezione erano, data la resistenza alle riforme dei francesi, gli stessi delle due precedenti elezioni presidenziali: un’apatica economia caratterizzata da un’alta disoccupazione strutturale, particolarmente tra i giovani; un sistema di social welfare eroso; una frustrazione della popolazione rispetto alle prerogative di Bruxelles, esacerbata dai limiti sul budget imposti dall’UE ed un senso di essere assediati da un mondo ostile che minaccia l’identità del popolo francese attraverso l’immigrazione e, più recentemente, la loro sicurezza attraverso il terrorismo.

L’asse orizzontale e quello verticale della politica francese

I 4 contendenti che si sono sottoposti al voto domenica scorsa rappresentavano gli archetipi di 4 poli che meglio schematizzano il panorama contemporaneo politico francese e di molta dell’Europa: un asse orizzontale della sinistra e destra tradizionale e un nuovo asse verticale che rivela una visione internazionalista della Francia che è integrata nell’Europa e nel mondo contro un trincerato nazionalismo che tradizionalmente faceva appello all’estrema destra, ma che ha sempre di più vinto su molti tra la classe operaia di sinistra.
Sul fronte tradizionale di estrema sinistra, Jean-Luc Melenchon ha argomentato come la Francia dovesse uscire dalla depressione economica attraverso massicce assunzioni nel settore pubblico e l’espansione del sistema francese di social welfare. Sul fronte conservatore di destra, il candidato repubblicano Francois Fillon ha offerto un programma ugualmente archetipico di severa austerità, promettendo un taglio di 100 miliardi di euro dal budget e di mezzo milione di posti di lavoro nel settore pubblico in 5 anni.

Tra i due estremi c’è Macron

Tra questi due estremi c’è Macron, che ha descritto il suo stesso programma come né di destra né di sinistra. Egli promette di imporre una disciplina fiscale, ma più graduale rispetto a quella proposta da Fillon, investendo nella crescita attraverso la modernizzazione. Egli asserisce che la vita politica francese deve essere rinnovata, ma non va così lontano come Melechon che si è spinto fino a prospettare l’inizio di una “sesta Repubblica”

Le proposte di Macron sono moderate, riforme social democratiche  di un tipo che non avevano mai ottenuto abbastanza consenso popolare in Francia per essere realizzate con successo. Il risultato è stato una serie infinita di tiepide, annacquate riforme che non hanno soddisfatto nessuno e non hanno posto rimedio alle persistenti malattie economiche  francesi.

Sebbene gli elettori moderati compongano una significativa pluralità dell’elettorato, la Francia ha un profondo sospetto per il centro (politico).

Dove Macron si distingue è nel asse verticale della politica francese. Ha sinceramente sostenuto l’UE, appoggiando la decisione impopolare della Merkel, nel 2015, di aprire il paese ai rifugiati e ai migranti. È stata una dimostrazione di coraggio politico, in un tempo in cui Bruxelles è diventata il parafulmine della rabbia, frustrazione e del risentimento popolare.

La Le Pen invece sfida questo risentimento, asserendo di rappresentare il polo pro-sovranità dell’asse verticale, offre un programma di nazionalismo economico e politico, che comprende un giro di vite sull’immigrazione; l’uscita dall’UE e dall’Euro.

In contrasto con Fillon, la Le Pen abbraccia un generoso modello di social welfare, ma solo per i cittadini francesi. Similmente promette di introdurre una preferenza “nazionale” nelle assunzioni e per i contratti pubblici.

Gli immediati sostegni che Macron ha ricevuto dal tutto lo spettro politico dopo il turno elettorale di domenica scorsa hanno dato peso all’accusa di una classe politica indistinguibile. Se fosse stato così semplice, il compito di Macron sarebbe facile, ma non lo è.

I francesi hanno un profondo sospetto per il centro politico, che molti percepiscono come mancante di identità e di sicurezza.

In Francia l’ultimo centrista eletto Presidente della Repubblica risale al 1974

L’ultimo centrista eletto Presidente era Valery Giscard d’Estaing nel 1974 ed è stato in carica solo per un mandato. Francois Bayrou, che ha sostenuto Macron, è andato vicino al secondo mandato nelle elezioni del 2007 su un simile programma – fiscalmente responsabile, con la mente alle riforme e pro- europeo – ma alla fine non fu all’altezza.

In quel momento storico, tuttavia, la minaccia del Fronte Nazionale non era così urgente, il partito social democratico non era sufficientemente debole, da rendere l’offerta di Bayrou necessaria. Prima del secondo turno, Bayrou offrì il suo sostegno al candidato del partito social democratico Segolene Royal, che avrebbe significato una coalizione centrista. I “royalisti” si rifiutarono e andarono avanti per perdere contro Nicolas Sarkozy.

Oggi: la situazione in Francia dei principali partiti

La situazione della Francia e dei suoi principali partiti, oggi è drammaticamente differente. Il Fronte Nazionale è ai cancelli del Palazzo dell’Eliseo. Il Partito socialista è essenzialmente su un destino di morte. E l’unica cosa che impedirebbe un bagno di sangue tra gli egualmente divisi repubblicani è l’opportunità di passarsela bene e magari emergere con una maggioranza nelle elezioni parlamentari previste per giugno. Questo lascia un’apertura per Macron e il suo nuovo brand di centrismo, dovesse essere in grado di raggruppare una coalizione in parlamento di persone che la pensano similmente.

La stessa apertura vale per i molti ego ambiziosi e opportunisti che, vedendo una finestra di opportunità nel panorama politico instabile francese, cercheranno di bloccare Macron.

Aggirando una struttura stabilita di partito, Macron ha reso un’elezione presidenziale un “incontro tra un uomo e un popolo” come disse Charles de Gaulle.

Tuttavia con gli elettori francesi così equamente divisi e il sistema partitico francese attuale che è pericolante, Macron non sarà il solo politico a camminare per i corridoi del potere in cerca di incontri con il popolo francese.

Regno Unito: la Brexit ha aperto il vaso di Pandora

Regno Unito

Il Primo Ministro inglese Theresa May ha annunciato di voler indire elezioni anticipate l’8 giugno 2017. Questa proposta verrà votata, mercoledì 19 aprile 2017 alla Camera dei Comuni. La May ha bisogno del sostegno del Parlamento per indire le elezioni prima della data già programmata del 2020. Inoltre affinché si possano tenere le elezioni anticipate il Primo Ministro ha bisogno del voto favorevole dei 2/3 dei membri del Parlamento.

Regno Unito: il contesto in cui dovrebbero tenersi elezioni l’8 giugno 2017

Le recenti elezioni, dei primi di marzo, nel Nord dell’Irlanda, per la prima volta, hanno consegnato la minoranza nell’Assemblea ai partiti unionisti, attribuendo il miglior risultato ai nazionalisti del partito Sinn Fein.

Sebbene la May, nella lettera formale di recesso dall’Unione Europea (UE) esprimeva il desiderio di evitare che gli scozzesi lascino il Regno Unito, la Brexit rischia di far tornare quella che potremmo chiamare “frontiera difficile” tra il Nord dell’Irlanda e la Repubblica di Irlanda: una minaccia che rischia di riaccendere “The Troubles”, il conflitto nazionalista-settario che ha scosso il Nord Irlanda per molti anni del tardo 20° secolo. Il vecchio sogno di Sinn Fein – di governare un’unita Irlanda – improvvisamente appare meno fantasioso di quanto sembrava una volta.

La Brexit ha messo in moto una serie di forze centrifughe all’interno del Regno Unito stesso

Gli sviluppi sia ad Edinburgo che a Belfast rivelano le fragili fondamenta dell’accordo legislativo di Tony Blair del 1998 sulla devoluzione inglese, così come l’accordo Good Friday che ha portato con successo alla pace nel Nord dell’Irlanda.

L’accordo Good Friday

conosciuto anche come l’accordo di Belfast, consolidava il processo di pace del Nord Irlanda garantendo all’amministrazione locale alcuni poteri; la divisione dei poteri tra gli Unionisti e i Repubblicani (le due comunità nord-irlandesi); cosi come frequenti incontri tra il Nord Irlanda e la Repubblica di Irlanda e tra il Regno Unito e i governi irlandesi. L’accordo riconosceva le identità duali – sia inglese che irlandese – della popolazione locale e la rimozione della frontiera fisica tra l’Irlanda e il Regno Unito. Questo accordo dipendeva dall’appartenenza all’Unione Europea sia della Repubblica di Irlanda che del Regno Unito. L’appartenza all’Unione Europea rimuoveva ogni questione inerente al flusso di beni, servizi, capitale e lavoro e forniva un ampio quadro per la cooperazione istituzionale, stabilendo una linea base di norme di legislazione accettate reciprocamente.

Il successo pratico di entrambi gli accordi implicitamente contava sulla continua, piena appartenenza del Regno Unito all’UE.

Con una forte Brexit che gradualmente incede verso la realtà, non sarebbe una sorpresa che questi compromessi confezionati ad arte lentamente si sgretolino.

La decisione della May di “far scattare” l’articolo 50 del Trattato di Lisbona per lasciare l’Unione Europea ha scatenato una serie di dinamiche regionali che , in passato, Westminster ha dimostrato di saper malamente controllare anche singolarmente.

Sia la May che Blair hanno giocato con gli accordi costituzionali inglesi per incassare guadagni per i propri partiti, ed entrambi hanno calcolato male il processo.

Nell’Assemblea del Nord Irlanda non si è mai verificato che il partito unionista fosse una minoranza. Ciò è molto importante, perché proprio secondo una disposizione dell’accordo Good Friday, se una maggioranza sia delle popolazioni del nord Irlanda che della Repubblica di Irlanda esprime il desiderio di una unità irlandese, sia l’Irlanda che il Regno Unito devono accettarlo.

Una maggioranza dei deputati nazionalisti irlandesi a Stortmond potremmo iniziare a soddisfare questo criterio.

Una Brexit “dura”, imposta e guidata dal governo conservatore della May e contro il volere della popolazione locale, servirebbe a minare l’accordo Good Friday. La May dunque potrebbe aver considerato elezioni anticipate nell’ottica di ottenere consenso popolare.

Che Theresa May abbia intravisto il futuro del Regno Unito dopo il recesso dall’UE nel 2019?

Possono essere tracciati tre potenziali scenari:

  • affari come sempre,
  • ulteriore devoluzione,
  • disintegrazione.

Il primo scenario è forse il più allettante vista la storia di graduale cambiamento costituzionale del paese, ma è chiaramente non più accettabile per la Scozia ed il Nord Irlanda dopo la Brexit.

Il futuro del Regno Unito sarebbe perciò o uno di più devoluzione o uno di rottura.

Ulteriore devoluzione essenzialmente significa uno spostamento verso un pieno federalismo. Sembra improbabile che sia possibile una maggiore devoluzione alle regioni senza creare una qualche forma di parlamento inglese per compensarla. La cosiddetta questione West Lothian, introdotta da David Cameron nel 2015 in un tentativo di compromesso, per cui i legislatori scozzesi possono votare a Westminster su questioni puramente inglesi, mentre le loro controparti inglesi non possono votare su questioni scozzesi decise a Holyrood, inasprisce già il contesto politico tra molti inglesi e i loro legislatori.

La soluzione federale

Parlamenti per ogni “nazione” del Regno Unito equivalgono ad una soluzione federale de facto. Questo lascerebbe la gestione della politica estera, di sicurezza e di politica macroeconomica nelle mani di Westminster e la politica monetaria alla Bank of England. Quasi tutte le altre decisioni sarebbero prese a livello “nazionale”.

Il principale problema con la soluzione federale è che, mentre potrebbe essere vista con favore da alcuni prominenti politici scozzesi, incluso l’ex primo ministro Gordon Brown, in Inghilterra non c’è una reale domanda per questo tipo di soluzione. Per la maggior parte dei politici rappresenta ancora un altro mal di testa costituzionale in un momento in cui si ha già tanto di cui preoccuparsi. Un processo che risulti in una graduale federalizzazione dello Stato del Regno Unito richiederebbe molti anni e lascerebbe irrisolto il problema fondamentale del Regno Unito: il fatto che l’Inghilterra è significativamente predominante in termini di popolazione: approssimativamente 53 milioni del totale della popolazione del Regno Unito di 64 milioni, e in potere economico, con più del 85% del prodotto interno lordo. Una soluzione potrebbe essere quella di separare Londra dal resto dell’Inghilterra in una struttura federale, ma scavare una nicchia nella capitale inglese  sarebbe un errore storico anche più grande.

Questo tipo  “soluzione” per combattere le forze centrifughe del Regno Unito sembra essere la sola che quadra il cerchio tra il desiderio di Westminster di controllo e il desiderio delle “nazioni” di devoluzione. È anche l’unica che risolve il problema tra gli euroscettici: Inghilterra e Galles e i pro-EU: Scozia e Irlanda.

Una Brexit “dura” e il Regno Unito sono incompatibili, se dovessimo aspettarci che il Regno Unito resti appunto tale: unito.

E questa potrebbe essere un’altra considerazione ragionata dal Primo Ministro inglese prima di proporre le elezioni anticipate.

La sfida della Scozia

Assumendo che l’indipendenza scozzese alla fine non avverrà, c’è sempre la questione aperta e pressante dell’appartenenza all’UE, dal momento che è chiaro che la Scozia non sarà in grado di rimanere nel Blocco Europeo automaticamente, ma dovrebbe sottoporre la domanda di adesione come nuovo stato membro. Ciò sarebbe tutt’altro che facile e richiederebbe di conformarsi al pieno “acquis communautaire”, (il corpo delle norme europee e regole), senza le opzioni di cui gode oggi il Regno Unito. Questo è il motivo per cui il partito nazionale scozzese ha recentemente iniziato a suggerire che una Scozia indipendente potrebbe seguire le orme della Norvegia e della Svizzera nel unirsi all’Area Economica Europea, piuttosto che all’UE.

Una delle questioni di profonda importanza, nella sfida scozzese, è la locazione delle armi nucleari del Regno Unito dopo l’indipendenza scozzese. Le riserve nucleari del Regno Unito sono situate in Scozia. C’è anche la potenziale adesione della Scozia alla NATO, una questione che a lungo ha diviso il partito nazionalista scozzese.

In sostanza questi scenari contengono tutti delle insidie. Guardando la storia, una strategia di confusione e di non fare cambiamenti è la più allettante. In teoria, l’opzione di pieno federalismo è quella che con più probabilità potrebbe offrire un’unione più durevole.

Guardando la politica, la rottura del Regno Unito è quella che più probabilmente avverrà, che sia per caso che per progetto. E che non siano proprio elezioni anticipate, conseguenza della Brexit, a scatenare questa rottura?

Gli Stati Uniti e il dilemma dei dittatori “amici”

dittatori

Il mondo è nel bel mezzo della lotta contro l’estremismo violento, per gli Stati Uniti torna il dilemma del “dittatore amico”.

Per tutta la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno lottato con il dilemma dei “dittatori amici”. Per un lungo periodo gli americani hanno creduto non solo che la democrazia fosse il solo sistema politico possibile ed il più giusto, ma che fosse quello che potesse rimanere stabile nel corso del tempo.

I dittatori potrebbero imporre l’ordine per un periodo, ma alla fine, la naturale necessità di  libertà provoca la loro caduta. Nelle giuste condizioni, la caduta di un dittatore potrebbe essere relativamente pacifica. Altre volte, invece scatena una pericoloso spasmo di violenza.

Malgrado ciò, nell’era della Guerra Fredda i politici americani hanno accettato ed anche abbracciato dittatori amici. Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, il problema non era stato risolto, ma si era sbiadito con le nascenti democrazie.

Ora che il mondo è nel bel mezzo della lotta contro l’estremismo violento, il dilemma del dittatore amico è tornato.

Durante la campagna presidenziale del 2016, Trump ha ripetutamente dichiarato che i recenti eventi  nel Medio Oriente hanno mostrato che i regimi autoritari sono caduti, il risultato è stato spesso l’instabilità che ha aperto la strada all’estremismo violento.

Dopo tutto lo “Stato islamico” non esisterebbe se il Presidente George W. Bush non avesse rimosso Saddam Hussein dal potere.

Ritengo quantomai opportuno a questo punto fare una breve parentesi chiarificatoria sulla nascita dello “Stato islamico”, se non altro per coloro che come me non credono ai complotti, ma si basano su fatti realmente accaduti.

L’affermazione: “ lo – stato islamico – non esisterebbe se George W. Bush non avesse rimosso Saddam Hussein” è vera, ma sarebbe più corretto articolarla in questo modo:

se l’amministrazione Bush non avesse deciso, a quel tempo, anche di radere al suolo, il 9 giugno 2006, la leadership di Al Qaeda in Iraq (AQI), gettando nelle mani del Mujahidin Shura Council le sorti del movimento jihadista locale. Questa organizzazione “ombrello” che coordinava i vari insorti combattenti a Falluyiah annunciò, il 12 ottobre 2006, l’alleanza di altre fazioni e di leader sunniti conosciuta come “the alliance of the scented ones”, gruppo dedicato a combattere l’occupazione americana. Fu quest’ultimo gruppo che il 15 ottobre 2006 annunciò la creazione di “Islamic State of Iraq.

Torniamo ai giorni nostri e alle dichiarazioni di Trump a proposito dell’essere più tollerante con i dittatori del Medio Oriente.

Un giorno dopo aver dichiarato “la mia attitudine verso la Siria ed Assad è cambiata molto”, Trump ordina un attacco missilistico su una base aerea siriana nella provincia di Homs.
La domanda sorge spontanea: “l’amministrazione Trump adesso lavorerà per la rimozione di Assad? Solo una settimana dopo averlo definito “una realtà politica che dobbiamo accettare?”

I dittatori rimossi: cosa ci insegna il passato

Una potenziale lezione dal passato potrebbe essere tratta dal rovesciamento di Saddam Hussein e del dittatore libico Mohammar Gadhafi. Questi casi suggeriscono che mentre gli uomini forti del Medio Oriente cadono, il potere scivola nelle mani degli estremisti. Con tutti i loro difetti, i despoti iracheni e libici, hanno tenuto sotto controllo il jihadismo e così, dalla loro prospettiva, gli Stati Uniti non avrebbero dovuto far altro che tollerarli.

La rivoluzione iraniana del 1970 ci suggerisce qualcosa di molto differente. Quando lo Shah sostenuto dagli Stati Uniti, Mohammad Reza Pahlavi, fu rovesciato, il regime teocratico rivoluzionario che lo rimpiazzò, era fortemente anti-americano.

Gli Stati Uniti continuano a pagare il prezzo per aver sostenuto così fortemente lo Shah.

La lezione qui è che, nel lungo periodo, una stretta associazione con un autocrate è una cattiva idea.

Adesso la questione è: quale lezione dovrebbe guidare la politica americana, quella che viene dall’Iraq e dalla Libia o quella dell’Iran?

Se le lezioni della Libia e dell’Iraq contano di più, allora forse i legami più stretti con el-Sissi sono una buona idea per Washington e dovrebbe smettere di dichiarare di rimuovere Assad dal potere.

Ma se la lezione dell’Iran resta valida, allora abbracciare el-Sissi e tollerare Assad danneggerà gli interessi degli Stati Uniti quando questi dittatori cadranno e i dittatori inevitabilmente cadono.

La politica dell’ “abbraccio ai dittatori amici” ci avverte di costi ed effetti avversi che potrebbero verificarsi al di fuori del paese nel quale viene applicata: scoraggia potenzialmente i movimenti democratici nascenti e diminuisce la percezione di moderatezza da parte dei dittatori.

Se la domanda è: la minaccia proveniente dall’estremismo violento islamico giustifica i rischi di “abbracciare” i dittatori del Medio Oriente?

Suggeriamo come risposta: no.

Nei casi in cui gli Stati Uniti sono rimasti fuori e forze interne hanno fatto cadere i regimi autoritari, Egitto sotto Mubarak, Tunisia sotto Zine al Abidine ben Ali, i risultati lontani dall’essere perfetti, non hanno avuto come conseguenza nazioni governate da estremisti o  che direttamente sostengono l’estremismo transnazionale.

Le linee  con 56 sfumature di rosso

Trump  dovrebbe specificare quali sono le linee rosse, e se non altro farci capire se lui le vede sfumate o no. All’indomani dell’attacco chimico in Siria dichiara che questa situazione ha varcato tutte le linee quando solo una settimana prima aveva dichiarato che Assad è una realtà politica da accettare. Forse le linee di Trump sono sfumate? E el-Sissi? quante sfumature di rosso repressione da parte del regime egiziano sarà disposto a tollerare Trump?

Forse dovrebbe concentrarsi sul fatto che avere a che fare con i dittatori è sempre una situazione colma di pericolo. Lui e i suoi advisor dovrebbero aprire un libro di storia e ricordarsi che in Iran nel 1970 gli Stati Uniti fecero un errore strategico talmente grande di cui ancora pagano il prezzo.

Il populismo è pericoloso: vi spiego il perché

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La minaccia populista è reale e seria: perché?

Molte ricerche indicano che la democrazia si indebolisce se si affida alla leadership di un singolo individuo, opposto alle istituzioni democratiche; se la contesa è guidata dalla personalità, piuttosto che da partiti politici strutturati; e se gli elettori non hanno accesso ad informazioni affidabili attraverso media indipendenti.

Quanto la minaccia populista sia reale lo dimostra l’elezione americana di un Presidente che promuove proprio il messaggio populista: “da solo posso cambiare il paese, l’establishment e le elite tradizionali sono pericolose e corrotte, i media tradizionali non sono degni di fiducia“.

In tutta Europa, dove il governo democratico è la norma e lo è stato per decadi, candidati populisti e partiti sono saltati al potere negli anni recenti, facendo crescere i timori di scivoloni autoritari.

Partiti populisti di destra e di sinistra ora governano parlamenti in Grecia, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Svizzera e sono parte di coalizioni di governo in Finlandia, Norvegia e Lituania.

In Francia, Germania ed Olanda i partiti di estrema destra promuovono una retorica xenofoba, dominando stagioni di campagne elettorali con un’oratoria impetuosa che rivendica la salvezza dell’identità nazionale.

Sebbene negli anni recenti le democrazie europee si siano rivelate, per la maggior parte, resilienti alla minaccia posta dal populismo, in pochi paesi, come l’Ungheria e l’Olanda, sono state elette figure populiste, dando il via al significativo declino, in rapporto ai principi democratici, della libertà di stampa dell’indipendenza del potere giudiziario.

La sfida che il populismo pone alla democrazia è forse la più incalzante nel mondo in via di sviluppo, data la breve storia di governo democratico rispetto alle democrazie occidentali.

Nelle Filippine, il presidente Rodrigo Duterte ha vinto elezioni libere ed eque attraverso una piattaforma populista nel 2016, suggerendo addirittura, durante la sua campagna elettorale, che  in caso di vittoria avrebbe abolito il Congresso. Da quando è entrato in carica, i diritti umani nelle Filippine si sono deteriorati rapidamente, attraverso un’ampia repressione sulle droghe, aggressiva e brutale, uccidendo centinaia di civili ricevendo la condanna della comunità internazionale; il paese è adesso uno dei posti più pericolosi per i giornalisti. Agli occhi di molti, dopo sei anni di un presidente orientato alle riforme, le Filippine sono sull’orlo di una transizione verso la dittatura.

Le cosiddette “autoritarizzazioni” – transizioni alla dittatura dove leader democraticamente eletti smantellano le istituzioni democratiche per prendere il potere -, stanno diventando la modalità dominante del collasso democratico, con le piattaforme populiste che fungono da vero e proprio trampolino per manipolare l’autorità che ha vinto democraticamente.

Questa tendenza globale sta facendo crescere la più pericolosa delle forme di governo autoritario: la dittatura personalistica, in cui il potere è altamente concentrato nelle mani di un solo uomo forte, il quale disdegna le istituzioni pre-esistenti.

Come si sgretolano le democrazie

La deriva verso l’autoritarismo è un fenomeno nuovo che differisce da quello del ventunesimo secolo.

Cile

Il Cile è un utile caso di studio. Nel settembre del 1973, con l’aiuto degli Stati Uniti, le truppe cilene hanno preparato un colpo di stato contro l’allora presidente Salvador Allende, che era salito al potere nelle elezioni democratiche del 1970. Il coup ha portato il Generale Agosto Pinochet e la sua giunta militare al potere, per un lungo periodo di governo militare, durato fino al 1989. Il coup militare era lo strumento dominante di scelta per far cadere le democrazie e compiere una transizione repentina al governo autocratico.

Venezuela

In contrasto con la recente esperienza in Venezuela, un altro paese in America Latina con una lunga tradizione di governo democratico. Hugo Chavez si è assicurato la presidenza nel 1999, dopo aver vinto l’elezione democratica l’anno precedente. Sebbene Chavez abbia iniziato riforme controverse, ha vinto elezioni libere ed eque nel 2000 ed il Venezuela è rimasto una democrazia, sebbene  imperfetta, negli anni che seguirono.

Tra l’agosto del 2004 e il dicembre 2005, tuttavia, Chavez ha lentamente spinto il Venezuela verso l’inizio della dittatura. Nell’agosto del 2004, quando l’opposizione aveva raccolto sufficienti firme per indire un referendum, Chavez vince il voto, di cui gli osservatori internazionali avevano garantito la libertà ed equità. Da qui in poi Chavez consolida il suo potere, il parlamento passa una legislazione che aumenta la portata della Corte Suprema e permette il licenziamento dei giudici attraverso un voto a maggioranza. Per la fine del 2004, i fedelissimi di Chavez controllavano pienamente la Corte Suprema e i giudici che gli si opponevano nelle corti erano velocemente sostituiti dagli alleati del regime. In più, il governo pubblicò una lista di decine di migliaia di individui che avevano firmato per petizioni che furono licenziati dagli impieghi pubblici e altri lavori e persero l’accesso ai benefit dell’assistenza pubblica.

Anche i media furono investiti da leggi limitanti. Il governo quindi lanciò una campagna per intimidire gli anti rivoluzionari e continuò nella sua marcia di consolidamento del potere, dando vita ad un periodo di “uomo forte al comando” che continua ancora oggi. Il Venezuela sta scivolando in un caos profondo sia economico che sociale.

L’esperienza del Venezuela è indicativa del modo in cui le dittature contemporanee prendono il controllo.

I dati

Dal 1946 al 1999, il 64% delle democrazie sono cadute attraverso i coup.

Dal 2000 al 2010, le “autoritarizzazioni” sono aumentate drammaticamente, rappresentando il 40% di tutte le fratture alle  democrazie.

Le “autoritarizzazioni” occorse  negli anni passati in paesi  come il Bangladesh e la Turchia, ci indicano come questa tendenza stia proseguendo.

È in corso uno spostamento dalla democrazia alla dittatura in cui l’ “autoritarizzazione” è la modalità dominante per rendere fattivo questo passaggio.

Le “autoritarizzazioni”

Le “autoritarizzazioni” sono differenti dalla maggior parte delle altre forme di rottura della democrazia, come i coup, le rivolte o le invasioni straniere, perché la loro presa del potere è compiuta dall’interno dell’apparato statale. I governi fanno leva per accedere agli strumenti di potere per consolidare il controllo e reprimere il dissenso. In confronto ai coup, che richiedono un’attenta pianificazione e coordinamento, sono meno rischiosi. Le “autoritarizzazioni” sono relativamente facili da eliminare. Esse tipicamente coinvolgono una serie di cambiamenti nelle regole e nel personale che crea un ambiente politico in cui gruppi di opposizione non possono più competere efficacemente.

Diversamente dalle altre modalità che decretano la fine di una democrazia, le “autoritarizzazioni” non si accompagnano ad un cambiamento nella leadership dopo la transizione alla dittatura. Questo è importante perché la maggior parte delle prese al potere autocratiche sono motivate dal desiderio di reindirizzare le risorse dal precedente gruppo al potere verso il suo successore. Con le “autoritarizzazioni”, i potenziali dittatori spesso compiono sforzi per proteggere gli interessi entranti e attaccano ogni mossa che possa sottrarre a loro stessi le risorse.

Le “autoritaritarizzazioni” contengono in sé strategie sottili e multi ramificate, come la sequenza di eventi accaduti con Chavez in Venezuela. Le “autoritarizzazioni” perciò differiscono dalla maggior parte delle modalità di rotture della democrazia perché sono spesso lente e incrementali.

Il populismo  ora viene utilizzato come trampolino di lancio per questo tipo di sforzi.

Il percorso populista

La retorica populista  tipicamente batte su alcuni punti: la necessità di una forte e decisiva leadership, l’incapacità delle istituzioni stabilite e delle politiche di affrontare i problemi del paese e la mancanza di fiducia nelle istituzioni e spesso, accuse di corruzione contro esperti e élite.

Il messaggio generale oggi non è differente  rispetto a decadi passate quando il populismo prendeva piede in molte parti dell’America Latina e dell’Europa, spesso con conseguenze dannose e destabilizzanti.

Allo stesso tempo, le strategie dei populisti di oggi sono cambiate in modi importanti. Il loro metodo di consolidare il potere non è più repentino caratterizzato da una chiara rottura della democrazia, che potrebbe incitare la condanna interna ed estera, ma piuttosto si esplica in una sottile frantumazione delle istituzioni democratiche. Questo metodo è stato preferito nel clima politico post Guerra Fredda non solo perché l’Occidente spesso ricompensa gli avvocati della liberalizzazione politica e punisce i paesi che fanno esperienza di coup, ma anche perché la crescente accettazione del modello liberale democratico tra i cittadini nel mondo ha esercitato una pressione sui governi affinché mantengano la facciata della democrazia per non correre il rischio di perdere la loro legittimità.

Prendiamo ad esempio la salita al potere di forti uomini come Chavez, Putin, Erdogan. Questi leader sono entrati in carica attraverso elezioni relativamente libere ed eque, ma una volta lì, hanno fatto leva sul generale malcontento popolare per minare lentamente i limiti istituzionali ai loro poteri, indebolire l’opposizione al loro governo e marginalizzare e frantumare la società civile.

Il “libretto populista”

Questo tipo di leader hanno in un comune qualcosa che potremmo definire “libretto populista”: mettere i fedelissimi e gli alleati in alte posizioni nel governo, particolarmente nel potere giudiziario e nei servizi di sicurezza, censurare o prendere il controllo dei media tradizionali e arrestare selettivamente i giornalisti critici; utilizzare cause legali e nuova legislazione per mettere ai margini la società civile e gli oppositori del loro governo.

Oggi, le “autoritarizzazioni” alimentate dal populismo stanno dando vita alla più pericolosa forma di dittatura: il governo personalistico.

Uno dei principi centrali della strada populista è il bisogno di una leadership forte in un ambiente politico dove le istituzioni sono percepite come inette e incapaci di gestire i problemi pressanti. Tra i populisti di oggi, il tema di un uomo forte  sottolinea questo tipo di campagne. Per questa ragione, quando il governo populista inizia a realizzare le sue visioni, i leader consolidano il controllo nell’esecutivo; nel caso di Trump, ad esempio, il Dipartimento di Stato, tradizionalmente influente, è stato apparentemente spinto ai margini dell’attività decisionale.

I dati

I dati indicano che le “autoritarizzazioni” alimentate dal populismo sono sempre più propulsive del potere personalistico dei dittatori. Appena meno del 44% delle “autoritarizzazioni” dal  1946 al 1999 hanno dato vita al governo personalistico, ma questa porzione è aumentata del 75% nel periodo dal 2000 al 2010. Una crescita drammatica.

Anche laddove gli uomini forti populisti non hanno smantellato pienamente i sistemi democratici, essi frequentemente godono di un irregolare potere politico, come nel Nicaragua di Daniel Ortega, o nell’Ecuador di Rafael Correa o ancora nell’Ugheria di Viktor Orban e nella Polonia di Jaroslaw Kaczynski.

Questa tendenza è preoccupante in ragione delle conseguenze dannose del governo personalistico. Una grande parte della letteratura in scienza politica suggerisce che la dittatura personalista è il tipo più problematico di autocrazia. Questa tipologia di dittatura presumibilmente è quella che maggiormente persegue una politica estera aggressiva ed imprevedibile; che inizia conflitti interstatali ed investe in armi nucleari. Alcuni esempi eccellenti: Saddam Hussein in Iraq, Idi Amin in Uganda e la famiglia Kim nel Nord Corea. I dittatori personalisti spesso danno voce a sentimenti di xenofobia e sono quelli che molto più probabilmente non gestiscono bene l’aiuto estero.

Perché candidati e partiti populisti godono del sostegno pubblico?

Le condizioni che costituiscono la base del supporto pubblico di cui godono candidati e partiti populisti sono diverse, ne citiamo alcune, le più importanti:

  • le crescenti ineguaglianze economiche,
  • la percezione di prestazioni economiche non adeguate,
  • le frustrazioni derivanti dalla globalizzazione,
  • l’immigrazione e l’afflusso di rifugiati che è cresciuto a seguito della instabilità del Medio Oriente e dell’Africa,
  • la convinzione che la politica tradizionale sia corrotta ed inetta.

Chi è più a rischio?

Una lunga storia di governo democratico ininterrotto, unitamente ad alti livelli di sviluppo economico si associano con un rischio più basso di deriva verso la dittatura. Come risultato, le democrazie nel mondo sviluppato, come gli Stati Uniti e gli Stati in Europa, con più probabilità emergeranno dall’ondata populista più fragili, ma intatti. La loro linea base di rischio di passare alla dittatura è più basso rispetto ai paesi in via di sviluppo. Tuttavia la loro deriva economica non è trascurabile.

Gli autocrati di domani possono utilizzare eventi di crisi per iniziare un’estesa repressione sugli oppositori, semplicemente giustificando queste azioni nell’interesse della sicurezza nazionale.

Una crisi, che sia interna o internazionale, potrebbe facilmente essere teatro di un danno o di uno smantellamento della democrazia da parte di governi populisti.

Non si deve guardare molto lontano: la Turchia

Erdogan, che è diventato presidente nel 2014 ed era stato primo ministro per più di una decade, aveva già iniziato sottili manovre per consolidare il controllo, inclusa la pressione per una presidenza più forte, giro di vite sui media ed utilizzo improprio delle risorse dello Stato a suo beneficio. Dopo il fallito coup del luglio 2016, ha colto l’opportunità di scagliarsi con più risolutezza contro i suoi oppositori. Dichiara immediatamente lo stato di emergenza, per rimuovere tutti gli elementi di organizzazioni terroristiche che erano coinvolte nel tentativo di coup. Nelle settimane successive, decine di centinaia di turchi sospettati di aver partecipato al coup vengono arrestati.  Migliaia di ufficiali governativi licenziati, radio, televisioni: chiusi; per la fine del 2016, si stima che siano state arrestate 37,000 persone e 100,000 hanno perso il loro lavoro o sono state sospese dal lavoro. Un fatto sconvolgente! Ad aprile, i turchi dovranno votare si o no ad un pacchetto di riforme costituzionali che creerebbero una presidenza esecutiva istituzionalizzando la presa del potere di Erdogan che ha accumulato nel corso del suo governo.

Come ci illustra l’esempio della Turchia, gli autocrati di domani possono utilizzare eventi di crisi per iniziare la loro estesa repressione sugli oppositori, semplicemente giustificandosi di agire nell’interesse della sicurezza nazionale. Se queste crisi dovessero verificarsi nelle democrazie guidate dai populisti, è possibile che eventi simili accadano.

Il populismo: una sfida seria

Il mondo ha fatto esperienza di un’ondata di movimenti populisti che hanno ottenuto consensi negli anni recenti, in contesti politici che vanno dalle Filippine alla Polonia.  Queste circostanze precise suggeriscono ai sostenitori della democrazia globale di prenderne nota.

Le situazioni di paesi come la Turchia ed il Venezuela ci mostrano come le campagne populiste in democrazie di lungo corso possano essere utilizzare per l’“autoritarizzazione” e l’erosione delle norme e delle istituzioni democratiche. Ci indicano anche come questo tipo di processi portano al governo di un solo uomo forte, la più pericolosa forma di governo autoritario.

Sarebbe utile quindi che si prenda coscienza che la sfida del populismo è seria!

Talebani e russi: questa strana amicizia afgana

Talebani

I Talebani sono considerati dalla Russia una minaccia minore rispetto ai suoi interessi di lungo termine.

Malgrado l’avversione di lunga data tra Mosca e i Talebani, la crescente minaccia dei gruppi jihadisti transnazionali, le risorse limitate del governo di Kabul, l’inefficacia della presenza americana, la possibilità che il paese scivoli nel caos, hanno indotto le autorità di Mosca a ritenere che i Talebani possano essere parte di una soluzione politica di lungo termine in Afghanistan.

Una generazione dopo che il suo esercito, ha invaso, occupato e poi si è ritirato dall’Afghanistan, la Russia emerge come potenza mediatrice in l’Afghanistan. Verrebbe da chiedersi: ma come ha fatto Mosca a guadagnarsi questa posizione? La risposta è molto semplice: ha aperto un canale di dialogo con i Talebani.

Prima di continuare a leggere, vi propongo una scheda molto breve sui

Talebani

I Talebani sono stati al potere all’apice della guerra civile fino all’ottobre del 2001 stabilendo l’Emirato islamico in Afghanistan, rovesciando quindi il governo afghano appoggiato dai sovietici. Successivamente giustiziarono l’allora presidente pro-Russia: Mohammad Najibullah e offrirono rifugio ad Osama bin Laden così come a svariati gruppi tra cui il Movimento islamico dell’Uzbekistan che diffuse il terrore nell’Asia centrale post-sovietica.

Il ritorno della Russia in Afghanistan deve essere visto nel contesto del suo intervento in corso in Siria e nelle sua ambizioni geopolitiche nel più grande Medio Oriente. 

Le ambizioni della Russia

Allo stesso tempo, la riaffermazione dell’influenza russa in Afghanistan aderisce ad un più grande disegno della politica estera russa, in cui Mosca cerca di mediare accordi che gli permettono di espandere la sua impronta geopolitica a spese di Washington. Ricomponendo e magari concludendo un accordo di pace in Afghanistan, Mosca spera di poter rimpiazzare gli Stati Uniti come protettori dell’Afghanistan, posizionandosi come una potenza mediatrice decisiva, nell’Asia del Sud. In questa maniera, guadagnerebbe influenza sull’Afghanistan e potrebbe controllare la diffusione a nord sia del terrorismo che della droga.

La strategia: 

la Russia ha scrutato le azioni americane in Afghanistan cautamente, sostenendo la campagna del Presidente George W. Bush di distruggere i Talebani ed Al-Qaeda, inclusa l’iniziale invasione e il susseguente invio della International Security Assistance Force (ISAF) a guida americana. Dovendo affrontare la sua ondata di attacchi terroristici connessi alla guerra in Cecenia al tempo, la Russia (nei primi anni della prima presidenza Putin) si è trovata d’accordo con Bush nello sradicare il terrorismo alla sua fonte, offrendo finanche il suo benestare per l’apertura di nuove basi americane in Kyrgystan e in Uzbekistan.

Tuttavia Putin non prende mai decisioni a caso, il suo guadagno è stato quello di posizionare la Russia come partner indispensabile per gli americani, aumentando la sua stessa l’influenza.

Mosca ha da sempre nutrito due timori principali:

  1. un Afghanistan instabile che diventa terreno fiorente per il terrorismo transnazionale;
  2. l’incremento nella  produzione di oppio che inesorabilmente finisce in Russia e nell’Asia centrale. Secondo le Nazioni Unite, la Russia è tra i paesi con il tasso più alto di uso di oppiacei, overdose e infezioni legati all’HIV.

Proprio allo scopo di poter gestire questi due tipi di minacce, Putin ha acconsentito all’addestramento e ai rifornimenti per l’esercito afghano sostenuto dagli Stati Uniti.

Quando gli americani, apparentemente, si sono impegnati a ritirarsi dal Medio Oriente, la Russia ha visto l’occasione buona per riempire il vuoto, soprattutto in Siria, intervenendo quando era diventato chiaro che l’amministrazione Obama non l’avrebbe fatto.  Mosca ha anche rafforzato le relazioni con l’Egitto, l’Iraq, Israele, l’Iran, e in una maniera più limitata con l’India.
Anche se la Russia non soppianta gli Stati Uniti come il maggior sponsor di questi paesi, una maggior presenza in Afghanistan permetterà a Mosca di influenzare sviluppi alla periferia di quello che era l’Unione Sovietica.

La visione russa dei Talebani

La Russia posiziona i Talebani nella sua lista di organizzazioni terroristiche (unico paese al mondo, visto che i Talebani non compaiono né nella lista di organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato americano, né in quella delle Nazioni Unite, né in quella dell’Unione Europea), ma sostiene che essi, considerevolmente resilienti nelle due decadi passate, siano distinti da gruppi transnazionali come lo “Stato islamico” o Al Qaeda che hanno come obiettivo la Russia e l’occidente in quanto nemici dell’Islam.

Mosca vede i Talebani come una minaccia minore ai suoi interessi di lungo termine rispetto alla possibilità di un Afghanistan caotico, specialmente con un governo pro-americano a Kabul e le truppe americane in giro per il paese.
Nei mesi passati quindi, Mosca si è presentata molto più attiva nel suo ruolo diplomatico e di sicurezza. Nel dicembre 2015 Putin e l’allora leader dei Talebani Mullah Akhtar Mansour si sono incontrati in una base militare in Tajikistan, con fonti talebani che rivendicavano che Mosca aveva offerto armi e supporto finanziario. Altri rapporti indicano che i russi e i talebani s’incontravano già dal 2013 in Tajikistan insieme ad altri inviati di diversi stati dell’Asia Centrale.
Pur restando diffidente riguardo le relazioni dei Talebani con Al-Qaeda, la rete Haqqani e svariati gruppi jihadisti, Mosca appare disposta ad accettare le richieste dei Talebani.

Le speranze di Mosca

L’assistenza militare e finanziaria, spera Mosca, possano indurre i Talebani ad andare contro la reale minaccia: i jihadisti transnazionali.

La Russia sembra che aspiri ad utilizzare la rivalità tra i Talebani e lo “Stato islamico” per assicurarsi che il paese non diventi un altro santuario per lo “Stato islamico” che minaccia la Russia.

Le speranze dei Talebani

I Talebani dal canto auspicano la fine definitiva della presenza americana nel paese ed il raggiungimento del loro obiettivo politico: ristabilire l’emirato islamico in Afghanistan con l’applicazione della Sharia.

Chissà cosa ne sarà del futuro dell’Afghanistan che, per la serie non c’è mai fine al peggio, fa esperienza di un’ “amicizia ritrovata” tra i talebani e i russi.

Polonia continua a marciare verso l’autoritarismo. Le risposte UE? Inefficaci!

Polonia

La Polonia continua la sua marcia verso l’autoritarismo e l’Unione Europea, tra l’incudine e il martello, risponde fievolmente. Perché?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo innanzitutto partire dagli ultimi accadimenti in Polonia, esattamente dal gennaio 2017.

Polonia: la situazione politica 

L’occupazione nell’intero mese di gennaio del Parlamento polacco da parte dell’opposizione è terminata, tuttavia le divisioni politiche, profonde, dietro l’ultima crisi polacca restano. Il sit-in nel Parlamento è iniziato a metà dicembre dello scorso anno, quando un parlamentare del principale partito di opposizione, “Piattaforma civica”, è stato espulso dalla Camera per aver utilizzato il dibattito sul budget per protestare contro i piani governativi di limitare l’accesso dei media al Parlamento, ignorando gli ordini del Presidente della Camera di lasciare l’aula.

La circostanza per cui l’opposizione sia ricorsa ad un’occupazione della legislatura è indicativo della sua debolezza politica, ma il governo populista di “Diritto e Giustizia” è emerso in tutta la sua oscurità.

L’occupazione del Parlamento si è conclusa quando il governo ha effettuato alcune concessioni  sull’accesso ai media al Parlamento.

Il timore è che la Polonia possa precipitare in un nazionalismo autoritario o anche peggio, minare l’UE in un momento cruciale.

Il governo polacco ha introdotto dei forti cambiamenti, incluso un controllo maggiore sui media statali e sul potere giudiziario.

La mossa più controversa del governo è stata la riforma della Corte Costituzionale, di cui vuole cambiarne la composizione e il funzionamento.

Accusato di voler demolire la democrazia e le regole di diritto, il governo polacco si difende insistendo che le riforme sono necessarie per indebolire la presa al potere di quella che in realtà, seppur lontana, resta un élite corrotta che ha perso il contatto con i bisogni dei cittadini polacchi e con i loro valori.

Malgrado la crisi parlamentare, il sostegno al governo si è rivelato particolarmente solido, sostenuto da una generosa spesa sociale e da manifestazioni del governo contro le “vecchie élite liberali”.

Nei piani del governo ci sono anche le riforme militari per rimuovere ufficiali di grado elevato, che, sempre a dire del partito “Diritto e Giustizia”, ingiustamente godono di benefici derivanti dal governo precedente. Inoltre il governo polacco intravede un potenziale cambiamento nella legge elettorale.

Più che un grande rischio per la democrazia o la libertà in Polonia, si sta assistendo ad uno spostamento nella ideologia al potere verso il conservatorismo.

La presa al potere di Jarosław Kaczyński, il Presidente e fondatore del partito al potere, sembra per altri versi essersi ammorbidita nella sua politica sui media in parlamento, sul quasi completo divieto dell’aborto e sulla riforma dei media statali.

Il presidente della Repubblica polacca, Andrzej Duda, esponente del partito “Diritto e Giustizia”, non ha firmato una legge controversa che potrebbe limitare la libertà d’assemblea. La legge aveva come obiettivo di fornire una base giuridica per rendere prioritarie le manifestazioni ritenute dalle autorità di importanza nazionale, come anniversari storici, rispetto ad altri tipi di manifestazioni o assemblee.
Criticata aspramente dalla Corte Suprema e da gruppi della società civile, il Presidente Duda ha dichiarato che la legge in questione è stata inviata alla Corte costituzionale per essere esaminata.

La risposta dell’UE alla marcia autoritaria della Polonia

Il ministro degli esteri polacco, Witold Jan Waszczykowski, all’inizio di questa settimana, ha risposto all’Unione Europea riguardo le raccomandazioni della Commissione Europea sullo stato di diritto nel paese.

I timori della Commissione Europea convogliano attorno alle decisioni del partito al potere, “Diritto e Giustizia”, che indeboliscono la capacità della Corte Costituzionale di agire come organo di controllo sul potere esecutivo.
Il vice Presidente dell’UE Frans Timmermas già l’anno scorso temeva un “rischio sistemico” rispetto al sistema di legge polacco. Nel dicembre 2016 aveva inviato delle raccomandazioni non vincolanti alla Polonia, in relazione al sistema giuridico nazionale polacco, accordando al paese due mesi di tempo  per inviare una replica. Scaduto il termine, il ministro degli esteri polacco dichiara di aver inviato alla Commissione Europea tutte le spiegazioni, peraltro di natura sostanziale, riguardo alle regole giuridiche relative alla Corte Costituzionale, in ottemperanza agli standard europei.

Tuttavia Waszczykowski si spinge molto più in avanti accusando Timmermans di voler marginalizzare la Polonia e di violare la sovranità nazionale polacca.

La Merkel rifiuta un confronto diretto con Kaczynski e le minacce di sanzioni da parte della Commissione Europea devono necessariamente sotterrare l’ascia di guerra o il rischio di un’intensificazione della tensione tra Polonia e UE aumenterà.

L’aspettativa generale, tuttavia, è che ogni mossa verso sanzioni europee sarebbe bloccata dall’Ungheria, un alleato tradizionale della Polonia. Il primo ministro ungherese, Viktor Orban, euroscettico che ha iniziato un corso autoritario nel suo paese, ha fatto fronte comune con Kaczynski.

La Gran Bretagna potrebbe essere tentata dal bloccare le sanzioni come parte della politica di costruzione di rapporti con il gruppo di Visegrad: Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, visti anche i legami del partito conservatore con quello “Diritto e Giustizia” a livello europeo.

Dato il valore geopolitico della Polonia in un momento storico di  accresciuto rischio globale, Berlino si rende conto che il partito “Diritto e Giustizia” è li per restare e nell’odierno dibattito sul futuro dell’Europa, la Merkel e Kaczynski hanno molto più in comune che la Merkel e Orban.

 

Il rapporto tra la Merkel e Kaczynski  potrebbe vedere la Germania in una posizione più “comprensiva” nei riguardi della Polonia, attenuando le diffidenze internazionali riguardo al partito “Diritto e Giustizia”, al momento giusto: vale a dire quando i suoi oppositori nel paese iniziano ad avvertire segni di debolezza del partito.