Polonia continua a marciare verso l’autoritarismo. Le risposte UE? Inefficaci!

Polonia

La Polonia continua la sua marcia verso l’autoritarismo e l’Unione Europea, tra l’incudine e il martello, risponde fievolmente. Perché?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo innanzitutto partire dagli ultimi accadimenti in Polonia, esattamente dal gennaio 2017.

Polonia: la situazione politica 

L’occupazione nell’intero mese di gennaio del Parlamento polacco da parte dell’opposizione è terminata, tuttavia le divisioni politiche, profonde, dietro l’ultima crisi polacca restano. Il sit-in nel Parlamento è iniziato a metà dicembre dello scorso anno, quando un parlamentare del principale partito di opposizione, “Piattaforma civica”, è stato espulso dalla Camera per aver utilizzato il dibattito sul budget per protestare contro i piani governativi di limitare l’accesso dei media al Parlamento, ignorando gli ordini del Presidente della Camera di lasciare l’aula.

La circostanza per cui l’opposizione sia ricorsa ad un’occupazione della legislatura è indicativo della sua debolezza politica, ma il governo populista di “Diritto e Giustizia” è emerso in tutta la sua oscurità.

L’occupazione del Parlamento si è conclusa quando il governo ha effettuato alcune concessioni  sull’accesso ai media al Parlamento.

Il timore è che la Polonia possa precipitare in un nazionalismo autoritario o anche peggio, minare l’UE in un momento cruciale.

Il governo polacco ha introdotto dei forti cambiamenti, incluso un controllo maggiore sui media statali e sul potere giudiziario.

La mossa più controversa del governo è stata la riforma della Corte Costituzionale, di cui vuole cambiarne la composizione e il funzionamento.

Accusato di voler demolire la democrazia e le regole di diritto, il governo polacco si difende insistendo che le riforme sono necessarie per indebolire la presa al potere di quella che in realtà, seppur lontana, resta un élite corrotta che ha perso il contatto con i bisogni dei cittadini polacchi e con i loro valori.

Malgrado la crisi parlamentare, il sostegno al governo si è rivelato particolarmente solido, sostenuto da una generosa spesa sociale e da manifestazioni del governo contro le “vecchie élite liberali”.

Nei piani del governo ci sono anche le riforme militari per rimuovere ufficiali di grado elevato, che, sempre a dire del partito “Diritto e Giustizia”, ingiustamente godono di benefici derivanti dal governo precedente. Inoltre il governo polacco intravede un potenziale cambiamento nella legge elettorale.

Più che un grande rischio per la democrazia o la libertà in Polonia, si sta assistendo ad uno spostamento nella ideologia al potere verso il conservatorismo.

La presa al potere di Jarosław Kaczyński, il Presidente e fondatore del partito al potere, sembra per altri versi essersi ammorbidita nella sua politica sui media in parlamento, sul quasi completo divieto dell’aborto e sulla riforma dei media statali.

Il presidente della Repubblica polacca, Andrzej Duda, esponente del partito “Diritto e Giustizia”, non ha firmato una legge controversa che potrebbe limitare la libertà d’assemblea. La legge aveva come obiettivo di fornire una base giuridica per rendere prioritarie le manifestazioni ritenute dalle autorità di importanza nazionale, come anniversari storici, rispetto ad altri tipi di manifestazioni o assemblee.
Criticata aspramente dalla Corte Suprema e da gruppi della società civile, il Presidente Duda ha dichiarato che la legge in questione è stata inviata alla Corte costituzionale per essere esaminata.

La risposta dell’UE alla marcia autoritaria della Polonia

Il ministro degli esteri polacco, Witold Jan Waszczykowski, all’inizio di questa settimana, ha risposto all’Unione Europea riguardo le raccomandazioni della Commissione Europea sullo stato di diritto nel paese.

I timori della Commissione Europea convogliano attorno alle decisioni del partito al potere, “Diritto e Giustizia”, che indeboliscono la capacità della Corte Costituzionale di agire come organo di controllo sul potere esecutivo.
Il vice Presidente dell’UE Frans Timmermas già l’anno scorso temeva un “rischio sistemico” rispetto al sistema di legge polacco. Nel dicembre 2016 aveva inviato delle raccomandazioni non vincolanti alla Polonia, in relazione al sistema giuridico nazionale polacco, accordando al paese due mesi di tempo  per inviare una replica. Scaduto il termine, il ministro degli esteri polacco dichiara di aver inviato alla Commissione Europea tutte le spiegazioni, peraltro di natura sostanziale, riguardo alle regole giuridiche relative alla Corte Costituzionale, in ottemperanza agli standard europei.

Tuttavia Waszczykowski si spinge molto più in avanti accusando Timmermans di voler marginalizzare la Polonia e di violare la sovranità nazionale polacca.

La Merkel rifiuta un confronto diretto con Kaczynski e le minacce di sanzioni da parte della Commissione Europea devono necessariamente sotterrare l’ascia di guerra o il rischio di un’intensificazione della tensione tra Polonia e UE aumenterà.

L’aspettativa generale, tuttavia, è che ogni mossa verso sanzioni europee sarebbe bloccata dall’Ungheria, un alleato tradizionale della Polonia. Il primo ministro ungherese, Viktor Orban, euroscettico che ha iniziato un corso autoritario nel suo paese, ha fatto fronte comune con Kaczynski.

La Gran Bretagna potrebbe essere tentata dal bloccare le sanzioni come parte della politica di costruzione di rapporti con il gruppo di Visegrad: Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, visti anche i legami del partito conservatore con quello “Diritto e Giustizia” a livello europeo.

Dato il valore geopolitico della Polonia in un momento storico di  accresciuto rischio globale, Berlino si rende conto che il partito “Diritto e Giustizia” è li per restare e nell’odierno dibattito sul futuro dell’Europa, la Merkel e Kaczynski hanno molto più in comune che la Merkel e Orban.

 

Il rapporto tra la Merkel e Kaczynski  potrebbe vedere la Germania in una posizione più “comprensiva” nei riguardi della Polonia, attenuando le diffidenze internazionali riguardo al partito “Diritto e Giustizia”, al momento giusto: vale a dire quando i suoi oppositori nel paese iniziano ad avvertire segni di debolezza del partito.

I limiti delle risposte al fenomeno dei foreign fighter

foreign fighter

Prendendo spunto dall’annuale Forum sulla sicurezza tenutosi a Marrakesh, ragioniamo sul ruolo dell’intelligence rispetto al fenomeno dei foreign fighter.

Le discussioni su come prevenire il terrorismo internazionale danno luogo ad evidenti tensioni tra i governi, alla confusione sugli sforzi da compiere, esacerbata dalle politiche immigratorie discriminatorie del Presidente Trump. Inoltre, frequenti sono le liti in Europa tra paesi vicini, ma anche in Africa e nel Medio Oriente a proposito del controllo delle frontiere. Sebbene la volontà di cooperare sia forte, il disaccordo tra gli Stati verte attorno ai ruoli delle autorità giudiziarie, alle capacità che si scontrano con la natura mutevole del nemico.

Ci piaccia o no, il terrorismo internazionale è l’argomento che guida gli Stati allorquando si discute di minacce comuni alla sicurezza. Il terrorismo internazionale è il focus delle menti dei leader quando incontrano le proprie controparti, se non altro perché è il fenomeno che può distruggere più velocemente la pace e la sicurezza nazionale ed internazionale.

Mentre la guerra in Siria ed in Iraq contro lo “Stato islamico” si sta combattendo con la forza militare convenzionale, gli sforzi di contro-terrorismo, nella maggior parte dei paesi, sono guidati dall’intelligence e dall’applicazione della legge.

Perché gli Stati falliscono nella risposta alla mobilitazione dei foreign fighter? Perché essa è così difficile da contenere?

Ci sono due principali fattori che intervengono:

  1. la sfida della cooperazione tra le agenzie di intelligence nazionali a causa del conflitto di interessi tra Stati;
  2. la tensione, a livello nazionale, tra la raccolta di informazioni e il perseguimento dei crimini che si riscontrano durante le attività investigative sulle reti di foreign fighter.

Quello dei foreign fighter è un fenomeno mutevole dal punto di vista della natura e della dimensione. La dimensione di questo fenomeno, inoltre è modellata attorno da molteplici fattori: se il conflitto calza con l’ideologia jihadista o meno, la presenza di gruppi nella zona di conflitto che siano disposti e capaci di ospitare foreign fighter, connessioni transnazionali pre-esistenti oppure l’abilità di sviluppare tali connessioni e se il conflitto sia accessibile o meno.

Un rapporto del Centro sul contro-terrorismo delle Nazioni Unite diffuso a metà 2016 fornisce dati sugli Stati che sono i maggiori esportatori di foreign fighter: Tunisia, Arabia Saudita e Russia: i maggiori Stati da cui partono su base pro capite: Tunisia, Maldive, Giordania; e i più grandi Stati non a maggioranza musulmana, da cui partono: Finlandia, Irlanda e Belgio. Con un collegamento occasionale all’Asia e all’America Latina.

I timori dei governi sull’impiego dei foreign fighter sono stati irregolari nel corso del tempo, e la maggior parte dei governi cerca di affrontare i problemi relativi alla sicurezza interna che derivano dai foreign fighter piuttosto che prevenire il loro spostamento.

L’intelligence come panacea al fenomeno  dei foreign fighter?

Le attività di risposta al fenomeno dei foreign fighter riguardano un’ampia gamma di attività governative che vanno dalla contro-propaganda alle misure giuridiche, attività di intelligence e in taluni casi l’uso della forza militare.

L’intelligence sembra essere per molti l’unico strumento in grado di rispondere a questo tipo di fenomeno. Se da un lato potrebbe essere uno degli strumenti efficaci in questo ambito, dall’altra parte sono diversi i fattori che lo rendono invece inefficace nel breve termine. Si parla spesso di cooperazione tra le agenzie di intelligence dei diversi Stati. La cooperazione, tuttavia, è basata su interessi personali, sull’utilità, sulla minaccia percepita e laddove vi è una convergenza  è soltanto temporanea in ragione della natura fluida del sistema internazionale e del mutamento della minaccia e delle priorità.

Un foreign fighter tipicamente si muove dal suo paese di origine, viaggia attraverso uno o più luoghi di transito prima di arrivare nel paese di destinazione. Spesso vengono aiutati da cosiddetti facilitatori e frequentemente questi individui utilizzano gli Stati di transito per operare. In virtù della loro presenza, gli Stati di transito sono spesso identificati come coloro che giocano un ruolo chiave nel limitarne l’accesso alle aree di conflitto.

La riluttanza da parte degli Stati di transito di fornire una cooperazione duratura di lungo termine potrebbe essere superata se lo Stato di destinazione avesse la capacità di localizzare e degradare i traffici indiretti lungo le frontiere che servono allo spostamento dei foreign fighter.

I limiti alla cooperazione tra agenzie di intelligence:

  • la differenza nella distribuzione del potere tra le agenzie che cooperano;
  • i diritti umani;
  • questioni legali;
  • l’utilizzo dell’intelligence per obiettivi non intenzionali;
  • raggiungimento di accordi su come opporsi alle strutture dei gruppi terroristici. Non tutte le agenzie d’intelligence hanno la stessa tolleranza per i rischi da correre. Ci potrebbe essere un disaccordo su quando si devono compiere gli arresti, sulle attività cinetiche da utilizzare o se un individuo debba essere catturato o farlo restare in gioco per raccogliere ulteriori informazioni.

Cosa viene condiviso

Lo scambio di informazioni di intelligence è una forma di baratto, che può manifestarsi  in molti modi.

La semplice cooperazione coinvolge due agenzie di intelligence  che si scambiano materiale su un obiettivo accordato.

Collegamento complesso: l’informazione d’intelligence è scambiata allo scopo di acquisire altri tipi di benefici, politici, economici o militari.

Questo tipo di relazioni possono essere simmetriche, dove le parti percepiscono lo scambio come un beneficio equo, oppure asimmetriche, cioè quando una parte trae un beneficio maggiore dallo scambio rispetto all’altra.

Relazioni avverse dove due agenzie d’intelligence cooperano malgrado i loro interessi  non convergano.

Preferenza per la cooperazione bilaterale

La cooperazione tra agenzie di intelligence è complicata anche dalla preferenza per quella bilaterale rispetto alla multilaterale.

In una relazione di scambio bilaterale, gli Stati sono in grado di controllare meglio e di gestire i rischi correlati allo scambio di informazioni di intelligence, la perdita delle fonti, oppure la penetrazione nel proprio sistema da parte di un’altra agenzia di intelligence. Questo tipo di preferenza, tuttavia, risulta problematica durante il movimento dei foreign fighter quando ad essere coinvolti possono essere due Stati o centinaia.

In strutture come Europol ed Interpol, l’abilità di realizzare iniziative di risposta al movimento dei foreign fighter si sono rivelate molto più complicate. Ciò è evidenziato dalla quantità di tempo che ha impiegato l’Europol per acquisire i dati di moltissimi foreign fighter da un contingente europeo stimato di circa 5000 unità. A seguito degli attacchi in Francia e in Belgio alla fine del 2015 e agli inizi del 2016 questo numero è cresciuto a 5,353 sebbene solo circa 3000 sono stati riportati da Stati appartenenti ad Europol.

Sono 9000 i foreign fighter registrati nei sistemi dell’ Interpol malgrado le stime verso l’alto di 15000 foreign fighter che restano ancora nelle zone di conflitto.

La relazione complicata con la Turchia

Fin dall’inizio dell’impiego dei foreign fighter, tra il 2011 ed il 2012, la relazione con la Turchia si è rivelata complicata. Ci sono dei fattori che hanno contribuito a renderla tale, il primo:  la protezione dei dati. Alcuni Stati dell’UE nutrono dei seri timori nel fornire alla Turchia informazioni di intelligence vista l’assenza di una legislazione nazionale che protegga i dati.

Il secondo fattore: le differenze nelle pene relative ai crimini correlati al terrorismo internazionale e nazionale.

Inoltre, un fattore che ha contribuito alla tortuosa relazione con la Turchia è rappresentato dalla sostituzione di funzionari dell’intelligence turca e della polizia a causa dei timori di Erdogan sull’infiltrazione di gulenisti. Questa “epurazione” ha avuto come risultato che alcuni Stati non possono più avvalersi di individui di cui si fidavano e che erano in grado di lavorare su questioni relative al contro-terrorismo.

Un altro elemento che rende i rapporti con la Turchia tutt’altro che fluidi è la faziosità all’interno delle agenzie di intelligence turche ed il sospetto che potrebbero aver avuto interazioni con i vari gruppi in Siria.

Contrasto, a livello nazionale, tra le risposte al terrorismo internazionale e le risposte al fenomeno dei  foreign fighter.

Gli strumenti utilizzati per rispondere al terrorismo internazionale e le pratiche di raccolta e di impegno delle agenzie statali potrebbero produrre dei risultati in contrasto con quelli desiderati. La pratica del contro-terrorismo e la burocrazia degli Stati potrebbero, nel breve periodo, consentire la mobilità dei foreign fighter. Gli sforzi per rispondere a quest’ultimo tipo di fenomeno allo scopo di mitigare il rischio di violenza sul territorio dello Stato potrebbero creare spazio di movimento per i ” terroristi volontari ” .

Proprio per questo è importante creare delle risposte per ciascun tipo di fenomeno, comprensive e che non si affidino solo ai servizi di intelligence e alle autorità giudiziare.

*immagine: fonte – Worldbullettin – 

 

Emirati Arabi Uniti accrescono la relazione bilaterale con l’India

Emirati Arabi Uniti

Le prospettive di crescita dell’India e i timori degli Emirati Arabi Uniti circa la radicalizzazione potrebbero indurre la monarchia del Golfo a considerare una più pronunciata inclinazione verso l’India, lontano dal Pakistan. Ciò potrebbe avere un considerevole impatto sul Medio Oriente e sul Sud dell’Asia.

L’attentato a Kandahar (Afghanistan) come messaggio diretto agli Emirati Arabi Uniti  vista la loro crescente cooperazione sul contro-terrorismo con l’India.

Quando, a metà gennaio 5 diplomatici degli Emirati Arabi Uniti sono stati uccisi in un attacco a Kandahar, le autorità afghane hanno subito dichiarato che i responsabili appartengono della rete di Haqqani, sospettata di avere legami con l’intelligence pakistana.

Il primo attacco in Afghanistan a diplomatici di uno Stato del Golfo sembra essere decisamente un messaggio diretto agli Emirati Arabi Uniti in ragione della loro crescente cooperazione con l’India sul contro-terrorismo. La tempistica dell’attentato sostiene questa tesi perché è avvenuto qualche settimana prima della partecipazione del potente principe ereditario di Abu Dhabi: lo sceicco Mohammed Bin Zayed Al Nahyan, che è anche il vice comandante delle forze armate degli Emirati, alle celebrazioni del giorno della Repubblica in India come ospite d’onore. Un gesto simbolico riservato ai partner più vicini all’India.
Il principe ereditario era il primo “non-capo” di Stato ad essere ospite d’onore per la parata del giorno della Repubblica indiano. Inoltre, durante la visita, ha firmato circa una dozzina di accordi con il Primo Ministro indiano Narendra Modi che spaziavano dall’energia, all’accordo per le riserve strategiche di petrolio, fino agli investimenti e alla cooperazione nel settore della difesa.

La visita ha segnato una rinnovata, ufficiale, relazione tra i due paesi a livello di partneriato strategico che ha, inoltre, gettato le basi per la costruzione di una significativa relazione sul commercio che entrambe le parti vogliono ulteriormente rafforzare.

Le relazioni India – EAU tra stabilità e interessi geo-economici

Sebbene accresciuti i legami India – Emirati Arabi Uniti certamente contengono in sé una logica d’interessi particolari propri di ciascuno Stato. Condividono timori riguardo alla stabilità, hanno interessi convergenti per il sostegno di interessi geo-economici, tuttavia resta da vedere quanto gli Emirati Arabi Uniti s’inclineranno verso l’India nelle loro relazioni con il Sud Asia, oppure la monarchia del Golfo suddividerà  le sue relazioni sulla sicurezza tra l’India ed il Pakistan.

Gli Emirati si sono avvicinati, senza dubbio,  alle posizioni dell’India per quanto riguarda la lotta al terrorismo internazionale. Attualmente il più prominente paese arabo sembra sia deciso a sostenere una proposta di trattato: Comprehensive Convention Against International Terrorism, sostenuta dall’India, nel quadro delle Nazioni Unite. Proposta che è rimasta a lungo sul tavolo.

Gli Emirati dal 2015  hanno espulso più di 10 individui sospettati di terrorismo di origine indiana. Inoltre, sembra, dalla diffusione di alcuni rapporti, che gli Emirati Arabi Uniti abbiano congelato gli assetti del malvivente (sospettato anche di terrorismo) e ricercato Dawood Ibrahin, che, al momento, si ritiene che risieda in Pakistan. Sebbene l’ambasciatore degli Emirati in India non abbia confermato questi rapporti, si ritiene che gli Emirati Arabi Uniti abbiano iniziato ad occuparsi delle reti di organizzazioni terroristiche basate a Dubai come Lashkar-e-Taiba*, evidentemente questo un gesto di umiliazione nei confronti del Pakistan.

Il commercio come fondamento dei legami India-Emirati Arabi Uniti

La crescita della relazione India-Emirati Arabi Uniti ha come caposaldo il commercio: l’India è il principale partner commerciale degli Emirati Arabi Uniti, mentre quest’ultimo Stato è tra i tre principali partner commerciali dell’India. Entrambe le parti hanno annunciato piani ambiziosi per incrementare il commercio bilaterale: fino al 60% del livello attuale che è di circa 60 miliardi di dollari.

Con tutta probabilità, proprio quest’anno, si darà vita all’accordo bilaterale che impegnerà gli Emirati Arabi Uniti ad investire fino a 75 miliardi di dollari in progetti infrastrutturali in India in un periodo di 10 anni.

Nel complesso, l’India sta cercando di attrarre sempre più investimenti da parte delle imprese degli Emirati Arabi Uniti ad esempio nel settore immobiliare e petrolchimico, mentre gli Emirati desiderano dall’India informazione tecnologica ed expertise ingegneristica.

Sebbene per gli Emirati Arabi Uniti, l’India è, e continua ad essere, un cliente chiave per le esportazioni di petrolio e gas, ora gli Emirati vedono l’India anche come un partner ideale per la diversificazione economica.

Entrambe le parti hanno interesse nella stabilità regionale e tutto ciò detto, cioè i modelli verso cui si delineano le relazioni bilaterali tra questi paesi, rivelano la loro marcia più profonda e geostrategica. Inoltre, sono già in corso esercitazioni militari e addestramenti congiunti India-Emirati Arabi Uniti, con Nuova Delhi e Abu Dhabi che esplorano strade per la co-produzione di hardware militare, come i sistemi di difesa aerea.

India utile per gli Emirati nella gestione delle tensioni con l’Iran

Per gli Emirati Arabi Uniti, l’India è anche vista utile alla gestione delle tensioni con l’Iran, specialmente dato l’interesse di Nuova Delhi nel tenere aperti blocchi nel nord dell’Oceano indiano.

Gli Emirati Arabi Uniti potrebbero essere, ragionevolmente, interessati al partenariato con l’India per lo sviluppo del porto strategico Chahbahar in Iran, dato che gli Emirati sono già il secondo più importante partner commerciale dell’Iran, malgrado le tensioni.

Cosa ne sarà della relazione Emirati-Pakistan?

Il ruolo potenziale che l’India può giocare in maniera più ampia, come facilitatore della cooperazione tra Emirati Arabi Uniti e Iran è in netto contrasto con la posizione del Pakistan. Stato quest’ultimo che mantiene collegamenti con le reti di organizzazioni terroristiche e si rifiuta di trovarsi coinvolto in dispute con Teheran all’interno del quadro del  Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Le relazioni tra Emirati Arabi Uniti e il Pakistan hanno iniziato a contrarsi con il rifiuto del Pakistan, nel 2015, di impegnare truppe nella coalizione a guida saudita per combattere gli Houti in Yemen (dove gli Emirati hanno giocato un ruolo importante).

Non va trascurata la circostanza che il Pakistan e gli Emirati hanno una lunga storia di profondi legami militari, e non sarà così semplice per ciascuna parte scioglierli. Non è un caso che l’India abbia dovuto rifiutare l’offerta dagli Emirati di inviare un contingente di paracadutisti per la marcia della parata nel giorno della Repubblica indiano, proprio in virtù della stretta relazione di addestramento tra forze speciali pakistane e paracadutisti degli Emirati. Sebbene le forze armate degli Emirati Arabi Uniti fossero presenti ugualmente alla parata indiana con un contingente dell’aeronautica.

Dal canto suo il Pakistan cercherà di utilizzare, con tutta probabilità, la promessa del Corridoio economico Cina-Pakistan per fornire un incentivo economico agli Emirati e quindi tenere alto l’interesse al mantenimento di forti legali con loro.

*Fondata agli inizi degli anni novanta da Hafiz Mohammed Sa’id, agli inizi attivo soprattutto nella regione di Jammu e Kashmir, al confine tra Pakistan e India, Lashkar-e Taiba è prevalentemente composta da radicali religiosi pakistani che professano un’ideologia sunnita ultraortodossa.
È attualmente locata vicino a Lahore (Pakistan) e sono operativi in diversi campi di addestramento militare in Kashmir. Alcuni membri di questa organizzazione hanno compiuto attentati contro l’India il cui obiettivo primario era quello di cacciare l’amministrazione indiana dal Kashmir.

Foto: fonte Al Jazeera

In Gambia carri armati risolvono una crisi politica: e le regole della sicurezza globale?

Gambia

La crisi politica in Gambia si è chiusa tra soldati di ECOWAS  per le strade del paese, un Presidente eletto che giura nell’ambasciata del Gambia in Senegal ed un Presidente uscente che va via con 11 milioni di dollari nel portafoglio.

Questa crisi politica ci interessa (e avrebbe dovuto interessare molti altri) per due motivi: il potere crescente di ECOWAS in Africa Occidentale e il ricorso all’intervento militare che pone una sfida al sistema di sicurezza globale.

Intanto iniziamo con il riassumere i fatti:

Il nuovo Presidente del Gambia, Adama Barrow, finalmente è tornato nel paese, il suo arrivo formalmente segna la fine di una crisi politica durata 6 settimane. Barrow è stato eletto Presidente il 1 dicembre 2016; il suo oppositore Yahya Jammeh, al potere dal 1994,  rifiutava di dimettersi, anzi  ha tentato, in varie maniere, di manovrare lo stato d’emergenza, cercando di estendere, attraverso il Parlamento, i suoi poteri: tutto allo scopo di bloccare la transizione.

Inaspettatamente per un leader eccentrico autoritario stile Gheddafi, che prometteva di governare il Gambia per un miliardo di anni, rivendicando l’abilità di curare l’AIDS e l’infertilità, la presa al potere del Presidente Jammeh era stata condannata dalla comunità internazionale. In un incontro dei leader del blocco regionale dell’Africa Occidentale, la comunità economica degli stati dell’Africa occidentale – ECOWAS–  adotta una risoluzione il 17 dicembre che riconosce i risultati dell’elezione del 1° dicembre, impegnandosi a partecipare alla cerimonia d’insediamento del Presidente eletto Barrow il 19 gennaio e decidendo di adottare tutte le misure necessarie per far applicare i risultati elettorali.

A seguito del fallimento degli sforzi di mediazione, ECOWAS lancia un ultimatum al Presidente Jammeh: o lascia il potere per la mezzanotte del 19 gennaio oppure ECOWAS interverrà con la forza per mettere al potere il Presidente eletto Barrow. Per dimostrare che si faceva sul serio, forze ECOWAS dal Senegal e dalla Nigeria si mobilitano alla frontiera con il Gambia e avvertono che interverranno se Jammeh non si sarebbe conformato all’ultimatum. Il 21 dicembre una dichiarazione del Presidente del Consiglio di Sicurezza indica che il Consiglio accoglie ed è incoraggia le decisioni di ECOWAS. Similmente l’African Union Peace and Security Council sostiene i risultati elettorali e annuncia che non riconoscerà Jammeh come Presidente del Gambia dopo il 19 gennaio.

La scadenza dell’ultimatum per il 19 gennaio passa senza risultato. Barrow giura nell’ufficio dell’ambasciata del Gambia a Dakar e le forze senegalesi attraversano la frontiera per far rispettare la risoluzione di  ECOWAS del 17 dicembre, apparentemente a seguito di una richiesta del Presidente Barrow, e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotta all’unanimità la risoluzione 2337, la sua prima del 2017. La risoluzione prospettata dal Senegal, non autorizza l’uso della forza da parte di ECOWAS. Piuttosto, agendo secondo il Capitolo VI (della Carta delle Nazioni Unite), il Consiglio di Sicurezza appoggia la decisione di ECOWAS e dell’Unione Africana di riconoscere Barrow come Presidente, accoglie la decisione di ECOWAS del 17 dicembre ed esprime sostegno per l’impegno di ECOWAS nell’ “assicurare, innanzitutto attraverso mezzi politici, il rispetto del volere del popolo del Gambia”. Con le truppe di ECOWAS già nel paese, il 21 gennaio il Presidente Jammeh lascia il Gambia, apparentemente con 11 milioni di dollari nel portafoglio.

Il potere crescente di ECOWAS nel comporre le crisi politiche dell’Africa occidentale.

Sebbene le azioni di ECOWAS nella crisi del Gambia non mostrino esplicitamente una volontà crescente da parte del blocco di utilizzare la forza contro i leader dell’Africa occidentale che non vogliono lasciare il potere dopo moltissimi anni, nondimeno nel caso del Gambia hanno sfidato le regole fondanti della sicurezza globale.

La linea generale, in Africa Occidentale, rispetto alla passata decade, suggerisce che ECOWAS esamina le crisi politiche caso per caso.  Eppure le azioni di ECOWAS sono  dettate dall’opportunità politica del blocco come tale nel non perdere credibilità all’esterno e non minare la coesione interna.

In Senegal nel 2012, l’allora Presidente Abdoulaye Wade correva per il terzo mandato. Wade sosteneva che il limite, in Senegal, dei due mandati non si applicava a lui, dal momento che il suo primo mandato era iniziato prima che il limite fosse imposto; i suoi oppositori videro la sua candidatura come incostituzionale. ECOWAS propose un compromesso: se eletto, Wade doveva servire un periodo di due anni e poi tenere nuove elezioni. Tuttavia, fortunatamente per ECOWAS, Wade perse l’elezione.

In Mali, 2012, ci fu una crisi complessa che includeva un coup contro il presidente uscente, una ribellione di separatisti e un’occupazione jihadista delle città del nord. Dopo il coup, ECOWAS repentinamente impose sanzioni che spinsero i leader del coup a dimettersi in cambio dell’amnistia. Rimettere il Mali assieme, tuttavia era molto più difficile. I leader del coup inizialmente esercitavano una certa influenza in politica e il nord del paese rimaneva da mesi in mano ai jihadisti. ECOWAS piano piano prepara l’intervento militare, ma nel gennaio del 2013, quando i jihadisti si spingono nel Mali centrale furono i francesi ad intervenire.

Perchè dunque ECOWAS ha agito in maniera differente in Gambia?

Una prima motivazione risiede nella reputazione estremamente scarsa  a livello internazionale di Jammeh. Visto come un pazzoide e criticato aspramente per la violazione dei diritti umani, Jammeh era oramai isolato internazionalmente negli ultimi anni. Nel 2013, ritira il Gambia dal Commonwealth, un gruppo di 54 paesi composto principalmente da ex colonie britanniche, forse per protestare contro le preoccupazioni della Gran Bretagna sui diritti umani. Nel tardo 2016, gli Stati Uniti impongono un divieto di visa per i funzionari del governo del Gambia.

L’isolazionismo di Jammeh si estende ad ECOWAS. Prima delle elezioni in Gambia del 2011, ECOWAS si rifiuta di mandare osservatori, statuendo che “le preparazioni e l’ambiente politico non contribuivano alla condotta di libere eque e trasparenti votazioni”. ECOWAS si era stancata del comportamento negli anni di Jammeh che aveva pochi amici in occidente.

Un’altra ragione per il comportamento deciso di ECOWAS in Gambia è la dimensione del paese. 4000 miglia quadrate, il Gambia è il più piccolo membro del blocco dell’Africa occidentale, salvo l’isola di Capo Verde. Contemplare la logistica di un intervento militare in Gambia era molto meno spaventosa che quella nel nord del Mali o per gli interventi militari in Liberia ed in Sierra Leone negli anni 90.

E non da ultimo la motivazione dell’intervento risiede nella credibilità stessa dell’organizzazione che se si fosse “piegata” a Jammeh, sarebbe stata inesorabilmente minata.

Il ricorso all’intervento militare di ECOWAS potrebbe minare l’ordine e la sicurezza globale.

La sicurezza globale è assicurata anzitutto dal divieto generale dell’uso della forza e della minaccia dell’uso della forza sancito dall’art. 2,4 della Carta delle Nazioni Unite e dal diritto internazionale generale. I singoli Stati non possono ricorrere all’uso unilaterale della forza militare a meno che non dimostrino la sussistenza di una giustificazione prevista dal diritto internazionale vigente.

La situazione in Gambia e le reazioni internazionali sfidano alcuni aspetti dello jus ad bellum*.  La Carta delle Nazioni Unite ammette due eccezioni al divieto generale dell’uso della forza e della minaccia dell’uso della forza: la forza utilizzata in legittima difesa contro un attacco armato e l’uso della forza autorizzata dal Consiglio di Sicurezza secondo il Capitolo VII della Carta.

Se basato su una richiesta del Presidente Barrow, l’intervento ECOWAS a guida senegalese, iniziato il 19  gennaio si confà, sebbene imperfettamente, con le regole stabilite dallo jus ad bellum. Come confermato dalla Corte Internazionale di Giustizia nel caso “attività armate sul territorio del Congo”, lo jus ad bellum permette ai governi di invitare stati stranieri ad intervenire militarmente sul loro stesso territorio. Infatti, precedenti interventi di ECOWAS, come quello in Sierra Leone e in Liberia erano giustificati dalla richiesta dei governi di questi Stati. Il problema potenziale con questo intervento di ECOWAS in Gambia, tuttavia, è che è stato intrapreso a seguito di una richiesta da quello che era essenzialmente un governo in esilio. Adama Barrow probabilmente non si qualifica neanche come governo in esilio, ma piuttosto, come un Presidente in esilio. Il diritto di un Presidente in esilio, che non ha mai esercitato l’autorità di governo o l’effettivo controllo sul territorio di uno Stato, di autorizzare l’intervento armato straniero è discutibile e non sostenuta da ampi, sufficienti precedenti.

Inoltre, la rapidità dell’intervento di ECOWAS in Gambia pone una sfida anche al divieto della minaccia dell’uso della forza**.

La decisione di ECOWAS del 17 dicembre, che chiedeva a Jammeh di lasciare il potere e autorizzava l’uso di tutte le misure necessarie per far rispettare il risultato elettorale, unitamente alla mobilitazione delle forze ECOWAS nelle settimane precedenti al 19 gennaio, costituisce una minaccia all’uso della forza.

Il problema qui è che far rispettare i risultati elettorali o insediare un leader democraticamente eletto non sono basi legittime per l’uso della forza secondo lo jus ad bellum. Malgrado tentativi di pochi governi e di alcuni studiosi di sostenere la cosidetta “dottrina dell’intervento democratico”, che permette il ricorso alla forza per promuovere il governo democratico o prevenire prese di potere illegittime, l’opinione prevalente è che questa pratica viola la Carta delle Nazioni Unite. Curiosamente, tuttavia, il Consiglio di Sicurezza appare aver avallato questa minaccia dell’uso della forza da parte di ECOWAS contro il Presidente Jammeh.

Come detto sopra, la dichiarazione del Presidente del Consiglio di Sicurezza del 21 dicembre accoglie le azioni di ECOWAS, la risoluzione 2337, mentre non autorizza l’uso della forza ed esprime la sua preferenza per l’uso di mezzi politici per comporre il conflitto, accoglie la decisione di ECOWAS del 17 dicembre.

La catena di eventi e di risultati  di un singolo conflitto probabilmente non sono sufficienti ad alterare fondamentalmente regole che sono fondanti dell’ordine legale internazionale come i divieti della minaccia e dell’uso della forza.

La crisi in Gambia, tuttavia, pone alcune questioni giuridiche difficili e sfida alcuni aspetti dello jus ad bellum.

La volontà di ECOWAS e la prontezza di minacciare e usare la forza per promuovere la democrazia è solo uno degli esempi della pratica africana che sfida le regole che sono alla base dell’ordine e della sicurezza internazionale.

 

 

* jus ad bellum cioè il diritto di ricorso alla guerra, e così distinto dallo jus in bello, che è il diritto internazionale umanitario applicabile durante il conflitto.

** L’art. 2,4 della Carta NU vieta la stessa “minaccia” dell’uso della forza, ma non chiarisce cosa debba intendersi per “minaccia” vietata. La Corte Internazionale di Giustizia si è soffermata sulla questione nel parere sulle Armi nucleari del 1996 sostenendo che le nozioni di minaccia e di uso della forza dell’art.2,4 vanno insieme nel senso che è vietata ogni “minaccia” della forza il cui “uso” è vietato. In altre parole: se l’uso della forza in se stesso in un dato caso è illegale, per qualsiasi ragione, la minaccia all’uso di tale forza sarà anch’esso illegale.

Chi sfiderà per primo Donald Trump?

Donald Trump

Quale sarà il primo avversario a sfidare il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump?

Non tutte le sfide sono uguali, quella che arriva dalla Cina è senz’altro la più importante.

Il 20 gennaio è arrivato. Donald Trump giura come Presidente degli Stati Uniti.

Chi sono gli avversari degli Stati Uniti che quasi certamente sfideranno il presidente Donald Trump, già da subito, mettendo alla prova la sua inesperienza negli affari di sicurezza nazionale e la sua propensione a personalizzare le interazioni politiche?

La forza di carattere della nuova amministrazione americana si vedrà proprio nella risposta di Trump e del suo team a queste sfide e questo, di conseguenza, determinerà se altri avversari lanceranno nuove sfide agli Stati Uniti.

Quello che non è chiaro è chi sarà il primo a lanciare la sfida.

Russia

che appare di aver lanciato un assalto multidimensionale per indebolire le democrazie occidentali, sembra essere probabilmente l’ultima a sfidare la nuova amministrazione. Tutti i segnali ci indicano che Donald Trump si troverà bene con Putin. Il primo ha mostrato poca preoccupazione per gli attacchi cyber della Russia, per gli interventi nel processo elettorale degli Stati Uniti e l’aggressione contro gli Stati confinanti.

Perciò Putin guadagnerebbe poco dal testare apertamente l’amministrazione Trump, almeno nel breve periodo.

Iran

è improbabile che lanci una maggiore sfida alla nuova amministrazione. Molto pesantemente, oserei dire, coinvolto nella guerra civile siriana, deve anche affrontare un’irrequieta giovane popolazione locale;

per cui Teheran potrebbe continuare con le provocazioni di basso livello, ma avrebbe poco da guadagnare da un confronto maggiore.

Mentre Donald Trump ha manifestato la sua volontà rinegoziare l’accordo nucleare con l’Iran, Teheran ha rifiutato questa idea. E senza un fronte unificato che comprende l’Europa, la Russia e la Cina, gli Stati Uniti non possono apporre sufficiente pressione sull’Iran per obbligarla ad accettare delle condizioni più restrittive di quelle già applicate. Washington e Teheran probabilmente si lanceranno occhiatacce l’un l’altro mentre salgono piano piano la scala del confronto.

“Stato islamico”

raddoppierà i suoi sforzi per lanciare attacchi negli Stati Uniti o contro obiettivi americani all’estero. Alcuni potrebbero riuscire: è quasi impossibile anche per un programma di contro-terrorismo altamente efficace essere al 100% di successo. Tuttavia lo “Stato islamico” non sta rivelando i suoi piani e ha una piccola capacità di escalation.

Tutti i segnali puntano alla regione Asia-Pacifico come la zona più pericolosa, fin da subito per l’amministrazione Trump, una combinazione di avversari potenti con una ostilità accresciuta per gli Stati Uniti.

Nord Corea

sfiderà l’amministrazione Trump se non altro per le minacce, le intimidazioni e le sbruffonerie che sono diventate una vera e propria procedura operativa per la dittatura ereditaria di Kim. Trump potrebbe ordinare alle forze militari americane di distruggere ogni missile balistico di lungo raggio che il Nord Corea testerà, ma è difficile da immaginare quello che possa fare al di là di questo.

Il regime del Nord Corea bizzarro ed incostante potrebbe attaccare gli Stati confinanti, possibilmente con armi nucleari, se sentisse allentare la sua presa al potere. Se si sbriciolasse, una crisi umanitaria imponente e una guerra civile devastante molto probabilmente seguiranno, facendo cadere la crescita economica asiatica e quindi quella dell’intero mondo.

I vicini del Nord Corea sanno questo e farebbero tutto quello che è  in loro potere per evitare di provocare il regime di Kim al punto dell’aggressione o spingerlo al collasso. Questo stabilisce precisi limiti a quello che gli Stati Uniti possono fare diversamente da bombardamenti limitati alle infrastrutture militari nord coreane. Niente nella storia della dinastia Kim ci suggerisce che questo darebbe il via ad una maggiore compostezza e moderazione.

Il più preoccupante avversario di tutti: la Cina.

Mentre Washington e Beijing hanno avuto delle relazioni di sicurezza tese per un certo numero di anni, particolarmente quando la Cina si è mossa per affermare il controllo di parti del mare nel sud della Cina, le due nazioni erano economicamente intrecciate e condividevano interessi nella stabilità regionale e globale.

Adesso le relazioni tra i due potrebbero essere velocemente disintegrate. In tutta la campagna presidenziale, Donald Trump è stato molto critico su quello che lui vede come un’ineguaglianza nella relazione economica tra gli Stati Uniti e la Cina. Da quando, poi, ha vinto le elezioni, ha messo in discussione la politica di lungo corso di “one China” che riconosce Beijing e non Taiwan come il solo rappresentante diplomatico della nazione cinese.

Più recentemente, Rex Tillerson, la nomina di Trump come Segretario di Stato, ha comparato, nella seduta di conferma del Senato, la politica della Cina di costruire isole e usarle poi come base per rivendicazioni giuridiche di grandi parti del mare del Sud della Cina, all’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014.

La Cina considera Taiwan e il mare del Sud della Cina come interessi vitali nazionali e quindi farà molto per difendere la sua posizione, possibilmente usando anche la forza militare. E diversamente da altri avversari americani, la Cina ha molteplici vie per colpire gli Stati Unti, inclusa, non solo l’azione militare, ma anche la pressione economica e l’aggressione cyber.

La retorica di Trump e Tillerson potrebbe tentare di applicare le tecniche della negoziazione in affari alla sicurezza nazionale, rivendicando una posizione iniziale estrema sull’aspettativa che più tardi persuadranno l’altra parte ad accettare di meno. Ma nel mondo degli affari il peggio che può succedere se uno stratagemma di questo tipo fallisce è che l’accordo si rovina. Nel regno della sicurezza, c’è il potenziale per uno spargimento di sangue, un disastro, una crisi globale se le due più grandi economie del mondo inciampiassero in un conflitto.

PKK: lo stesso messaggio per Erdogan e per Trump

PKK

La una soluzione pacifica per il conflitto curdo sembra essere più distante che mai. Il PKK ha poche opzioni a sua disposizione: la soluzione militare alla questione curda sembra essere quella per cui ha optato. Il messaggio dal PKK, dal TAK, al governo turco e all’entrante amministrazione Trump sembra essere forte e chiaro.

Una settimana prima di Natale la Turchia aveva subito un altro attacco terroristico, una bomba in una macchina la cui esplosione ha causato la morte di 13 soldati e ne ha feriti 55 nella città di Kayseri. Sebbene, messo in ombra dall’assassinio, qualche giorno più tardi, dell’ambasciatore russo in Turchia, la bomba è esplosa qualche settimana dopo un doppio attacco suicida che aveva ucciso 44 poliziotti e ne aveva feriti 150 fuori dallo stadio di Istanbul.

Mentre non c’è stata una rivendicazione immediata per l’attentato di Kayseri, evidenze abbastanza solide segnalano che si tratta degli stessi perpetratori dell’attacco del 10 dicembre: il Kurdistan Freedom Falcons (TAK), un ramo molto ben conosciuto, del PKK ovvero il partito dei lavoratori curdo. La rapida successione degli attacchi ci indica che malgrado 20 mesi di combattimenti nell’est della Turchia tra PKK ed esercito turco, il PKK è ben lontano dall’essere sconfitto.

E qualche ora fa c’è stato un attentato con un’autobomba e un uomo armato nella città di Smirne, gli ufficiali turchi hanno già indicato i militanti curdi come i responsabili.

Sembra che l’elezione di Trump negli Stati Uniti abbia trasformato una brutta situazione, in Turchia, in un incubo per il PKK e che l’unica opzione a disposizione dei curdi sia attaccare lo Stato turco.

Chi è il TAK?

Il TAK ha aumentato la sua levatura nel 2005 con attacchi ai resort della costa turca, intesi a colpire il settore del turismo. Mentre alcuni analisti di sicurezza credono che il TAK si sia separato dal PKK, la maggior parte degli studiosi del gruppo come Vera Eccarius-Kellu, Metin Gurcan, lo identificano come affiliato “genericamente” al PKK.

È stato sostenuto che il PKK si “affida” al TAK per attacchi su soft target che potrebbero danneggiare la reputazione del gruppo o esercitare una pressione sullo Stato turco durante le negoziazioni di pace.

Mentre si crede che sia finanziato e sostenuto logisticamente dal PKK,

il TAK sembra essere indipendente nel selezionare gli obiettivi e nella tempistica degli attacchi.

La narrativa della divisione PKK-TAK contiene il beneficio di una verosimile negabilità, da parte del PKK, delle azioni del TAK.

Nel caso degli attacchi di Kayser e Istanbul, c’è ragione di credere che gli attentati siano stati pienamente coordinati con il comando del PKK nelle montagne Qandil che confinano con l’Iraq e che il destinatario inteso del messaggio contenuto negli attacchi non solo era il presidente Erdogan, ma il presidente–eletto americano.

Sebbene sia prematuro affermare quali politiche l’amministrazione Trump perseguirà con la Turchia e per il conflitto curdo, c’è una buona ragione per credere che, per il PKK, Trump a Washington sia una sciagura.

Le dinamiche politiche e militari sul terreno e quello che si conosce delle priorità strategiche di Trump ci suggeriscono un riavvicinamento Trump, Erdogan, Putin quando si tratta di Siria.

Trump non ha lasciato dubbi sul fatto che, se la sconfitta dello “Stato islamico” e la stabilizzazione della Siria significassero Assad ancora al potere, pagherà il prezzo che ci sarà da pagare.

Questo cambiamento nella politica americana ovviamente si armonizza con gli obiettivi russi in Siria.

A ciò si deve aggiungere la dichiarazione aperta di Erdogan che la rimozione di Assad non è più una priorità per Ankara. Il Presidente turco dichiara, piuttosto, che una priorità è prevenire che il Syrian Kurdish Democratic Union Party, o PYD, un affiliato del PKK,  stabilisca un “quasi – State” autonomo nel nord della Siria, simile al Kurdistan iracheno.

Cosa interessa a Trump

Questo tipo di riallineamento di interessi tra gli Stati Uniti, la Turchia e la Russia si preannuncia come una vera e propria calamità per il PYD e per estensione per il PKK, che ha beneficiato dall’avere come alleato il PYD, attore chiave nella coalizione internazionale contro lo “Stato islamico”.

Per l’amministrazione Trump, il PYD e i curdi siriani importano solo fino a quando forniscono le forze sul terreno per combattere lo “Stato islamico” esplosione dopo esplosione.
Una volta che lo “Stato islamico” sarà stato sconfitto o degradato significativamente, lo scenario per i curdi siriani sarebbe, verosimilmente, quello di essere scaricati dai nuovi sostenitori siriani e lasciati  in balia di Turchia e Assad.

Ci sembra improbabile che Trump si preoccupi molto della situazione dei diritti umani in Turchia, soprattutto perché quello che veramente importa a Trump è la posizione strategica della Turchia nello sconfiggere lo Stato islamico e nel controbattere la crescente influenza iraniana nella regione, non il destino della libertà di stampa, la minoranza curda o i diritti dei dissidenti politici.

Tutto questo concede ad Erdogan briglie sciolte per occuparsi del PKK e del PYD in Siria come si sente più a suo agio. In Siria, la battaglia per la città strategica a nord, al-Bab, vicino alla frontiera turca, continua ad infuriare, ponendo le forze ribelle pro-turche e l’esercito turco contro la milizia PYD, conosciuta come YPG (People’s protection Unit), così come contro lo “Stato islamico”. Nel frattempo Erdogan continua il suo giro di vite sul HDP, il Peoples’ Democratic Party a radice curda. I suoi leader più importanti sono stati arrestati e i fedelissimi di Erdogan hanno perquisito tutti gli uffici del partito nel paese.

In questo contesto, con una soluzione pacifica per il conflitto curdo più distante che mai, ci sono poche opzioni a disposizione del PKK. Sembra che quest’ultimo abbia scelto la soluzione militare ed il messaggio dal PKK, dal TAK, al governo turco e all’entrante amministrazione Trump sembra essere forte e chiaro.

Non ci sfugge neanche che gli Stati Uniti hanno considerato il PKK un gruppo terroristico dal 1997 e che preoccupazioni per i diritti curdi, l’autodeterminazione che sia in Turchia o in Siria, non è stata mai una priorità per gli Stati Uniti.

Yemen: storia di una morte nell’indifferenza generale

Yemen

Lo Yemen non è in cima all’agenda politica internazionale di nessuno e lentamente muore la sua popolazione sull’orlo della carestia, con una crisi monetaria, il blocco navale, nella generale noncuranza di tutti anche dei mezzi di informazione.

Nel periodo natalizio, se ci fate caso, spuntano sempre quei servizi giornalistici di grande pathos su un qualche paese in guerra con le immagini di bambini pieni di polvere se non di quelli morti, con delle bambole di pezza, soli con intorno soltanto macerie. I bambini yemeniti non hanno questo privilegio, non compaiono mai. La guerra nello Yemen è una delle guerre dimenticate di questo mondo, quelle che non suscitano la commozione e l’indignazione di nessuno, quelle che neanche per Natale vale la pena di nominare. Eppure nello Yemen si gioca una partita politica locale e regionale importante. Eppure nello Yemen ogni 10 minuti un bambino muore e molti altri sono costretti a diventare bambini soldato. Eppure 2.2 milioni di bambini yemeniti hanno urgente bisogno di assistenza sanitaria. Eppure centinaia di migliaia di persone yemenite sono incapaci di far fronte ai bisogni essenziali quali il cibo, non hanno accesso all’acqua pulita e ai servizi igienici. Qualcosa come 3.5 milioni di yemeniti sono senza casa.

Lo Yemen: uno shock dopo l’altro

Sin dalla primavera araba del 2011, lo Yemen ha vacillato da uno shock politico ad un altro. Il suo leader autoritario, il Presidente Ali Abdullah Saleh fu cacciato dal potere da una pressione popolare, ma il suo successore, Mansour Hadi, non ha saputo guadagnarsi il sostegno del suo paese. I ribelli Houti hanno preso il potere nel settembre del 2014 e a marzo dell’anno successivo, il Presidente Hadi è stato forzato all’esilio nella capitale saudita, Ryhad.

Da allora, il paese è imploso dal momento che la coalizione a guida saudita ha iniziato a combattere i ribelli Houti, che beneficiano, come è ampiamente ritenuto, del sostegno finanziario e delle armi iraniane.

L’influenza di attori esterni ha esacerbato il conflitto in uno Stato che già combatteva per mantenere insieme la struttura nazionale dopo decadi di governo autoritario.

Sull’orlo del baratro: la carestia

Il governo riconosciuto internazionalmente, che è stato spinto fuori dalla capitale Sanaa dagli Houti nel 2014, ha completamente rigettato l’ultima proposta delle Nazioni Unite, mentre i ribelli lo scorso mese hanno annunciato la formazione di un nuovo governo.

Tra queste posizioni politiche divergenti e lo stallo militare, esacerbato dalla crisi monetaria e dal blocco navale, le agenzie umanitarie hanno, ancora una volta, avvertito che lo Yemen, già in una crisi umanitaria su vasta scala, è sull’orlo della carestia.

Le importazioni chiave di cibo sono già scese al di sotto della metà dei bisogni del paese e condizioni di carestia si riscontrano in molte aree.

Secondo l’UNICEF, almeno 462,000 bambini yemeniti sono severamente malnutriti, con 2.2 milioni in necessità di urgente assistenza sanitaria.

Ogni 10 minuti un bambino muore in Yemen.

L’appello umanitario delle Nazioni Unite per lo Yemen, in questo anno, è stato finanziato solo per il 58% del suo bisogno.

Malgrado tutto ciò, la situazione umanitaria ed economica di questo paese, difficilmente appare essere al primo posto dell’agenda delle potenze politiche che guidano questa guerra ovvero dei loro sponsor regionali.

Il rifiuto del piano di pace e la formazione di un governo ribelle sono solo gli ultimi episodi di una serie di mosse “tit-for-tat”del governo in esilio del Presidente Abd Rabbu Mansour Hadi e dei suoi rivali, un’alleanza dei ribelli sciiti Houti e dei fedelissimi dell’ex Presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh.

Ad ottobre, Hadi ha emanato un decreto per spostare il quartier generale della Banca Centrale dello Yemen da Sanaa ad Aden, tagliando effettivamente l’accesso al settore bancario internazionale, separandosi anche da centinaia di tecnocrati preparati che lavoravano nella banca dalla capitale. Lo spostamento della banca ha generato la paura che l’economia potesse essere usata come arma, parte della guerra.

L’alleanza Saleh-Houti ha reagito, lo scorso mese, nominando un nuovo governo, un colpo preciso ad Hadi che è riconosciuto internazionalmente come il legittimo leader dello Yemen, ma il cui governo fa poco nel governare attualmente, visto che ha perso Sanaa, insieme a molte istituzioni governative.

L’annuncio degli Houti del nuovo governo è stato oggetto di discussione sin da ottobre quando Abdulaziz bin Habtoor, l’ex governatore di Aden, è stato nominato primo ministro dei ribelli. Bin Habtoor è stato scelto dal Consiglio Supremo Politico, recentemente formatosi, un organo politico composto da Houti e membri dell’alleanza “General People’s Congress” pro-Saleh, per rappresentare i loro interessi congiunti. Il Consiglio è guidato da Saleh al-Sammad; formato nel tardo luglio 2016, è stato visto come un serio impedimento per gli sforzi delle Nazioni Unite di negoziare una tregua e i colloqui di pace per porre fine ad un conflitto di 20 mesi. Questo governo guidato da bin Habtoor non farà altro che aumentare questo senso di impedimento.

L’inviato delle Nazioni Unite per lo Yemen, Ismail Ould Cheikh Ahmed, ha espresso frustrazione per la nomina di un governo dei ribelli, che con molta probabilità spingerà Hadi verso una posizione ancora più difensiva.

L’amministrazione Obama ha bloccato qualche settimana fa alcuni dei sostegni militari alla campagna dell’Arabia Saudita in Yemen proprio per il gran numero di vittime civili. Tuttavia, il supporto americano continuerà in altre aree, in particolare rifornendo gli aerei della coalizione e condividendo più intelligence.

Futuro incerto

Con il presidente eletto, Donald Trump, che inizierà il suo lavoro il 20 gennaio ed il nuovo Segretario Generale delle Nazioni Unite, Guterres, che inizierà l’11 gennaio, il vuoto di potere internazionale renderà ogni svolta politica sempre più improbabile.

Lo Yemen era già difficilmente in cima all’agenda internazionale dunque le vittime della “guerra dimenticata” in Yemen possono aspettarsi poco respiro.

Le principali vittime del conflitto

Le principali vittime del conflitto in Yemen non sono le forze armate delle due parti, ma persone ordinarie. Queste sono persone incapaci di far fronte ai loro bisogni essenziali di cibo e che mancano dell’accesso ad acqua pulita e ai bagni. Qualcosa come 3.5 milioni di Yemeniti sono senza casa: o si sono spostati in altre parti del paese o sono rifugiati in altri paesi.

I cessate-il-fuoco di 48 o 72 ore, anche se rispettati dalle parti in lotta, sono come un granello di sabbia nel deserto quando si tratta degli immensi bisogni che il conflitto ha generato. Non è sicuramente abbastanza tempo per ricostruire le case distrutte, i negozi, le cliniche, gli ospedali, neanche per salvare centinaia di bambini yemeniti costretti a diventare bambini soldato.

Anche se cessate-il-fuoco brevi offrono una finestra sufficiente per le agenzie umanitarie, che potrebbe essere estesa, c’è, in ogni caso, un significativo ostacolo: le risorse per l’aiuto. Sebbene l’Unione Europea, così come gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, abbiano promesso aiuto ed assistenza allo Yemen nel quadro del piano di risposta umanitaria, alcuni hanno promesso fondi che non si sono mai materializzati.

 

Terrorismo biologico e “Stato islamico”

terrorismo biologico

Trovare nuove vie per generare paura, nuovi metodi di terrorismo, sono le strategie future dello “Stato islamico”. Il terrorismo biologico è una di queste.

Partiamo da un presupposto importante: organizzazioni come lo “Stato islamico” o si rinnovano o muoiono. Per esso è necessario trarre il massimo vantaggio dalle risorse di cui gode.

Come tutte le organizzazioni che si basano sulla tattica del terrorismo, lo “Stato islamico” deve affrontare un dilemma persistente: l’abilità di generare, nel tempo, la paura. Quest’ultima potrebbe diminuire, dal momento che i potenziali obiettivi, mentalmente, si adeguano, si correggono o si aggiustano a questo tipo di minaccia.

I primi casi di alcuni tipi di attacchi: un attentatore suicida in un mercato affollato, ad esempio, hanno prodotto effetti psicologici estesi, ma la ventesima, cinquantesima, centesima volta tali effetti si sono manifestati con minore intensità.

Questo significa che i gruppi estremisti, in questo caso di natura islamica,  devono costantemente cercare nuove forme di attacchi per generare la paura  di cui si alimentano.

Qui è dove si trova lo “Stato islamico” oggi. L’orrifica, ben pubblicizzata, brutalità contro i nemici percepiti in Siria e in Iraq lo ha promosso dalla “seconda squadra” degli estremisti violenti islamici alla massima divisione. Una volta che ciò è avvenuto, il gruppo scopre che orchestrare o ispirare furia omicida in Europa, negli Stati Uniti o da qualche altra parte li eleva ulteriormente, aumentando perversamente  la sua levatura tra i violenti, arrabbiati, alienati musulmani nel mondo. Tuttavia adesso deve alzare ancora l’asticella, trovando nuove vie per creare la paura di cui ha bisogno per alimentare la sua strategia.

Perciò, lo “Stato islamico” si sta innovando, cercando la “prossima grande azione” all’interno della galassia dei gruppi estremisti islamici transnazionali che utilizzano la tattica del terrorismo.

Il problema è che non è facile trovare nuove forme efficaci di terrorismo con l’incremento dei controlli, della vigilanza nel mondo e dagli importanti miglioramenti nel contro-terrorismo, nella difesa nazionale, nelle capacità di intelligence delle nazioni che lo “Stato islamico” vuole colpire.

Tuttavia esiste il timore dell’utilizzo, da parte dell’ISIS, del terrorismo biologico.

Il terrorismo biologico

La guerra biologica è esistita per centinaia di anni. Durante la Guerra Fredda, si raggiunsero nuovi livelli quando l’Unione Sovietica costruì una massiccia capacità di guerra biologica. Per un momento gli Stati Uniti ebbero la loro capacità biologica offensiva. Oggi, sebbene, molte nazioni hanno abbandonato la guerra biologica, lo “Stato islamico” pare voglia giocare questa carta.

Il razionale etico per questo tipo di guerra è già in campo. Con la sua ideologia della “fine dei giorni”, lo “Stato islamico” crede che ogni cosa che fa avanzare i suoi interessi è accettabile, non importa quanto barbarica sia.

Un computer portatile catturato al gruppo nel 2014, già conteneva una fatwa di un religioso saudita che asseriva: “è permesso l’utilizzo di armi di distruzione di massa”. Nel 2015, analisti di contro-terrorismo, hanno notato che c’era una crescente discussione sui social media jihadisti sull’utilizzo del virus dell’ebola come arma.

Ad un’unità inglese che si occupa della minaccia chimica, batteriologica e radiologica, nel 2015, era stato dato il compito di analizzare la possibilità che gruppi estremisti come lo “Stato islamico” potessero utilizzare armi di distruzioni di massa. Nel rapporto si legge che questo tipo di gruppi potrebbero essere interessati all’utilizzo di armi biologiche.

Indicatori che gli strateghi dello “Stato islamico” stanno cercando di acquisire capacità per sviluppare e poi impiegare armi biologiche potrebbe essere quella della perdita dei territori che controlla.

La progressiva perdita di aeree in Siria ed in Iraq con tutta probabilità può intensificare la determinazione da parte del gruppo estremista ad ampliare gli effetti degli strumenti che ha a disposizione, possibilmente combinando la tattica del terrorismo alla guerra biologica.

La vera paura è che lo “Stato islamico” possa trovare un modo per usare la tecnologia moderna per sviluppare armi biologiche di nuova generazione.

La buona notizia è che il gruppo non sembra ancora avere acquisito una capacità effettiva di guerra biologica. Ma ne sta cercando una.

Il computer di cui parlavo poco fa conteneva un documento di 19 pagine su come rendere un’arma la peste bubbonica da animali infetti ed istruzioni per mettersi in sicurezza al momento dello sviluppo  dei microbi, in sostanza disposizioni per proteggere i tecnici del gruppo dall’esposizione.

Ufficiali di sicurezza credono che le parti di animali in decomposizione trovate in uno zaino di un estremista legato agli attacchi di Bruxelles nel 2016 erano intesi a avvelenare cibo e acqua.

Questo tipo di guerra biologica, in giro da millenni, se da un lato ha la capacità di disseminare un alto livello di paura, dall’altro risulta raramente efficace.

“Stato islamico” ad armi biologiche

L’organizzazione estremista islamica ha già un certo numero di scienziati sul suo libro paga. In Iraq, Libia, Siria, lo “Stato islamico” ha accesso ai residuati dei programmi di guerra biologica costruiti da Saddam Hussein, Moammar Gheddafi  e Hafez al – Assad (padre di Bashar al-Assad attuale presidente della Siria) con l’aiuto dei sovietici.

Il prossimo passo potrebbe essere costruire una nuova generazione di armi biologiche, geneticamente modificate, più sicura da maneggiare, più facile da distribuire e molto più letale rispetto ai vecchi materiali patogeni come l’antrace.

Limiti allo sviluppo di armi biologiche da parte dell’ISIS

Un limite allo sviluppo di questo tipo di armi è che i generatori di corrente in Iraq e in Siria non sono sufficientemente affidabili per i frigoriferi e gli incubatori necessari agli agenti biologici.

E le armi chimiche? A che punto è lo “Stato islamico” con quest’arma di distruzione di massa?

Diversi rapporti dei media indicano che lo “Stato islamico” adopera armi chimiche, specificatamente l’iprite. Questi rapporti rivelano, tuttavia, che è questo agente è grezzo e non ha prodotto gli effetti massicci tipici di un programma condotto da uno stato. Ci sono anche segnali che l’organizzazione estremista ha sviluppato almeno un programma di piccola scala di armi chimiche e potrebbe aver ottenuto armi chimiche da riserve non dichiarate o abbandonate del governo siriano.

La possibilità che  le armi chimiche usate potrebbero venire da materiale non dichiarato di riserve siriane è stato documentato da varie fonti dei media.

Al Qaeda organizzò un attacco biologico, ma non lo mise in pratica

Prima dell’11 settembre, Al Qaeda iniziò a sviluppare un dispositivo chiamato mubtakkar, che significa “invenzione”, per disseminare acido cianitrico e altri gas tossici. Nel 2003 alcuni operativi di Al Qaeda in Arabia Saudita complottavano per utilizzare un dispositivo di gas velenoso nel sistema della metropolitana di New York, ma il progetto fu interrotto dopo che l’allora vice di Al Qaeda, Ayman al – Zawahiri, decise di che non doveva essere portato a termine. La cellula aveva pianificato di disperdere quantità di acido cianitrico.

Limiti:

agenti chimici come l’acido cianitrico, il sarin sono altamente corrosivi e richiedono la conservazione in ambienti altamente controllati. Per esempio, alte temperature e umidità colpirebbero le reazioni chimiche usate per farne armi e la loro efficacia. La natura corrosiva di questi agenti rende la conservazione a lungo termine e il trasporto su lunghe distanze molto difficile, senza appropriati contenitori e un ambiente adatto. Questi limiti suggeriscono che è molto probabile che gli agenti sviluppati dall’ ISIS sarebbero impiegati immediatamente dopo la produzione e in stretta prossimità al territorio che controlla.

Mentre non può essere esclusa la possibilità che il gruppo estremista islamico impieghi un dispositivo gas velenoso rudimentale in occidente nei prossimi anni, il gruppo dovrebbe con tutta probabilità costruire il dispositivo vicino alla località dell’attacco che pianifica.

Lo “Stato islamico” molto probabilmente continuerà ad impiegare le sue munizioni chimiche, limitate, sia in Siria che in Iraq mentre cerca la capacità di espandere il suo programma per colpire un obiettivo maggiore in occidente.

L’uso da parte del gruppo estremista islamico di armi di distruzioni di massa pone una grande minaccia psicologica più di una minaccia fisica ai suoi nemici.

Il gruppo continuerà ad impiegare le più semplici e più immediatamente disponibili armi di distruzione di massa a loro disposizione: le armi chimiche. La proliferazione di questo programma rimane una preoccupazione specialmente con la disponibilità di materiali chimici tossici industriali che potrebbero essere modificati e dispersi in un attacco chimico. Mentre gli effetti di questo tipo di dispositivi potrebbero essere limitati a piccole aree geografiche, l’impatto psicologico su una nazione occidentale sarebbe significativo.