Novembre 7 2016

Mosul: la riconquista e dopo? Qualcuno ci ha pensato?

Mosul

Nei giorni successivi al lancio dell’operazione per la “liberazione” di Mosul mi sono venute in mente queste domande:

“la battaglia per riprendere il controllo di Mosul dallo “Stato islamico” è iniziata, ma qualcuno ha pensato al dopo? Siamo sicuri che si tenga in considerazione l’estrema razionalità dei comandanti militari dello “Stato islamico”? E se gli Stati Uniti volessero utilizzare la ritirata dei combattenti del gruppo estremista islamico per erodere le vittorie russe in Siria?”

Proviamo a ragionare sulle possibili risposte, ma prima facciamo un riassunto della situazione per chi si fosse perso alcuni momenti.

Il riassunto:

La battaglia per cacciare i combattenti estremisti dalla città è la più grande operazione sul terreno in Iraq dall’invasione americana del 2003.
Alla fine della settimana scorsa le forze speciali irachene hanno dichiarato di aver ripreso sei distretti ad est di Mosul.
Il territorio ripreso dal governo è ancora solo una frazione della vasta città che è divisa in dozzine di distretti residenziali ed industriali, casa di 2 milioni di persone.
In un comunicato diffuso la settimana scorsa, il leader dello “Stato islamico” ha dichiarato che non ci sarà ritirata in una “guerra totale” contro le molteplici forze che combattono contro il suo gruppo, esortando i militanti a rimanere fedeli ai loro comandanti.
I 2 milioni circa di persone che vivono a Mosul rischiano di restare intrappolati nel mezzo di una brutale guerra urbana. I militanti estremisti hanno ucciso già centinaia di persone, 50 disertori e 180 ex impiegati del governo iracheno nei dintorni di Mosul. Hanno trasportato 1,600 persone dalla città di Hamman al – Alil (sud Mosul) a Tal Afar ad ovest, presumibilmente per usarli come scudi umani contro i bombardamenti e hanno imposto ai residenti di consegnare i bambini maschi sopra i 9 anni, in un apparente processo di reclutamento di bambini soldato.
Il numero delle persone che hanno lasciato le loro abitazioni dall’inizio della “campagna di Mosul” è arrivato a 30,000.
L’operazione dello “Stato islamico” per infiltrare il centro di Kirkuk attraverso Havika e collegarsi con le loro cellule dormienti nella città è stato il più importante sviluppo delle operazioni dei giorni 21-24 ottobre. A questo hanno fatto seguito informazioni e resoconti che indicano lo “Stato islamico” contro-attaccare a Rutbah nella provincia irachena di Anbar, non molto lontano dalla frontiera del paese con la Siria e la Giordania. Il 24 ottobre un attacco del gruppo estremista islamico contro Sinjar, che domina la strada vitale da Mosul alla Siria, è stato bloccato dalle forze yazide sostenute dagli aerei americani.

Le forze Hashd ash-Shaabi (unità di Mobilitazione Popolare) prevalentemente sciiti, si sono aggiunti alla campagna sabato, il loro compito è tagliare allo “Stato islamico” la via di rifornimento dell’ovest verso la Siria.

Mosul: le sfide e le insidie

La vera vittoria nella battaglia di Mosul potrebbe richiedere mesi o ancora settimane ma più difficile sarà la lotta politica. Le forze irachene devono mantenere la loro unità nel lungo periodo e deve essere concordato un più ampio accordo politico: qui non c’è molto margine per essere ottimisti.
Le sfide militari nell’operazione di Mosul sono considerevoli. Sebbene i militari americani abbiano stimato che ci siano soltanto dai 3,000 ai 4,500 combattenti dello “Stato islamico” a Mosul, paragonati alle decine di migliaia dei membri delle forze di coalizione, escludendo il vantaggio della potenza aerea americana, i militanti del gruppo estremista godono di considerevoli vantaggi all’interno della città: il territorio urbano è un incubo per le forze che attaccano.
Bisogna considerare che lo “Stato islamico” ha avuto tempo per prepararsi. Dopo che il gruppo ha preso il controllo di Mosul nel 2014, i militanti del gruppo hanno disseminato bombe e scavato tunnel, questi ultimi visti come la creazione di linee di comunicazioni e rifornimenti sicure pur avendo i droni che volteggiavano sulle loro teste. Più di un milione di civili sono letteralmente mescolati ai militanti, circostanza che complica gli sforzi della coalizione.

Una significativa insidia è rappresentata dalla variegata e variopinta accozzaglia di forze offensive.

Le forze che attaccano rappresentano un vero “chi è chi” delle multiformi forze armate e milizie. I curdi iracheni hanno capeggiato gli attacchi iniziali, “ripulendo” i villaggi ad est della città.  Hanno giocato un ruolo importante anche i membri delle tribù sunnite, le unità dell’esercito iracheno (specialmente la sua forza d’elite di contro-terrorismo) e le milizie sciite.

Questo miscuglio è un problema

I sunniti dominano Mosul e vedono il governo iracheno e specialmente le milizie sciite come ostili, le forze sostenute dall’Iran. Questo è del resto, anche se in parte, il motivo per cui molti locali hanno accolto lo “Stato islamico”, due anni fa, quando ha preso il controllo della città; sebbene poi molti si siano irritati per il governo brutale del gruppo.

I curdi reclamano parti di Mosul, altre minoranze come gli yazidi, gli assiri e i caldei rivendicano aree dentro o vicino a Mosul come storicamente parte delle loro terre natie. Per tutto questo gli americani stanno cercando di limitare i ruoli dei curdi e delle forze sciite, anche se queste forze sono tra le più competenti militarmente.

L’unità delle forze offensive durerà?

Le differenti fazioni hanno dunque  visioni divergenti e competitive di quello che l’Iraq dovrebbe essere.

I sunniti vedono un governo centrale forte come una minaccia per i leader locali di controllare le aeree locali e per ottenere supporto finanziario dal governo centrale.

I curdi aspirano ad un alto grado di decentralizzazione se non completamente indipendenza e vogliono controllare le aree popolate dai curdi anche quando i curdi sono insieme alla popolazione araba irachena.

I gruppi sciiti iracheni credono che la loro comunità, la più grande dell’Iraq, dovrebbe governare il paese e molti  politici sciiti dipingeranno ogni concessione alla minoranza sunnita come una svendita ai terroristi e ai loro sostenitori.

Il collasso del prezzo del petrolio e la corruzione irachena insieme alla cattiva gestione economica in generale rendono difficile per il governo riconoscere i sostenitori.

Alla diminuzione della minaccia dello “Stato islamico” corrisponderà una continua lotta da parte delle fazioni irachene per ottenere ciò che vogliono.
Inoltre, il governo di Abadi non ha un forte sostegno in tutte le comunità irachene e i sunniti locali e i curdi vorranno un più alto grado di autonomia.

Qualcosa che non si può controllare: 

il 23 ottobre, l’esercito iracheno e i peshmerga* dovevano lanciare attacchi simultanei sullo “Stato islamico” dagli assi di avanzamento, ma l’esercito iracheno semplicemente non ha attaccato. Non è chiaro il motivo.

Con un significato potenzialmente più grande: gli Stati Uniti hanno poca potenza aerea nella regione per soddisfare tutte le necessità richieste per il suo supporto alle forze di terra. Il 20 ottobre, gli Stati Uniti non hanno fornito alcun supporto aereo alle forze curde. Non è chiaro il perché, ma il personale americano sul campo si lamenta del fatto che semplicemente non ci sono abbastanza tempi aerei disponibili. Questo potrebbe rivelarsi un problema importante nel momento in cui i curdi e gli iracheni avanzeranno lungo 5 assi di attacco. Siccome i curdi e gli iracheni sono diventati pericolosamente dipendenti dai bombardamenti americani per avanzare, la potenza aerea della coalizione sembra essere spinta in troppe direzioni per sostenere troppe operazioni, lasciando troppo poco per molti settori e niente per altri. E se fosse fatto apposta? Una vera e propria strategia americana? Continuate a leggere e vi spiegherò il perché.

Lo “Stato islamico” cercherà di trarre vantaggio da tutti questi problemi. Si prepara ad andare sul terreno per ricominciare la sua campagna di assassinii contro i leader sunniti che vede come collaboratori e altri avversari; strategia che utilizzò con successo dopo il 2011 dopo essere stato devastato dalla campagna di contro-terrorismo guidata dagli Stati Uniti. Il gruppo estremista e altri gruppi con simili ideologie prenderanno di mira gli abusi del governo e delle forze sciite facendo leva sulla generale insoddisfazione dei sunniti.

Quindi anche se la battaglia di Mosul ha successo militarmente, proclamare la vittoria sarebbe una mossa da evitare. Le vittorie potrebbero essere invertite o almeno minate, perché probabilmente lo “Stato islamico” utilizzerà la sua postura di gruppo terroristico transnazionale per lanciare attacchi in altri paesi.
Sebbene sia impossibile sapere con certezza le intenzioni del gruppo estremista, sembra che l’attacco a Kirkuk del 21 ottobre sia stato un attacco a lungo pianificato. Il gruppo è “famoso” per tentare la rappresaglia orizzontale: attaccare da qualche altra parte per compensare una perdita, come l’assalto a Ramadi dopo che la coalizione aveva ripreso Tirkit nel 2015.

I piani post liberazione? Mistero!

Uno degli aspetti più sorprendenti e forse tragici dell’operazione è che si conosca poco o niente di piani post-liberazione: per la sicurezza, il governo e la ricostruzione di Mosul.

Nessuna della parti curde, nessuno dei gruppi iracheni coinvolti nell’operazione, né i turchi né la forza di Mobilitazione Popolare sono consapevoli che ci sia un piano specifico a riguardo. Tutti dichiarano di aver ricevuto istruzioni in termini generali e non gli è stato chiesto di firmare un piano più dettagliato. I curdi si sono accordati per tenere i peshmerga a diversi chilometri di distanza dalla città e lasciare l’assalto in sé alle forze di sicurezza irachene. Ai leader di altri gruppi che parteciperanno all’operazione sono stati assegnati settori di assalto e fornite direttive su cosa gli altri faranno per prendere la città, ma niente su quello che accadrà quando la città sarà presa.
Tutto ciò sembra suggerire che gli Stati Uniti hanno deciso di permettere al governo iracheno di prendere la guida del post liberazione di Mosul e gestire la situazione. Mossa che contiene considerevoli rischi. Il governo iracheno ha mostrato solo una modesta capacità di condurre questo tipo di operazioni. L’entità dell’operazione e la necessità di seguire le manovre correnti simultaneamente da altre parti potrebbe far inabissare le capacità del governo iracheno. Inoltre, perseguire questo tipo di approccio potrebbe anche dire giocare a dadi con i vari attori al di fuori del pieno controllo del governo iracheno: Hashd ash-Shaabi, Atheel al – Nujayfi – le guardie di Nivive – varie tribù sunnite, il partito dei lavoratori curdi, i turchi. In assenza di un piano concordato e condiviso che da ad ognuno di questi attori una missione ben definita e i confini sia geografici che operativi, alle loro attività ognuno potrebbe scegliere di prendersi tutto quello che vuole.

La domanda che ci si pone è se lo “Stato islamico” resisterà a Mosul per mesi come ha fatto a Fallujah e a Ramadi o si scioglierà senza apporre una forte e sostenuta resistenza.

Lo “Stato islamico” sembra essere acutamente cosciente dell’esistente battaglia che affronta contro i peshmerga, le tribù arabe sunnite della provincia di Ninive, le forze regolari e le milizie sciite. Il gruppo estremista islamico mostra segnali di voler di lanciare una nuova ondata di terrore con contro-attacchi e con autobomba e attacchi suicidi.
Sembra abbastanza probabile che lo “Stato islamico” cerchi di creare una guerra civile etnico-settaria in Iraq mandando uomini e donne suicida nei luoghi religiosi sciiti e nelle moschee e nei territori disputati come Kirkuk e quelli tra Erbil e Baghdad.
Analizzando la prima settimana dell’operazione di Mosul si nota che per ritardare l’avanzata del nemico nel centro di Mosul, lo “Stato islamico” ha fatto ricorso, nei villaggi vicini, ai cosiddetti attacchi “colpisci e scappa”. Più di 20 attacchi con veicoli bomba sono stati registrati nella periferia di Mosul dall’inizio dell’operazione. Per lasciare senza poteri la massa delle forze della coalizione intorno a Mosul, il gruppo estremista islamico li ha distratti con operazioni a Kirkuk e a Rutbah, che senza dubbio hanno un alto valore simbolico. In breve: lo “Stato islamico” è determinato a rimanere e combattere.

La leadership militare dello “Stato islamico” aderisce a strategie militari razionali, in contrasto con i suoi militanti sul terreno, che sono motivati da ideologie salafiste/jihadiste con una visione apocalittica.

Abbiamo visto quanto siano razionali i comandanti militari del gruppo estremista, quando il 16 ottobre, invece di cercare di difendere l’importante simbolo di Dabiq contro l’assalto del Free Syrian army appoggiato dalla Turchia, si sono ritirati verso al-Bab. Il comando militare dello “Stato islamico” ha agito razionalmente durante il loro periodo di difensiva da gennaio a giugno e stanno agendo razionalmente adesso che sono sotto una pesante pressione.

Dunque, se è questo il caso cosa dice il pensiero militare razionale per Mosul?

Molto semplice: difendere più che puoi. Minare le intenzioni offensive del nemico. Dettare il ritmo. Rendere il combattimento statico. Espanderlo su un lungo periodo in modo da rompere la coesione del nemico che già appare come un assortimento di forze. Se non c’è necessità di ritirarsi, non esitare a raggrupparsi organizzarsi e colpire di nuovo.

Con questa linea di pensiero molto probabilmente lo “Stato islamico” resisterà a Mosul il più a lungo che potrà e poi evacuerà la città in fasi e muoverà la sua forza principale a Deir ez-Zor e Raqqa o nel terreno rurale popolato dai sunniti di Diyala.

Non sembra che il gruppo estremista islamico sia pronto a concedere Mosul facilmente. Un’indicazione che il gruppo intende combattere duramente per Mosul, ci è fornita dall’esecuzione di 60 prigionieri e dal divieto di cellulari e connessioni internet.
Poi c’è l’ampia realtà di centinaia di posizioni di combattimento del gruppo fortificate da bombe sulla strada, tunnel, cecchini e uomini e donne suicida.
Se i militanti dello “Stato islamico” non potranno porre fine all’assedio di Mosul con la loro resistenza, si faranno la barba, si mescoleranno ai civili e ai combattenti stranieri e si ritireranno in altri luoghi per riorganizzarsi. Il terreno rurale di Diyala, con le sue caratteristiche desertiche, le sue colline, fornisce un luogo ideale per riorganizzarsi.
Se lo “Stato islamico” perdesse Mosul,  la Siria, l’Iraq e il resto del mondo devono essere pronti ad avere a che fare con il fenomeno dello “Stato islamico” senza Stato e con un territorio in diminuzione. Ci si dimentica della parte transnazionale del gruppo e si sottovaluta forse l’incremento delle attività di propaganda  in paesi vicini come la Giordania e la Turchia a seguito di perdite di territorio. Lo “Stato islamico” potrebbe, verosimilmente, spostare le proprie attività in Turchia per addestrare e esportare cellule in altri paesi.

Sembra probabile che se perdesse Mosul, il gruppo modificherà la sua strategia di combattimento e si attivi in modalità “clandestina” incoraggiando le sue operazioni di propaganda nel cyberspace e sposti le attività di addestramento in Giordania e in Turchia mentre incrementerà gli atti di terrore per veicolare il messaggio: “siamo ancora forti”.

Se lo “Stato islamico” diventasse più un’organizzazione terroristica “clandestina”, potrebbe diventare un proxy rilevante nello sviluppo della lotta di potere Stati Uniti-Russia in Siria ed Iraq.

Gli Stati Uniti fanno il doppio gioco?

Gli Stati Uniti vedono che con il coinvolgimento della Russia, l’esercito siriano ha svolto meglio i suoi compiti e sta per porre fine alla battaglia di Aleppo. Per indebolire i militari russi e degradarli economicamente, gli Stati Uniti potrebbero mettere in pratica l’opzione di non annientare lo “Stato islamico” a Mosul, ma lasciare che si ritiri in Siria attraverso il fianco occidentale di Mosul, che è stato lasciato aperto. Se questo schema funzionasse, i combattenti dello “Stato islamico” si riorganizzerebbero a Raqqa – Deir ez-Zor così da formare una linea difensiva tale da impedire alle forze del presidente siriano Assad di attraversare l’est della linea Aleppo – Palmira.
Gli Stati Uniti permettendo ai militanti dello “Stato islamico” di ritirarsi in Siria da Mosul potrebbero sperare di utilizzare l’organizzazione per erodere le vittorie militari della Russia e del regime di Assad.
Ci si chiede se gli Stati Uniti non stiano ridisegnando un nuovo Afghanistan in Siria per esaurire militiarmente ed economicamente la Russia.

* il nome si traduce in “coloro che affrontano la morte”. Sono i combattenti curdi nel nord dell’Iraq. Quindi non è necessario scrivere “peshmerga curdi” perché la parola “peshmerga” indica già chi sono.

Giugno 15 2016

Strage di Orlando: motivazioni personali con marchio ISIS

strage di Orlando

Riveste un’importanza vitale distinguere tra attacchi “ispirati all’ISIS” e “diretti dall’ISIS”.

La strage di Orlando sembra più il tentativo di una persona carica di odio di avere uno status, un pubblico.

Questo attacco non si inserisce nel quadro di attacchi diretti al raggiungimento degli obiettivi dell’organizzazione estremista, ma piuttosto come l’azione di un meschino che con il marchio ISIS ha cercato di raffigurare il suo atto come eroico.

I primi rapporti dalla strage indicano che Omar Mateen è un lupo solitario: vale a dire un individuo che è ispirato dall’ideologia di un gruppo estremista ma che non è sotto il controllo operativo dell’organizzazione. Dunque è necessario riconoscere la differenza tra attacchi “ispirati dall’ISIS” e “diretti dall’ISIS”. Gli attacchi ispirati dall’ISIS molto più probabilmente sono amatoriali.

La strage di Orlando ci mostra cosa un solitario con le giuste armi può fare, ma quando l’ISIS dirige un’attacco, come quello di Parigi, beh i risultati sono molto più sanguinosi.

Strage di Orlando: motivazioni personali sotto il marchio dell’ISIS

Ad Orlando, come a San Bernardino lo scorso dicembre, sembra proprio che l’attacco sia un misto di motivazioni personali con il marchio dell’ISIS. Dal momento che i lupi solitari operano per conto loro, le loro agende personali spesso si mischiano e confondono a quelle del gruppo estremista a cui loro dichiarano di appartenere. Dai rapporti degli investigatori sappiamo che Mateen era un omofobo: suo padre racconta che il figlio diventava nervoso quando vedeva due uomini baciarsi.

Sebbene l’ISIS non abbia mostrato particolare amicizia per gli omosessuali non sono particolarmente in alto nella loro lista, e la loro propaganda in Occidente non si è focalizzata su di loro in maniera pressante.

L’Islam utilizzato per giustificare azioni di individui sull’orlo della violenza e dargli uno status ovvero un pubblico.

La strage di Orlando sembra rappresentare la dinamica per cui l’Islam è usato da un individuo già sull’orlo della violenza per giustificare le sue azioni e dargli uno status o almeno un pubblico, come è appena successo a Mateen. La sua ex – moglie ha dichiarato che era violento nei suoi confronti e non  particolarmente zelante nella fede.

Lo stile degli attacchi dell’ISIS è differente

Negli attacchi diretti dall’ISIS a Parigi abbiamo visto molteplici attentatori che lavoravano in gruppi. Il bilancio finale delle vittime, 130 ci suggerisce molto sulla loro efficacia. Alcuni dei cospiratori dell’organizzazione sono stati in grado di adottare un basso profilo e la loro connessione gli attacchi di Parigi, si è scoperta molti mesi dopo.

Sia a San Bernardino che ad Orlando, invece, il sospettato è diventato la vittima come parte della risposta all’attacco, diminuendo gli effetti psicologici che avvengono quando un attentatore attivo è ancora libero di tramare qualcosa.

I più recenti attacchi ispirati all’ISIS non mostrano una logica simile che li collega agli obiettivi dell’organizzazione (obiettivi simbolici o di importanza militare), ma piuttosto sembrano più il tentativo di un tiratore di far apparire il suo atto come eroico.

Che fare?

Fermare gli attacchi dei lupi solitari è davvero molto difficile. Viste le leggi permissive  per l’acquisto di armi negli Stati Uniti, anche qualcuno come Mateen che ha presumibilmente abusato di sua moglie e ripetutamente oggetto di investigazioni dell’FBI, può comprare un’arma automatica perché non ha ancora apertamente sostenuto un gruppo estremista.
Si potrebbe promuovere un senso di resilienza e evitare di demonizzare i musulmani (in questo caso americani).

In conclusione, a mio avviso, è necessario riconoscere che individui Omar Mateen debbano essere raffigurati come persone cariche di odio e meschine, ma non come rappresentative di una minaccia più ampia tra i musulmani o come parte di complotto grandioso dell’ISIS.

*immagine: http://www.pinknews.co.uk/

Aprile 23 2016

Contro – narrativa all’ISIS: quando la iniziamo?

contro-narrativa

Contrastare i messaggi di organizzazioni estremiste, come l’ISIS, è di vitale importanza. Le parole fanno molto più male delle bombe.

Alla domanda: “qual è lo strumento più adatto per combattere l’estremismo, ovvero organizzazioni come l’ISIS?”, molti risponderanno senza esitare “le bombe”. In questa risposta personalmente vedo sempre la superficialità con cui si guarda il fenomeno di organizzazioni complesse, transnazionali violente che si incarnano in ideologie conservatrici, estreme. Trovo, inoltre, che chi risponde che le bombe sono l’unica soluzione possibile, sottovaluti quanto calcolo ci sia dietro ogni singola mossa, piccola o grande di organizzazioni di questo tipo.

I programmi di nation building che costruiscono solo le case di chi si intasca i soldi

Governi di tutto il mondo hanno investito ed investono grandi quantità di denaro in iniziative di contrasto al terrorismo. La panacea a tutti i mali è sempre stata finanziare la famosissima community building, malgrado la totale mancanza di alcuna evidenza che queste iniziative di finanziamento abbiamo in qualche modo prevenuto l’estremismo violento in modo significativo. Se spostiamo la lente più in alto vediamo come a livello mondiale, gli esercizi di nation building e quindi programmi di riforme democratiche, di educazione, sono stati foraggiati di grandi somme di denaro verso regioni e paesi convinti che potessero andare dritti al eradicazione dell’estremismo violento. Il fatto che la Germania e la Gran Bretagna appaiono essere i maggiori fornitori di foreign fighter per l’ISIS rispetto alla Somalia, dovrebbe far riflettere o perlomeno far porre una serie di domande sulla validità dei programmi di cui si parlava poco fa.

Contro-narrativa

Piuttosto che spendere risorse in programmi di nation building il percorso più sensato sarebbe quello di classificare, elencare, la messaggistica che l’ISIS utilizza per raggiungere i suoi obiettivi e in seguito distruggere sia l’integrità del contenuto che la distribuzione.
La macchina della propaganda dell’ISIS è un affare calcolato. Ha 5 obiettivi principali che implicano sempre lo sforzo di semplificazione della complessità del mondo reale in una battaglia stile cartone animato tra il buono e il cattivo. Vediamoli:

–  proiettare un’immagine di forza e vittoria,
– stimolare coloro che hanno tendenze violente abbinando la violenza estrema alla giustificazione morale della costruzione di una sua presunta società utopica,
– manipolare le percezioni di cittadini ordinari in Occidente o nei paesi che il gruppo categorizza come nemici, affinché richiedano e incitino l’azione militare, ed instillare, allo stesso tempo, il dubbio che queste azioni possano avere successo,
– incolpare altri di ogni conflitto e far in modo che il conflitto sia dipinto come risultato dell’aggressione di governi occidentali,
– rielaborare ogni azione contro l’ISIS come un azione contro i musulmani in generale, specificatamente evidenziando le vittime civili.

La messaggistica offensiva

Ognuno di questi obiettivi è vulnerabile alla messaggistica offensiva, ma alcuni messaggi che provengono dall’Europa come dagli Stati Uniti, rinforzano gli obiettivi dell’ISIS. Ad esempio: le nuove storie che descrivono ripetutamente i video dell’ISIS come terrificanti o descrizioni ingigantite della minaccia che presenta l’organizzazione. Coloro che fanno dichiarazioni, anche i programmi televisivi, attraverso cui pensano di combattere il messaggio dell’ISIS con una simile narrativa semplificata, non sanno, evidentemente, che finiscono per rinforzare l’obiettivo dell’organizzazione estremista e cioè di inquadrare il mondo come parte di una battaglia cosmica tra il bene supremo e il male supremo. Non so se avete presente quei programmi tipo tavole rotonde dove sedicenti esperti, aiutati evidentemente dalla voglia di apparire, continuano a brandire lo spettro della guerra di religione, della guerra di civiltà, continuando appunto a perpetrare lo stesso messaggio dell’ISIS: il bene contro il male.

Esposizione delle vulnerabilità

Se attacchi mirati alle infrastrutture di comando e controllo dell’ISIS risultano essere utili, nelle priorità si dovrebbe inserire l’esposizione delle vulnerabilità dell’organizzazione estremista.

Si potrebbero sfruttare le immagini aeree, la sorveglianza elettronica per mostrare quello che realmente accade nella pancia dell’organizzazione. Si dovrebbe dedicare molta attenzione alla documentazione di crimini di guerra e atrocità contro i sunniti nelle regioni controllate dall’ISIS.
Evidenziare semplicemente la barbarie dell’ISIS è inadeguato perché non c’è dubbio che l’organizzazione voglia mandare il messaggio di come tratta i nemici. Per diminuire la forza dell’ISIS si dovrebbero documentare i suoi fallimenti, particolarmente all’interno dei territori che controlla: incidenti in cui le persone si ribellano al loro controllo, corruzione, povertà, infrastrutture inadeguate.
Soprattutto potremmo controbattere alle priorità dei messaggi dell’ISIS rifiutandoci di giocare nella sua narrativa di apocalisse.

Ascoltando la conferenza stampa di Papa Francesco dopo la sua visita a Lesbo mi sono accorta che quella sì, era una contro – narrativa all’estremismo violento. Indipendentemente dalla religione, che come avete visto negli obiettivi dei messaggi dell’ISIS non compare, Papa Francesco ha mandato un messaggio di integrazione, di aiuto per i bisognosi, di accoglienza, di speranza, di un modello di società che abbracci tutti (“siamo tutti figli di Dio”). Ve la propongo, così che la possiate guardare e ascoltare anche da questo punto di vista di contro – narrativa.

 

Aprile 6 2016

Iraq: i civili tra l’avanzata delle forze irachene e l’ISIS

Iraq

Iraq: civili che restano intrappolati tra l’avanzata delle forze governative e l’ISIS, paralisi politica e crisi finanziaria. Si pensa all’ISIS, ma chi pensa alla ricostruzione dell’Iraq?

Ci si dimentica facilmente di ciò che non è vicino a noi e così dell’Iraq, dove si combatte per liberare le città dall’ISIS, non si parla più. Eppure proprio la settimana scorsa, decine di centinaia di civili iracheni sono rimasti intrappolati tra l’avanzamento delle forze governative nella battaglia contro lo stato islamico nella provincia occidentale di Anbar. Così come rivela il portavoce del contro – terrorismo iracheno al The Guardian, i civili sono letteralmente intrappolati tra le linee delle forze governative e gli estremisti.

I civili nel mezzo dei due fronti di combattimento

Iraq

La scorsa settimana gli attacchi aerei della coalizione sono stati circa 17. I comandanti preparano i piani di evacuazione per le famiglie, le forze irachene lanciano volantini per informare i civili di quali strade possono percorrere in maniera sicura, ma pare che questo non sia sufficiente a prevenire che i civili restino intrappolati.

L’ISIS però aveva già dimostrato, nella battaglia di Ramadi, che all’avanzamento delle forze governative irachene loro indietreggiavano e prendevano in ostaggio civili, rallentando significativamente l’avanzamento delle truppe di terra. Mentre il centro di Ramadi è stato dichiarato sotto il controllo del governo lo scorso dicembre è stato soltanto due giorni dopo che le forze irachene e della coalizione hanno potuto dire che la città era pienamente liberata.

L’ Iraq rivuole Mosul

Le forze militari irachene stanno facendo quel genere di operazioni che la coalizione a guida americana definisce: shaping operations” prima di pianificare l’offensiva per riprendere Mosul. Le forze irachene sono riuscite a spingere fuori l’ISIS da alcuni villaggi vicino a Makhmour. La settimana scorsa si è celebrata la vittoria della “riconquista” della città di Kubaisa nella provincia di Anbar dalle mani dell’ISIS.

Iraq
Gli Stati Uniti hanno impiegato assetti aggiuntivi in Iraq l’artiglieria a Makhmur e sistemi avanzati lancia missili. Ci sono circa 5000 soldati americani in Iraq.

La paralisi politica

Il primo ministro Abadi ha commesso un bel po’ di passi falsi: non si è consultato con i personaggi influenti prima di annunciare la sua agenda di riforme. Ha ripetuto lo stesso errore annunciando un rimpasto di governo, vedendosi svanire nel nulla il suo sforzo perché osteggiato da vari partiti politici in particolare dai gruppi sciiti rivali.
Lo staff del primo ministro sta lavorando su una serie di riforme politiche ed economiche di lungo termine, le riforme strutturali sebbene necessarie richiedono inevitabilmente un lungo periodo di tempo prima che possano mostrare dei risultati.
La riconciliazione tra sunniti e sciiti rimane fievole. Il presidente Fuad Massoum ha riunito un comitato sulla riconciliazione per cercare di spingere in avanti il processo, ma il comitato si incontra raramente e quando lo fa non raggiunge che poco. I leader sunniti sono contenti della volontà di Abadi di decentralizzare l’autorità e le risorse ai governatori delle province di Anbar e di Salah al – Din per aiutare la ricostruzione di Ramadi e Tikrit, ma continuano a guardarlo con sospetto, temendo che queste risorse sostituiscano la possibilità di avere un posto al tavolo a Baghdad.
La leadership sunnita rimante fortemente frammentata, ma il governo fa pochi sforzi per unificarli.

La crisi finanziaria dell’Iraq rimane acuta risultato di prezzi del petrolio persistentemente bassi. Inoltre, le frustranti lungaggini burocratiche e l’aumento di problemi di sicurezza nel sud Iraq (risultato dello spostamento delle forze di sicurezza irachene a nord, per combattere l’ISIS), hanno creato grandi problemi alle compagnie petrolifere internazionali che operano nel sud del paese.
L’Iraq sta negoziando con il Fondo Monetario Internazionale un aiuto finanziario che dovrebbe ammontare complessivamente a più di 9 miliardi di dollari.

Se solo si implementasse la famigerata PHASE IV

E’ un fatto assolutamente acclarato e più volte sottolineato dagli analisti politici di tutto il mondo che la vittoria contro lo stato islamico potrebbe risultare effimera se non si crea un contesto politico che traduce le vittorie militari tattiche in obiettivi politici.
Si parla di Mosul, di toglierla dalle mani dell’ISIS, ma non si è mai sentito parlare di un piano di ricostruzione e stabilizzazione. Ricordiamoci che la famosa fase IV dei piani cioè quella appunto di ricostruzione e stabilizzazione nell’invasione dell’Iraq del 2003, non era stata evidentemente articolata e meno che mai fornita delle risorse necessarie, visto il catastrofico fallimento del post invasione nei successivi 3 anni. Non metto in dubbio che la fase sia stata pianificata effettivamente dai militari, ma evidentemente mai realizzata dalla parte civile, quando i militari si sono ritirati. Il ritorno alla guerra civile nella metà del 2014 è il risultato inevitabile di questi fallimenti, di entrambe le parti, civile e militare. Se si sta pianificando la riconquista di Mosul, e allora costruiamo un piano per la fase successiva, dandogli le risorse adeguate, piano che sarebbe stato meglio pianificare nello stesso momento in cui si pensava di riprendere Mosul.
Il grave problema è che il compito della missione della coalizione, della campagna militare, è quello di distruggere l’ISIS. Stabilizzare l’Iraq sembra essere un compito meno importante, e questo vuol dire meno risorse e meno attenzione. Forse sarà che è difficile imparare dal passato, ma il fatto di distruggere l’ISIS non significa automaticamente che tutti gli estremisti cadano in un buco nero, spazio – tempo, ma potrebbe presumibilmente verificarsi la nascita di una nuova formazione estremista, proprio dalle sue ceneri come fu per AQI (al Qaeda in Iraq) e poi ISIS.

La stabilizzazione e la ricostruzione è quella in cui il fulcro sono i civili. Le città, prima conquistate dall’ISIS, soggiogate ai suoi dettami, poi riconquistate dalle forze governative, non possiamo certo immaginare che non abbiamo bisogno di risorse specifiche o che siano intonse come quando furono costruite.

Marzo 23 2016

Di interventisti da poltrona e altre amenità

interventisti

Dopo gli attacchi di Bruxelles, parliamo di un pericolo tangibile in Italia: gli interventisti da poltrona e la disinformazione.

Quando pensavamo che gli esperti da salotto si fossero estinti dopo gli attacchi di Parigi ecco ricomparire sulla scena l’interventista da poltrona, che seduto comodo con l’ipad in mano ci illumina con le sue svariate competenze e conoscenze.

L’interventista da poltrona

E’ un individuo che compare ovunque, sui social, nelle trasmissioni televisive, nei telegiornali, alle radio e persino sulla carta stampata. Lui sa tutto! Lui sa cosa pensano gli jihadisti violenti, lui sa cosa si doveva fare e soprattutto lui non sa cosa si deve fare. L’unica cosa che sa è che si deve: “andare a combattere” in un imprecisato spazio temporale, in un qualsivoglia paese lontano. Questi personaggi non hanno rispetto per i morti, meno per i famigliari dei morti, per nulla per le persone ferite, scioccate, perché l’importante è dire che lui lo sa!

La disinformazione

Puntuali arrivano tutta quella serie di servizi con le stesse immagini ripetuti fino alla nausea. I titoli attira pubblico, quelle interviste con le domande: “hai avuto paura?“. Oppure quelli fuori dalla stazione Termini a Roma che chiedono ad un ignaro viaggiatore: “lei si sente al sicuro?“. Che domande sono? Forse io non ho la sensibilità per apprezzare questo genere di informazione, che invece di mostrare immagini di vita ci propone le macchie di sangue, le persone ferite, a ripetizione le immagini dell’esplosione (peccato che qualcuno ha messo al posto dell’immagine dell’aereoporto di Bruxelles quelle di un attentato a Mosca del 2011). Il diritto alla cronaca, per carità, giustissimo, ma noi abbiamo bisogno di immagini di vita, dei colori dei gessetti sulla piazza di Bruxelles, abbiamo bisogno di sentire ridere i bambini, non sentire quello straziante pianto del bambino nella metro a Bruxelles, subito dopo l’esplosione. Perché a voler essere precisi, le organizzazioni estremiste di natura religiosa come l’ISIS, si combattono anche attraverso delle campagne di comunicazione mirate. La strategia di comunicazione, di contrasto al loro modo di comunicare, riveste una particolare importanza, soprattutto per chi come loro dell’informazione ne fa un’arma. Lo stato islamico semplifica la visione del mondo in buono e cattivo per fornire terreno fertile alla loro ideologia e dall’altra parte intere campagne di informazione a dire: l’ISIS è il male! Ho letto di un’intervista (spero sia falsa) di padre Amorth che dice che l’ISIS è il demonio. Complimenti! Riproduciamo quello che loro vogliono: la dicotomia tra bene e male, la semplificazione della visione del mondo e l’appiattimento di tutte le sfumature delle nostre società.

L’espertone di intelligence

L’ultimo nato in fatto di figure post attentati è l’espertone di intelligence. Posto che chi scrive ha qualche esperienza nel settore dell’intelligence e qualche corso in questo ambito, mai mi sognerei di dichiarare delle certezze. La colpa dell’attentato di Bruxelles è dell’intelligence è il nuovo slogan. E sentiamo, perché dobbiamo identificare un capro espiatorio? Se poi il Ministro della difesa italiano ieri sera a Ballarò dice che: “non possiamo pensare che i nostri servizi segreti siano più veloci dei terroristi”, beh mi viene da piangere seriamente. Evidentemente al Ministro (Ministra è un’altra amenità di una politicante che mette la “a” e però tollera una discriminazione di genere inquietante nel nostro paese per un governo che ha tolto il ministero delle pari opportunità) era stato detto che è molto molto difficile poter stabilire quando gli attentatori si siederanno ad un tavolo, su una panchina, al bar, alla fermata del bus, al parco, per decidere ora e giorno dell’attentato. Avrebbe potuto rassicurare tutto il paese dicendo, per esempio, che i servizi segreti italiani lavorano indefessamente per la sicurezza della Repubblica e che fanno molto bene un lavoro di prevenzione, sebbene non siano maghi con la sfera di cristallo. Avrebbe potuto magari dire che coloro che si fanno saltare in aria sono proprio l’ultimo anello di una catena, una rete, enorme, le cui cellule non si conoscono tra di loro, che proprio per questo il lavoro di prevenzione è essenziale.

Si può ipotizzare che i politici belgi, il procuratore, siano stati tanto superficiali da divulgare a tutti i costi le dichiarazioni di Salah e che siano stati abbastanza imbranati dal non predisporre misure di controllo più efficaci, posto che ovviamente l’attentatore non va con un segnale luminoso in volto: “sto per saltare in aria”. E’ facile con i fotogrammi dire: “ecco li vedete sono i due che portano i guanti e lì c’è il telecomando”. Ma certo fermiamo tutti quelli con i guanti allora.

La semplificazione a tutti i costi di temi complessi è un danno per tutti.

Sono sempre dell’idea che chi non abbia una formazione su temi complessi come il terrorismo internazionale, piuttosto che gli estremisti di natura islamica, sentendo le trasmissioni televisive e leggendo i giornali si confonda ancora di più e la paura, fisiologica di tutti, si centuplichi. Semplificare a tutti i costi riunendo in un calderone fumante, i temi della migrazione, dell’estremismo, delle religioni è un danno! Non si fa un servizio alla comunità, per qualche attimo di visibilità in più, ridurre tutto ad un unico argomento.

Le quantità di informazioni in mano agli operatori di intelligence noi non le conosciamo, non possiamo dire non si parlano o si parlano poco tra di loro, perché nella realtà a parte la relazione del COPASIR al parlamento, di quello di cui parlano e su cui investigano i servizi segreti, se si chiamano segreti un motivo ci sarà.
Non sono d’accordo che siccome la persona della strada non può capire la complessità del fenomeno dello stato islamico bisogna girare il minestrone del calderone. No, io piuttosto credo che bisogna anzitutto scomporre il problema nelle sue sfaccettature e soprattutto attuare una strategia di contro – comunicazione a quella dello stato islamico. Ritengo inoltre, che intervenire militarmente non è uno gioco elettorale, ci vuole una strategia di lungo termine e non è il solo e unico strumento per sconfiggere la minaccia di un gruppo transnazionale terrorista che al suo interno si comporta come uno stato.

Credo, infine, che i quartieri di Bruxelles, dove hanno sputato ai poliziotti che cercavano i presunti terroristi, siano l’emblema del fallimento delle politiche di integrazione, se mai si siano attuate, visto che quei quartieri, già quando frequentavo io la Scuola Europea (e si parla veramente di moltissimo tempo fa) erano già piuttosto ghetti che quartieri integrati nel tessuto della società belga.

Marzo 7 2016

Il labirinto libico

labirinto libico

Il labirinto libico è fatto di divisioni politiche, fazioni estremiste, lo stato islamico e le risorse idriche che se cadessero in mano del gruppo di Abu Bakr al – Baghdadi potrebbero disegnare scenari peggiori di un semplice caos.

In questi giorni le notizie sulla Libia sono state riportate creando, se possibile, più caos di quello che c’è in Libia. Mi sono sempre chiesta: ma come fa una persona che non è del “mestiere” a capire che diavolo succede in Libia?. Cerco allora di aiutarvi a mettere in ordine le idee, se non altro per cambiare canale quando sentite le frasi “beduini del deserto che cambiano idea ogni secondo”. 

Il 17 dicembre 2015 dozzine di delegati delle due compagini governative rivali libiche, così come municipalità locali e la società civile, hanno firmato un accordo delle Nazioni Unite (NU) per formare un governo di unità nazionale. I colloqui sono andati avanti per quasi un anno. Il nascente Governo di Accordo Nazionale (GNA) deve ancora essere pienamente formato. Un consiglio presidenziale di 9 membri è stato stabilito e sta funzionando anche se lavora per la maggior parte da Tunisi. Nel complesso, il processo di divisione del potere indicato nell’accordo è indietro rispetto alla programmazione. La precedente pressione dalla comunità internazionale per restare incollati ad una sequenza temporale spesso affrettata ha dato il via ad errori fatali in Libia, come le elezioni del 2014 senza una massiccia registrazione ed un accordo tra le fazioni per rispettare il risultato. La riconciliazione richiede tempo.
Dopo tutto i due speaker dei parlamenti rivali restano opposti all’accordo. Il leader dell’House of Representatives (HoR) a Tobruk, Agila Saleh, ha ammorbidito la sua posizione dopo che importati tribù nell’est della Libia hanno appoggiato l’accordo, sebbene con la condizione che il ruolo dell’esercito nazionale libico e il suo leader, il Generale Khalifa Haftar sia preservato. A Tripoli, Nuri Abu Sahmain, lo speaker del General National Congress (GNC), ha offerto una concessione al nuovo mediatore delle NU, Martin Kobler, accordandosi per facilitare lo spostamento della Missione Speciale NU per la Libia nella capitale. Nelle ultime settimane, diverse municipalità hanno appoggiato il nuovo governo di unità nazionale con l’offerta del consiglio locale di Benghazi di una capitale temporanea per la Libia, fino a che il governo non sia riportato a Tripoli.

Labirinto libico: i problemi

Il nuovo primo ministro designato, Faize Serraj e Kobler affrontano diversi problemi. Il più stringente è l’ISIS. Il gruppo ha espanso le sue operazioni in Libia, lanciando un’offensiva contro le più grandi istallazioni di petrolio sulla costa e uccidendo dozzine di reclute della polizia. Catturando la piccola città di Ben Jawad, lo stato islamico ha mosso le sue “frontiere” dell’area che controlla lungo la costa libica di 29 km ad est.

L’offensiva dell’ISIS sui giacimenti di petrolio è particolarmente preoccupante. Gli jihadisti sembrano tesi a distruggere piuttosto che prendere il controllo e sfruttare le istallazioni di petrolio, che danneggerebbero permanentemente il budget della Libia, rendendo il lavoro del nuovo governo ancora più arduo. Se avesse successo, l’ISIS potrebbe attrarre nuovi foreign fighters dalla vicina Tunisia, dal Sudan, e dall’Algeria. Questo compenserebbe la mancanza di significativi numeri di reclute libiche che è stata la principale debolezza del gruppo.
L’offensiva dell’ISIS è stata contrastata dalla combinazione di attacchi aerei da Misurata e forze di terra delle Petroleum Facilities Guard, due forze che recentemente si sono allineate rispettivamente con il governo di Tripoli e Tobruk.
I vertici più anziani dell’ISIS sono composti da foreign fighters dall’Iraq, Arabia Saudita e Yemen arrivati la scorsa estate per coordinarsi con i jihadisti locali. Come l’ISIS in Iraq e Siria i ranghi in Libia sono variegati, con cittadini tunisini, sauditi e libici che portano a termine le loro missioni suicide. Il gruppo ha anche intercettato gli jihadisti libici che hanno combattuto con altri gruppi estremisti locali, come Ansar al- Sharia così come i libici che sono tornati dai combattimenti per lo stato islamico in Iraq e Siria.
Mentre lo stato islamico manca di una maggiore base di supporto locale in Libia, la sua presenza nel paese è cresciuta costantemente nei mesi recenti. Il gruppo beneficia della mancanza di una strategia della comunità internazionale. Inoltre, l’ISIS non deve rimanere popolare in Libia per dominare ed espandersi, tutto quello di cui ha bisogno è la perpetuazione dello status quo.
L’altro problema sono le emblematiche radici del caos in Libia. Un mese dopo l’accordo di divisione del potere, il paese ora ha 3 governi, il non ancora funzionante GNA, Tobruk e il governo di Tripoli allineato agli islamisti. Questa settarietà si trascina, malgrado il fatto che 17 paesi che hanno supportato l’accordo di pace, incluso gli Stati Uniti e l’UE, si sono impegnati ad avere a che fare solo con il GNA, una mossa che il Consiglio di Sicurezza ha sostenuto il 23 dicembre 2015.
Inoltre, le divisioni fanno sì che la capitale Tripoli resti isolata. Gheddafi aveva creato uno stato altamente centralizzato, e tutte le leve di potere sono ancora a Tripoli: i ministeri, le agenzie governative e, più importante, la Banca Centrale e la National Oil Corporation: la prima gestisce i soldi del petrolio e la seconda i contratti petroliferi. Per aiutare a riconnettere queste istituzioni chiave con il governo, le Nazioni Unite stanno guidando delle negoziazioni di sicurezza sotto la gestione del generale italiano Paolo Serra, che sta mediando tra le differenti milizie per raggiungere un accordo affinché il nuovo governo possa operare in sicurezza a Tripoli.
Il terzo problema è istituzionale. L’accordo di unità nazionale fa dell’House of Representatives a Tobruk il principale organo legislativo della Libia. Non funziona effettivamente dalla scorsa estate; nei mesi scorsi ha ripetutamente fallito nel raggiungimento di un quorum anche solo per discutere l’accordo politico. Senza la HoR il nuovo governo di unità non può operare pienamente perché manca del voto di fiducia. In più, l’accordo di divisione del potere deve essere supportato da emendamenti costituzionali che devono essere approvati dal parlamento a Tobruk. Il GNC, basato a Tripoli dovrebbe formare buona parte di una seconda camera consultiva conosciuta come State Council la quale, congiuntamente, deve nominare le più importanti istituzioni militari e finanziarie. Ma lo speaker non ha ancora dato il via libera.
Queste nomine militari sono la sfida finale che deve affrontare il nuovo governo di unità.

La grande incognita della falda acquifera Nubian Sandstone

labirinto libicoLa scorsa primavera tre delle quattro nazioni sotto cui si snodano le acque del Nubian Sandstone, il Ciad, l’Egitto ed il Sudan, si sono accordate a continuare il coordinamento per estrarre l’acqua della falda e per una divisione della gestione delle responsabilità. Tuttavia, il caos politico in Libia, la quarta nazione che condivide la falda acquifera, potrebbe far affondare gli sforzi regionali per uno sviluppo sostenibile di questa risorsa vitale.
L’ammontare stimato di acqua accessibile va dai 150 milioni di metri cubici agli 8 bilioni di metri cubici. Come le più grandi falde acquifere del mondo, questa riserva sotterranea si espande in una grande area geografica. Il territorio libico ed egiziano, hanno la quota da leone dell’acquifero e sono stati i più attivi estrattori rispetto al Ciad ed al Sudan.
Nel 2013, la falda acquifera è stata completamente mappata da un gruppo di geologi inglesi, e la Libia ha seguito le altre tre nazioni nel firmare un accordo supportato dalle Nazioni Unite per il coordinamento dell’estrazione dell’acqua e per le abilità dei paesi di monitorare i prelievi così che la falda potesse essere sviluppata sostenibilmente. Due anni dopo, quando i paesi dovevano rinnovare i loro impegni, la Libia era assente.
La connessione tra il caos politico in Libia e la sicurezza delle risorse idriche in Libia non è immediata ma c’è. Per decadi, uno dei più grandi progetti di Gheddafi era il così detto Great Man – Made River, un massiccio progetto infrastrutturale responsabile per l’estrazione e il trasporto dell’acqua della falda sotto e sopra i centri maggiori di popolazione del deserto del Sahara a nord. La rete di trasporto dell’acqua è stata un enorme orgoglio civile soprannominato “l’ottava meraviglia del mondo”. Oggi resta centrale all’identità nazionale del paese e critica per il suo sviluppo economico. Non sorprendentemente l’infrastruttura è diventata il primo obiettivo per i gruppi di insorti che cercavano di far cadere il regime.

Dal momento che i militanti affiliati all’ISIS hanno guadagnato territorio lungo la Libia, hanno visto come possibile obiettivo il controllo dell’infrastruttura lungo il Great Man- Made River. In questo si possono vedere evidenti similitudini con quanto accaduto in Iraq e Syria, (guerra dell’acqua, ISIS e dighe). La Libia è particolarmente vulnerabile a questo proposito. Il sistema di distribuzione dell’acqua si estende per distanze enormi, terreni scarsamente popolati e poco sicuri.

labirinto libico

Diverse settimane fa, i militanti affiliati all’ISIS hanno rivendicato (anche se non è stato confermato) di aver preso il controllo di installazioni lungo il Great Man – Made River, che se vero potrebbero avere enormi implicazioni per il futuro della Libia.
Nel deterioramento della situazione di sicurezza del paese, il comportamento della Libia, su tutte le questioni strategiche, incluso la negoziazione dei diritti delle risorse idriche della falda acquifera Nubian Sandstone, sarà imprevedibile. Inoltre, se gli affiliati dell’ISIS alla fine si assicureranno le infrastrutture libiche per l’estrazione ed il trasporto delle acque del Nubian Sandstone, e le lezioni dall’Iraq e la Siria ne sono un’indicazione, non si preannuncia niente di buono.
Le conseguenze del controllo dei gruppi affiliati all’ISIS della fornitura di acqua della Libia è importante perché la falda acquifera Nubian Sandstone non è una risorsa illimitata. Questo sistema d’acqua sotterranea è conosciuto come una “falda acquifera fossile”, ciò vuol dire che è geologicamente sigillato dalla superficie e non può essere ricaricato da mezzi naturali, come la pioggia che filtra dalla superficie. Mentre la falda acquifera Nubian Sandstone può essere considerata la più grande falda acquifera fossile al mondo: una volta che le acque della falda sono estratte se ne sono andate per sempre! Se i gruppi affiliati all’ISIS prendessero il controllo delle infrastrutture dell’acqua (assumendo che non l’hanno ancora fatto), rapidi e irregolari estrazioni possono facilmente risultare nello svuotamento della vasta falda acquifera più velocemente di quanto ci si aspetti.

Febbraio 10 2016

Algeria: the North Africa giant

algeria

Algeria: blocked in a status of enduring transition due to the preponderance of military, it plays a key role for the stability of North Africa and Sahel.

After 5 years from the uprising wave which have literally shocked the Middle East and the North Africa Region, the Algerian regime has been able to preserve itself and to ensure a relative stability to its territory. After a remarkable period of isolation because of the Black Decade (1991 – 2000), the country seems back on track to play a key role for the stability of North Africa and Sahel Region. Algeria has undeniable assets that can make it a regional power in North Africa, however its deep political socio – economical griefs are a real boundary for its ambitions as regional power.

Algeria and its potential

There are 4 factors which clearly outline the Algeria’s potential: geographic qualities, demographic composition, oil wealth and its security sector: modern with great experience.

With its 1,200km of coastline it has a strategic continental location: pivot of the Maghreb. Due to its geographical proximity and its colonial heritage, Algeria is a preferential partner of France and more broadly of the European Union. It is also a demographic power with a total population of 39,542,166, of which 67% under 30 years and roughly 30% between 15 and 29 years. The level of registration to primary education is 95%, for the secondary schools more than 60%. The population in working age is 68% of the total population. These numbers show the great potential that young have to increase the GDP, raise the annual production and the consumption. Key provider of oil and gas to the west, third conventional oil reserves (12,2 billion barrels) in Africa and tenth for gas reserves (4,5 trillion of cubic meters) in the world. The profits from the export of hydrocarbon are used to sustain a stable economic increase. Algeria has a military apparatus modern and strong. The People National Army has an active front of force of 512,000 and an active reserve force of 400,000. Algeria has become the first buyer of arms in Africa with a military expenditure that exceed 10 billion dollars, which represents an increase of 176% from 2004. Algeria is among the 10 world purchasers, shifting from the 24th place in 2010 to the 6th in 2013. The country is also developing its military industry through joint ventures with many firms in different countries: in January 2015 it has revealed to have assembled locally, for the first time, military truck 6 wheels Mercedes – Benz Ztros. This modernization has gone together with the improvement of the military forces training. The algerian armed forces have a sofisticated training and a huge experience in counter- terrorism tactics achieved during the revolution in the nineties.

What is it under the surface?

Disaffection cook over a low heat under the surface. Spontaneous uprising occur on a regular basis in the country: only in the first half of 2015, the Algerian police has registered 6,200 local protests. The demonstrations often rotate around injustice for house distribution, public employment, funding or price increase. The large majority of the population is poor, with 10 milion people living under the level of poverty. Infrastructures, particularly health and education, cannot meet the needs of the population in steady increase (birth rate is: 25,14%). These problems combined with a widespread corruption and the lack of transparency, have pushed many young in the city and in the rural areas to consider the request for a visa to go to France, UK, Canada in search of a better job, better salaries and better living conditions. From 2004, thousand of young people have risked their lives to migrate illegally in Europe through the Mediterranean, a phenomenon known as haraga (literally: those who burn the boundaries). The growing instability in Libya has lead to an increase in the arms and drug traffick at the border. As a matter of fact, violent groups have strenghten their network looking for regional allies, as it is showed in the coalition compesed by Mokhatar Bel Mokthar and the Movement for Unity and Jihad in West Africa. The last has conducted attacks at the barracks of the Algerian police in Tamenrasset and Ouergla in 2012. These regional alliances are highlithed by the attack in 2013 at the gas facility in Amanas conducted by Mokhatar Bel Mokthar. This attack in the south of Algeria where 70 people died has stressed the links and inter – relation between the various terrorist groups in Algeria, Tunisia, Mali and Libya, where the attack was launched.

Algeria: political framework

From a political point of view, the country is blocked in a permanent transition status due to the preponderance of the military. A prominent academic in the algerian politic, Mohamed Harbi, once said: “every state as its own army. The Algerian army, however, has its state”. Officially, Algeria is a Republic with a strong presidency, in practice every presidential initiative must be approved by the military. 53 years after the independence, the military apparatus is still predominant in the State. In 15 years, President Bouteflika has never implemented real structural reforms. The recent changes that he has done mainly in the security sector are more a cosmetic work, nothing that would threaten military and their security apparatus. Some weeks ago, President Bouteflika has dissolved the intelligence and security department, replacing it with a new entity under his executive control. This new creation likely won’t overthrow the shadow political structure that control Algeria, at least it could just shift the centre of gravity. Military has supported the fourth mandate of Bouteflika, likely to take time to find an “ideal candidate” for the succession.

Algeria: regional policy

The Algerian regional policy is complicated by its tense relation with Morocco. Algiers maintain its opposition to the Rabat claim on West Sahara and the border between the two countries remain closed. Some weeks ago Algeria detained more than 200 Moroccan linked to organizations in Libya and has arrested, some days ago, 9 Morocco nationals that the Algerian authorities have identified as “illegal migrants”, adding more tensions. Algeria has also diplomatic means that undeniably can make it a regional power. It has been a key player in the intra – Libyan dialogue, the peace agreement without Algeria would have been almost impossible. However, the only way Algeria can be stable economically and politically in the long term, is to press on real reform not aesthetic.

ISIS threat in Algeria

In countries as Algeria where there is a strong state and there a ruthless security mechanism, the Islamic state won’t survice. The proof is the fact that the algerian ISIS branch, called: “jund El Khilafa” that kidnapped the French Hervé Gourdel in the mountains of Kabilya, was erased three months after the killing of the French man. The group which has replaced it was destroyed in few days. In Algeria, the Islamic state cannot play on the rail of the polarization sunni/shiite because 99% of the population is sunni. 23 years after the Black Decade, the bloody civil war, which was precipitated by the military cancellation of the elections won by Islamic Salvation Front, the Salafist ideology and the activism are, again, emerging as a field of political dispute. Many factors explain the hike of the salafists in Algeria. Echos from the Middle East and in Nord Africa, Algerian have to face an economic stagnation, a political paralysis and a generational change. The increase of the personification of (non violent) salafism as a moral rebellion against the crisis of the state institutions, with is rigid moral code, the promises to comfort the illness in the society, provide the youth dissatisfied with an alternative from the moribund state religious institutions and from the increasing irrelevance of predominant islamist movements which tend to co-opt them. Paradoxically, the state as played a non-negligible role in the Salafist wave using the movement as an ideological counterweight to the political Islam and revolutionary groups.

Algeria

Algerian salafism, located at the extreme conservative of the political and theological panorama, is far away to be homogenous. The most prominent Salafist, the so called “quietist” which abstain from formal politic, reject violence, encourage the spread and implementation of the theological strictly conservative orientation in the society. The most important figures of this line are El Ferkous and Abdelmalek Ramadani, active in charities and in civil society groups as in the street markets. Given their political quietism and their neutrality toward the regime, Salafists can have private schools, build business networks, wear their peculiar dress, long beard and white tunic. The easiness to access the salafist network is particularly seductive for the young in the country and for those disillusioned from what they perceive as an extreme oldness in the Algerian society. From its part, the Algerian regime benefit from the raise of non-political movement that can help to dissuade the youth at risk from the politics and the violent extremism. Conversely from Tunisa and Morocco where the main Islamist parties have evolved in a political and intellectual forces, the Algerian Islamists have drowned in an intellectual lethargy and have largely disconnected themselves from the electoral base.  Their inability in adjusting themselves to the great social transformations have eroded their political positions in the society. With their moral discourse and their egalitarian attitudes, Salafists are emerging as counterweight to the stagnation of political Islam. However is worth point out that not all Salafism lack of a political orientation. As in the neighbour countries, a minority Salafist trend has become politicized. An example is the creation of the Islamic Sahwa Front in 2013 and the Algerian Front for Reconciliation and Salvation in 2014. Both movements are led by  provocative and controversial Salafist figures whose goal is to create an Islamic state. So far, none movement have obtained the recognition as political party or have been able to sell the idea of a political engagement to the whole Salafist community. Some observers believe that the regime eventually would follow the Moroccan model of political integration for the Salafists who have publically rejected the violence and the order form of subversion. The Algerian regime in the struggle of preventing Salafist conservative trend to find a fertile ground, has strengthen the institutional framework of mosque supervision and religious discourse. In 2015 the government has announced the creation of a National Scientific Council, tasked with the issuing of official fatwa. Its members are assisted by the Egyptian institution Al – Azhar, regarded has an high authority in the Islamic jurisprudence. The Council has already issued a series of religious decrees, from the permissibility of acceptance of financial loans to the acquisition of new houses, organ transplant and prohibition of sperm and anonymous ovule donation.

Febbraio 10 2016

Algeria: il gigante del Nord Africa

algeria

Algeria: bloccata in uno stato di transizione permanente a causa della predominanza dei militari, gioca un ruolo chiave nella stabilità del Nord Africa e del Sahel.

Dopo 5 anni dall’ondata di insurrezioni che hanno letteralmente scioccato il Medio Oriente e la regione del Nord Africa, il regime algerino è stato in grado di mantenere se stesso e di assicurare una relativa stabilità al suo territorio. Dopo un grande periodo di isolamento a causa della “black decade” (1991 – 2000), il paese sembra essere tornato in pista e giocare un ruolo chiave nella stabilità del Nord Africa e della regione del Sahel. L’Algeria ha innegabili assetti che possono renderla una potenza regionale del Nord Africa, ma le sue profonde sofferenze politiche e socio – economiche sono un  limite reale alle sue ambizioni di potenza regionale.

L’Algeria e il suo potenziale

Sono 4 i fattori che chiaramente delineano il potenziale dell’Algeria: le qualità geografiche, la sua composizione demografica, la ricchezza di petrolio ed il suo settore della sicurezza: moderno e di grande esperienza. Con i suoi 1,200 km di coste ha un locazione continentale strategica nel fulcro del Maghreb. A causa della sua prossimità geografica e la sua eredità coloniale, l’Algeria è un partner privilegiato della Francia, e per estensione, dell’Unione Europea. E’ anche una potenza demografica con una popolazione totale di 39,542,166 di cui il 67% al di sotto dei 30 anni e approssimativamente il 30% tra i 15 e i 29 anni. Il tasso di iscrizione all’educazione primaria è del 95% e per la scuola secondaria è oltre il 60%. La popolazione in età lavorativa costituisce circa il 68% della popolazione totale. Questi numeri indicano  il grande potenziale che hanno i  giovani di incrementare il prodotto interno lordo e aumentare sia la produzione nazionale che i consumi.
Fornitore chiave di petrolio e gas all’occidente, con le terze riserve di petrolio convenzionali più grandi (12,2 miliardi di barili) in Africa e il decimo nelle riserve di gas (4,5 bilioni di metri cubici) nel mondo. I guadagni dall’esportazione di idrocarburo sono stati utilizzati per sostenere una crescita economica stabile.
L’Algeria ha un apparato militare moderno e forte. Il People National Army ha un fronte attivo di forza di 512,000 unità e una forza di riserva attiva di 400,000. L’Algeria è diventata il primo compratore di armi in Africa con una spesa militare che eccede i 10 miliardi di dollari, che rappresenta un incremento del 176% dal 2004. L’Algeria è tra i primi 10 compratori al mondo, muovendosi dal 24° posto nel 2o10 al 6° nel 2013. Il paese sta sviluppando anche la sua industria militare attraverso delle joint ventures con molte imprese in diversi paesi: nel gennaio del 2015 ha rivelato di aver per la prima volta assemblato localmente camion militari a sei ruote Mercedes – Benz Ztros. Questo ammodernamento è andato di pari passo con il miglioramento dell’addestramento delle forze armate. Le forze militari algerine hanno un sofisticato addestramento ed una grande esperienza nelle tattiche di anti – terrorismo ottenute durante la rivoluzione degli anni ’90.

Cosa c’è sotto la superficie

La disaffezione cuoce a fuoco lento sotto la superficie. Proteste spontanee si verificano su base regolare nel paese: solo nella prima metà del 2015, la polizia algerina ha registrato 6,200 proteste locali. Le proteste spesso ruotano attorno all’ingiustizia nell’attribuzione delle case, lavori statali, finanziamenti o l’aumento dei prezzi.
La vasta maggioranza della popolazione è povera, con 10 milioni di persone che vivono al di sotto del livello di povertà. Le infrastrutture, specialmente nella sanità e nell’educazione non possono incontrare i bisogni di una popolazione in costante crescita (il tasso di nascita è del 25,14%). Questi problemi, aggiunti ad una diffusa corruzione e ad una mancanza di trasparenza, hanno spinto molti giovani sia delle città che delle zone rurali a considerare la richiesta di visto per la Francia, l’Inghilterra o il Canda per un lavoro migliore, migliori salari e migliori condizioni di vita. E’ dal 2004, che centinaia di giovani hanno messo le loro vite in pericolo per migrare illegalmente in Europa attraversando il Mediterraneo, un fenomeno conosciuto come haraga (letteralmente: coloro che bruciano le frontiere).
La crescente instabilità in Libia ha dato vita ad un aumento nel traffico di armi e di droga alle frontiere. Infatti, i gruppi violenti hanno rafforzato le loro reti cercando alleati regionali, come mostra la coalizione formata tra Mokhtar Bel Mokthar e il Movement for Unity and Jihad in West Africa. Quest’ultimo ha condotto attacchi alle caserme della polizia a Tamenrasset e Ouergla nel 2012. Queste alleanze regionali sono state evidenziate dall’attacco del 2013 all’infrastruttura di gas ad Amenas da Mokhtar Bel Mokthar. Questo attacco nel sud dell’Algeria in cui morirono 70 persone ha messo in evidenza i legami e le inter – relazioni tra i vari gruppi terroristici in Algeria, Tunisia, Mali e Libia, da cui l’attacco è stato lanciato.

Algeria: quadro politico

Dal punto di vista politico, il paese è rimasto bloccato in uno stato di transizione permanente a causa della predominanza dei militari. Un prominente studioso della politica algerina, Mohamed Harbi, una volta ha detto: “ogni stato ha il suo esercito. L’esercito algerino, tuttavia, ha il suo stato”. Ufficialmente l’Algeria è una repubblica con una forte presidenza, ma in pratica ogni iniziativa presidenziale deve essere approvata dai militari. 53 anni dopo l’indipendenza, l’apparato militare è ancora prevalente sullo stato. In 15 anni, il Presidente Bouteflika non ha mai realizzato vere riforme strutturali. I recenti cambiamenti da lui compiuti principalmente sulla sicurezza sono più un lavoro di cosmetica, niente che minacci i militari ed il loro apparato di sicurezza. Qualche settimana fa, il presidente Bouteflika ha dissolto il dipartimento di intelligence e sicurezza, sostituendolo con un una nuova entità sotto il suo controllo esecutivo. Questa nuova creazione di certo non abbatterà le strutture di potere ombra che controllano l’Algeria, potrebbe solo muovere il loro centro di gravità. I militari hanno appoggiato il quarto mandato di Bouteflika, molto probabilmente per prendere tempo per trovare il “candidato ideale” per la sua successione.

Algeria: politica regionale

La politica regionale algerina è complicata dal suo rapporto teso con il Marocco. Algeri mantiene la sua opposizione alle rivendicazione di Rabat sul Sahara occidentale e le frontiere tra i due paesi restano chiuse. Poche settimane fa l’Algeria deteneva più di 200 marocchini legati ad organizzazioni in Libia e ha arrestato pochi giorni fa 9 cittadini del Marocco che le autorità algerine hanno identificato come “immigrati illegali”, aggiungendo così altre tensioni. L’Algeria ha degli assetti che innegabilmente la possono rendere la potenza regionale. E’ stato già un giocatore chiave nel dialogo inter – libico, l’accordo di pace senza l’Algeria sarebbe stato praticamente impossibile. Tuttavia, l’unico modo per l’Algeria di essere stabile sia economicamente che politicamente nel lungo periodo è quello di premere l’acceleratore per riforme reali e non estetiche, sia economiche che politiche.

La minaccia dell’ISIS in Algeria

In paesi come l’Algeria dove lo stato è forte e c’è un meccanismo impietoso di sicurezza lo stato islamico non può sopravvivere. Lo prova il fatto che il ramo algerino dell’ISIS, chiamato: “jund El Khilafa” che ha rapito il francese Hervé Gourdel nelle montagne di Kabilya, fu eliminato meno di tre mesi dopo l’uccisione del francese. Il gruppo che lo ha rimpazziato fu distrutto in pochi giorni. In Algeria lo stato islamico non può giocare sul binario della polarizzazione sunniti/sciiti perché il 99% della popolazione è sunnita.
23 anni dopo la Black Decade, la sanguinosa guerra civile, che fu precipitata dalla cancellazione, da parte dei militari, delle elezioni vinte dall’Islamic Salvation Front e che ha ucciso approssimativamente 200,000 algerini, l’ideologia salafista e l’attivismo stanno, ancora una volta, emergendo come terreno di dispute politiche.
Molti fattori spiegano l’impennata dei salafisti in Algeria. Nell’eco del panorama nel Medio Oriente e nella regione del Nord Africa, gli algerini affrontano una stagnazione economica, una paralisi politica ed il cambio generazionale. La crescita delle incarnazioni del salafismo (non violento) come ribellione morale contro la crisi delle istituzioni dello stato, con i suoi codici morali rigidi e le promesse di confortare dalle malattie della società, forniscono ai giovani scontenti un’alternativa alle istituzioni religiose statali moribonde e alla crescente irrilevanza dei movimenti islamisti predominanti che li cooptano. Paradossalmente, lo stato ha giocato un ruolo non trascurabile nell’ondata di salafismo utilizzando il movimento come un contrappeso ideologico all’islam politico e ai gruppi rivoluzionari.

algeria

Il salafismo algerino, situato all’estremo conservatore dello spettro teologico e politico, è lontano dall’essere omogeneo. I più prominenti sono i salafisti così detti “quietist” che si astengono dalla politica formale, ripudiano la violenza, ed esortano alla diffusione e l’applicazione di orientamenti teologici rigidamente conservatori nella società. I più importanti rappresentanti di questa linea sono El Ferkous e Abdelmalek Ramadani, attivi nelle associazioni caritatevoli e nei gruppi della società civile, così come nelle attività di vendita per strada. Dato il loro quietismo politico e la neutralità nei confronti del regime algerino, ai salafisti è permesso di avere le loro scuole private, costruire reti di affari indossare i loro peculiari abiti, le lunghe barbe e le tonache bianche. La facilità di accedere alle reti salafisti è particolarmente seducente per i giovani del paese e per i disillusi con quello che loro percepiscono essere l’estrema vecchiaia accumulata dalla società algerina. Dalla sua parte, il regime algerino beneficia della crescita di un movimento apolitico che può aiutare a dissuadere “giovani a rischio” sia dalla politica che dall’estremismo violento. Diversamente dalla Tunisia e dal Marocco dove i principali partiti islamisti sono maturati in importanti forze politiche ed intellettuali, gli islamisti algerini sono affogati nella letargia intellettuale e si sono grandemente disconnessi con le loro basi elettorali. La loro inabilità di adattarsi alle grandi trasformazioni sociali recenti ha eroso le loro posizioni politiche e sociali nella società. Con il loro discorso moralizzatore e con le loro attitudini egalitarie, i salafisti stanno perciò emergendo come contrappeso alla stagnazione dell’islam politico. Tuttavia è bene precisare che non tutto il salafismo manca di un orientamento politico. Come nei paesi vicini, una corrente minoritaria salafista è diventata politicizzata. Un esempio è la creazione dell’Islamic Sahwa Front nel 2013 e del Algerian Front for Reconciliation and Salvation nel 2014. Entrambi i movimenti sono guidati da figure salafiste controverse e provocatorie, il cui obiettivo è quello di creare uno stato islamico. Fin qui, tuttavia nessun movimento ha ottenuto il riconoscimento di partito politico o ha saputo vendere l’idea di un impegno politico della più ampia comunità salafista. Alcuni osservatori credono che il regime alla fine seguirà il modello marocchino di integrazione politica dei salafisti che hanno pubblicamente ripudiato la violenza e la sovversione.
Il regime algerino nello sforzo di impedire che le correnti salafiste più conservatrici possono trovare terreno fertile, ha rinforzato il quadro istituzionale di supervisione delle moschee e dei discorsi religiosi. Nel 2015 il governo ha annunciato la creazione del Consiglio Scientifico Nazionale, incaricato di emettere le fatwa “ufficiali”. I suoi membri sono assistiti dall’istituzione egiziana Al – Azhar, considerata un’alta autorità nella giurisprudenza islamica. Il Consiglio ha già emanato una serie di decreti religiosi, dalla permissibilità dell’accettazione di prestiti bancari all’acquisizione di appartamenti sovvenzionati ai limiti imposti sul trapianto di organi e al divieto di donazione di sperma ed ovuli anonimi.

Gennaio 31 2016

Guerra del terrore: dinamiche locali e affiliati

guerra del terrore

L’ascesa dello stato islamico e la capacità di recupero di Al Qaeda hanno molto a che fare con fattori e dinamiche locali che guidano anche le scelte degli affiliati dei due gruppi, molto più dell’ideologia.

L’ideologia è importante quando si tratta di valutare una minaccia, guida le relazioni del gruppo, così come le traiettorie degli attacchi e finanche le motivazioni di attori individuali, come ci mostra la storia del salafismo militante. Dal momento che questi gruppi spesso offrono l’ideologia come un razionale per le loro attività e azioni, le spiegazioni ideologiche possono alle volte essere preferite a meno esoteriche realtà. Come risultato, fattori come denaro, infrastrutture, persone, risorse, senso di legittimazione e beneficio percepito e reale – tutti possono condurre ad alleanze politiche – sono spesso trascurati. Meno attenzione è data alla sostenibilità delle alleanze, anche se gruppi militanti salafisti competono molto più spesso l’uno contro l’altro.

Guerra del terrore: dinamiche locali

Nella guerra del terrore che vede l’ascesa dello stato islamico e la resilienza di Al Qaeda, la lotta per la leadership del movimento jihadista globale, ha molto a che fare con fattori locali.
Diversamente da Al Qaeda, lo stato islamico non ha una rete di emissari di lunga data e di finanziatori attraverso cui può costruire favori in una regione o finanziarsi in tempi bui.
Le relazioni tra individui e le connessioni di lunga durata in particolari regioni sono importanti non solo per il finanziamento, ma anche per mantenere l’autorità e la rete d’influenza. Al Qaeda, ad esempio, è resiliente in Yemen ed in Somalia perché i suoi legami e la sua presenza nei due paesi, in termini di persone ed infrastrutture, risale a 20 anni fa. Gli emissari di Al Qaeda hanno generalmente operato in entrambi i paesi senza molta interferenza.
Il “localismo” è il cuore del modello di state building dell’ISIS. Per evitare che i movimenti jihadisti continuino a sfruttare la rabbia interna, la frustrazione, il disincanto, offrendosi di punire le autorità percepite come oppressive e cercando di sostituire il loro sistema di controllo, le potenze regionali, come l’Iran e l’Arabia Saudita, dovrebbero rompere le frontiere della loro politica vetusta e perseguire il multilateralismo. Malgrado l’accordo per il nucleare, non deve essere consentito all’Iran di continuare liberamente a sostenere dittatori e a render operative milizie armate per rafforzare i suoi interessi nel Medio Oriente e contrastare l’influenza sunnita.

Al Qaeda dal canto suo, pur in maniera nascosta, ma sempre crescente, ha usato il “localismo” per sviluppare le sue radici tra comunità lacerate dai conflitti, nell’assenza di una governance, tuttavia la perdita dei ranghi più anziani della leadership potrebbe catalizzare un processo di disgregazione interna. Questo perché la perdita della fedeltà nella nuova leadership potrebbe spingere i gradi inferiori dell’organizzazione ad una competizione con l’ISIS imitandolo nelle pratiche più brutali.

Sono questi processi interni di trasformazione, a mio avviso, che vanno sfruttati, perché potrebbero incrementare il dibattito interno che si catalizzerebbe su posizioni opposte e dare il vita alla disintegrazione degli affiliati in fazioni più piccole e quindi obiettivi più vulnerabili.

Dall’altra parte, la strategia dello stato islamico si muove proprio dalla perdita della leadership centrale di Al Qaeda, soprattuto dalla morte del Mullah Omar, e continuerà a sfidare la credibilità di Al Qaeda come leader tradizionale del lesser jihad. Lo stato islamico potrebbe tentare di acquisire più affiliati di Al Qaeda o smantellarli incoraggiando la defezione. Al – Shabab appare il più vulnerabile, e la resilienza di AQAP malgrado la morte di al – Wuhayshi potrebbere essere messa alla prova, intensificando le dinamiche settarie nello Yemen. La guerra del terrore all’interno del più grande movimento jihad si muove quindi sfruttando le dinamiche locali in ogni regione.

Le dinamiche degli affiliati dell’ISIS e di Al Qaeda

La promessa di fedeltà dei gruppi jihadisti non deve essere vista come vincolante o durevole, piuttosto come una condizione temporanea. Quando la fortuna di un gruppo svanisce o la leadership cambia, le alleanze si muovono rapidamente verso formazioni che si provano più vantaggiose al gruppo o al suo leader. Prestigio, soldi, manodopera sono queste le forze che guidano le alleanze molto più dell’ideologia.
Il problema degli affiliati di entrambi i gruppi è che finché sia Al Qaeda che lo Stato islamico possono erogare denaro ai gruppi affiliati, questi li seguiranno, ma quando i soldi verranno a mancare, essi guarderanno altrove per sostenersi: per cui affiliati distanti cercheranno nuovi spasimanti o creeranno nuove imprese.
Inevitabilmente, alcuni affiliati guarderanno agli stati desiderosi di finanziarli in guerre proxy contro i loro avversarsi. L’Iran invece di combattere lo stato islamico in Siria, potrebbe essere interessato nel supportare la tattica del terrorismo dello stato islamico nelle frontiere dell’Arabia Saudita. Attenzione non ci confondiamo: l’Iran usa Hezbollah come proxy – da sempre – per tenere in piedi il regime di Assad. L’Arabia Saudita potrebbe usare facilmente AQAP come un alleato contro gli Houthi (supportati dall’Iran) nello Yemen. Le nazioni africane potrebbero trovare più semplice pagare i gruppi jihadisti che minacciano i loro paesi piuttosto che affrontare i persistenti attacchi nelle loro città. Quando il denaro scarseggia, gli affiliati di Al Qaeda e dello stato islamico si faranno sicuramente ben pochi scrupoli nel prendere i soldi dai i loro nemici ideologici se questi condividono gli stessi interessi a breve termine.

Resta essenziale tenere bene a mente che concentrarsi sulle valutazioni globali di ampio raggio fanno trascurare le sfumature regionali e locali; e sono proprio queste ultime che guidano l’ascesa o la caduta di organizzazioni come Al Qaeda o l’ISIS e che delineano i contorni della guerra del terrore.

Gennaio 17 2016

Balcani a rischio ISIS

Balcani

Nei Balcani molti religiosi islamici si radicalizzano. Le connessioni con il crimine organizzato e le crisi di legittimità delle istituzioni facilitano il diffondersi dell’estremismo violento: l’ISIS ci sguazza.

Per i militanti dell’ISIS, i foreign fighters che vengono dai Balcani rivestono una particolare importanza visti i legami storici con l’Islam. La loro terra è vicina alle altre dell’Europa occidentale e le dispute etniche nella regione rimangono  appena sotto la superficie. Un video diffuso nel giugno del 2015 dal centro d’informazione dell’ISIS, l’Hayat Media Center, per esempio, enfatizza l’importanza strategica della penisola balcanica per lo stato islamico analizzando lungamente il significato storico che i musulmani dei Balcani hanno avuto nello sfidare “i crociati europei” durante l’impero ottomano, così come le durevoli avversità durante i regimi di Enver Hoxha e Josip Broz durante il comunismo di Tito, rispettivamente in Albania e Yugoslavia. In uno degli ultimi numeri di Dabiq, la rivista in inglese dell’ISIS, l’organizzazione continua a riferirsi all’importanza dei Balcani e chiama i suoi seguaci nella regione a condurre attacchi.

La radicalizzazione religiosa islamica nei Balcani

Le comunità musulmane in Albania, Kosovo e Bosnia praticano una visione moderata dell’Islam, basata sulla giurisprudenza Hanafi e sulla tradizione Sufi ereditata da decadi di regno ottomano. Tuttavia, gli sforzi guidati dai sauditi in seguito alla caduta dei regimi comunisti hanno cercato di fare dei Balcani un bastione della pratica delle dottrine salafiste ed wahhabiste. Uno dei risultati di questo processo è che negli ultimi due anni, più di 1000 foreign fighter dai balcani dell’ovest si è unito all’ISIS. Queste reclute provengono dalle comunità musulmane in tutta la regione incluso l’Albania, il Kosovo, la Bosnia Herzegovina, la Serbia ed il Montenegro.
L’anno scorso le autorità nella regione hanno condotto una serie di arresti di gruppi ed individui presumibilmente coinvolti nell’ispirare e facilitare il flusso dei foreign fighter verso lo stato islamico. In Albania, per esempio, le autorità hanno intrapreso una serie di operazioni di sicurezza nel marzo del 2014 contro una presunta rete di reclutatori basati in due moschee nei sobborghi di Tirana e hanno arrestato 9 individui per aver facilitato il reclutamento e finanziamento di attività terroristiche. Tra questi individui, due imam strumentali nella radicalizzazione dei seguaci del gruppo. In più, dall’agosto del 2014, le autorità di sicurezza in Kosovo hanno arrestato ed interrogato più di 100 individui durante  investigazioni sul reclutamento del giovane albanese e due donne del Kosovo per l’ISIS. Operazioni simili sono state condotte in Macedonia, Bosnia, Serbia.

Restano aperte le questioni circa la continuità della dottrina religiosa conservatrice in queste aree e i modi attraverso cui è utilizzata per stabilire roccaforti di supporto tra le comunità più piccole. Sebbene molti dei paesi in questa regione restano entusiasti di entrare nell’Unione Europea, alti livelli di corruzione e crimine organizzato hanno creato un ambiente in cui le ideologie più conservatrici si diffondono, specialmente in paesi con popolazione a predominanza musulmana, come il Kosovo e la Bosnia.

Mancano misure preventive contro questo boom radicale che potrebbe, potenzialmente, fare del radicalismo religioso una delle più grandi minacce alla sicurezza della regione insieme con il crimine organizzato.

La rabbia condivisa per alti livelli di disoccupazione ed estesa corruzione governativa sono state ulteriormente alimentate da una diffusa disaffezione per il processo di integrazione UE troppo lungo.

Questi elementi sono diventati il pezzo forte della narrativa che molti leader islamisti hanno promosso per vincere il supporto locale infuocando sentimenti anti – occidentali e anti – governativi tra i loro seguaci.

In aggiunta, la disaffezione con lo status quo spiega anche il graduale aumento delle persone del Kosovo e dell’Albania che migrano nell’Europa occidentale nella speranza di trovare occupazione. Per esempio i migranti albanesi si posizionano al terzo posto dopo i siriani e gli afghani in cerca di asilo in Germania.
Più le istituzioni statali mancano di credibilità maggiore è la spinta di iman radicali e gruppi simili a riempire il vuoto, rimpiazzando i leader religiosi moderati e altri attori sociali nelle comunità.
Mentre la religiosità era già una componente integrale di una società che storicamente promuove la coesistenza pacifica tra le religioni, molti in Kosovo hanno gradualmente abbracciato le ideologie salafiste e wahhabite, dando il via ad uno spostamento delle loro visioni e attitudini. Centinaia di religiosi conservatori dal Kosovo si sono uniti allo stato islamico negli anni recenti.
Oltre al cambiamento di approccio verso la religione della gioventù dei Balcani, i conservatori vicini allo stato islamico hanno apparentemente stabilito una presenza fisica nella regione comprando beni immobili e ristabilendo quelle “vecchie” linee di contatto tra fazioni combattenti locali dei conflitti del 1990. Questo è stato maggiormente visibile in Bosnia, dove questi tipi di proprietà sono spesso molto danneggiate nelle aeree remote o che sono state abbandonate dalle autorità statali. Secondo un rapporto sui combattenti bosniaci in Siria, queste tipi di acquisti sono comuni tra i salafisti locali. Le odierne comunità che abitano in questi villaggi non sono affatto timide nel fare pubblicità al loro supporto per lo stato islamico, sia facendo sventolare le bandiere del gruppo oppure mediante altri simboli del gruppo.

Il caso dell’Albania

L ’Albania è stata a lungo nella storia un paese di transito e destinazione della cannabis, dell’eroina e della cocaina ed è stata a lungo considerarla una fonte per la cannabis ai paesi dell’UE. Anche se recentemente il ministro dell’interno albanese ha dichiarato che recentemente quasi tutte le piante di marijuana nel nord e nel sud del paese, sono state distrutte a seguito di operazioni di polizia, le questioni rimangono su chi gestisce queste aree e  chi profittava dai lucrativi guadagni. Sebbene diretti legami tra lo stato islamico e gruppi organizzati in Albania, non siano confermati, la rampante corruzione in tutti i settori della società, incluso il sistema giudiziario, e sospetti di legami con la prostituzione e la droga nell’establishment politico sono un campanello d’allarme sia per l’Albania che per il resto dei Balcani perché particolarmente vulnerabili ai gruppi estremisti che vogliono stabilire la propria presenza in Europa.