La comunicazione dei terroristi: l’assecondiamo o la combattiamo?

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Negli ultimi mesi l’organizzazione estremista religiosa, IS (islamic state), ha dedicato molto tempo e risorse alla realizzazione e diffusione delle sue campagne di comunicazione, soprattutto nell’intento di reclutamento e di stimolo per i suoi seguaci sul campo di battaglia.

Partiamo dal presupposto che al cuore di qualsiasi campagna di omunicazione inclusiva vi sono due tipi di strategia di messaggistica: difensiva ed offensiva (d’attacco):

per definizione la contro-narrative sono intrinsecamente difensive.

Le campagne di comunicazione di successo uniscono sia la messaggistica difensiva che quella offensiva, con l’ultima che domina.

Le contro-narrative rispondono meramente ai messaggi di opposizione, permettendo agli ideatori di questi ultimi di stabilire il terreno su cui sarà combattuta la battaglia della comunicazione e mantenere il controllo della narrativa.

A meno che non sia assolutamente necessario, le campagne di comunicazione dovrebbero evitare di rispondere ai messaggi di opposizione perché ciò semplicemente ripete e rinforza il loro messaggio.

Di per sé, una campagna si conclude parlando di quello che l’oppositore vuole si parli, permettendogli di stabilire la narrativa. Rispondendo ai messaggi dell’oppositore, gli permettiamo di stabilire il terreno su cui la battaglia della comunicazione sarà combattuta.

I messaggi offensivi cioè ostili, per contrasto, attaccano l’oppositore spingendolo sulla difensiva, richiedendogli un dispendio di risorse per contrastare il messaggio.

I mezzi attraverso cui prendere il controllo della narrativa che stabiliscono i termini del dibattito, sono fondamentali.

Diversamente dalla messaggistica difensiva che si concentra sul messaggio dell’oppositore, “andare all’attacco” conferisce l’opportunità di diffondere i propri messaggi chiave.

L’IS ha sviluppato una strategia sofisticata di “esca mediatica” in cui diffondono propaganda costruita per ottenere una risposta tipica, allo scopo di creare opportunità per essi stessi di sfruttare flussi di messaggistica secondaria precedentemente confezionati.

Un esempio noto, sebbene crudele, è il video ” guarire il torace dei credenti”, in cui si mostrava il pilota giordano bruciato vivo: quando l’occidente ha risposto con messaggi di condanna della barbarie dell’IS, quest’ultimo era pronto a rispondere portando l’attenzione sull’ipocrisia della disapprovazione, dal momento che non vi erano stati simili manifestazioni di sdegno per i bambini musulmani bruciati vivi quotidianamente dai bombardamenti aerei, provando in tal modo che l’occidente si preoccupasse di più di un pilota che dei tanti civili musulmani uccisi nei bombardamenti.

In breve, la nostra fretta di rispondere ha fatto (e purtroppo continua a fare) il gioco dell’IS: con l’impazienza nella competizione per contrastare la loro narrativa, corriamo il rischio, al meglio, di combattere una guerra di parole sui loro termini cadendo nelle loro trappole e rafforzando la loro narrativa.

Un recente esempio è quello della diffusione massiccia di un post su Twitter in cui utenti di un canale Telegram suggerivano di colpire l’Italia. La diffusione attraverso ogni mezzo, tv, stampa, radio, dibattiti, non ha fatto altro che rafforzare la narrativa dell’IS, peraltro distribuendo il loro messaggio principale: terrore, paura e senso di insicurezza.

Probabilmente il limite maggiore in questi casi è l’approccio frammentario delle comunicazioni e la mancanza di comprensione della reale necessità di una campagna di comunicazione multidimensionale ed integrata. Campagne di comunicazione di successo sono una costruzione complessa, composta da molteplici, differenti, tipi di messaggi (offensivi, difensivi, identità, scelta razionale) distribuiti attraverso mezzi multiformi (online, stampa, tv, radio, discorsi pubblici), tutto a sostegno di una narrativa centrale che viene consolidata sincronizzandola con l’azione sul terreno.

Oltre che naïve è certamente destinata a fallire una campagna di comunicazione che risponde solo concentrandosi su un tipo di messaggistica in uno sforzo isolato quando contro vi è una campagna integrata.

La somma della campagna di comunicazione IS è sicuramente più grande delle sue singole parti.

Mentre i politici sembrano inclini a comprendere la portata e la sofisticazione delle campagne di comunicazione necessarie per farsi eleggere, è giunto il momento che comprendano che è necessario intraprendere lo stesso sforzo per fronteggiare la propaganda IS.

Stati Uniti e Iraq: ora non ripetete gli errori del passato!

Stati Uniti

La liberazione di Mosul dall’IS (islamic state) è una buona notizia, ma l’IS è ben lungi dall’essere stato eliminato. A questo punto gli Stati Uniti devono valutare attentamente le prossime mosse, per evitare gli errori del passato, quando, dopo il 2007, lasciarono l’Iraq senza una strategia precisa e il paese cadde nuovamente vittima dell’estremismo religioso.          

Il primo ministro iracheno Haider al-Abadi dichiara Mosul libera dalle forze dell’IS, il risultato di una delle più lunghe e devastanti battaglie urbane del ventunesimo secolo. In altre parti dell’Iraq l’IS è vicino alla perdita di gran parte del territorio che una volta era sotto il suo controllo. Lungo la frontiera con la Siria, le Forze Democratiche Siriane, sostenute dagli Stati Uniti, stanno spingendo il gruppo fuori dalla roccaforte di Raqqa.

Le notizie sembrano buone, ma l’IS è lontano dall’essere eliminato. Molti dei suoi foreign fighters stanno tornando a casa, verosimilmente portando il terrorismo con loro. Alcuni dei suoi leader e combattenti restano in Iraq. Il gruppo sta ricorrendo alla guerriglia, incluso attacchi contro i civili in aree densamente popolate dell’Iraq.

L’operazione per riprendere Mosul, particolarmente la parte occidentale della città è stata violenta fin da febbraio, ed è giunta ad un costo incredibilmente alto. Centinaia di civili feriti ed uccisi nei combattimenti.

Mosul e i civili, incluso bambini, hanno pagato il prezzo di questa operazione.

Human Rights Watch e Amnesty International hanno diffuso un rapporto congiunto circa un mese fa in cui, rivolgendosi in particolare alla coalizione a guida americana, raccomandavano di fare più attenzione nella campagna di bombardamenti e particolarmente alle tipologie e alle dimensioni delle bombe che sceglievano di lanciare. A causa di queste grandi bombe lanciate sempre più di frequente, c’è stato un aumento nelle vittime civili sul terreno.
Questa operazione ha dislocato più di 700 mila civili che non saranno in grado di ritornare a causa dell’alto livello di distruzione.

Gli Stati Uniti stiano attenti a non ripetere gli errori del passato

Tutto ciò sta a significare che gli Stati Uniti devono valutare bene le loro prossime mosse, nella speranza che riescano ad evitare gli errori compiuti nel passato.

Alcuni anni fa, quando l’Iraq sembrava aver sconfitto i suoi estremisti interni dopo il picco della presenza di forze americane nel 2007, gli Stati Uniti ritirarono le loro forze. L’allora presidente George W. Bush firmò il SOFA (status of force agreement) con l’Iraq che stabiliva la rimozione di tutte le truppe di combattimento americane entro il 2011.
Sebbene i generali americani avessero fatto presente a Washington che né il governo iracheno né le sue forze di sicurezza erano pronte a funzionare senza un’assistenza americana di vasta scala; dopo essere entrato in carica nel 2009, il presidente Obama (che aveva corso alla presidenza nel 2008 con la promessa di ritirare le truppe dall’Iraq), non fece nulla per rinegoziare l’accordo firmato da Bush.

Va detto però che era improbabile che l’allora primo ministro dell’Iraq Nouri al-Maliki avrebbe accettato un continuo dispiegamento americano. Maliki era chiaramente impegnato a consolidare la dominazione sciita nel governo iracheno e sulle forze di sicurezza e riconosceva che una presenza militare americana avrebbe impedito ciò. Inoltre, egli sopravvalutò l’efficacia del suo apparato militare mentre sottostimava l’estensione dell’estremismo tra gli iracheni sunniti.

Adesso c’è l’opportunità di fare le scelte giuste. Abadi sembra comprendere meglio le sfide politiche e le minacce estremiste che l’Iraq deve affrontare. Questo crea un’opportunità per l’impegno americano per aiutare a prevenire la ripresa dell’IS e diminuire la dipendenza di Baghdad dall’Iran.

In altre parole le relazioni Stati Uniti-Iraq hanno un disperato bisogno di ricomporsi e di correggere gli errori compiuti tra il 2008 e il 2011.
Questo non accadrà se Trump non si impegna pienamente in ciò. Per raggiungere questo obiettivo, l’amministrazione Trump dovrebbe proporre che una forza militare americana, modesta, resti in Iraq anche dopo la sconfitta sul campo dell’IS. Una forza residuale molto simile a quella che i comandanti militari americani consigliarono a Bush ed Obama di lasciare nel paese dopo il 2007.

La missione primaria dovrebbe essere di sostenere e rinforzare le forze di sicurezza irachene e guidare le missioni di combattimento. Molta di questa forza dovrebbe concentrarsi sull’intelligence, aiutando gli iracheni ad identificare i luoghi dell’IS e informare su ogni nuova manifestazione di estremismo. Dovrebbe anche includere unità delle operazioni speciali in grado di colpire l’IS, in Iraq e in Siria, ma solo quando assolutamente necessario.

Se…

…Abadi o chiunque lo segue agiranno come Maliki, utilizzando il governo e le forze di sicurezza per reprimere gli arabi sunniti, o degradano l’apparato militare selezionando i leader su base settaria o per fedeltà politica piuttosto che per competenze professionali, gli Stati Uniti dovranno disimpegnarsi dall’Iraq una volta per tutte, magari mantenendo legami di sicurezza solo con il governo della regione curda.

Il Presidente Trump non ha dato indicazioni precise di voler mantenere un ruolo duraturo nel complesso lavoro di stabilizzazione dell’Iraq dopo la sconfitta sul campo di battaglia dell’IS. Se il Presidente degli Stati Uniti non si impegna nel reimpostare la relazione con l’Iraq, semplicemente la relazione non avrà futuro.

Senza un effettivo coinvolgimento americano, c’è una buona opportunità che l’estremismo si manifesterà nuovamente in Iraq, giocando un ruolo ancora più grande.

Se gli Stati Uniti non aiuteranno a riempire gli spazi da cui l’IS trae forza e “legittimazione” la nuova coalizione che comprende la Russia, l’Iran, Hezbollah, milizie sciite irachene e iraniane lo farà.

Non si può affermare con assoluta certezza che gli sforzi americani saranno sufficienti a prevenire ciò, ma sicuramente l’assenza di tali sforzi aumenterà le possibilità che questo accada a detrimento degli Stati Uniti e della pace e sicurezza internazionale.

Rifugiati: occhi chiusi per 6 anni e poi la colpa è del maggiordomo

rifugiati

I numeri sono questi:

65.6 milioni di persone nel mondo sono state dislocate forzosamente alla fine del 2016, di questi 40.3 milioni dislocate all’interno dei loro stessi paesi, mentre 22,5 milioni hanno varcato frontiere internazionali come rifugiati. Un ulteriore 2,8 milioni sono richiedenti asilo.

Un campo rifugiati può essere molto utile quando le persone immediatamente abbandonano la guerra o la persecuzione. È un modo per fornire cibo, vestiti e riparo. Ma la tragedia è che queste persone restano bloccate in un limbo per molti molti anni.
Oggi, circa il 54% dei rifugiati nel mondo sono in quelle che vengono definite situazioni di rifugiati protratte. Sono state in esilio per almeno 5 anni. Secondo le Nazioni Unite, la media di durata di un un esilio è di 26 anni.

Dalla prospettiva di un rifugiato, il sistema internazionale dei rifugiati di fatto dispone di tre opzioni.

  • La prima è di andare in un campo, dove usualmente non lavori. E sì, hai un grado di assistenza umanitaria, ma la tua vita è messa in attesa. E comprensibilmente, una proporzione in diminuzione di rifugiati intraprende questa opzione. Circa il 10% dei siriani, per esempio sono nei campi di rifugiati.
  • L’opzione due è spostarsi in un’area urbana. Oggi i rifugiati sono  in aree urbane che in altri posti. Circa più del 50% sono nelle città. Ma la sfida nelle città è che i rifugiati spesso non hanno il diritto di lavorare e spesso non hanno alcuna assistenza umanitaria.
  • La terza opzione è di imbarcarsi in pericolosi viaggi in Europa.

Queste opzioni sono scelte impossibili.

Un modello di sviluppo economico realizzato da rifugiati insieme ai cittadini della nazione che li ospita

Il governo inglese ha aperto la strada a questo tipo di modello con un’iniziativa per la Giordania chiamata “Jordan Compact” che è iniziata nel febbraio del 2016 al summit di Londra per la Siria.

Le basi di questo modello: il sostegno ad opportunità di lavoro simultaneamente per i rifugiati siriani e per i cittadini giordani in parte attraverso l’autorizzazione ad entrambi a lavorare nelle zone economiche speciali. Il governo inglese ha incoraggiato l’Unione Europea a fornire un segmento nel commercio a 52 categorie di prodotti per compagnie manifatturiere che operano in 18 zone economiche speciali che impiegano una certa proporzione di rifugiati siriani. Un certo numero di aziende siriane, che precedentemente operavano in Siria, stanno impiegando rifugiati siriani e cittadini giordani, dando loro accesso a permessi di lavoro assegnati in modo conveniente dal governo, che fornisce accesso alla sicurezza sociale, un salario minimo e protezione dei diritti dei lavoratori.
Quello che manca a questo progetto, al momento, è un sufficiente investimento da parte di imprese multinazionali e di imprese in Europa preparate a lavorare con queste imprese che permetterebbe un modello di crescita industriale. Il governo della Giordania e i maggiori donatori si sono impegnati a creare 200,000 posti di lavoro per i siriani dai 3 ai 5 anni. Fin’ora i permessi di lavoro sono stati concessi a 51,000 persone in solo un anno o poco più. Sebbene sia un grande passo in avanti è necessario un investimento che raggiunga il livello di sostenibilità che permetta alla Giordania, che deve affrontare grandissime sfide di sviluppo e sicurezza, di convincere il suo elettorato che la presenza di rifugiati può essere un beneficio per la società giordana e per la sua economia.

La noncuranza dell’Unione Europea rispetto ai conflitti e alle crisi nei paesi al di là del mare

È molto interessante che i movimenti dei rifugiati siriani siano iniziati intorno al 2011 e fino all’ottobre del 2014 quasi tutti i siriani sono rimasti nei paesi vicini. Ma intorno ad ottobre 2014, tutti e tre i paesi ospitanti: Turchia, Libano e Giordania, hanno introdotto restrizioni. Queste ultime e la riduzione dell’assistenza umanitaria in questi paesi ha fatto sì che per i rifugiati diventasse molto più necessario muoversi altrove o imbarcarsi in pericolosi viaggi.

Questo era evitabile.

Se i paesi europei non avessero incrociato le braccia, chiuso gli occhi e non si fossero letteralmente girate dall’altra parte e fatto così poco per aiutare questi tre paesi, si sarebbero create molte più opportunità rispetto ad oggi, opportunità per i rifugiati insieme al sostegno per i paesi ospitanti.

Del resto le politiche UE sull’asilo e l’immigrazione sono state fangose fin dall’inizio della così detta “crisi dei rifugiati” e gli stati membri continuano ad avere difficoltà nel trovare una azione collettiva sostenibile. Ovviamente è corretto che i paesi europei e i loro elettorati siano preoccupati di una migrazione irregolare non gestita, ma hanno responsabilità quando si tratta di protezione dei rifugiati.
Molte delle odierne politiche riguardano la costruzione di muri de facto e la creazione di partneriati puramente con l’obiettivo di controllare l’immigrazione. Così molti di questi partneriati con paesi terzi in Africa, Sudan Niger e Libia, per esempio, sono con regimi che hanno realmente gravi problemi con i diritti umani e che sono progettate per implementare restrizioni alla mobilità e nessuna opzione per la riammissione di migranti economici. Questa è una strada insostenibile per gestire questo movimento di persone. Se realmente vogliamo aiutare i rifugiati e fermarli nei viaggi verso l’Europa, dobbiamo creare ancore. Noi dovremmo creare ragioni per cui le persone scelgono di restare nelle loro regioni e questo vuol dire creare opportunità sostenibili per una protezione effettiva, accesso ai diritti umani ma anche opportunità socio-economiche.

Jihadismo: comprendere il fenomeno dai suoi stessi termini

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L’obiettivo è quello di spiegare il jihadismo come fenomeno in se stesso, esaminando attentamente la natura e i contorni di tale movimento così come si è sviluppato nel corso del tempo e continua a svilupparsi. Per fare ciò è necessario conoscere il jihadismo nei suoi stessi termini, non in quelli di qualche altra rappresentazione.

L’etichetta “jihadista” è indicativa di un movimento riconoscibile nel moderno Islam sunnita. Lo “Stato islamico” ed Al Qaeda sono le sue principali espressioni organizzative, ma il movimento jihadista è molto più grande della somma di queste parti.

Il jihadismo è principalmente un’ideologia distinta da una particolare serie di idee elaborate da rinomati studiosi e ideologhi. È anche una cultura con la sua poesia, musica, interpretazione dei sogni.

Il principio cardine del jihadismo è abbastanza semplice: i regimi del Medio Oriente sono governati da apostati non credenti che devono essere rovesciati e rimpiazzati con un vero governo islamico.

Tuttavia l’ideologia va molto più in profondità di questo:

è un sistema di pensiero grandemente sviluppato con radici che affondano in alcuni aspetti della tradizione islamica. Gli jihadisti sono profondamente intolleranti verso i musulmani che non condividono le loro visioni, inclusi gli islamisti sunniti come i Fratelli Musulmani e Hamas.

Dagli attacchi dell’11 settembre 2001, la tendenza in occidente è stata di parlare di jihadisti in termini che non sono i loro propri. I dibattiti si sono concentrati su “terroristi” ed “estremisti violenti”, “islamisti”, “islamisti estremisti”.

L’errore occidentale

Vediamo quali sono i risvolti negativi nel concentrarsi nell’utilizzo di termini come “guerra al terrore” e di tutte le sue derivazioni.

Prima di tutto, il terrorismo non è un avversario nel senso militare. È una tattica violenta utilizzata da tanti tipi di attori. Un paese può essere in guerra con i terroristi ma non con il terrorismo, e sicuramente non con il terrore.

Un secondo lato negativo è che il terrorismo è difficile da definire e incline alla politicizzazione. Mentre il significato basilare potrebbe essere “una violenza politicamente motivata condotta da attori non-statali e intesa a infondere la paura”, non esiste una definizione univoca basata sul consenso della comunità internazionale.
A titolo di esempio il Routledge Handbook of Terrorism Research elenca 250 definizioni proposte da vari ricercatori, governi e organizzazioni. Come si nota nel manuale, il concetto di terrorismo è stato politicizzato a un tale grado che è praticamente senza significato. È evocato da governi per delegittimare un nemico, per radunare membri attorno ad una causa, per mettere a tacere o plasmare il dibattito politico e raggiungere agende differenti. Questo è assolutamente vero nel Medio Oriente. Bashar al-Assad, come è noto, si riferisce a tutti i suoi oppositori locali nella guerra civile con il termine “terroristi”.

Nel contesto del jihadismo, l’idea di terrorismo porta con sé altri due importanti aspetti negativi.

Il primo è che il terrorismo non è la ragione d’essere dei jihadisti. Il terrorismo è meramente una tattica nel paniere degli strumenti dei jihadisti per raggiungere i loro obiettivi più ampi. (paniere che include la conquista di territori e la formazione di uno Stato).

In secondo luogo, i jihadisti alle volte sono orgogliosi della parola terrorismo (tradotta in arabo irhab), dal momento che si presenta nel Corano in un passaggio a proposito della guerra. Nel verso pertinente (8:60), Dio incoraggia i primi musulmani ad inspirare timore nei loro nemici: “e siate pronti per loro con qualsiasi forza e serie di cavalli che potete per terrorizzare in tal modo il nemico di Dio e il vostro nemico, e altri tra loro di cui voi non sapete, ma che Dio conosce”. I jihadisti sostengono che perciò l’Islam non solo permette il terrorismo, ma che lo incoraggia. L’etichetta terrorista può essere indossata come un distintivo d’onore.

Estremismo violento

Cosa vuol dire estremismo violento?
Concettualmente, “estremismo violento” patisce la genericità. Mentre i suoi promotori correttamente pongono l’enfasi sull’ideologia, sono stati sempre riluttanti nel concentrarsi su un’ideologia in particolare. In questo modo il concetto di “estremismo violento” comprende una vasta gamma di attori sgraditi, dagli estremisti di estrema destra agli eco-terroristi, ai jihadisti. Spesso questo concetto suggerisce che coloro che sono stimolati all’estremismo violento siano mentalmente instabili, socialmente disconnessi o delusi. Sebbene questi fattori siano importanti, in linea di massima il jihadismo non dovrebbe essere visto come un movimento deteriorato razionalmente. Esso ha una ideologia coerente e logica e richiama ampiamente i sani. Non è irrazionale, un radicalismo amorfo.

Islamismo

Islamismo è un termine onnicomprensivo di una varietà di movimenti politici islamici moderni. Non può essere messo allo stesso livello con il jihadismo.

Tutti i jihadisti sono islamisti, ma pochi islamisti sono jihadisti.

Islamismo si riferisce a quei movimenti che cercano di accrescere in una qualche maniera il profilo politico dell’Islam, solitamente attraverso l’ “implementazione della sharia” o legge islamica. Malgrado l’accordo su questo obiettivo generale, gli islamisti discordano ampiamente.

La maggior parte, per esempio, sono favorevoli a lavorare nel moderno quadro di nazione-stato, che solitamente significa partecipare alle elezioni. I Fratelli Musulmani egiziani e il partito giustizia e sviluppo turco sono esempi di movimenti sunniti islamisti che hanno avanzato i loro interessi attraverso il mezzo delle urne elettorali. Ci sono anche esempi di tendenze autocratiche di questi movimenti.

Il punto basilare è che islamismo non è un fenomeno indifferenziato.

Il Jihadismo è una  sotto-categoria dell’islamismo sunnita con un approccio unico alla religione e alla politica.

L’identità jihadista è definita in opposizione all’islamismo convenzionale dei Fratelli Musulmani e del AKP. I jihadisti considerano questi gruppi profondamente fallaci nella metodologia e nella fede, troppo tolleranti nei confronti dei musulmani “ribelli” come gli sciiti e i governanti autocrati ritenuti eretici e troppo favorevoli a lavorare nelle strutture statali per raggiungere i loro obiettivi.

L’approccio dei jihadisti è fissato proprio in contrapposizione a queste imperfezioni: un monoteismo rigido, con un impegno incrollabile per la lotta armata, o jihad, contro lo Stato e tutti coloro che sono ritenuti non credenti. Questo rifiuto è il loro marchio, inquadrato attorno al credo del monoteismo e alla metodologia del jihad.

Breve storia della nascita del movimento jihadista

Il movimento jihadista attuale può essere tracciato a partire dal 1960, in Egitto. Una repressione nei confronti dei Fratelli Musulmani iniziata negli anni ’50 ha dato vita a spaccature radicali ispirate dagli scritti di uno dei leader della Fratellanza: Sayyd Qutb.

Prima della sua esecuzione nel 1966, Qutb formula una versione più rivoluzionaria ed elitaria del pensiero della Fratellanza. Influenzato dalle idee dell’indo-pakistano Abu al-A’la Mawdudi, Qutb asseriva che la moderna società islamica era regredita a jahiliyya, un termine coranico che indica l’età dell’ignoranza e dell’idolatria che prevaleva in Arabia prima della crescita dell’Islam nel diciassettesimo secolo. I musulmani hanno cessato di essere veri musulmani per aver fallito di attribuire la sovranità a Dio e, secondo Qutb, hanno attribuito la sovranità ad altri esseri umani, impegnandosi in pratiche innovative come tenere elezioni, formare parlamenti e approvare leggi non rivelate da Dio.
La corrente principale dei Fratelli Musulmani si distanziò dalle visioni di Qutb, ma il pensiero di quest’ultimo influenzò le formazioni che si erano staccate dalla Fratellanza negli anni ’60 e ’70. Una di queste fu il Gruppo Jihad che assassinò il presidente Anwar Sadat nel 1981 in un atto che segnò un altro importante cambiamento ideologico.

Assassinio del presidente egiziano Anwar Sadat come cambiamento ideologico.

Questo accadimento segnò l’inizio dello sviluppo di una dottrina di jihad come ribellione contro governanti del tipo di A. Sadat, delineata dal leader del “gruppo jihad” Abd al-Salam Faraj. In un suo breve libro “l’assenza dell’impegno”, Faraj articola un razionale giuridico per il jihad rivoluzionario radicato nella nozione tradizionale del jihad difensivo.

Nel discorso giuridico tradizionale sunnita islamico, il jihad si articolava in due tipologie: jihad offensivo (jihad al-talab) e difensivo (jihad al-daf’). Il jihad offensivo era inteso come un dovere collettivo; fin quando alcuni sono impegnati in esso, il resto è esentato dall’esserlo.

In circostanze ideali, un califfo procedeva al jihad offensivo almeno una volta all’anno allo scopo di espandere le frontiere della fede.

Il jihad difensivo era considerato un dovere individuale che spettava a tutti i musulmani di robusta costituzione; quando il regno dell’Islam era sotto attacco esterno, tutti erano obbligati ad andare in difesa della comunità.

Faraj presentò la resistenza al governo egiziano come jihad difensivo, asserendo che dal momento che il presidente non governava attraverso la legge di Dio, il suo stato era quello di un aggressore infedele. Si affidava ad una serie di fatwa dello studioso Ibn Taymiyya, che famosamente giudicò i leader mongoli che invasero il Medio Oriente come non credenti per non essere riusciti a governare in armonia con la legge di Dio.

Faraj applicò la stessa logica all’Egitto moderno e questa è stata la base per la violenza jihadista contro i governi locali da allora in poi.

L’ultimo sviluppo ideologico è stata l’adozione da parte dei jiahdisti dei principi del salafismo, un movimento purista nell’Islam sunnita associato con Ibn Taymiyya e con il movimento wahhabita in Arabia, che risale alla metà del diciottesimo secolo. Il salafismo ha portato al movimento jihadista un punto fondamentale sul credo corretto: monoteismo stretto e intollerante, elaborato da Ibn Taymiyya e dai wahhabiti. Con questo movimento purista giunge il requisito della scomunica (takfir) dei musulmani che hanno visioni in contrasto con la teologia salafita.

Il salafismo jihadista fornì il quadro all’interno del quale il terrorismo contro l’occidente fu teorizzato e giustificato. Cospirazioni e attacchi come quello del 9/11 erano concepiti come parte di un piano più grande per rimuovere i governanti “apostati” nella regione.

La spaccatura all’interno del movimento jihadista.

Il movimento jihadista è sembrato piuttosto unito prima della crescita dell’IS nel 2013. Organizzativamente, al-Qaeda sembrava al commando con un sostegno ampio nel movimento con il controllo di rami locali dal Nord Africa allo Yemen.
La spaccatura tra AQ e IS iniziò nel 2014  anticipata da dispute precedenti tra i jihadisti.
La divisione basilare appare nella prima decade del 2000 in Iraq. Abu Mus’ab al-Zarqawi  con una rigida inclinazione dottrinale, era a capo del gruppo che nel 2004 diventa al Qaeda in Iraq. Malgrado il giuramento di fedeltà ad AQ, Zarqawi era in contrasto con esso in molte maniere. Il suo più grande rigore dottrinale era la visione degli sciiti iracheni come politeisti, concezione che alimentò una guerra civile sunnita-sciita attraverso una violenza settaria di massa.

Malgrado la leadership di AQ redarguì più volte Zarqawi egli ignorò gli ordini e proseguì nella sua strada.

Le stesse questioni di teologia e violenza ricomparvero pochi anni più tardi quando l’IS in Iraq annuncia l’espansione in Siria, nella primavera del 2013. L’annuncio del suo leader Abu Bakr al-Baghdadi di proclamare lo Stato Islamico di Iraq e Siria e l’intenzione di incorporare il gruppo jihadista siriano Jabhat al-Nusra fece accelerare la frattura con AQ. Benchè Zawahiri (leader di AQ) avesse impartito precise istruzioni a Baghdadi di restare in Iraq, il leader del IS rispose che Zawahiri non aveva autorità sulla sua organizzazione e non l’avrebbe mai avuta. L’anno successivo Baghdadi annuncia il ritorno del califfato rinominando il suo gruppo “Stato islamico” e affermando la giurisdizione globale su tutto il mondo musulmano.
Nel 2014 e 2015 le divergenze tra i due gruppi crescono. Con l’aumento dei livelli di violenza dell’IS, alcuni di essi diretti contro AQ stessa, Zawahiri – assieme a molti studiosti jihadisti, denunciano l’IS come estremisti o Kharijites, in riferimento alle prime sette radicali nell’Islam. L’IS risponde etichettando AQ e i suoi sostenitori come “gli ebrei del jihad”. La divisione diventa incolmabile.

Contrastare il jihadismo

Il jihadismo non può e non deve essere confuso con l’Islam in generale. Neppure dovrebbe essere confuso con il più grande fenomeno dell’Islamismo. È un movimento distinto, non solo discernibile, ma anche cosciente e orgoglioso della sua separazione. Sebbene i jihadisti ammettano adesso delle divisioni, il jihadismo pone ancora una sfida unica e pressante. Esso è rivoluzionario, sostenuto da un fervore ideologico, è ha visto una tremenda crescita nella passata decade e mezza.
In termini di seguito numerico, i progressi del jihadismo sono veramente sorprendenti.
I numeri esatti sono difficili da determinare, ma gli aderenti al jihadismo si possono contare in decine di migliaia concentrati negli Stati arabi. Questi numeri includono anche coloro che scelgono di non imbracciare le armi da subito, preferendo un ruolo di sostegno da casa, ad esempio.

Sarà una lunga lotta quella contro il jihadismo, ma è necessario avere come punto di partenza la comprensione del nemico nei suoi stessi termini.

Lo storytelling come teoria di contro-narrativa ai terroristi

storytelling

La contro-narrativa come prodotto principalmente del decisore politico manca di una teoria articolata.

Invece di una teoria abbiamo una serie di supposizioni, implicite ed esplicite, che sono comuni ad una serie di documenti. Definendo queste supposizioni, noi arriviamo a quello che potrebbe essere presentato come una “teoria di lavoro di contro-narrativa“.

La teoria di lavoro di contro-narrativa come funziona:

gli estremisti violenti – che abitualmente intendiamo come islamisti violenti – reclutano i seguaci attraverso la promozione di una visione del mondo ideologica che è incapsulata in quello che spesso è definito “narrativa jihad”. Questa narrativa afferma che i musulmani sono sotto attacco e devono combattere per difendere loro stessi: che l’occidente è un nemico implacabile dell’Islam; e che la violenza non solo è necessaria per la sopravvivenza ma che è anche la via per la salvezza. Questa narrativa può essere sconfitta da narrative più convincenti e accurate che promuovano i valori umani. Come risultato, il richiamo dell’estremismo violento tra quelli che sono definiti “gruppi vulnerabili” ed individui decrescerà e pochi saranno radicalizzati all’estremismo violento e al terrorismo.

Questa teoria, ampiamente accettata dai politici occidentali, dai funzionari persino da analisti e dai media è vecchia di almeno una decade.

Benché questa “teoria di lavoro” abbia ottenuto un notevole consenso, contiene in se un serio problema: le evidenze (anche e soprattutto scientifiche) che la sostengono sono pochissime.

Le supposizioni su cui poggia sono generiche e, nel complesso, non sono basate sulla ricerca scientifica. Inoltre, la “teoria di lavoro contro-narrativa” riflette una più ampia gamma di supposizioni, particolarmente pronunciate tra i governi, circa i fattori causali della violenza estremista. In particolare, alcuni governi hanno l’abitudine di enfatizzare l’ideologia, specialmente l’ideologia che proviene da oltre mare, come la principale fonte della corruzione delle menti di coloro che abbracciano la violenza. Tralasciando altre circostanze o motivazioni, dalle ineguaglianze socio-economiche alla lusinga dell’avventura come principale bisogno umano di sopravvivenza, la spiegazione ideologica è nella migliore delle ipotesi una madornale semplificazione. Questa enfasi sull’ideologia assume anche che l’indottrinamento è il principale veicolo per quello che generalmente è definito radicalizzazione (che è per se un termine questo molto contestato), che trascura altri motivi ben dimostrati circa il cambiamento comportamentale come l’identificazione con un gruppo, la socializzazione e l’effetto dei conflitti civili.

Narrativa e storytelling

Nell’uso abituale, “narrativa” è un sinonimo ampio di “storia” (una serie narrata di eventi connessi) oppure “storytelling” (l’atto della narrazione), ma quando viene applicata al terrorismo/estremismo violento è spesso utilizzata in un senso molto più ampio, per significare (tra le altre cose) una spiegazione o una credenza o una visione del mondo. Alle volte appare essere quasi intercambiabile con “ideologia” nel senso di una serie sistematica di credenze (usualmente politiche). Alle volte “contro-narrativa” sembra a malapena un eufemismo per propaganda di stato: comunicazioni progettate per gli obiettivi politici di uno stato. Il problema con questo tipo di linguaggio è che è una fonte di confusione che ha effetti pratici nel mondo di tutti i giorni, nella realtà.

Mancando di una descrizione chiara e di una classificazione della comunicazione del terrorismo, la retorica associata con la “teoria di lavoro” di contro-narrativa confonde tutti su come potremmo contrapporci  al terrorismo nella sfera della comunicazione.

La narrativa non è il messaggio: una narrativa può contenere dichiarazioni, istruzioni o punti di informazione (messaggi) e un messaggio potrebbe essere costruito ingegnosamente in una forma narrativa, ma c’è confusione tra la forma ed il contenuto e questa confusione è estenuante. Ci impedisce di comprendere cosa stanno dicendo i terroristi e come lo stanno dicendo. Ci guida verso un’ossessione per la “contro-messagistica” online che assume che il testo terrorista è pura comunicazione ovvero contenuto senza forma ed è una quasi completa negligenza di come i terroristi utilizzano la narrativa e perché lo potrebbero fare.

I terroristi dopo tutto non sono impegnati nel business dell’intrattenimento, quindi perché non esaminare la loro propaganda come una forma di produzione letteraria?

Tanto per cominciare, i terroristi sono influenzati dalla letteratura che leggono. Che sia il terrorista norvegese di estrema destra A. Breivik che scopriva un aiuto ideologico nelle novelle di libertarismo radicale di Ayn Rand oppure Abu Bakr al-Baghdadi e la sua tesi di dottorato commento ad un poema del 12° secolo, i terroristi sono spesso consumatori di letteratura ed in alcuni casi possiamo essere molto sicuri che le loro letture modellano le loro azioni e le loro comunicazioni.

La dimensione culturale più ampia dell’estremismo violento sta avendo l’attenzione che merita, ad eccezione di qualche paese come l’Italia.

Lo studioso norvegese di terrorismo Thomas Hegghammer, per esempio, ha iniziato a dedicarsi a quello che i terroristi islamici fanno quando non stanno combattendo: “guarda all’interno di un gruppo militante, o di un esercito convenzionale – e vedrai tanti prodotti artistici e pratiche sociali che non servono un ovvio obiettivo militare. Pensiamo ad esempio ai richiami della cadenza dei marines americani, alle canzoni dei rivoluzionari di sinistra o ai tatuaggi dei neo-nazisti. Guarda all’interno dei gruppi jihadisti e vedrai uomini barbuti con i Kalashnikovs che recitano poemi, discutono di sogni e piangono regolarmente”.

Le azioni e certamente le visioni del mondo sono modellate dalla cultura, nel senso stretto di conquiste intellettuali ed artistiche. I terroristi sono produttori e consumatori di letteratura.

E come alcuni militanti sono anche poeti, molti altri sono anche scrittori e drammaturghi. Una delle figure più influenti nello sviluppo del contemporaneo jihadismo era il pensatore egiziano Sayyid Qutb che ha scritto diversi romanzi e lavori di critica letteraria, sebbene in seguito si sia spostato sulla politica religiosa radicale. Altri si sono rivolti alla letteratura come un’alternativa alla violenza ed altri ancora hanno utilizzato la letteratura come sostegno alla violenza.

Lo storytelling come teoria di contro-narrativa è fondamentale per comprendere come i terroristi comunicano.

Nella ricerca di esempi di storytelling nella propaganda terroristica, il problema è l’abbondanza non la scarsità. Anche se confiniamo la nostra ricerca all’islamismo violento, la scelta è ampia. Uno dei più noti ideologi jihadisti, lo yemenita (cittadino americano) Anwar al-Awaki, ha prodotto dozzine di registrazioni audio dei suoi sermoni e delle sue lezioni molti dei quali sono esplicitamente in forma narrativa, con titoli come “storie dalle Hadith”, “la storia del toro”.

AQAP (Al Qaeda nella penisola arabica) di cui al-Awaki era il leader spirituale (è morto nel 2011), produce una rivista online in lingua inglese “Inspire” che regolarmente pubblica articoli in forma narrativa. Similmente, il magazine dell’IS Dabiq in lingua inglese è pieno di storie, dalle biografie dei suoi combattenti a racconti dal Corano o Hadith riprese e spiegate per giustificare le azioni del gruppo.

Gli approcci letterari critici hanno il potenziale di andare al di là delle limitazioni dell’analisi di scienza politica della propaganda dei terroristi come semplici portatori di un contenuto ideologico, o degli studi di comunicazione o degli approcci psicologici che enfatizzano la retorica e quindi la persuasione.

Vedendo la propaganda terrorista come un testo estetico, possiamo comprendere che loro lavorano in modi diversi dall’indottrinamento ideologico o della semplice persuasione.

La creatività dei terroristi è una fonte di richiamo di per se stessa. Autori come bin Laden, al-Awaki attirano seguaci non soltanto attraverso il carisma personale, o la persuasione  o adattando le loro narrative all’esperienza di vita dei loro seguaci, sebbene tutto ciò sia importante. Essi ispirano anche, ed è non è a caso che questo verbo particolare è il titolo della rivista di AQAP.

Riconoscere la dimensione estetica della propaganda terroristica rende più chiaro il suo contributo alla cultura terroristica (nel senso ampio di tradizioni e comportamenti così come nel senso stretto degli sforzi artistici e intellettuali): le risorse culturali disponibili ad un movimento violento sono necessarie per sostenere e dirigere un movimento tanto quanto lo sono le risorse materiali come le armi e il denaro.

La cultura modella l’ideologia e nel cercare le spiegazioni per il comportamento dei terroristi dovremmo porre attenzione all’eredità culturale. Questo dovrebbe essere evidente anche dagli studi più particolareggiati sulle affermazioni dei terroristi: i temi che si ripetono, ma anche le figure del discorso e l’utilizzo di alcuni  verbi particolari.

In altre parole, possiamo vedere l’emergere di generi di produzione terrorista, in una tradizione distinguibile della narrativa estremista islamista da bin laden a al-Awlaki a Dabiq.

Tornando alla controversa “teoria di lavoro” di contro-narrativa, il riconoscimento della forma letteraria e della funzione della propaganda terroristica potrebbe farci ragionare meglio  prima di investire scarse risorse in attività che potrebbero essere nel migliore dei casi futili e al peggio controproducenti.

Se il richiamo di un testo è più complesso e sottile che il messaggio che contiene, ne segue che non possiamo semplicemente combatterlo attraverso una più accurata ricusazione.

La sfida è nell’utilizzo di risorse emotive ed estetiche di storytelling e non solo fare appelli alla ragione o all’interesse personale.

Non facciamo certo un favore a noi stessi rifiutandoci di cogliere il richiamo della propaganda terroristica o riducendo il discorso dei terroristi a una semplicistica serie di messaggi.

Non è un caso che gli ideologi terroristi possedevano (e posseggono) qualità creative e letterarie in abbondanza: la loro influenza (vedi bin laden) è derivata dalle loro conquiste come autori e storyteller.

Se potessimo accettare questo punto, restringendo le risposte quelle focalizzate sull’ideologia, che si affidano a strategie di respingimento e cercano solo di persuadere, probabilmente otterremmo quell’efficacia che queste ultime strategie non hanno.

I decisori politici dovrebbero guardare al di là dei loro strumenti di comunicazione strategica, di diplomazia pubblica, delle campagne sui social media e riscoprire il potenziale della produzione culturale, inclusa la letteratura, offrendo un’alternativa alla seducente creatività dei gruppi violenti.

Terrorismo internazionale: la gestione della paura

terrorismo

Dopo quasi 20 anni di ricerche e studi sul terrorismo e sul terrorismo internazionale non esiste una risposta generalmente accettata alla domanda: “cosa è il terrorismo e qual è l’essenza di questo fenomeno?”.

Nondimeno molti studiosi e specialisti sarebbero probabilmente d’accordo nell’affermare che:

il terrorismo è uno strumento che, attraverso le minacce e gli attacchi, mira a generare paura ed ansia; vuole intimidire le persone allo scopo di ottenere alcuni obiettivi politici.

La maggior parte delle definizioni formulate dai governi, piuttosto che da organizzazioni regionali, ricordano  l’opinione di Brian Jenkis, che nel 1975 argomentava:  “il terrorismo è teatro. Ai terroristi piace vedere tanta gente che guarda (e tante persone morte)“.

Il terrorismo mira a provocare reazioni a certe minacce o attacchi da parte di terze parti: il pubblico in generale, politici, gruppi di opposizione, media.

Il livello della paura non dipende solamente dai terroristi e dalla forma e portata del loro utilizzo della violenza.

L’impatto di ogni attività terroristica è il prodotto della percezione, immaginazione e vulnerabilità delle audience obiettivo o diversamente da parti coinvolte.

La paura non dovrebbe essere considerata solamente come una reazione negativa alle minacce e agli attacchi. Infatti la paura del pericolo è una emozione molto naturale ed utile. La paura è un meccanismo di sopravvivenza. La paura del terrorismo può incoraggiare persone a intraprendere le necessarie precauzioni e azioni. Ma se la paura del terrorismo non è proporzionata alla minaccia attuale, potrebbe avere molte conseguenze non necessarie e non volute. A questo proposito ci vengono in aiuto due prominenti studiosi Bekker e Veldhuis, i quali asseriscono che la paura del terrorismo causa uno spostamento verso un ragionamento dogmatico (assolutista) che è caratterizzato dal pensiero “noi contro loro”, stereotipi, discriminazione e una mancanza di sfumatura che contribuiscono a reazioni rigide di difesa del sistema che potrebbero più nuocere che fare del bene.

Gli attacchi terroristici contribuiscono alla diffusione della paura nella società più vulnerabile e a reazioni eccessive emotive, politiche o amministrative. Ad esempio, spesso essi conducono ad una preferenza per leader orientati all’azione con spiegazioni del terrorismo banali e sensazionali  e appelli all’azione immediata.

Il sociologo Frank Furedi, riferendosi in particolare agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, asserisce che le società occidentali oggi sono paralizzate da una “cultura di paura” e sono prese nel cosi detto “paradigma della vulnerabilità”. Furedi sottolinea anche la nozione di terrorismo non solo si riferisce all’attacco in se ma definisce equamente anche il modo in cui la società risponde ad esso: “società che comprendono chi sono e che hanno un senso di solidarietà usualmente gestiscono un atto di terrore molto meglio di quelle società dove le cose sono confuse e dove non c’è una storia su chi sono”. Sempre secondo Furedi nelle società occidentali il copione culturale contemporaneo presenta il terrorismo come una minaccia incombente, simile alle catastrofi naturali. La conseguenza di questa presentazione è altamente ambivalente e paradossale. Da una parte, questa attitudine fatalistica diffonde un senso di impotenza; dall’altra suggerisce che solo con massicci dispiegamenti di forze e con un contributo gigantesco di risorse si può forse ridurre la minaccia apocalittica. Per Furedi, l’occidente perciò sta offrendo ai terroristi un “invito al terrore”. Gli studi di Furedi pur criticati offrono tuttavia una chiara analisi delle conseguenze di questa cultura del terrore: la combinazione del fatalismo e le reazioni esagerate.

La gestione della paura

I meccanismi di adattamento (ad eventi come un attacco terroristico) sono individuali, operano principalmente attraverso funzioni psicologiche personali. A. Schmid (uno dei maggiori studiosi di terrorismo) ha argomentato che il grado in cui un individuo o un gruppo è colpito e subisce l’influenza dalla paura dipende da un certo numero di fattori “oggettivi”:

  • la fonte del terrore;
  • la probabilità che un evento che induce terrore si ripeta ancora;
  • l’oggetto della vittimizzazione primaria (per esempio un membro della famiglia o di un gruppo) e la relazione ad esso;
  • le fasi dell’evento produttivo del terrore e,
  • l’abilità o inabilità di evitare, prevenire e combattere situazioni che sono prone al terrore nel futuro.

Alcuni di questi fattori sono plasmabili dagli strumenti di sicurezza.

Politiche efficienti di contro-terrorismo possono mirare a ridurre la probabilità di eventi che inducano terrore e migliorare la loro abilità di prevenire, evitare e combattere situazioni di questo genere. Per questo:

la gestione della paura dovrebbe essere considerata seriamente quando si progettano e si realizzano le politiche di contro-terrorismo in generale,

sia che siano relative al procedimento penale, alla raccolta di informazioni di intelligence, alle misure di prevenzione.

Il pubblico presumibilmente avrà una reazione più forte ed una percezione del rischio dopo incidenti terroristici rispetto ad altri eventi di crisi. Questo è dovuto all’intenzionalità e all’incertezza che accompagna questo tipo di eventi. L’intensa copertura mediatica di attacchi terroristici internazionali e i frequenti allarmi di politici su futuri attacchi forniscono una continua ed incessante esposizione all’ansia e alla paura.

I governi potrebbero non essere i fornitori dell’immaginario ma possono  ugualmente influenzare l’impatto sociale di attacchi terroristici .

Non è una novità statuire che il terrorismo è comunicazione.

Tutte le misure di contro-terrorismo sono anche mezzi di comunicazione e identificazione e le reazioni in gran parte determinano l’impatto sociale delle azioni dei terroristi, specialmente se consideriamo ciò in un contesto socio-politico più ampio e in un periodo di tempo più lungo.

L’impatto sociale non è qualcosa che i governi possono condurre appieno lasciati da soli, per conto proprio.

Invece, l’impatto sociale nel 21° secolo è una questione principalmente di copertura mediatica.

L’opinione pubblica è per lo più influenzata dai media e da immagini coinvolgenti dei drammatici atti terroristici che disseminano. I governi hanno il monopolio sull’uso della violenza e sono gli attori ai quali i cittadini si rivolgono in tempi di crisi nazionale.

Tuttavia proprio i governi spesso alimentano queste crisi e le utilizzano per promuovere le proprie agende politiche e militari. Essi amplificano il “panico morale” in società con metafore militari (“noi siamo in guerra”) o al contrario, esercitano un’influenza enfatizzando e facendo appello alla resilienza sociale in una data società.

 

Le misure di contro-terrorismo nel quadro della gestione della paura

Le misure di contro-terrorismo devono avere un elemento di comunicazione e devono trattare con il pubblico e le sue percezioni. Esse devono avere un effetto comunicativo che vada al di là degli strumenti espliciti ed intenzionali. Ogni azione di contro-terrorismo anche quella condotta a livello locale, per strada, può essere un punto strategico sulla “guerra dell’influenza” tra i terroristi e lo Stato. Affermazioni e discorsi posso anche loro avere un profondo effetto, comunicando alla società o anche al mondo “a cosa teniamo”. I terroristi sono più a conoscenza di ciò rispetto ai governi.

La maggior parte delle buone pratiche e delle lezioni apprese concerne la gestione pratica della crisi piuttosto che un più sofisticato approccio di gestione della paura socio-psicologico. Sebbene ad esempio il concetto di resilienza– 

*uno dei più importanti concetti nel dibattito sull’impatto del terrorismo sulle politiche e la società. Il concetto di resilienza ha le sue radici nel ingegneria civile nella psicologia e nell’ecologia. In breve, esso indica la capacità di materiali, persone, organismi a resistere improvvisamente a cambiamenti o stress, così come la capacità di riprendersi e ritornare alla situazione come prima. Dalla prospettiva di legislazione di contro-terrorismo, resistenza e resilienza potrebbero essere delle importanti capacità per affrontare l’impatto negativo (o la paura del) terrorismo da parte di individui e società nel complesso.

– e la circostanza che terroristi che attaccano società resilienti troverebbero più difficoltoso avere un impatto e raggiungere i loro obiettivi, sono abbastanza diffusi, è ancora aperta la sfida di trasformare questi concetti e le buone pratiche in una teoria e un modello di gestione della paura.

Consideriamo allora che un ipotetico modello di gestione della paura comprenda gli sforzi compiuti da istituzioni governative, prima durante e dopo situazioni di emergenza e di recupero che riguardano una minaccia/attacco terroristico per manipolare il capitale umano in una società per migliorare i meccanismi di adattamento positivi, collettivi.  Dunque sono tre gli elementi importanti che dovrebbero essere presenti in ogni manuale o in ogni strategia:

1. Non rafforzare i meccanismi di adattamento negativi;

sforzi di contro-terrorismo potrebbero involontariamente rafforzare meccanismi di adattamento negativi mobilitando il pubblico attorno ad immagini di paura, estendendo la retorica allo spettro del terrorismo, di far saltare in aria la minaccia e progettare una situazione simile alla guerra nella società. Una esagerazione di questo tipo della crisi potrebbe far aumentare sentimenti di impotenza, paura, e rabbia che alimentano la polarizzazione attorno a linee culturali, etniche, religiose all’interno della società.

2. Influenzare i meccanismi di adattamento positivi;

modi positivi di adattare il comportamento e le attitudini e minimizzare lo stress possono essere influenzati attraverso a) la diretta informazione e l’assistenza alle vittime e la misura in cui i funzionari di governo forniscono al pubblico una immagine chiara di quello che sta accadendo, danno un “senso” all’incidente e forniscono un “significato” ad esso in una maniera positiva, aumenta le capacità di risoluzione di problemi degli individui e potrebbe ridurre lo stress e i sentimenti di trauma. b) Organizzazione di eventi significativi positivi come assemblee, cerimonie, riti (religiosi): direttamente dopo un trauma, la “condivisione sociale” è legata a una emozione positiva perché riafferma i valori di ciascuno e aiuta a focalizzarsi su questi valori mentre ci si adatta all’impatto dell’evento stressante. c) L’organizzazione di atti visibili di giustizia: come forma di educazione psicologica e che abbia un senso, ad esempio un processo equo e trasparente può giocare un ruolo significativo nell’aiutare le persone a superare un terribile crimine.

3. Fornire auto-efficacia.

Le persone non vogliono essere delle semplici vittime o passanti, ma generalmente esprimono il desiderio di essere capaci e volenterosi nel fare qualcosa o almeno una cosa giusta e non essere lasciati in balia dei perpetuatori dell’attentato. Innescare questi meccanismi di adattamento positivi aumenterà la resilienza di una popolazione e potrebbe aiutare ulteriormente a ridurre la possibilità di paura eccessiva, reazioni esagerate e tensioni.

Studiando modi e mezzi per diventare più resilienti è la via più efficace per evitare di soccombere ai tentativi di altri di controllarci attraverso la paura.

 

Relazioni di vicinato: l’Iran e la Turchia nel “dopo Mosul”

relazioni

Dopo la piena riconquista di Mosul quali saranno le relazioni tra  due vicini eccellenti dell’Iraq: Iran e Turchia?

La Turchia è preoccupata che tutto quello che ha ottenuto finora il governo iracheno a maggioranza sciita, amico dell’Iran, sia parte di una più ampia strategia di Teheran per espandere la propria influenza nelle aree sunnite dell’Iraq del nord.

Quello che inquieta maggiormente il presidente turco Recep Tayipp Erdogan è il potenziale asse pro-iraniano lungo la frontiera del nord dell’Iraq che comprende elementi del Kurdistan Workers’ Party o PKK così come le milizie yazide dell’area.

Per questo motivo la retorica turca si è alzata di livello, inasprendosi, tanto che Erdogan si è riferito, lo scorso mese, alle milizie irachene pro-governative (al-Hashad al-Shaabi – unità di mobilitazione popolare) come un’organizzazione terroristica.

Erdogan ha certamente le capacità di anticipare ogni imminente asse iraniano-curdo nel nord dell’Iraq. L’esercito turco ha una stima di 2,000 truppe all’interno dell’Iraq. Una buona parte di questa forza è focalizzata nel combattere i militanti del PKK sulle montagne Qandil del Kurdistan iracheno, con altre 500 truppe stazionate nel campo Bashiqa, circa 50 chilomentri dalla periferia di Mosul.

Ankara ha anche una influenza politica e militare sul clan Barzani dominante nel Kurdistan iracheno e sulle famiglie influenti arabe sunnite intorno a Mosul, incluso la famiglia Nujaifi.  Infine, Erdogan ha segnalato la sua volontà di utilizzare bombardamenti aerei per dissuadere un significativo consolidamento delle forze pro-iraniane; l’aviazione turca ha recentemente colpito posizioni del YPG, la principale milizia curda siriana a Sinjar.

La Turchia, teoricamente, potrebbe chiedere aiuto ad altri paesi. L’Arabia Saudita e i suoi alleati arabi del Golfo hanno anche loro preoccupazioni circa l’espansione dell’Iran nelle aree irachene sunnite. Il potenziale per un’alleanza più stretta e coordinata nell’area tra queste potenze sunnite non può essere esclusa.

I rischi della strategia turca

Se la Turchia volesse lanciarsi a capofitto in uno scontro con le milizie alleate dell’Iran dovrebbe affrontare un nemico molto capace e ben equipaggiato. Inoltre, proprio queste milizie hanno già minacciato di ingaggiare direttamente le forze turche se Erdogan dovesse ordinare ulteriori incursioni nel territorio iracheno.

La profondità strategica dell’Iran in Iraq fornisce a queste milizie un rifornimento illimitato di combattenti: sciiti motivati da reclutare e far combattere per una lunga e sanguinosa campagna contro la Turchia.

Gli interessi della Turchia e dell’Iran 

Primo: la Turchia e l’Iran abilmente utilizzano la loro relazione come un contrappeso alla presenza (e potenza) occidentale nella Regione. In questo contesto si vedono l’un l’altro come una sorta di valvola di sicurezza contro la pressione esterna esercitata dall’occidente.

Erdogan non è certamente spaventato dal “gioco” di Iran e Russia contro Stati Uniti, ad esempio, nell’intento di esercitare pressione su Washington affinché non sostenga più l’YPG (che ha legami con il PKK; ma partner americano affidabile sul terreno contro lo “Stato islamico”). Questo tipo di “gioco” si è pienamente manifestato  a dicembre 2016, quando la Turchia ha contribuito ad un nuovo corso di colloqui di pace sulla Siria con l’Iran e la Russia senza il coinvolgimento degli Stati Uniti.

L’Iran, dalla parte sua, conta sulla Turchia per resistere agli sforzi occidentali di isolarla completamente nella regione.

Secondo: sebbene la Turchia e l’Iran appoggino elementi curdi separati in Iraq, entrambi i paesi condividono delle valutazioni ampiamente sovrapposte sulla questione del nazionalismo curdo. Mentre Ankara ha recentemente mostrato una maggiore volontà di lavorare con il Kurdistan iracheno semi-autonomo, la sua posizione è improbabile che cambi quando deve opporsi alla piena indipendenza curda. La visione dell’Iran è simile. Lo scorso mese, entrambi i paesi hanno fortemente protestato contro la decisione del governo regionale curdo di Irbil di alzare la bandiera curda vicino a quella irachena su un palazzo governativo locale a Kirkuk; alcuni politici curdi hanno interpretato questi messaggi come delle velate “minacce”.

Gli interessi economici che non possono essere ignorati

Consideriamo ad esempio i legami energetici: la Turchia al momento importa 30 milioni di metri cubici di gas Iraniano, volume che entrambe le parti sembrano intenzionate ad accrescere nei prossimi anni.

Per cui malgrado qualche retorica accesa tra la Turchia e l’Iran, il risultato più probabile è qualche sorta di accordo in Iraq.

L’Iran potrebbe accordarsi nel “trattenere” i leader delle milizie più anti-turche nelle forze popolari di mobilitazione irachene, mentre limita il loro supporto agli elementi del YPG in Iraq. La Turchia in cambio potrebbe accordarsi nel migliorare le sue relazioni tese con il governo centrale a Baghdad e coordinare meglio la lotta all’IS con l’Iraq e l’Iran.

Se e quando l’IS sarà sconfitto nel nord dell’Iraq, l’immediato vuoto politico nel cuore sunnita sicuramente sarà un banco di prova per le relazioni turco-iraniane.

Sebbene i legami tra due vicini eccellenti dell’Iraq continueranno a flettersi, è improbabile che si spezzino.

Ankara e Teheran hanno una storia di compartimentalizzazione delle loro relazioni nelle passate decadi. Continueranno ad essere profondamente in disaccordo su certe questioni nella regione, ma nessuna parte ha al momento un interesse profondo nel permettere che questi disaccordi mettano a rischio le loro funzionanti relazioni bilaterali.

Se in Afghanistan la vera minaccia non fosse lo “Stato islamico”?

minaccia

L’Afghanistan è un problema perfido, intricato e quasi incomprensibilmente complesso con una crescente e grande varietà  di partecipanti che giocano un qualche ruolo o che hanno degli interessi in ballo. All’interno dell’Afghanistan c’è un miscuglio di attori con obiettivi divergenti ed incompatibili.

Il Generale americano Nicholson ha chiesto, a febbraio, al senato americano truppe aggiuntive e l’amministrazione Trump sta considerando di dispiegarne 5,000 in più rispetto alle 8,400 unità già presenti nel paese. Potrebbe essere abbastanza per prevenire il collasso del governo, ma non risolverebbe i problemi chiave del paese.

All’inizio di questa settimana il Pentagono ha confermato che Abdul Hasib Logari, uno dei maggiori comandanti dello “Stato islamico” (IS) in Afghanistan è stato ucciso. Si è trattato di un’operazione congiunta tra Stati Uniti  e Afghanistan nell’est del paese condotta alla fine di aprile. In questa operazione sono stati uccisi due Rangers americani, in seguito è stata lanciata la GBU-43/B la Massive Ordnance Air Blast Bomb (MOAB) su una complessa rete di tunnel dell’IS. Questa bomba rappresenta la più grande arma convenzionale nell’arsenale americano e ha rappresentato una drammatica intensificazione delle operazioni americane contro l’IS -Provincia Khorasan.

Gli ufficiali militari americani hanno spiegato che è la deterrenza l’obiettivo di queste operazioni: impedire che la leadership dell’IS si ricollochi in Afghanistan a seguito della pressione che sta subendo in Iraq e Siria.

Il portavoce della Casa Bianca ha descritto la sconfitta dell’IS come una priorità principale della strategia dell’amministrazione Trump in Afghanistan.

La minaccia posta dal gruppo estremista al governo di unità nazionale guidato dal presidente Ashraf Ghani e agli interessi americani nella regione è relativamente bassa paragonata a quella attuale rappresentata dai Talebani, per non menzionare le fragili e deboli dinamiche politiche, la mancanza di risorse adeguate che flagellano gli sforzi del governo afgano per riprendere il controllo del paese.

Il fulcro della leadership dell’IS-Provincia di Khorasan in Afghanistan era centrata attorno ad una fazione scissionista di Tehreek-e-Taliban (TTP).  Se da un lato è verosimile preoccuparsi che l’IS-Provincia di Khorasan stia reclutando nei centri urbani dell’Afghanistan,  dall’altro molti rapporti indicano che i militanti locali spostano la loro affiliazione dai Talebani verso l’IS-Provincia di Khorasan su linee opportunistiche o di “semplice” disaffezione.

Tuttavia oggi l’organizzazione di Abu Bakr al-Baghdadi rimane accentrata nelle montagne Nangarhar, dove gli Stati Uniti e le forze afghane hanno lanciato ripetute operazioni durante lo scorso anno. La più recente valutazione della NATO, prima dell’attacco con MOAB, indica che il gruppo estremista può contare su circa 700 militanti nel paese, meno delle svariate migliaia stimate nel momento del punto più alto di capacità del gruppo stesso.

La pressione esercitata sul gruppo a Nangarhar ha avuto come risultato che l’IS-Provincia di Khorasan abbia spostato in maniera crescente  le sue azioni verso una strategia di attacchi di alto profilo, nella capitale Kabul, con moltissime vittime; prima avendo come obiettivo la minoranza sciita e più recentemente attaccando l’ospedale militare. In Pakistan il gruppo ha anche condotto un certo numero di attacchi bomba in luoghi sacri e su altri obiettivi primari civili, in alcuni casi apparentemente di concerto con gruppi secessionisti dei Talebani e altri militanti locali.

La minaccia  di lungo termine dell’IS in Afghanistan è limitata

Sebbene i militanti dell’IS-Provincia di Khorasan continuino a lottare contro le forze afgane e americane, la minaccia di lungo termine di questo gruppo allo stato afgano appare essere limitata, dato la sua estensione ristretta all’interno del paese e la competizione che deve affrontare per il reclutamento ed il sostegno da parte di altri gruppi militanti in Afghanistan.

I Talebani sono molto più robusti dal punto di vista sociale, finanziario ed amministrativo e godono di strutture militari a rete e del sostegno delle agenzie di sicurezza pakistane.

Fondamentalmente i Talebani pongono una minaccia di gran lunga superiore al governo afgano rispetto all’IS.

Malgrado l’impegno “comune” per un governo islamico e l’opposizione al governo afgano e ai suoi sostenitori internazionali, i Talebani e i militanti dell’IS si sono affrontati ripetutamente nel paese. Nelle ultime settimane si sono scontrati talmente tanto che la presa dell’IS a Nangarhar sembra si stia indebolendo.

La visione strategica dell’amministrazione Trump oscilla tra l’approccio istintivo di Trump e la pressione dei militari per continuare ad usare solo la forza armata.

L’odierna revisione da parte dell’amministrazione Trump della strategia americana in Afghanistan pare proprio che stia considerando un rilancio del sostegno finanziario e di consulenza al governo afgano e alle forze di sicurezza così come la scomparsa di alcune restrizioni operative sulle forze americane, delegando più autorità sulla questione del targeting e sul processo decisionale sul campo.

La mancanza di restrizioni operative potrebbe essere già cosa fatta, perché molti rapporti sui recenti attacchi contro l’IS suggeriscono che siano stati condotti dai comandanti americani sul campo piuttosto che dietro ordine dei politici di Washington.

Il rischio tuttavia è alto: questo tipo di approccio potrebbe fare in modo che le priorità tattiche di breve termine guidino la strategia americana senza avere chiara la fine. In altre parole si procede per risultati brevi sul campo senza aver pianificato null’altro e tanto meno una exit strategy.

Le bombe, le operazioni speciali, non sono la panacea a tutti i mali

Le sfide economiche, politiche e di sicurezza che affronta e deve affrontare il governo afgano, incluso il più resiliente e ampiamente diffuso gruppo estremista dei Talebani, sono troppo complesse per essere risolte attraverso un miglioramento di attacchi aerei o di operazioni speciali sebbene siano efficaci per colpire gli obiettivi. Per raggiungere una stabilità ampia e durevole, c’è bisogno di mettere in priorità l’impegno regionale diplomatico con gli Stati confinanti come il Pakistan, l’Iran, l’India e la Russia e allo stesso tempo spingere per una ripresa del processo di pace tra i Talebani e il governo afgano.

L’amministrazione Trump che ha nel paese un corpo diplomatico a corto di personale, con la minaccia di ulteriori tagli e una leadership di sicurezza nazionale che viene selezionata tra coloro che hanno più esperienza militare non può ignorare il bisogno di un consenso sulle regole politiche per la divisione del potere ed una struttura statale più sostenibile.

Dal più basso al più alto grado, i militari americani hanno un profondo interesse psicologico in Afghanistan, avendo dedicato molto alla stabilizzazione del paese in questi 16 anni. Una grande porzione dei militari americani, sia quelli che indossano ancora l’uniforme e sia quelli che sono tornati ad una vita civile, hanno perso i loro amici lì. Molti credono che lo sforzo parallelo condotto in Iraq abbia creato le condizioni di vittoria in quel paese, per vedere persi i loro sforzi dalla decisione politica di disimpegnarsi dall’Iraq. Questo influenza il loro modo di pensare rispetto all’Afghanistan e significa che molti militari con tutta probabilità consiglieranno Trump di continuare l’impegno afgano.

La minaccia di intensificazione militare potrebbe funzionare contro avversari come i regimi, ma ci sono pochissime indicazioni che questo funzioni con gruppi estremisti non statali.

Sebbene la strategia di sicurezza nazionale di Trump è ancora agli stadi iniziali, è già chiaro che questa amministrazione ha due vie distinte di approccio alle sfide e agli avversari. Una è di mandare un messaggio che gli Stati Uniti hanno l’abilità e, sotto la leadership di Trump, la volontà di intensificare se l’avversario non modera il suo comportamento. Questa è la via adottata da Trump per il Nord Corea, la Cina, l’Iran e la Siria. Il successo di questo approccio dipende totalmente dalla credibilità dell’intensificazione.

Le scelte sembrano essere due: perdere ora o perdere più tardi.

Francia: il risultato del primo turno delle presidenziali oscura tanto quanto rivela

Francia

Uno sguardo più da vicino al risultato del primo turno delle presidenziali francesi ci rivela un paese che è, per la maggior parte, diviso equamente.

I 4 principali contendenti hanno offerto agli elettori una scelta cruda e chiara tra opzioni familiari per risolvere le sfide di lungo corso della Francia.

Separati da 4 punti percentuali, dividendo essenzialmente l’85% del voto, le opportunità di chiarimento che offrivano le scelte dei candidati si sono palesate in un risultato che ha confuso le acque.

Questo vuol dire che se Macron dovesse vincere il secondo turno, come ci si aspetta, le sue visioni per realizzare efficacemente il suo programma sono lontane dall’essere certe. Sebbene sia difficile costruire una formazione politica  per le elezioni parlamentari (che si terranno a giugno) da un canovaccio, i numeri non garantiscono che governerà con una maggioranza, complicando ulteriormente i suoi sforzi. Molto quindi dipenderà dalla sua abilità di comporre una coalizione con cui lavorare tra il centro moderato della Francia, sia da destra che da sinistra, una proposta questa che è stata storicamente perdente a causa della cultura politica francese.
I maggiori temi di questa elezione erano, data la resistenza alle riforme dei francesi, gli stessi delle due precedenti elezioni presidenziali: un’apatica economia caratterizzata da un’alta disoccupazione strutturale, particolarmente tra i giovani; un sistema di social welfare eroso; una frustrazione della popolazione rispetto alle prerogative di Bruxelles, esacerbata dai limiti sul budget imposti dall’UE ed un senso di essere assediati da un mondo ostile che minaccia l’identità del popolo francese attraverso l’immigrazione e, più recentemente, la loro sicurezza attraverso il terrorismo.

L’asse orizzontale e quello verticale della politica francese

I 4 contendenti che si sono sottoposti al voto domenica scorsa rappresentavano gli archetipi di 4 poli che meglio schematizzano il panorama contemporaneo politico francese e di molta dell’Europa: un asse orizzontale della sinistra e destra tradizionale e un nuovo asse verticale che rivela una visione internazionalista della Francia che è integrata nell’Europa e nel mondo contro un trincerato nazionalismo che tradizionalmente faceva appello all’estrema destra, ma che ha sempre di più vinto su molti tra la classe operaia di sinistra.
Sul fronte tradizionale di estrema sinistra, Jean-Luc Melenchon ha argomentato come la Francia dovesse uscire dalla depressione economica attraverso massicce assunzioni nel settore pubblico e l’espansione del sistema francese di social welfare. Sul fronte conservatore di destra, il candidato repubblicano Francois Fillon ha offerto un programma ugualmente archetipico di severa austerità, promettendo un taglio di 100 miliardi di euro dal budget e di mezzo milione di posti di lavoro nel settore pubblico in 5 anni.

Tra i due estremi c’è Macron

Tra questi due estremi c’è Macron, che ha descritto il suo stesso programma come né di destra né di sinistra. Egli promette di imporre una disciplina fiscale, ma più graduale rispetto a quella proposta da Fillon, investendo nella crescita attraverso la modernizzazione. Egli asserisce che la vita politica francese deve essere rinnovata, ma non va così lontano come Melechon che si è spinto fino a prospettare l’inizio di una “sesta Repubblica”

Le proposte di Macron sono moderate, riforme social democratiche  di un tipo che non avevano mai ottenuto abbastanza consenso popolare in Francia per essere realizzate con successo. Il risultato è stato una serie infinita di tiepide, annacquate riforme che non hanno soddisfatto nessuno e non hanno posto rimedio alle persistenti malattie economiche  francesi.

Sebbene gli elettori moderati compongano una significativa pluralità dell’elettorato, la Francia ha un profondo sospetto per il centro (politico).

Dove Macron si distingue è nel asse verticale della politica francese. Ha sinceramente sostenuto l’UE, appoggiando la decisione impopolare della Merkel, nel 2015, di aprire il paese ai rifugiati e ai migranti. È stata una dimostrazione di coraggio politico, in un tempo in cui Bruxelles è diventata il parafulmine della rabbia, frustrazione e del risentimento popolare.

La Le Pen invece sfida questo risentimento, asserendo di rappresentare il polo pro-sovranità dell’asse verticale, offre un programma di nazionalismo economico e politico, che comprende un giro di vite sull’immigrazione; l’uscita dall’UE e dall’Euro.

In contrasto con Fillon, la Le Pen abbraccia un generoso modello di social welfare, ma solo per i cittadini francesi. Similmente promette di introdurre una preferenza “nazionale” nelle assunzioni e per i contratti pubblici.

Gli immediati sostegni che Macron ha ricevuto dal tutto lo spettro politico dopo il turno elettorale di domenica scorsa hanno dato peso all’accusa di una classe politica indistinguibile. Se fosse stato così semplice, il compito di Macron sarebbe facile, ma non lo è.

I francesi hanno un profondo sospetto per il centro politico, che molti percepiscono come mancante di identità e di sicurezza.

In Francia l’ultimo centrista eletto Presidente della Repubblica risale al 1974

L’ultimo centrista eletto Presidente era Valery Giscard d’Estaing nel 1974 ed è stato in carica solo per un mandato. Francois Bayrou, che ha sostenuto Macron, è andato vicino al secondo mandato nelle elezioni del 2007 su un simile programma – fiscalmente responsabile, con la mente alle riforme e pro- europeo – ma alla fine non fu all’altezza.

In quel momento storico, tuttavia, la minaccia del Fronte Nazionale non era così urgente, il partito social democratico non era sufficientemente debole, da rendere l’offerta di Bayrou necessaria. Prima del secondo turno, Bayrou offrì il suo sostegno al candidato del partito social democratico Segolene Royal, che avrebbe significato una coalizione centrista. I “royalisti” si rifiutarono e andarono avanti per perdere contro Nicolas Sarkozy.

Oggi: la situazione in Francia dei principali partiti

La situazione della Francia e dei suoi principali partiti, oggi è drammaticamente differente. Il Fronte Nazionale è ai cancelli del Palazzo dell’Eliseo. Il Partito socialista è essenzialmente su un destino di morte. E l’unica cosa che impedirebbe un bagno di sangue tra gli egualmente divisi repubblicani è l’opportunità di passarsela bene e magari emergere con una maggioranza nelle elezioni parlamentari previste per giugno. Questo lascia un’apertura per Macron e il suo nuovo brand di centrismo, dovesse essere in grado di raggruppare una coalizione in parlamento di persone che la pensano similmente.

La stessa apertura vale per i molti ego ambiziosi e opportunisti che, vedendo una finestra di opportunità nel panorama politico instabile francese, cercheranno di bloccare Macron.

Aggirando una struttura stabilita di partito, Macron ha reso un’elezione presidenziale un “incontro tra un uomo e un popolo” come disse Charles de Gaulle.

Tuttavia con gli elettori francesi così equamente divisi e il sistema partitico francese attuale che è pericolante, Macron non sarà il solo politico a camminare per i corridoi del potere in cerca di incontri con il popolo francese.