Giugno 28 2018

Terrorismo e migrazione: il legame che tutti vogliono ma che non c’è.

migrazione

La relazione tra terrorismo internazionale e le varie forme di migrazione è complessa. Nondimeno cercheremo di comprendere dapprima cosa si intende per migrazione e terrorismo e poi se esista o meno un collegamento organico tra terrorismo e migrazione.

Nell’approcciarsi a questo tipo di tematica mi sembra importante suggerire al lettore di prestare attenzione alle generalizzazioni perché c’è il rischio di alimentare un sentimento anti-immigrazione quando vengono formulate affermazioni non dimostrabili sulla migrazione come minaccia alla sicurezza nazionale.

Migrazione

Si riferisce all’immigrazione (in-migrazione) o all’emigrazione (movimento verso l’esterno) di persone o gruppi di persone da un paese ad un altro luogo usualmente distante, con l’intenzione di stabilirsi alla destinazione, temporaneamente o permanentemente. Questo processo può essere volontario o forzato, regolare (legale) o irregolare (illegale) all’interno di un paese o al di là delle frontiere internazionali. I rifugiati sono un sotto-gruppo di migranti internazionali che cercano asilo o che hanno ottenuto una protezione all’estero secondo i termini della Convenzione ONU sui rifugiati del 1951.

Terrorismo

Si riferisce ad una strategia di comunicazione politica per la manipolazione psicologica delle masse dove civili non armati (e non combattenti come prigionieri) sono deliberatamente perseguitati allo scopo di impressionare terze parti (ad esempio intimidire, costringere o influenzare un governo o una sezione della società o l’opinione pubblica internazionale) con l’aiuto di violenza dimostrativa di fronte al pubblico e/o per la copertura in massa anche sui social media. Il terrorismo di attori non statali è spesso una strategia di provocazione che ha come obiettivo una polarizzazione della società e un incremento del conflitto, mentre il terrorismo dello stato o del regime è utile all’obiettivo di repressione e controllo sociale. Il terrorismo come guerra psicologica è anche una tattica irregolare e illegale nel conflitto armato che può essere utilizzata da una o entrambe le parti.

 

Sicuramente sappiamo che Paesi e Regioni dove l’estremismo violento è diffuso: Siria, Iraq, Afghanistan, Nord Nigeria, Mali, Yemen per fare alcuni esempi, sono tra i principali Paesi che dislocano numeri significativi di persone.

Una delle sfide concettuali che pone l’intersezione tra terrorismo e migrazione è che è sempre più difficile discernere come le motivazioni individuali o la relativa ponderazione di esse, siano collegate alla causa della dislocazione. Le persone che scappano da un conflitto armato, da una guerra civile, di solito, nel ponderare la decisione di muoversi lontano dalla zona di guerra, scompongono in fattori le variabili economiche e sociali; non è insolito che considerino elementi come la disponibilità di lavoro, opportunità future (accesso all’educazione, assistenza sanitaria). In ragione di ciò è importante distinguere le cause sottostanti la dislocazione, come il conflitto, il collasso dello Stato o la persecuzione, da fattori come la disoccupazione, il cibo, posto che spesso è la mancanza proprio del cibo che innesca lo spostamento.

Alcune persone, specialmente coloro che appartengono a minoranze religiose nel Medio Oriente, incluso i cristiani e i yazidi, abbandonano la Siria e l’Iraq a causa della diretta persecuzione da parte dello “Stato islamico” (IS). Scappano a causa del fallimento della capacità dello Stato, o dalla mancanza di volontà dello stesso, di proteggerli. Possono scappare anche coloro che non sono perseguitati ma che vogliono fuggire dalle zone di conflitto armato.

Il terrorismo praticato da attori non statali è spesso uno dei fattori decisivi della migrazione forzata, questo tipo di dislocazioni sono spesso dei prodotti non intenzionali di gruppi estremisti e alle volte una politica deliberata condotta da essi.

Sebbene siano limitate le prove che uno spostamento sia causato direttamente da gruppi estremisti che utilizzano la tattica del terrorismo, è possibile asserire che alcuni gruppi di questo tipo hanno, tra i loro obiettivi, proprio quello di forzare il movimento di interi gruppi sociali. Pensiamo ad esempio a Boko Haram, nel nord della Nigeria che con i rapimenti di donne e il reclutamento di bambini e uomini, l’assedio apposto a numerosi villaggi, ha prodotto l’immediato abbandono di intere aeree.

Il terrorismo statale

Pur essendo difficile scindere il terrorismo come forma di guerra irregolare dal terrorismo statale, soprattutto quando il nemico è interno, può essere asserito che il terrorismo statale è stata la maggiore e forse anche la principale causa di migrazioni forzate nel caso della Siria. La cecità di molti governi sul terrorismo statale di regimi alleati, unitamente alla generale ossessione degli Stati per gli attori non-statali violenti, ha contribuito ad ignorare uno dei più potenti fattori chiave di migrazioni forzate: il terrorismo statale o di regime. Parzialmente ciò è dovuto al fatto che i Paesi che fanno esperienza di terrorismo statale sono anche quelli sul cui territorio operano gli attori non-statali violenti.  In tali casi causa ed effetto, azione e reazione, sono difficili da separare, più a lungo la spirale della violenza tit-for-tat continua, più a lungo la situazione all’interno del Paese si complica.

Il finanziamento dei gruppi estremisti transnazionali attraverso la migrazione

La fuga delle persone dalle zone di attacco di gruppi estremisti o di conflitto, è spesso difficile e pericolosa; essi devono cercare l’assistenza di facilitatori, in molti casi dei trafficanti criminali per passare o aggirare i posti di blocco nelle zone di conflitto e attraversare frontiere internazionali. Organizzando dei blocchi stradali i gruppi estremisti transnazionali spesso direttamente controllano e tassano coloro che vogliono scappare o costringono i trafficanti a dividere i profitti con loro.

Nel caso della Libia, l’IS ha controllato per mesi circa 260 km di costa del Mediterraneo vicino Sirte. Ad oggi, vi sono prove che indicano che i trafficanti di esseri umani lì devono dividere i loro profitti con diverse organizzazioni estremiste, incluso l’IS. Questo tipo di denaro che può essere guadagnato con il traffico di esseri umani è secondo solo ai ricavi che possono essere ottenuti con il traffico di droghe.

In sostanza: la tattica del terrorismo induce nelle persone paura per la propria vita che tende a causare l’emigrazione. Questa migrazione, a sua volta, permette, se tassata, il finanziamento di gruppi estremisti transnazionali.

È necessario comprendere che il terrorismo è spesso una strategia di provocazione. Coloro che s’impegnano in esso cercano di provocare una reazione eccessiva. Minor informazione di intelligence un governo possiede sul luogo e l’identità di perpetratori di atti di terrorismo, maggiore è la probabilità che le forze di polizia giudiziaria o di sicurezza utilizzino un approccio severo che ha come obiettivo un intero segmento della società con cui i terroristi vengono associati. Questo è spesso parte del calcolo terrorista: la repressione, essi argomentano, aprirà gli occhi di quelle persone e poi esse vedranno il governo come un’ “entità demoniaca”, e ciò dovrebbe fare in modo che molti si rivolgano ai terroristi fornendogli sostegno e nuove reclute. È un calcolo cinico per provocare la repressione contro lo stesso segmento che i gruppi estremisti rivendicano di difendere, ma questa è la mancanza di moralità e la scaltra strategia di molti gruppi estremisti.

Stato islamico (IS) e migrazione

L’IS si preoccupa molto di più che i rifugiati si integrino con successo nella vita in Occidente. Ciò è stato reso chiaro già dal settembre 2015 quando il gruppo diffuse 14 video in 3 giorni avvertendo le popolazioni musulmane di non migrare verso Dar al-Harb (“la terra di guerra” o di incredulità), incoraggiandoli a restare ed unirsi al Califfato.

Il flusso di migranti in Europa è un anatema per l’IS, mina il messaggio del gruppo che il califfato sia un rifugio

Data l’assoluta importanza per l’IS della propria abilità di conquistare e mantenere terreno, viene da chiedersi perché l’IS dovrebbe mandare via un grande numero combattenti esperti a condurre attacchi che potrebbero essere lasciati a simpatizzanti che sono già in Occidente, a costo zero per l’organizzazione?

Infatti, sottoposto a grande pressione, sembra che l’IS abbia stabilito unità di specialisti per prevenire e dissuadere potenziali disertori già dalla fine del 2015. È chiaro che l’IS nutra interesse nell’esagerare la minaccia associata con i rifugiati per molteplici ragioni, non da ultimo l’amplificazione della percezione della portata e della capacità dell’organizzazione. Ciò aumenta l’opposizione occidentale nell’accettare i rifugiati e consente all’IS di presentare il Califfato come un’alternativa attrattiva.

Tutto ciò pone in questione la credibilità della strategia del cavallo di Troia dato che la priorità numero uno dell’IS sembra essere attirare persone verso i suoi territori, piuttosto che mandarli via.

Anche se ogni singolo combattente IS (secondo alcune stime 30,000) dovesse venire in occidente mascherato da rifugiato, rappresenterebbe meno del 4% dei recenti flussi di migranti in Europa.

Un tale tipo di scenario è meno che plausibile. Malgrado l’isteria circa l’IS che infiltra le popolazioni di rifugiati, le evidenze finora sono state insufficienti.

Tenere i terroristi fuori dai confini nazionali è un obiettivo legittimo ma l’efficacia del controllo delle frontiere è limitata dal fatto che molti terroristi sono “homegrown” (locali) o sono stranieri con un permesso di residenza del tutto legale.

H. Cinoglu e N.Atun hanno ragionato sul perché malgrado non ci sia un collegamento organico tra la migrazione internazionale e il terrorismo internazionale sia gli Stati Uniti che i paesi dell’UE si focalizzino sulle politiche migratorie e di controllo delle frontiere nel combattere il terrorismo. Essi hanno notato alcuni svantaggi:

  • creando un collegamento artificiale tra gli immigrati e il terrorismo si creano ansia e eccessi di rabbia nelle società degli immigrati e aumentano sentimenti ostili contro lo Stato. In queste situazioni, l’ostilità contro gli stranieri (xenophobia) cresce unitamente alla possibilità di conflitto tra gruppi sociali.
  • Attaccare l’ideologia dei terroristi e le loro infrastrutture organizzative è una via più promettente che il controllo di tutti gli individui nei loro movimenti nella speranza di prendere alcuni terroristi tra loro.

Il pericolo più grande sembra essere la potenziale radicalizzazione e il reclutamento da parte di gruppi estremisti (in particolare quelli islamici) di piccoli numeri di rifugiati nel medio e lungo termine (dopo che sono arrivati) che potrebbe essere facilitato da estremisti che già vivono da molti anni in Occidente.

Questo non vuol dire che nessun gruppo estremista non ricavi vantaggi dell’odierna crisi per scivolare di nascosto in Occidente, ma questi casi sono presumibilmente relativamente rari. A dicembre 2015 il numero di rifugiati terroristi era di 26, nello stesso periodo il numero di rifugiati in Europa era di 1 milione, quindi l’0,003% (dati tratti dallo studio su terrorismo e migrazioni di massa di S. Mullins).

Peter Neumann, il direttore del Centro Internazionale per lo Studio della Radicalizzazione  afferma di non essere a conoscenza di evidenze empiriche che dimostrerebbero che gli immigrati di prima generazione siano particolarmente ricettivi dei messaggi estremisti. Le persone che sono appena scappate dalla guerra civile, dall’oppressione o dalla povertà è improbabile che siano interessate ad attaccare la stessa società che ha concesso loro salvezza.

Sebbene le autorità di contro-terrorismo abbiano un chiaro ruolo nel gestire il flusso di rifugiati in Occidente, deve essere reiterato che non è un problema primario di contro-terrorismo.

Raggiungere una più accurata comprensione delle connessioni – o della relativa mancanza di esse – tra la migrazione di massa ed il terrorismo internazionale in Occidente aiuterà i decisori politici ad elaborare programmi più adeguati per il controllo dei rifugiati dopo l’arrivo in EU e simultaneamente sarà più verosimile disinnescare le paure che peggiorano la situazione nel suo complesso.

 

Gennaio 13 2018

Il nemico del nemico. Il nemico interno nella galassia estremista islamica.

nemico

La Siria, l’Egitto, l’Iraq, lo Yemen, la Libia, la Nigeria, la Regione del Sahel, la Somalia, la Cecenia, le Filippine, la Regione Afghanistan-Pakistan hanno tutti subito operazioni ovvero attacchi ad opera di organizzazioni estremiste islamiche, di differente intensità, ma con una caratteristica comune: il nemico principale è il governo nazionale e i gruppi religiosi opposti.

Curiosamente, l’intensificazione della lotta jihadista contro sia obiettivi occidentali che governi nazionali nel mondo islamico si pone in correlazione con la comparsa del più importante esempio di contesa e di competizione intra-jihadista nei tempi moderni tra Al Qaeda e l’Islamic State (IS)

La categoria del nemico interno

La competizione jihadista ha sottolineato l’importanza di una categoria di nemico frequentemente trascurata: il nemico interno, in riferimento ad altri gruppi all’interno della corrente jihadista.
Sia per Al Qaeda che per l’IS il nemico interno ha assunto un’importanza crescente, tuttavia i due gruppi hanno affrontato questa delicata questione in molti modi diversi.

La competizione inter-gruppo ha colpito la gerarchia degli obiettivi del nemico delle due organizzazioni estremiste islamiche.

La contesa e la competizione tra gruppi jihadisti non è una situazione nuova. Donatella dalla Porta ci spiega che « le organizzazioni radicali, come altre organizzazioni politiche, mirano ad attrarre simpatizzanti attraverso struttura, azioni e cornici che sono appropriate per la propaganda. Nel fare ciò, le organizzazioni clandestine competono in un campo affollato di organizzazioni dove hanno la necessità di offrire di più dei loro competitori».

Dal 2014 in poi in quasi tutte le riviste di Al Qaeda e IS è stata pubblicata una condanna implicita o esplicita all’altro gruppo.

Agli occhi dell’IS, Al Qaeda aveva deviato dalla corretta metodologia jihadista di Osama bin Laden; i suoi membri venivano chiamati addirittura gli “ebrei del jihad” mentre venivano diffusi i poster di “wanted dead” che ritraevano Zawahiri e altre figure di spicco di Al Qaeda.

Dalla prospettiva di Al Qaeda, l’IS è un gruppo di estremisti che senza alcun diritto hanno rivendicato di essere i soli legittimi sostenitori del jihad senza alcuna autorità. Quando Al Qaeda, nel gennaio del 2014 ha stabilito AQIS (Al Qaeda nel subcontinente indiano) l’emergente competizione con l’IS sicuramente ha giocato un ruolo importante.

L’introduzione della categoria “nemico interno” nella gerarchia del nemico dei gruppi jihadisti è una testimonianza della natura competitiva ed esclusivista dell’attuale jihadismo. Essa ha spinto i gruppi jihadisti a trovare ragioni fondamentali che legittimassero la lotta contro attori che naturalmente e storicamente erano considerati alleati e, in casi estremi, ha anche comportato l’etichettare altri jihadisti come apostati.

I gruppi jihadisti solitamente, quando si tratta di affermare chi combattono, vengono rinchiusi in caselle e spesso le conclusioni a cui giungono questo tipo di classificazioni non sono il risultato di una ricerca approfondita.

Fino a poco tempo fa, Al Qaeda era conosciuta come il più noto sostenitore del jihad globale, mentre l’ISI (Islamic State in Iraq) era conosciuto semplicemente come il nemico vicino dei regimi locali.

La competizione intra-jihadista che è comparsa nei primi mesi del 2014 ha cambiato significativamente questa percezione stereotipata. Il risultato è stato un importante cambiamento nelle gerarchie del nemico di questi due  gruppi jihadisti.

La crescente “ibridizzazione” della gerarchia del nemico dell’IS ha avuto come conseguenza l’adozione da parte dell’organizzazione estremista di un forte focus sul nemico lontano (l’Occidente) sia nei discorsi che nell’azione.
La diminuzione dell’ “ibridizzazione” di Al Qaeda ha avuto come conseguenza che tale organizzazione si astenesse da attacchi contro l’Occidente, fatta eccezione per i discorsi.
Il nemico interno è diventato un obiettivo legittimo.

Chi offre di più?

Nella letteratura sul terrorismo, il concetto di “offrire di più” ha ricoperto un ruolo dominante nella teoria che spiega l’effetto della competizione tra i gruppi terroristici sul loro comportamento. La logica dell’offrire di più dimostra le capacità del gruppo, la dedizione e le intenzioni del gruppo agli altri gruppi.
La competizione si verifica quando gruppi che condividono un’ideologia (o quasi la stessa ideologia) iniziano a prendersi di mira l’un l’altro attraverso parole ovvero azioni o quando adottano nuove strategie ovvero tattiche determinate dal successo del gruppo rivale.
Sembra plausibile poter sostenere che la competizione tra Al Qaeda e l’IS è emersa realmente dal febbraio del 2014 in poi quando iniziarono a verificarsi delle lotte interne in maniera regolare.

La crescita dell’IS, senza dubbio ha influenzato come gli altri gruppi jihadisti, incluso Al Qaeda, vengono percepiti sia riguardo all’essere “estremisti” sia in termini di minaccia. Ciò ha rappresentato per Al Qaeda un’opportunità di posizionarsi in una luce positiva in contrasto alla barbarie dell’IS. Il rischio per Al Qaeda, tuttavia, è che sia superata e considerata obsoleta.

Dalla prospettiva della lotta per il potere all’interno del movimento jihadista globale, sembra che si siano attivati due meccanismi:

  1. per l’IS il processo di offrire di più inizia attorno al 2014 come modo per sfidare la supremazia di Al Qaeda. L’intensificazione di tattiche raccapriccianti come la registrazione video delle decapitazioni e il bruciare i prigionieri possono essere considerati esempi dell’offrire di più a livello tattico mentre il suo concentrarsi sempre di più su obiettivi internazionali equivale ad un offrire di più a livello strategico.
  2. Già preoccupata della sua immagine popolare molto prima della nascita dell’IS, Al Qaeda ha esitato a seguire l’esempio del suo competitore più violento, malgrado il suo iniziale successo, e si è bloccato su un approccio basato sulla diversificazione del rischio. Per diversificazione del rischio s’intende un approccio più conservatore per cui un attore si astiene dal prendere una posizione chiara con l’obiettivo di non compiere un errore futuro. Nel caso di Al Qaeda, come parte della sua mutata strategia si è per lo più astenuta dall’organizzare o dirigere attacchi in Occidente con l’obiettivo di vincere il sostegno delle popolazioni locali nelle sue aree di operazioni. Allo stesso tempo Al Qaeda continua a porre enfasi sull’Occidente nei suoi discorsi allo scopo di non perdere il supporto dalla sua base più radicale.

Quale nemico combattono?

Il nemico interno è una questione molto delicata sia da un punto di vista giurisprudenziale islamico, dal momento che riguarda l’illegalità di spargere sangue musulmano che dovrebbe essere evitato perché potrebbe dare luogo ad una dissidio interno (fitna), sia da una prospettiva strategica.

Combattere il nemico interno inteso come altri gruppi che sono considerati parte della comunità jihadista sunnita e che condividono in una qualche maniera una simile ideologia, è una circostanza che raramente si è verificata prima della contesa esplosa tra Al Qaeda e l’IS.

Le lotte interne tra i gruppi jihadisti si verificano ora su base regolare in Siria e  in altre aree dove entrambi i gruppi sono presenti. Ad esempio dopo aver annunciato la creazione della provincia Khorasan nel gennaio del 2015, l’IS ha iniziato a combattere contro i Talebani.

Il contesto

L’ideologia esercita un’influenza enorme nella definizione delle gerarchie nemiche, tuttavia è altrettanto importante  il contesto in cui questi gruppi si trovano.

Un elemento importante del contesto è il grado di dissenso intra-jihadista e la potenziale, successiva, competizione.
Il conflitto all’interno del movimento jihadista ha conseguentemente invaso e dominato le dinamiche del jihadismo sunnita.

Gli attacchi a Parigi del gennaio del 2015: uno ad opera dei fratelli Kouachi contro Charlie Hebdo e rivendicato da Al Qaeda e l’altro ad opera di Coulibaly, che giurava alleanza all’IS, sono interessanti in questo contesto dal momento che Coulibaly presumibilmente aiutò i fratelli Kouachi.

Ciò mostra che ci è voluto un po’ di tempo affinché la rivalità jihadista si manifestasse al di fuori della Regione del Medio Oriente. Una simile cooperazione oggi è altamente improbabile se non impensabile.

In conclusione:

In maniera interessante, le dinamiche che si sono scatenate dalla relazione competitiva all’interno del movimento jihadista hanno colpito enormemente la gerarchia del nemico sia in termini di scopo che di priorità e di categorie. Non solo l’IS ha superato Al Qaeda come principale perpetratore di attacchi in Occidente, ma la sua aggressività contro altri gruppi jihadisti ha dato vita all’introduzione di una nuova categoria estremamente delicata: il nemico interno.
Per l’IS il processo di “offrire di più” intra-jihadista ha condotto all’espansione strategica del focus sull’Occidente, il cosidetto “nemico lontano”; mentre per Al Qaeda la logica della diversificazione del rischio ha rafforzato la sua nuova strategia, già adottata, per vincere i cuori e le menti dei musulmani distanziandosi essa stessa dall’eccessiva violenza dell’IS.
Le gerarchie del nemico sono tuttavia dinamiche per cui la diminuzione degli attacchi di Al Qaeda in Occidente non deve portarci alla conclusione che esso non è più un gruppo jihadista globale, ma piuttosto deve condurci a considerare che le preferenze, le capacità, hanno subito, temporaneamente, un cambiamento come risultato di un contesto.

Luglio 15 2017

Stati Uniti e Iraq: ora non ripetete gli errori del passato!

Stati Uniti

La liberazione di Mosul dall’IS (Islamic state) è una buona notizia, ma l’IS è ben lungi dall’essere stato eliminato. A questo punto gli Stati Uniti devono valutare attentamente le prossime mosse, per evitare gli errori del passato, quando, dopo il 2007, lasciarono l’Iraq senza una strategia precisa e il paese cadde nuovamente vittima dell’estremismo religioso.          

Il primo ministro iracheno Haider al-Abadi dichiara Mosul libera dalle forze dell’IS, il risultato di una delle più lunghe e devastanti battaglie urbane del ventunesimo secolo. In altre parti dell’Iraq l’IS è vicino alla perdita di gran parte del territorio che una volta era sotto il suo controllo. Lungo la frontiera con la Siria, le Forze Democratiche Siriane, sostenute dagli Stati Uniti, stanno spingendo il gruppo fuori dalla roccaforte di Raqqa.

Le notizie sembrano buone, ma l’IS è lontano dall’essere eliminato. Molti dei suoi foreign fighters stanno tornando a casa, verosimilmente portando il terrorismo con loro. Alcuni dei suoi leader e combattenti restano in Iraq. Il gruppo sta ricorrendo alla guerriglia, incluso attacchi contro i civili in aree densamente popolate dell’Iraq.

L’operazione per riprendere Mosul, particolarmente la parte occidentale della città è stata violenta fin da febbraio, ed è giunta ad un costo incredibilmente alto. Centinaia di civili feriti ed uccisi nei combattimenti.

Mosul e i civili, incluso bambini, hanno pagato il prezzo di questa operazione.

Human Rights Watch e Amnesty International hanno diffuso un rapporto congiunto circa un mese fa in cui, rivolgendosi in particolare alla coalizione a guida americana, raccomandavano di fare più attenzione nella campagna di bombardamenti e particolarmente alle tipologie e alle dimensioni delle bombe che sceglievano di lanciare. A causa di queste grandi bombe lanciate sempre più di frequente, c’è stato un aumento nelle vittime civili sul terreno.
Questa operazione ha dislocato più di 700 mila civili che non saranno in grado di ritornare a causa dell’alto livello di distruzione.

Gli Stati Uniti stiano attenti a non ripetere gli errori del passato

Tutto ciò sta a significare che gli Stati Uniti devono valutare bene le loro prossime mosse, nella speranza che riescano ad evitare gli errori compiuti nel passato.

Alcuni anni fa, quando l’Iraq sembrava aver sconfitto i suoi estremisti interni dopo il picco della presenza di forze americane nel 2007, gli Stati Uniti ritirarono le loro forze. L’allora presidente George W. Bush firmò il SOFA (status of force agreement) con l’Iraq che stabiliva la rimozione di tutte le truppe di combattimento americane entro il 2011.
Sebbene i generali americani avessero fatto presente a Washington che né il governo iracheno né le sue forze di sicurezza erano pronte a funzionare senza un’assistenza americana di vasta scala; dopo essere entrato in carica nel 2009, il presidente Obama (che aveva corso alla presidenza nel 2008 con la promessa di ritirare le truppe dall’Iraq), non fece nulla per rinegoziare l’accordo firmato da Bush.

Va detto però che era improbabile che l’allora primo ministro dell’Iraq Nouri al-Maliki avrebbe accettato un continuo dispiegamento americano. Maliki era chiaramente impegnato a consolidare la dominazione sciita nel governo iracheno e sulle forze di sicurezza e riconosceva che una presenza militare americana avrebbe impedito ciò. Inoltre, egli sopravvalutò l’efficacia del suo apparato militare mentre sottostimava l’estensione dell’estremismo tra gli iracheni sunniti.

Adesso c’è l’opportunità di fare le scelte giuste. Abadi sembra comprendere meglio le sfide politiche e le minacce estremiste che l’Iraq deve affrontare. Questo crea un’opportunità per l’impegno americano per aiutare a prevenire la ripresa dell’IS e diminuire la dipendenza di Baghdad dall’Iran.

In altre parole le relazioni Stati Uniti-Iraq hanno un disperato bisogno di ricomporsi e di correggere gli errori compiuti tra il 2008 e il 2011.
Questo non accadrà se Trump non si impegna pienamente in ciò. Per raggiungere questo obiettivo, l’amministrazione Trump dovrebbe proporre che una forza militare americana, modesta, resti in Iraq anche dopo la sconfitta sul campo dell’IS. Una forza residuale molto simile a quella che i comandanti militari americani consigliarono a Bush ed Obama di lasciare nel paese dopo il 2007.

La missione primaria dovrebbe essere di sostenere e rinforzare le forze di sicurezza irachene e guidare le missioni di combattimento. Molta di questa forza dovrebbe concentrarsi sull’intelligence, aiutando gli iracheni ad identificare i luoghi dell’IS e informare su ogni nuova manifestazione di estremismo. Dovrebbe anche includere unità delle operazioni speciali in grado di colpire l’IS, in Iraq e in Siria, ma solo quando assolutamente necessario.

Se…

…Abadi o chiunque lo segue agiranno come Maliki, utilizzando il governo e le forze di sicurezza per reprimere gli arabi sunniti, o degradano l’apparato militare selezionando i leader su base settaria o per fedeltà politica piuttosto che per competenze professionali, gli Stati Uniti dovranno disimpegnarsi dall’Iraq una volta per tutte, magari mantenendo legami di sicurezza solo con il governo della regione curda.

Il Presidente Trump non ha dato indicazioni precise di voler mantenere un ruolo duraturo nel complesso lavoro di stabilizzazione dell’Iraq dopo la sconfitta sul campo di battaglia dell’IS. Se il Presidente degli Stati Uniti non si impegna nel reimpostare la relazione con l’Iraq, semplicemente la relazione non avrà futuro.

Senza un effettivo coinvolgimento americano, c’è una buona opportunità che l’estremismo si manifesterà nuovamente in Iraq, giocando un ruolo ancora più grande.

Se gli Stati Uniti non aiuteranno a riempire gli spazi da cui l’IS trae forza e “legittimazione” la nuova coalizione che comprende la Russia, l’Iran, Hezbollah, milizie sciite irachene e iraniane lo farà.

Non si può affermare con assoluta certezza che gli sforzi americani saranno sufficienti a prevenire ciò, ma sicuramente l’assenza di tali sforzi aumenterà le possibilità che questo accada a detrimento degli Stati Uniti e della pace e sicurezza internazionale.

Maggio 23 2017

Terrorismo internazionale: la gestione della paura

terrorismo

Dopo quasi 20 anni di ricerche e studi sul terrorismo e sul terrorismo internazionale non esiste una risposta generalmente accettata alla domanda: “cosa è il terrorismo e qual è l’essenza di questo fenomeno?”.

Nondimeno molti studiosi e specialisti sarebbero probabilmente d’accordo nell’affermare che:

il terrorismo è uno strumento che, attraverso le minacce e gli attacchi, mira a generare paura ed ansia; vuole intimidire le persone allo scopo di ottenere alcuni obiettivi politici.

La maggior parte delle definizioni formulate dai governi, piuttosto che da organizzazioni regionali, ricordano  l’opinione di Brian Jenkis, che nel 1975 argomentava:  “il terrorismo è teatro. Ai terroristi piace vedere tanta gente che guarda (e tante persone morte)“.

Il terrorismo mira a provocare reazioni a certe minacce o attacchi da parte di terze parti: il pubblico in generale, politici, gruppi di opposizione, media.

Il livello della paura non dipende solamente dai terroristi e dalla forma e portata del loro utilizzo della violenza.

L’impatto di ogni attività terroristica è il prodotto della percezione, immaginazione e vulnerabilità delle audience obiettivo o diversamente da parti coinvolte.

La paura non dovrebbe essere considerata solamente come una reazione negativa alle minacce e agli attacchi. Infatti la paura del pericolo è una emozione molto naturale ed utile. La paura è un meccanismo di sopravvivenza. La paura del terrorismo può incoraggiare persone a intraprendere le necessarie precauzioni e azioni. Ma se la paura del terrorismo non è proporzionata alla minaccia attuale, potrebbe avere molte conseguenze non necessarie e non volute. A questo proposito ci vengono in aiuto due prominenti studiosi Bekker e Veldhuis, i quali asseriscono che la paura del terrorismo causa uno spostamento verso un ragionamento dogmatico (assolutista) che è caratterizzato dal pensiero “noi contro loro”, stereotipi, discriminazione e una mancanza di sfumatura che contribuiscono a reazioni rigide di difesa del sistema che potrebbero più nuocere che fare del bene.

Gli attacchi terroristici contribuiscono alla diffusione della paura nella società più vulnerabile e a reazioni eccessive emotive, politiche o amministrative. Ad esempio, spesso essi conducono ad una preferenza per leader orientati all’azione con spiegazioni del terrorismo banali e sensazionali  e appelli all’azione immediata.

Il sociologo Frank Furedi, riferendosi in particolare agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, asserisce che le società occidentali oggi sono paralizzate da una “cultura di paura” e sono prese nel cosi detto “paradigma della vulnerabilità”. Furedi sottolinea anche la nozione di terrorismo non solo si riferisce all’attacco in se ma definisce equamente anche il modo in cui la società risponde ad esso: “società che comprendono chi sono e che hanno un senso di solidarietà usualmente gestiscono un atto di terrore molto meglio di quelle società dove le cose sono confuse e dove non c’è una storia su chi sono”. Sempre secondo Furedi nelle società occidentali il copione culturale contemporaneo presenta il terrorismo come una minaccia incombente, simile alle catastrofi naturali. La conseguenza di questa presentazione è altamente ambivalente e paradossale. Da una parte, questa attitudine fatalistica diffonde un senso di impotenza; dall’altra suggerisce che solo con massicci dispiegamenti di forze e con un contributo gigantesco di risorse si può forse ridurre la minaccia apocalittica. Per Furedi, l’occidente perciò sta offrendo ai terroristi un “invito al terrore”. Gli studi di Furedi pur criticati offrono tuttavia una chiara analisi delle conseguenze di questa cultura del terrore: la combinazione del fatalismo e le reazioni esagerate.

La gestione della paura

I meccanismi di adattamento (ad eventi come un attacco terroristico) sono individuali, operano principalmente attraverso funzioni psicologiche personali. A. Schmid (uno dei maggiori studiosi di terrorismo) ha argomentato che il grado in cui un individuo o un gruppo è colpito e subisce l’influenza dalla paura dipende da un certo numero di fattori “oggettivi”:

  • la fonte del terrore;
  • la probabilità che un evento che induce terrore si ripeta ancora;
  • l’oggetto della vittimizzazione primaria (per esempio un membro della famiglia o di un gruppo) e la relazione ad esso;
  • le fasi dell’evento produttivo del terrore e,
  • l’abilità o inabilità di evitare, prevenire e combattere situazioni che sono prone al terrore nel futuro.

Alcuni di questi fattori sono plasmabili dagli strumenti di sicurezza.

Politiche efficienti di contro-terrorismo possono mirare a ridurre la probabilità di eventi che inducano terrore e migliorare la loro abilità di prevenire, evitare e combattere situazioni di questo genere. Per questo:

la gestione della paura dovrebbe essere considerata seriamente quando si progettano e si realizzano le politiche di contro-terrorismo in generale,

sia che siano relative al procedimento penale, alla raccolta di informazioni di intelligence, alle misure di prevenzione.

Il pubblico presumibilmente avrà una reazione più forte ed una percezione del rischio dopo incidenti terroristici rispetto ad altri eventi di crisi. Questo è dovuto all’intenzionalità e all’incertezza che accompagna questo tipo di eventi. L’intensa copertura mediatica di attacchi terroristici internazionali e i frequenti allarmi di politici su futuri attacchi forniscono una continua ed incessante esposizione all’ansia e alla paura.

I governi potrebbero non essere i fornitori dell’immaginario ma possono  ugualmente influenzare l’impatto sociale di attacchi terroristici .

Non è una novità statuire che il terrorismo è comunicazione.

Tutte le misure di contro-terrorismo sono anche mezzi di comunicazione e identificazione e le reazioni in gran parte determinano l’impatto sociale delle azioni dei terroristi, specialmente se consideriamo ciò in un contesto socio-politico più ampio e in un periodo di tempo più lungo.

L’impatto sociale non è qualcosa che i governi possono condurre appieno lasciati da soli, per conto proprio.

Invece, l’impatto sociale nel 21° secolo è una questione principalmente di copertura mediatica.

L’opinione pubblica è per lo più influenzata dai media e da immagini coinvolgenti dei drammatici atti terroristici che disseminano. I governi hanno il monopolio sull’uso della violenza e sono gli attori ai quali i cittadini si rivolgono in tempi di crisi nazionale.

Tuttavia proprio i governi spesso alimentano queste crisi e le utilizzano per promuovere le proprie agende politiche e militari. Essi amplificano il “panico morale” in società con metafore militari (“noi siamo in guerra”) o al contrario, esercitano un’influenza enfatizzando e facendo appello alla resilienza sociale in una data società.

 

Le misure di contro-terrorismo nel quadro della gestione della paura

Le misure di contro-terrorismo devono avere un elemento di comunicazione e devono trattare con il pubblico e le sue percezioni. Esse devono avere un effetto comunicativo che vada al di là degli strumenti espliciti ed intenzionali. Ogni azione di contro-terrorismo anche quella condotta a livello locale, per strada, può essere un punto strategico sulla “guerra dell’influenza” tra i terroristi e lo Stato. Affermazioni e discorsi posso anche loro avere un profondo effetto, comunicando alla società o anche al mondo “a cosa teniamo”. I terroristi sono più a conoscenza di ciò rispetto ai governi.

La maggior parte delle buone pratiche e delle lezioni apprese concerne la gestione pratica della crisi piuttosto che un più sofisticato approccio di gestione della paura socio-psicologico. Sebbene ad esempio il concetto di resilienza– 

*uno dei più importanti concetti nel dibattito sull’impatto del terrorismo sulle politiche e la società. Il concetto di resilienza ha le sue radici nel ingegneria civile nella psicologia e nell’ecologia. In breve, esso indica la capacità di materiali, persone, organismi a resistere improvvisamente a cambiamenti o stress, così come la capacità di riprendersi e ritornare alla situazione come prima. Dalla prospettiva di legislazione di contro-terrorismo, resistenza e resilienza potrebbero essere delle importanti capacità per affrontare l’impatto negativo (o la paura del) terrorismo da parte di individui e società nel complesso.

– e la circostanza che terroristi che attaccano società resilienti troverebbero più difficoltoso avere un impatto e raggiungere i loro obiettivi, sono abbastanza diffusi, è ancora aperta la sfida di trasformare questi concetti e le buone pratiche in una teoria e un modello di gestione della paura.

Consideriamo allora che un ipotetico modello di gestione della paura comprenda gli sforzi compiuti da istituzioni governative, prima durante e dopo situazioni di emergenza e di recupero che riguardano una minaccia/attacco terroristico per manipolare il capitale umano in una società per migliorare i meccanismi di adattamento positivi, collettivi.  Dunque sono tre gli elementi importanti che dovrebbero essere presenti in ogni manuale o in ogni strategia:

1. Non rafforzare i meccanismi di adattamento negativi;

sforzi di contro-terrorismo potrebbero involontariamente rafforzare meccanismi di adattamento negativi mobilitando il pubblico attorno ad immagini di paura, estendendo la retorica allo spettro del terrorismo, di far saltare in aria la minaccia e progettare una situazione simile alla guerra nella società. Una esagerazione di questo tipo della crisi potrebbe far aumentare sentimenti di impotenza, paura, e rabbia che alimentano la polarizzazione attorno a linee culturali, etniche, religiose all’interno della società.

2. Influenzare i meccanismi di adattamento positivi;

modi positivi di adattare il comportamento e le attitudini e minimizzare lo stress possono essere influenzati attraverso a) la diretta informazione e l’assistenza alle vittime e la misura in cui i funzionari di governo forniscono al pubblico una immagine chiara di quello che sta accadendo, danno un “senso” all’incidente e forniscono un “significato” ad esso in una maniera positiva, aumenta le capacità di risoluzione di problemi degli individui e potrebbe ridurre lo stress e i sentimenti di trauma. b) Organizzazione di eventi significativi positivi come assemblee, cerimonie, riti (religiosi): direttamente dopo un trauma, la “condivisione sociale” è legata a una emozione positiva perché riafferma i valori di ciascuno e aiuta a focalizzarsi su questi valori mentre ci si adatta all’impatto dell’evento stressante. c) L’organizzazione di atti visibili di giustizia: come forma di educazione psicologica e che abbia un senso, ad esempio un processo equo e trasparente può giocare un ruolo significativo nell’aiutare le persone a superare un terribile crimine.

3. Fornire auto-efficacia.

Le persone non vogliono essere delle semplici vittime o passanti, ma generalmente esprimono il desiderio di essere capaci e volenterosi nel fare qualcosa o almeno una cosa giusta e non essere lasciati in balia dei perpetuatori dell’attentato. Innescare questi meccanismi di adattamento positivi aumenterà la resilienza di una popolazione e potrebbe aiutare ulteriormente a ridurre la possibilità di paura eccessiva, reazioni esagerate e tensioni.

Studiando modi e mezzi per diventare più resilienti è la via più efficace per evitare di soccombere ai tentativi di altri di controllarci attraverso la paura.

 

Aprile 29 2017

Attori solitari: l’arma subdola dell’Islamic State

attori solitari
Gli attori solitari sono una delle armi più subdole dell’IS. Tornati o mai partiti, adolescenti, uomini e donne che anche senza ordine preciso dell’IS colpiscono in suo nome.

Innanzitutto chiariamo cosa vuol dire il termine “attore solitario”. Esso connota qualcuno che agisce senza connessione diretta con l’organizzazione estremista. Tuttavia, anche se potrebbe trarre in inganno, la frase è comunemente usata per riferirsi alle persone che agiscono individualmente o in piccole cellule con il minimo supporto da parte del gruppo estremista che usa la tattica del terrorismo.

La potente proiezione dell’IS esercita una spinta gravitazionale su persone vulnerabili in tutto il mondo, ma non tutte queste persone entrano nella sua orbita. Alcuni non possono viaggiare fino in Medio Oriente perché impediti da circostanze personali, ostacoli esterni o mancanza di immaginazione. Vista la non partecipazione al progetto IS all’estero, alcuni decidono di partecipare a casa, attraverso atti di violenza.

Fin dagli inizi l’IS prevede l’utilizzo di “operazioni esterne”

Nel marzo del 2014, quando in Occidente pochissimi contemplavano un intervento in Siria ed in Iraq, l’IS già si avvaleva di operativi che lavoravano alla causa del “caos” nelle società di tutto il mondo. A maggio, un cittadino francese di discendenza algerina, Mehdi Nemmouche colpisce ed uccide 4 persone nel museo ebraico del Belgio prima di sparire dalla scena. Quando fu arrestato in una stazione ferroviaria in Francia, qualche giorno dopo, la polizia trova nel suo bagaglio un video che lo ritrae con la bandiera dell’IS  mentre rivendica la responsabilità dell’attacco.
La velocità delle “operazioni esterne” dell’IS aumenta significativamente. Gli incidenti assumono diverse forme. Cittadino inglese di 19 anni  che viene arrestato per le strade di Londra con addosso un coltello, un martello e una bandiera dell’IS. In Francia due ragazze adolescenti, di 15 e 17 anni, vengono arrestate perché pianificavano di mettere una bomba della sinagoga a Lione. In Australia la polizia arresta 15 persone in una serie di interventi della polizia perché progettavano di decapitare a caso una serie di cittadini australiani e avvolgere i loro corpi con la bandiera dell’IS per poi mostrarli al pubblico. Il piano era stato diretto per telefono da un reclutatore australiano dell’ISIS in Siria.

Il richiamo ufficiale agli attori solitari di tutto il mondo

E’ il portavoce dell’IS, Abu Muhammad al Adnani (ucciso recentemente da un drone americano), che sollecita i sostenitori di tutto il mondo ad alzarsi e a rispondere agli attacchi aerei dell’occidente compiendo attentati contro ogni cittadino dei Paesi a cui appartengono e che fanno parte della coalizione anti IS:

Lone wolves

Distruggete il loro letto. Se tu puoi uccidere un miscredente americano o europeo – specialmente i perfidi francesi – oppure un australiano, un canadese o ogni altro miscredente della guerra dei miscredenti (…) poi conta su Allah, e uccidilo in ogni maniera o modo. Non chiedere a nessuno consiglio e non cercare il verdetto di nessuno. Uccidi il miscredente che sia civile o militare. Rompigli la testa con una roccia, o massacralo con un coltello, o passagli sopra con una macchina, o o buttalo giù da un posto alto oppure strangolalo o avvelenalo. Se non sei capace di farlo, allora brucia la sua casa, la sua macchina, il suo luogo di lavoro. Oppure distruggi le sue armi”.

Dal momento della diffusione di questo messaggio in poi, si sono susseguiti una serie di attacchi: un 18 enne pugnala due poliziotti; il 25 enne Martin Couture – Rouleau investe con la sua macchina due soldati canadesi in un parcheggio, in Quebec, per poi uscire dalla macchina armato di coltello. Uno dopo l’altro, giorno dopo giorno. Il 32enne americano, Zale Thompson, attacca due poliziotti newyorkesi con un’ascia; per citarne alcuni. Attacchi che continuano per tutto il 2015.

L’uso degli attori solitari pone l’IS in una posizione di supremazia rispetto agli altri gruppi estremisti di natura religiosa

Per anni Al Qaeda aveva incoraggiato questo tipo di attacchi, con raro successo. Gli attori solitari inspirati da Al Qaeda si sono sempre focalizzati su obiettivi militari ovvero edifici governativi. Molte reti ispirate ad Al Qaeda ma non connesse ad esso, hanno discusso apertamente sul loro disagio a proposito di obiettivi i civili.

La messaggistica dell’IS ha un diverso tipo di sofisticazione. Laddove Al Qaeda incastonava il tono dei suoi messaggi per potenziali reclute in termini più relativi: “fare la cosa giusta”, l’IS cerca di stimolare più che convincere. La sua propaganda e i suoi materiali di reclutamento sono enormemente viscerali, da scene di violenza grafica a visioni pastorali di una società utopica che sembra fiorire, in qualche modo, nel mezzo di una zona di guerra.

Le sfide poste dal fenomeno degli attori solitari 

Il fenomeno degli attori solitari pone essenzialmente due tipi di sfide. La prima: i combattenti  che ritornano o per accordo con la direzione dell’IS o per scelta propria, presentano in sé un alto rischio. Essi possono condurre attacchi in vece del gruppo in tutto il mondo.
La seconda sfida è quella che presenta punti più contraddittori. Nel protrarsi del conflitto in Siria ed in Iraq, soprattutto, vengono a galla sempre più rapporti di combattenti (cittadini di stati occidentali) che, disillusi dal conflitto, vogliono tornare a casa. Interesse dei governi occidentali è vedere come individui radicali si disimpegnino dalla loro causa estremista. Alcuni combattenti possono essere stati lusingati da un’offerta di un accordo di cooperazione, ma questo quasi sempre prevede che trascorra comunque un significativo lasso di tempo in prigione. Mentre un combattente può essere disilluso con la causa o con l’esperienza, potrebbe comunque disprezzare le politiche occidentali e non essere incline a tornare dai suoi amici di un tempo. La  Danimarca ha lanciato iniziative di de – radicalizzazione per ex combattenti dell’IS, altri Paesi considerano l’opportunità di adottare simili programmi, ma questi sforzi possono essere inficiati da ampi quesiti senza risposta che riguardano l’effettività e i rischi di questo tipo di programmi. Inoltre, c’è una difficile questione di responsabilità: la giustizia vuole che ci siano conseguenze per i crimini, particolarmente per quelli atroci commessi sotto la bandiera dell’IS. Per incentivare le defezioni è necessario permettere che questi crimini restino impuniti?

Gli studi condotti sul fenomeno dei combattenti occidentali che appartengono a gruppi estremisti di natura religiosa non sono confortanti. Il più famoso è quello condotto da Hegghammer nel 2013. Ci rivela che, nella storia dell’intero movimento jihadista, pochi militanti occidentali hanno lasciato perdere definitivamente la tattica del terrorismo una volta lasciato il campo di battaglia. Anzi, la presenza di ex combattenti in un piano terroristico aumenta la probabilità che il piano sia di successo e ne aumenta significativamente la letalità.

Non esistono soluzioni come prendere una medicina per far passare la febbre.  L’arma subdola degli attori solitari ha radici nella ricerca di un’identità, dell’appartenenza ad un gruppo, nel seguire una causa comune, in tutta quella messaggistica di cui parlavamo prima sull’idea di una società che fiorisce anche in zone si guerra. Non si tratta di dire è giusto o sbagliato e ricondurre tutto ai “buoni contro i cattivi”. L’identità nazionale, il senso di appartenenza, il sistema di valori sono campi a cui le nostre società “occidentali” hanno abdicato in favore del qualunquismo e del menefreghismo, del tutti contro tutti. Del denigrare a tutti costi senza un percorso di confronto costruttivo. Nel lasciare intere sacche della società abbandonate a sé stesse, sperando che qualcun’altro se ne occupi. La soluzione forse è dove non la si cerca mai, nel degrado dei valori che procede inarrestabile.

Febbraio 19 2017

I limiti delle risposte al fenomeno dei foreign fighter

foreign fighter

Prendendo spunto dall’annuale Forum sulla sicurezza tenutosi a Marrakesh, ragioniamo sul ruolo dell’intelligence rispetto al fenomeno dei foreign fighter.

Le discussioni su come prevenire il terrorismo internazionale danno luogo ad evidenti tensioni tra i governi, alla confusione sugli sforzi da compiere, esacerbata dalle politiche immigratorie discriminatorie del Presidente Trump. Inoltre, frequenti sono le liti in Europa tra paesi vicini, ma anche in Africa e nel Medio Oriente a proposito del controllo delle frontiere. Sebbene la volontà di cooperare sia forte, il disaccordo tra gli Stati verte attorno ai ruoli delle autorità giudiziarie, alle capacità che si scontrano con la natura mutevole del nemico.

Ci piaccia o no, il terrorismo internazionale è l’argomento che guida gli Stati allorquando si discute di minacce comuni alla sicurezza. Il terrorismo internazionale è il focus delle menti dei leader quando incontrano le proprie controparti, se non altro perché è il fenomeno che può distruggere più velocemente la pace e la sicurezza nazionale ed internazionale.

Mentre la guerra in Siria ed in Iraq contro lo “Stato islamico” si sta combattendo con la forza militare convenzionale, gli sforzi di contro-terrorismo, nella maggior parte dei paesi, sono guidati dall’intelligence e dall’applicazione della legge.

Perché gli Stati falliscono nella risposta alla mobilitazione dei foreign fighter? Perché essa è così difficile da contenere?

Ci sono due principali fattori che intervengono:

  1. la sfida della cooperazione tra le agenzie di intelligence nazionali a causa del conflitto di interessi tra Stati;
  2. la tensione, a livello nazionale, tra la raccolta di informazioni e il perseguimento dei crimini che si riscontrano durante le attività investigative sulle reti di foreign fighter.

Quello dei foreign fighter è un fenomeno mutevole dal punto di vista della natura e della dimensione. La dimensione di questo fenomeno, inoltre è modellata attorno da molteplici fattori: se il conflitto calza con l’ideologia jihadista o meno, la presenza di gruppi nella zona di conflitto che siano disposti e capaci di ospitare foreign fighter, connessioni transnazionali pre-esistenti oppure l’abilità di sviluppare tali connessioni e se il conflitto sia accessibile o meno.

Un rapporto del Centro sul contro-terrorismo delle Nazioni Unite diffuso a metà 2016 fornisce dati sugli Stati che sono i maggiori esportatori di foreign fighter: Tunisia, Arabia Saudita e Russia: i maggiori Stati da cui partono su base pro capite: Tunisia, Maldive, Giordania; e i più grandi Stati non a maggioranza musulmana, da cui partono: Finlandia, Irlanda e Belgio. Con un collegamento occasionale all’Asia e all’America Latina.

I timori dei governi sull’impiego dei foreign fighter sono stati irregolari nel corso del tempo, e la maggior parte dei governi cerca di affrontare i problemi relativi alla sicurezza interna che derivano dai foreign fighter piuttosto che prevenire il loro spostamento.

L’intelligence come panacea al fenomeno  dei foreign fighter?

Le attività di risposta al fenomeno dei foreign fighter riguardano un’ampia gamma di attività governative che vanno dalla contro-propaganda alle misure giuridiche, attività di intelligence e in taluni casi l’uso della forza militare.

L’intelligence sembra essere per molti l’unico strumento in grado di rispondere a questo tipo di fenomeno. Se da un lato potrebbe essere uno degli strumenti efficaci in questo ambito, dall’altra parte sono diversi i fattori che lo rendono invece inefficace nel breve termine. Si parla spesso di cooperazione tra le agenzie di intelligence dei diversi Stati. La cooperazione, tuttavia, è basata su interessi personali, sull’utilità, sulla minaccia percepita e laddove vi è una convergenza  è soltanto temporanea in ragione della natura fluida del sistema internazionale e del mutamento della minaccia e delle priorità.

Un foreign fighter tipicamente si muove dal suo paese di origine, viaggia attraverso uno o più luoghi di transito prima di arrivare nel paese di destinazione. Spesso vengono aiutati da cosiddetti facilitatori e frequentemente questi individui utilizzano gli Stati di transito per operare. In virtù della loro presenza, gli Stati di transito sono spesso identificati come coloro che giocano un ruolo chiave nel limitarne l’accesso alle aree di conflitto.

La riluttanza da parte degli Stati di transito di fornire una cooperazione duratura di lungo termine potrebbe essere superata se lo Stato di destinazione avesse la capacità di localizzare e degradare i traffici indiretti lungo le frontiere che servono allo spostamento dei foreign fighter.

I limiti alla cooperazione tra agenzie di intelligence:

  • la differenza nella distribuzione del potere tra le agenzie che cooperano;
  • i diritti umani;
  • questioni legali;
  • l’utilizzo dell’intelligence per obiettivi non intenzionali;
  • raggiungimento di accordi su come opporsi alle strutture dei gruppi terroristici. Non tutte le agenzie d’intelligence hanno la stessa tolleranza per i rischi da correre. Ci potrebbe essere un disaccordo su quando si devono compiere gli arresti, sulle attività cinetiche da utilizzare o se un individuo debba essere catturato o farlo restare in gioco per raccogliere ulteriori informazioni.

Cosa viene condiviso

Lo scambio di informazioni di intelligence è una forma di baratto, che può manifestarsi  in molti modi.

La semplice cooperazione coinvolge due agenzie di intelligence  che si scambiano materiale su un obiettivo accordato.

Collegamento complesso: l’informazione d’intelligence è scambiata allo scopo di acquisire altri tipi di benefici, politici, economici o militari.

Questo tipo di relazioni possono essere simmetriche, dove le parti percepiscono lo scambio come un beneficio equo, oppure asimmetriche, cioè quando una parte trae un beneficio maggiore dallo scambio rispetto all’altra.

Relazioni avverse dove due agenzie d’intelligence cooperano malgrado i loro interessi  non convergano.

Preferenza per la cooperazione bilaterale

La cooperazione tra agenzie di intelligence è complicata anche dalla preferenza per quella bilaterale rispetto alla multilaterale.

In una relazione di scambio bilaterale, gli Stati sono in grado di controllare meglio e di gestire i rischi correlati allo scambio di informazioni di intelligence, la perdita delle fonti, oppure la penetrazione nel proprio sistema da parte di un’altra agenzia di intelligence. Questo tipo di preferenza, tuttavia, risulta problematica durante il movimento dei foreign fighter quando ad essere coinvolti possono essere due Stati o centinaia.

In strutture come Europol ed Interpol, l’abilità di realizzare iniziative di risposta al movimento dei foreign fighter si sono rivelate molto più complicate. Ciò è evidenziato dalla quantità di tempo che ha impiegato l’Europol per acquisire i dati di moltissimi foreign fighter da un contingente europeo stimato di circa 5000 unità. A seguito degli attacchi in Francia e in Belgio alla fine del 2015 e agli inizi del 2016 questo numero è cresciuto a 5,353 sebbene solo circa 3000 sono stati riportati da Stati appartenenti ad Europol.

Sono 9000 i foreign fighter registrati nei sistemi dell’ Interpol malgrado le stime verso l’alto di 15000 foreign fighter che restano ancora nelle zone di conflitto.

La relazione complicata con la Turchia

Fin dall’inizio dell’impiego dei foreign fighter, tra il 2011 ed il 2012, la relazione con la Turchia si è rivelata complicata. Ci sono dei fattori che hanno contribuito a renderla tale, il primo:  la protezione dei dati. Alcuni Stati dell’UE nutrono dei seri timori nel fornire alla Turchia informazioni di intelligence vista l’assenza di una legislazione nazionale che protegga i dati.

Il secondo fattore: le differenze nelle pene relative ai crimini correlati al terrorismo internazionale e nazionale.

Inoltre, un fattore che ha contribuito alla tortuosa relazione con la Turchia è rappresentato dalla sostituzione di funzionari dell’intelligence turca e della polizia a causa dei timori di Erdogan sull’infiltrazione di gulenisti. Questa “epurazione” ha avuto come risultato che alcuni Stati non possono più avvalersi di individui di cui si fidavano e che erano in grado di lavorare su questioni relative al contro-terrorismo.

Un altro elemento che rende i rapporti con la Turchia tutt’altro che fluidi è la faziosità all’interno delle agenzie di intelligence turche ed il sospetto che potrebbero aver avuto interazioni con i vari gruppi in Siria.

Contrasto, a livello nazionale, tra le risposte al terrorismo internazionale e le risposte al fenomeno dei  foreign fighter.

Gli strumenti utilizzati per rispondere al terrorismo internazionale e le pratiche di raccolta e di impegno delle agenzie statali potrebbero produrre dei risultati in contrasto con quelli desiderati. La pratica del contro-terrorismo e la burocrazia degli Stati potrebbero, nel breve periodo, consentire la mobilità dei foreign fighter. Gli sforzi per rispondere a quest’ultimo tipo di fenomeno allo scopo di mitigare il rischio di violenza sul territorio dello Stato potrebbero creare spazio di movimento per i ” terroristi volontari ” .

Proprio per questo è importante creare delle risposte per ciascun tipo di fenomeno, comprensive e che non si affidino solo ai servizi di intelligence e alle autorità giudiziare.

*immagine: fonte – Worldbullettin – 

 

Settembre 19 2016

Il terrorismo nega Dio: le mie riflessioni

terrorismo

A chi fosse sfuggito ad Assisi dal 18 al 20 settembre si celebra il 30° anniversario del cosiddetto “Spirito di Assisi”. Il 27 ottobre 1986 l’allora Papa Giovanni Paolo II, oggi San Giovanni Paolo II, aprì la sorgente dello Spirito di Assisi che si è diffuso in tutti gli angoli del mondo. Incontri inter-religiosi, giorni di dialogo tra rappresentanti, fedeli di diverse religiosi per costruire un mondo migliore.

Abito ad Assisi oramai da tantissimo tempo e onestamente lo Spirito di Assisi appartiene a me come persona indipendentemente da dove mi trovo, probabilmente era questo che intendeva San Giovanni Paolo II, quando istituì questa giornata.

Un dialogo costante non solo tra i “capi delle diverse religioni”, ma tra tutti i fedeli ovunque nel mondo.

Dal 1986 al 2016 però il mondo è cambiato, il contesto come dicono i grandi pensatori, non è più lo stesso. Io, te, nessuno è uguale al 1986, non siamo forse nemmeno gli stessi di ieri figuriamoci di 30 anni fa.

Quello che vi propongo oggi sono spunti di riflessione, perché io dopo l’incontro – dibattito a cui ho partecipato, tornando a casa a piedi lungo la mattonata ho riflettuto a lungo.

Purtroppo non era possibile partecipare a più di un incontro la mattina e il pomeriggio perché quelli previsti in mattinata si sono tenuti tutti contemporaneamente alle 9:30 e quelli del pomeriggio tutti contemporaneamente alle 16;30.

terrorismo

Il terrorismo nega Dio

Facendo la fila per entrare avevo grandi aspettative, come sempre quando si tratta di un argomento che studio, oggetto del mio lavoro quotidiano: il terrorismo internazionale. L’argomento legato a Dio, inteso (a mio avviso) come religione in senso generale, non una in particolare, mi entusiasmava parecchio.

terrorismo

Il problema principale di questi dibattiti è la terminologia. Se tutti i relatori che vi mostro nella foto, parlano di estremismo, qualcuno di ISIS, qualcun’altro di Al Qaeda, dell’11/9 o di un gruppo affiliato dell’ISIS nelle Filippine, ebbene allora si discuterà di terrorismo internazionale. Di quei gruppi che hanno una natura transnazionale. Quindi il generico titolo “il terrorismo nega Dio” non è appropriato. La circostanza che non esista una definizione condivisa a livello internazionale di terrorismo, come vi ho già detto altre volte, è un enorme problema, soprattutto quando poi Kulkarni dice: “non esiste pace senza giustizia e non c’è giustizia senza pace“. Bello slogan, ma poi nei fatti, purtroppo resta solo uno slogan, proprio per la difficoltà di poter condannare, punire un gruppo perché di natura terroristica transnazionale.

Quando Karman asserisce: “il terrorismo è il risultato delle dittature“, beh ho dei problemi a comprendere. Ed allora mi chiedo cosa vuol dire questa frase? Il terrorismo internazionale non ha una singola e precisa causa e dunque non è possibile affermare con assoluta certezza che esista una causa ed una sola. Pur nel rispetto del suo premio nobel per la pace del 2011, mi chiedo quale sia il ragionamento che l’ha portata a questa affermazione. Proseguendo aggiunge che il portatore del terrorismo è anche la mancanza di riforme.

Qui, il mio primo spunto di riflessione: se confondiamo terrorismo internazionale con forme di stato, insieme a possibile soluzioni riformiste senza una precisata direzione, cosa stiamo dicendo a chi ascolta?

Il mio secondo spunto di riflessione arriva da Muaammar, il quale propone come soluzione il dialogo tra i religiosi e i politici.

Mi chiedo: “il fenomeno del terrorismo internazionale si ferma se mettiamo attorno ad un tavolo religiosi e politici a parlare?” e, poi… “di cosa esattamente dovrebbero parlare?”.

L’intervento che invece ho trovato più interessante è stato quello di Onaiyehan, più che altro perché l’unico focalizzato sul titolo dell’incontro. Riporta le parole del papa il quale asserisce che uccidere nel nome di Dio è blasfemia, un atto satanico. Dall’altra parte ricorda che molto spesso si fa finta di dimenticare le “guerre sante”, pagine buie della cristianità.

Mi ha dato un altro spunto di riflessione con questo esempio. Dopo gli attentati in Europa ci sono stati una serie di bombardamenti in rappresaglia in Siria con moltissime vittime civili. Non è anche questo negare Dio, uccidere innocenti? Non è forse un modo per sviluppare il terrorismo internazionale piuttosto che frenarlo?

Le mie riflessioni sono piuttosto critiche, in primis con la Chiesa Cristiana Cattolica alla quale appartengo. Questi incontri pur essendo un momento di riflessione, di dialogo, mi sembra restino sempre un po’ confinati nelle mura dell’ipocrisia. Ho avuto l’impressione che fosse poco più di una sfilata di personaggi che ripetono slogan. 

Quando si chiede ai leader religiosi musulmani di condannare il terrorismo internazionale religioso islamico, si dimentica che nessuno ha mai condannato i movimenti estremisti cattolici o protestanti. Il terrorismo internazionale nega Dio, nel senso che nega qualsiasi entità che predichi l’uguaglianza della diversità, la bellezza della condivisione con chi professa un’altra religione, il rispetto altrui. Il diritto alla vita, la dignità di ogni persona in quanto e in primis come Figlio di Dio. Dio come entità superiore che poi ognuno è libero di chiamare come vuole, nella libertà che Lui stesso ci ha donato.

Probabilmente è più utile pregare perchè ci si rispetti di più nella nostra diversità, piuttosto che dire preghiamo per la pace: ma chi prega per la guerra me lo dite?

Il terrorismo internazionale di natura religiosa non è solo della religione islamica! E’ triste doverlo ancora ripetere nel 2016, fa forse più comodo trovare un capro espiatorio piuttosto che soluzioni. Non credo che sia utile, risolutivo, dire “la mia religione è migliore della tua”, sarebbe forse e dico forse più significativo chiedere conto a quel governo del perché arma i movimenti estremisti in quel paese o del perché pensa che bombardare tutto sia la soluzione. Forse è l’autocritica che manca anche a noi cattolici.

 

Settembre 3 2016

Zawahiri: cogito ergo sum.

Zawahiri

Zawahiri c’è! E con lui anche Al Qaeda, malgrado molti l’abbiano dimenticata, forse pensando che si sarebbe disintegrata per lasciare il passo allo “Stato islamico”. I nuovi messaggi di Zawahiri ci raccontano cosa pensa l’ “altra metà del cielo del jihad”.

Sebbene alcuni pensassero che Al Qaeda (AQ) sarebbe letteralmente implosa dopo la morte di Bin Laden, Ayman al-Zawahiri è riuscito a tenerla insieme e in qualche maniera ha migliorato la sua posizione, malgrado la campagna di contro-terrorismo condotta incessantemente dagli Stati Uniti.

Dopo un lungo periodo di silenzio, talmente lungo che qualcuno ha addirittura pensato che Zawahiri fosse morto, nel gennaio del 2016 vengono diffusi dei nuovi messaggi di AQ. Prima però di dare un’occhiata veloce al contenuto, poniamoci questa domanda:

ZAWAHIRI è CAPACE A COMANDARE AL QAEDA?

Ayman al-Zawahiri nasce nell’élite egiziana, da padre medico, uno zio Grand Imam di al-Azhar (il centro di studi islamico in Egitto), il nonno materno presidente dell’Università del Cairo. In un tempo in cui molti dell’élite egiziana abbracciavano una identità più secolare, la famiglia di Ayman rimaneva una famiglia di pii musulmani. Ayman era uno studente brillante ma anche disinteressato a proseguire la tradizione di famiglia e diventare un dottore. Si fa coinvolgere subito dalla politica e forma la sua prima cellula rivoluzionaria all’età di 15 anni. Ispirato dall’esecuzione di Sayyd Qutb, Zawahiri si unisce ad altri giovani egiziani radicali che volevano far diventare il paese uno Stato islamico, critici dell’accordo con Israele del presidente egiziano Sadat formano l’Egyptian Islamic Jihad (EIJ). I membri di questo gruppo assassinarono Sadat nel 1981, provocando non solo una massiccia repressione ma anche l’arresto di Zawahiri stesso. Ayman fu torturato in prigione e svelò informazioni sui suoi compagni.

Per molti anni Zawahiri si focalizzò sul rovesciare il governo egiziano, appariva come il più improbabile leader di AQ. Nel 1993 dichiarò che l’obiettivo primario del gruppo era quello di stabilire uno Stato islamico in Egitto, asserendo che le finalità di EIJ si concentravano essenzialmente sul nemico vicino: i regimi apostati del Medio Oriente, e non sul nemico “lontano”: gli Stati Uniti. Avendo visto come gruppi egiziani ripetutamente fallivano nell’orchestrare un coup, scatenare una rivoluzione popolare o creare un gruppo rivoluzionario, Zawahiri sviluppa una sorta di sacro rispetto per la segretezza, la pianificazione e l’addestramento considerandole come le chiavi per il successo.

Attraverso AQ, EIJ otteneva l’accesso al denaro di Bin Laden e ai campi di addestramento, soprattutto ai cosiddetti safe heaven.

Quando EIJ si trovò sotto forte attacco da parte del governo egiziano, per Zawahiri diventò difficile pagare gli operativi, prendersi cura delle loro famiglie o più generalmente sostenere il gruppo. Coltivare legami con Bin Laden permetteva alla sua organizzazione di vivere e combattere ancora. Quando EIJ sembrava sbiadirsi, Zawahiri si associò sempre di più con AQ, prima come scusa per sfruttare Bin Laden poi per necessità e infine per convinzione. Un jihadista egiziano riporta che Bin Laden sostenne che gli attacchi in Egitto erano troppo costosi in termini di vite, di denaro e che Zawahiri avrebbe dovuto rivolgere le armi della sua organizzazione sugli Stati Uniti ed Israele. Nel corso del tempo Zawahiri abbracciò questo tipo di ragionamento. Parte di questo cambiamento potrebbe essere stato determinato da un mutamento ideologico genuino, ma il collasso degli sforzi in Egitto, unitamente all’aggressiva assistenza americana per distruggere la rete EIJ al di fuori dell’Egitto, spingono Zawahiri a cambiare l’obiettivo della sua vita. Così nel 1998 EIJ si allea con AQ, cambia le finalità organizzative per accordarle con quelli di Bin Laden e interrompe tutti gli attacchi in Egitto, nel 2001 formalmente i due gruppi si uniscono.

QUAL è LA DIFFERENZA CON BIN LADEN?

Al contrario di Bin Laden, Zawahiri non è carismatico. Nella sua persona e nella retorica che utilizza è più “laborioso” che stimolante. Non ha neppure la stessa storia personale di Bin Laden per ispirare altri. Sebbene sia rispettato per la sua dedizione al jihad, non ha direttamente combattuto i sovietici ed il suo tradimento per altri membri del EIJ (sotto tortura) diminuisce ulteriormente ogni tentativo di coltivare il mito dell’eroe. Sebbene sia differente nello stile rispetto a Bin Laden, condivide il suo pragmatismo. Più pedante e dogmatico dell’ex leader di AQ, Zawahiri ha ripetutamente mostrato che può imparare dai suoi errori e si è dimostrato capace di lavorare con gruppi che non sono ideologicamente alleati.

Cogito ergo sum. Il pensiero di Zawahiri attraverso i suoi video messaggi.

Gennaio 2016: quello che potremmo chiamare l’ufficio stampa di AQ: Sahab, diffonde tre nuovi messaggi di Ayman al Zawahiri: due messaggi audio e una dichiarazione di 7 pagine.

Nel primo messaggio audio, di 7 minuti, dal titolo: “Al Saud, assassini dei mujahideen”, Zawahiri incoraggia il popolo saudita ad insorgere contro la monarchia e critica il governo saudita per l’esecuzione di più di 40 prigionieri agli inizi del mese di gennaio. Il leader di Al Qaeda asserisce che l’uccisione di più di 40 mujahideen e del prominente religioso sciita Nimr al Nimr è stata eseguita per servire gli interessi degli Stati Uniti e dei “crociati”. Il messaggio di Zawahiri è preceduto dal filmato di una riflessione di Anwar al Awalaki, un ideologo di Al Qaeda nella penisola arabica che fu ucciso da un drone americano nel 2011. Il video serve ad enfatizzare l’importanza del martirio sulla scia delle esecuzioni del governo saudita. Awlaki afferma: “il martirio è come un albero, frutti crescono e maturano e poi arriva il tempo per raccogliere questi frutti. Questo accade in stagioni specifiche. E’ cosi che gli schiavi di Allah passano attraverso stadi fino a quando raggiungono la fase in cui è tempo per loro diventare martiri”.

Il video si conclude con un’ultima frase di Awlaki: “perciò l’albero del martirio nella Penisola Arabica ha già frutti maturi su di esso ed il tempo per raccoglierli è venuto, così l’Onnipotente Allah prenderà da questi martiri”. Queste parole, anche se sono state utilizzate in precedenza, servono a spiegare il presunto valore dei martiri di Al Qaeda.

Il secondo messaggio audio è l’episodio 8 della serie di Al Qaeda “Primavera islamica”, lungo più di 24 minuti. Zawahiri si concentra fondamentalmente sul Sud Est Asia, specialmente l’Indonesia, Malesia e le Filippine. Statuisce che la regione ha bisogno di un risveglio jihadista come le altre parti del mondo. Il messaggio si apre con un video di un’intervista rilasciata alla CNN di Amrozi Nurhasyim, indonesiano imprigionato e giustiziato per il suo ruolo negli attentati di Bali nel 2002 in cui furono uccise 202 persone di cui 88 turisti australiani. La fine del video ritrae gli autori dell’attacco a Bali e Abu Bakar Bashir, un religioso radicale jihadista.

La terza dichiarazione include la condanna scritta di Zawahiri dell’Arabia Saudita per il suo ruolo nella guerra siriana.

L’ultimo messaggio viene diffuso da Sahab il 25 agosto; è il terzo episodio della serie: “brevi messaggi per una Ummah vittoriosa”. Nel primo episodio della nuova serie Zawahiri maledice i Fratelli Musulmani egiziani, nel secondo chiama i musulmani al supporto dei talebani afghani e respinge la recente presenza dello “stato islamico” in Afghanistan. Nell’episodio: “Abbiate timore di Allah in Iraq”. Il leader di AQ si aspetta chiaramente che lo “Stato islamico” continui a perdere terreno, argomentando che i sunniti dell’Iraq dovrebbero riorganizzarsi per una guerriglia protratta allo scopo di sconfiggere l’occupazione iraniana delle regioni, cosa che hanno già fatto in precedenza.

Le critiche di Zawahiri sull’approccio dello “Stato islamico” nel dichiarare il jihad in Iraq durano in tutto 4 minuti. Ayman sottolinea come AQ e lo “Stato islamico” abbiano sviluppato strategie molto differenti nell’intraprendere il jihad. Dove AQ vuole essere vista come una forza popolare rivoluzionaria, servendo gli interessi dei musulmani, lo “Stato islamico” si propone come un regime autoritario che cerca apertamente di imporre il suo volere alla popolazione.

I leader di AQ ritengono che la metodologia dello “Stato islamico” nel portare avanti il jihad aliena le popolazioni musulmane, situazione che facilita i nemici nel distruggere i sunniti.

Zawahiri ritiene che gli jihadisti in Iraq debbano rivedere le proprie esperienze per evitare di commettere gli errori che li hanno portati alla separazione dalla comunità islamica. Questi errori hanno portato i jihadisti a cadere negli abissi dell’estremismo e del “takir” (la pratica di dichiarare altri musulmani come non credenti)”.

Zawahiri afferma che “la battaglia è una”

Il leader di AQ collega il jihad in Iraq con quello in Siria rilevando che i mercenari e le milizie appoggiate dall’Iran combattono in entrambi i paesi. Afferma, inoltre, che l’Iran e i suoi alleati cercano di annientare i sunniti in tutto il Medio Oriente. Sostiene che i sunniti sono stati torturati e decapitati in Iraq con il pretesto di combattere lo “Stato islamico” di Baghdadi, ma la vera ragione è da ritrovarsi nell’espansionismo dell’Iran.

Zawahiri afferma che gli iraniani e gli americani hanno raggiunto un accordo che permetterebbe alla “coalizione crociata-iraniana-alawita (l’alleanza occidentale, l’Iran e le forze del regime di Assad) di inghiottire l’intera regione.

Sebbene Sahab abbia sofferto di ritardi nella produzione dei comunicati negli ultimi due anni, la recente diffusione di tre episodi della serie di Zawahiri: “brevi messaggi per una vittoriosa Ummah”, indica che l’apparato ufficiale di comunicazione della leadership di AQ è tornato in pista, in grado di diffondere regolarmente contenuti.

 

Maggio 16 2016

Fratelli Musulmani: fratelli serpenti?

Fratelli Musulmani

I Fratelli musulmani, nati come movimento sociale in Egitto, sono stati banditi in diversi paesi come organizzazione terroristica. Sono davvero pericolosi?

I Fratelli Musulmani sono fondamentalmente un movimento sociale islamico, che educa i suoi membri a vedere prima di tutto il valore del servizio, attraverso le lenti della religione. Un aspetto centrale per il fondatore Hassan al – Banna e caratteristica che definisce i contemporanei Fratelli Musulmani è che il servizio ai concittadini è un atto di costruzione della proprio paese e un atto di servizio per la propria popolazione.
I movimenti islamici come i Fratelli Musulmani sono interessati nel preservare le strutture come lo stato – nazione, dall’altra parte, alcuni gruppi salafisti e molti gruppi jihadisti non condividono questa prospettiva. Questi ultimi non vedono le persone dei loro paesi come loro concittadini; non vedono gli odierni stati – nazione come i loro paesi e quindi è facile per loro decidere di smantellare quello che c’è già e stabilire quello che vedono come paesi paralleli. Condannano e denigrano il riconoscimento dei Fratelli Musulmani dello stato – nazione e rivendicano di cercare quello che loro credono essere la sola legittima forma di comunità nell’Islam: un califfato transnazionale.

Il pensiero di Banna sul califfato

L’articolazione del pensiero di Banna sul califfato è molto breve: “il califfato è un’articolazione di un’unità con base ampia“. Egli affermava che i Fratelli Musulmani cercavano di ri – stabilire un califfato ma altresì asseriva che erano molti i passi da compiere per raggiungere i prerequisiti prima che il califfato potesse iniziare ad essere una nozione realistica, come integrazione culturale, economica e sociale così come l’evoluzione di trattati che definiscano e abbraccino la mutua cooperazione che dà vita ad un’entità che assomigli alla lega delle nazioni musulmana. Attraverso la storia, i Fratelli Musulmani hanno sostenuto l’unità progressiva e vie per una più grande cooperazione tra tutte le nazioni, secondo i principi di rispetto reciproco.
Per i Fratelli Musulmani, i principali elementi chiave sono morali e religiosi. La fornitura di servizi nella forma di aiuto all’educazione accessibile o sanità, distribuzione di cibo serve diversi obiettivi: aiuta le persone bisognose, porta con sé un ritorno spirituale per gli individui coinvolti nella fornitura di assistenza e migliora la società. Se il risultato della fornitura di servizi guidata dalla Fratellanza è che il regime è spinto ad impegnarsi in ulteriori forniture di servizi e migliora la sua risposta ai bisogni della popolazione allora è un successo.

Tutto ciò mette in difficoltà l’idea di molti politici “occidentali” e scrittori che assegnano alla parola califfato il sinonimo di tutto ciò che deve essere temuto dell’Islam e dei musulmani. Sebbene alcuni timori siano credibili e sicuramente richiedono un esame approfondito: libertà religiosa, eguaglianza, altre preoccupazioni sono mere estensioni della visione dei musulmani come un lontano “altri”.

Dovremmo chiederci perché “stati” che desiderano una più perfetta unione oppure paesi europei che lavorano verso una più grande unione sono visti sia come neutrali che lodevoli, ed invece le nazioni musulmane che lavorano verso lo stesso obiettivo siano viste con sospetto e richiedano molta attenzione.
L’inabilità di molti analisti nel comprendere una motivazione spirituale, basata sulla fede per le scelte che gli islamisti fanno, individualmente o collettivamente, rappresenta una barriera alla comprensione dell’“islam politico”.

Fratelli musulmani: movimento sociale e politico

Hassan al – Banna era interessato prima al cambiamento e alla riforma dell’ordine sociale e poi al cambiamento dell’ordine politico. Come risultato, l’attenzione era primariamente diretta alla “ummah” piuttosto che all’autorità.

Tuttavia, nel 2004, l’ex guida suprema Mohammed Mahadi Akef annuncia che il gruppo intraprende una nuova fase sotto il nome di “apertura alla società”. Questa nuova fase è stata caratterizzata da una vasta partecipazione politica competitiva e un impegno nella sfera pubblica senza precedenti.

Fratelli Musulmani
foto del clarionproject.com

Dopo la rivoluzione del 2011 in Egitto la capacità di ogni organizzazione sociale di mobilitare le masse rimane limitata nei confronti di uno stato potente. La centralizzazione dello stato moderno, particolarmente nei regimi autoritari, incoraggia la sua dominazione nella sfera pubblica, incluso l’educazione, i media e le istituzioni ufficiali religiose. Inoltre, un numero crescente di membri della Fratellanza, particolarmente i giovani attivisti, si convinsero che raggiungere obiettivi “rivoluzionari” come cambiamenti di regime non possano essere raggiunti attraverso mezzi deboli di “riforma graduale” suggeriti dal fondatore del movimento.

Ci sembra, tuttavia piuttosto improbabile che coloro che sono coinvolti fedelmente a servire le loro società, indipendentemente dalle loro differenze di fede o di linee politiche, potrebbero cambiare a tal punto dal voler distruggere le stesse società attraverso la violenza o il terrorismo.

La Fratellanza sta conducendo un’ampia revisione delle sue pratiche, particolarmente negli ultimi 5 anni dalla rivoluzione di gennaio. Il coup militare del luglio 2013 in Egitto ha forzato i Fratelli Musulmani a ritirarsi in un clima di segretezza dopo che il gruppo ha lavorato apertamente ed al potere durante la presidenza Morsi. Le autorità egiziane l’hanno designato come organizzazione terroristica e bandito circa 1200 istituzioni civili che erano affiliate del gruppo o i suoi membri, per non dire delle centinaia di persone uccise o imprigionate. La Fratellanza fu lasciata senza nessuna opzione se non quella di protestare. Il coup militare ha colpito i Fratelli Musulmani in modi che potrebbero sostanzialmente cambiare l’aspetto del gruppo nei prossimi anni. Fino ad ora il gruppo non ha delineato una visione politica chiara, non ha neppure gli strumenti per rimuovere i militari. Tutto ciò non esclude la possibilità che il clima politico in Egitto possa forzare più individui o gruppi non organizzati ad abbracciare la violenza. Le priorità di questi gruppi non saranno la fornitura di servizi sociali, piuttosto obiettivi politici e relativi al rovesciamento del regime odierno, con la convinzione dell’impossibilità di sfidarlo attraverso mezzi pacifici.

Finanziamento

Durante l’anno di presidenza di Morsi, il Qatar ha prestato al governo egiziano all’incirca 2.5 milioni di dollari. Sempre durante la presidenza Morsi, somme di denaro equivalenti a 850 mila dollari sono state trasferite segretamente ai Fratelli Musulmani dallo sceicco del Qatar Hamd bin Jasim bin Jaber Al Thani. Altri e numerosi trasferimenti di denaro sono intercorsi tra al Thani e i leader della Fratellanza agli inizi del 2013.
La Fratellanza possiede assetti di valore e fonti di guadagno in tutti i paesi in cui opera. In Egitto riscuote tasse e canoni da approssimativamente 600 mila membri e leader come Khairat el – Shater che possiede imprese commerciali come supermercati o negozi di mobili costituiscono un ingente profitto per l’organizzazione.
Il governo dell’Arabia Saudita ha sostenuto finanziariamente la Fratellanza per decadi ma ha ridotto il suo finanziamento dopo che i Fratelli Musulmani sostennero il dittatore Saddam Hussein nell’invasione del Kuwait del 1990.
In tutta la sua storia, la Fratellanza ha imposto, talvolta, la tassa per i non musulmani, sui cristiani o su altre minoranze religiose.

I Fratelli Musulmani in altri paesi

Siria
La Fratellanza siriana fu vietata e esiliata prima della rivoluzione contro Bashar al – Assad. Al momento dell’inizio delle proteste nel marzo del 2011, la Fratellanza si è rimobilitata e mossa per consolidare il potere politico e militare tra l’opposizione. Nell’inverno del 2011, la Fratellanza siriana era uno dei gruppi più potenti nel Syrian National Council. Nel giugno del 2013 fonda un partito politico, il Waad, lanciato ufficialmente nel marzo del 2014.
Giordania
La Fratellanza giordana ed il suo partito politico, l’Islamic Action Front è la più larga forza di opposizione in Giordania. Tuttavia, la Fratellanza è stata fedele alla monarchia, cooperando per molte delle sue politiche.

Attività violente

  • Giugno 1980, tentativo di assassinare Hafez al – Assad usando granate e fucili.
  • Agosto 2013, rubano e mettono a fuoco le chiese egiziane e le stazioni di polizia in risposta alla morte di centinaia di membri e all’imprigionamento di altre migliaia.
  • Marzo 2014: membri della Fratellanza sparano ad un generale ed un colonnello egiziani in una continua rappresaglia contro le forze di sicurezza a seguito della rimozione di Morsi.
  • Giugno 2014: membri della Fratellanza fanno detonare una bomba vicino all’ufficio presidenziale del Cairo, uccidendo due poliziotti.

Nelle liste di organizzazioni terroristiche di:

Bahrain: li ha indicati come organizzazione terroristica nel marzo del 2013; l’Egitto nel dicembre dello stesso anno. La Russia ha vietato che la Fratellanza operasse in Russia nel 2003 e li ha aggiunti alla lista di organizzazioni terroristiche nel luglio 2006. L’Arabia Saudita nel marzo del 2014 e la Siria nel 1980. Gli Emirati Arabi Uniti nel novembre del 2014, nello stesso periodo hanno indicato altri gruppi affiliati alla Fratellanza incluso il Consiglio per le relazioni americane – islamiche, l’International Islamic Relief Organization, Muslim American Society.

Chi li sostiene

Qatar
Il Qatar per lungo tempo ha sostenuto la Fratellanza attraverso vie finanziarie, di diplomazia e attraverso i media.
Turchia
La Turchia è stata un centro per l’organizzazione internazionale della Fratellanza. Soprattutto dopo la caduta di Morsi, Istanbul ha visto la riorganizzazione del gruppo e gli sforzi logistici per rafforzare la comunità internazionale della Fratellanza. La Turchia ha anche fornito armi e intelligence all’organizzazione in Egitto. Quando Sisi è salito al potere, le relazioni tra la Turchia e la Fratellanza si sono indebolite a causa dei timori turchi di rappresaglia da parte dell’Egitto e degli stati del golfo.
Recep Tayyip Erdogan è un loro sostenitore di lungo corso. Erdogan è stato un oppositore vocale della rimozione di Morsi e del regime militare che ha preso il suo posto.

Conclusioni

Quando si tenta di rispondere alla domanda: “i Fratelli Musulmani sono pericolosi?” bisogna tenere bene a mente che la chiusura dello spazio per i servizi sociali, quando è fatta in combinazione con la chiusura di altri modi di vita in Egitto, potrebbe dare luogo all’estremismo da parte di alcuni.

*immagine in evidenza: www.english.ahram.org.eg

Marzo 23 2016

Di interventisti da poltrona e altre amenità

interventisti

Dopo gli attacchi di Bruxelles, parliamo di un pericolo tangibile in Italia: gli interventisti da poltrona e la disinformazione.

Quando pensavamo che gli esperti da salotto si fossero estinti dopo gli attacchi di Parigi ecco ricomparire sulla scena l’interventista da poltrona, che seduto comodo con l’ipad in mano ci illumina con le sue svariate competenze e conoscenze.

L’interventista da poltrona

E’ un individuo che compare ovunque, sui social, nelle trasmissioni televisive, nei telegiornali, alle radio e persino sulla carta stampata. Lui sa tutto! Lui sa cosa pensano gli jihadisti violenti, lui sa cosa si doveva fare e soprattutto lui non sa cosa si deve fare. L’unica cosa che sa è che si deve: “andare a combattere” in un imprecisato spazio temporale, in un qualsivoglia paese lontano. Questi personaggi non hanno rispetto per i morti, meno per i famigliari dei morti, per nulla per le persone ferite, scioccate, perché l’importante è dire che lui lo sa!

La disinformazione

Puntuali arrivano tutta quella serie di servizi con le stesse immagini ripetuti fino alla nausea. I titoli attira pubblico, quelle interviste con le domande: “hai avuto paura?“. Oppure quelli fuori dalla stazione Termini a Roma che chiedono ad un ignaro viaggiatore: “lei si sente al sicuro?“. Che domande sono? Forse io non ho la sensibilità per apprezzare questo genere di informazione, che invece di mostrare immagini di vita ci propone le macchie di sangue, le persone ferite, a ripetizione le immagini dell’esplosione (peccato che qualcuno ha messo al posto dell’immagine dell’aereoporto di Bruxelles quelle di un attentato a Mosca del 2011). Il diritto alla cronaca, per carità, giustissimo, ma noi abbiamo bisogno di immagini di vita, dei colori dei gessetti sulla piazza di Bruxelles, abbiamo bisogno di sentire ridere i bambini, non sentire quello straziante pianto del bambino nella metro a Bruxelles, subito dopo l’esplosione. Perché a voler essere precisi, le organizzazioni estremiste di natura religiosa come l’ISIS, si combattono anche attraverso delle campagne di comunicazione mirate. La strategia di comunicazione, di contrasto al loro modo di comunicare, riveste una particolare importanza, soprattutto per chi come loro dell’informazione ne fa un’arma. Lo stato islamico semplifica la visione del mondo in buono e cattivo per fornire terreno fertile alla loro ideologia e dall’altra parte intere campagne di informazione a dire: l’ISIS è il male! Ho letto di un’intervista (spero sia falsa) di padre Amorth che dice che l’ISIS è il demonio. Complimenti! Riproduciamo quello che loro vogliono: la dicotomia tra bene e male, la semplificazione della visione del mondo e l’appiattimento di tutte le sfumature delle nostre società.

L’espertone di intelligence

L’ultimo nato in fatto di figure post attentati è l’espertone di intelligence. Posto che chi scrive ha qualche esperienza nel settore dell’intelligence e qualche corso in questo ambito, mai mi sognerei di dichiarare delle certezze. La colpa dell’attentato di Bruxelles è dell’intelligence è il nuovo slogan. E sentiamo, perché dobbiamo identificare un capro espiatorio? Se poi il Ministro della difesa italiano ieri sera a Ballarò dice che: “non possiamo pensare che i nostri servizi segreti siano più veloci dei terroristi”, beh mi viene da piangere seriamente. Evidentemente al Ministro (Ministra è un’altra amenità di una politicante che mette la “a” e però tollera una discriminazione di genere inquietante nel nostro paese per un governo che ha tolto il ministero delle pari opportunità) era stato detto che è molto molto difficile poter stabilire quando gli attentatori si siederanno ad un tavolo, su una panchina, al bar, alla fermata del bus, al parco, per decidere ora e giorno dell’attentato. Avrebbe potuto rassicurare tutto il paese dicendo, per esempio, che i servizi segreti italiani lavorano indefessamente per la sicurezza della Repubblica e che fanno molto bene un lavoro di prevenzione, sebbene non siano maghi con la sfera di cristallo. Avrebbe potuto magari dire che coloro che si fanno saltare in aria sono proprio l’ultimo anello di una catena, una rete, enorme, le cui cellule non si conoscono tra di loro, che proprio per questo il lavoro di prevenzione è essenziale.

Si può ipotizzare che i politici belgi, il procuratore, siano stati tanto superficiali da divulgare a tutti i costi le dichiarazioni di Salah e che siano stati abbastanza imbranati dal non predisporre misure di controllo più efficaci, posto che ovviamente l’attentatore non va con un segnale luminoso in volto: “sto per saltare in aria”. E’ facile con i fotogrammi dire: “ecco li vedete sono i due che portano i guanti e lì c’è il telecomando”. Ma certo fermiamo tutti quelli con i guanti allora.

La semplificazione a tutti i costi di temi complessi è un danno per tutti.

Sono sempre dell’idea che chi non abbia una formazione su temi complessi come il terrorismo internazionale, piuttosto che gli estremisti di natura islamica, sentendo le trasmissioni televisive e leggendo i giornali si confonda ancora di più e la paura, fisiologica di tutti, si centuplichi. Semplificare a tutti i costi riunendo in un calderone fumante, i temi della migrazione, dell’estremismo, delle religioni è un danno! Non si fa un servizio alla comunità, per qualche attimo di visibilità in più, ridurre tutto ad un unico argomento.

Le quantità di informazioni in mano agli operatori di intelligence noi non le conosciamo, non possiamo dire non si parlano o si parlano poco tra di loro, perché nella realtà a parte la relazione del COPASIR al parlamento, di quello di cui parlano e su cui investigano i servizi segreti, se si chiamano segreti un motivo ci sarà.
Non sono d’accordo che siccome la persona della strada non può capire la complessità del fenomeno dello stato islamico bisogna girare il minestrone del calderone. No, io piuttosto credo che bisogna anzitutto scomporre il problema nelle sue sfaccettature e soprattutto attuare una strategia di contro – comunicazione a quella dello stato islamico. Ritengo inoltre, che intervenire militarmente non è uno gioco elettorale, ci vuole una strategia di lungo termine e non è il solo e unico strumento per sconfiggere la minaccia di un gruppo transnazionale terrorista che al suo interno si comporta come uno stato.

Credo, infine, che i quartieri di Bruxelles, dove hanno sputato ai poliziotti che cercavano i presunti terroristi, siano l’emblema del fallimento delle politiche di integrazione, se mai si siano attuate, visto che quei quartieri, già quando frequentavo io la Scuola Europea (e si parla veramente di moltissimo tempo fa) erano già piuttosto ghetti che quartieri integrati nel tessuto della società belga.