Aprile 24 2023

Sudan: il triste addio della diplomazia

Le diplomazie hanno deciso di abbandonare il Sudan. Hanno lasciato dietro di loro i sudanesi che attraverso i loro comitati di resistenza urbana offrono aiuto a chi è rimasto e a chi ha deciso di attraversare le frontiere. Questa è una ulteriore analisi di come si è arrivati fin qui in Sudan. Uno strumento in più per comprendere anche il ruolo della comunità internazionale.

Perchè ci sono le milizie in Sudan

A partire dagli anni 1970, lo Stato sudanese ha fornito assistenza sanitaria ed istruzione gratuita. Pur tuttavia l’accesso era ineguale, ma a quel tempo lo Stato era impegnato ad espandere i propri servizi. Poi arriva la crisi africana del debito, l’austerità, la privatizzazione, e i servizi solo per i ricchi. Il carico dell’austerità cade pesantemente sulle spalle dei più poveri. Il governo ha bisogno di spingere il lavoro nelle fattorie commerciali, nelle città, nelle miniere dove ha investito per profitto, senza offrire incentivi. Ciò di cui aveva bisogno erano forze di sicurezza a basso costo così inventa le milizie, che possono forzare il Sudan rurale a rinunciare al suo lavoro e al benessere.

Le milizie “esternalizzate”, privatizzate diventano il sistema della governance rurale e una risorsa di estrazione, diventano IL sistema sudanese.

Ora l’uomo della milizia esternalizzata sfida l’uomo al governo

Gen. Abdel Fattah al-Burhan presidente del Consiglio Militare di Transizione, comandante delle Sudan Armed Forces (SAF). Non fa segreto del suo modello di leader al potere: il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Egli considera l’esercito come una istituzione di potere sovrano al di sopra della sfera politica, giustificando in questo modo la motivazione per cui l’esercito deve essere incaricato del proprio settore di riforma di sicurezza.
Gen. Mohamed Dagalo Hamdan detto “Hemedti”. Guida le Rapid Support Forces, un uomo che si è fatto da se. Le RSF sono state formalizzate come componente paramilitare sotto il suo comando ben 10 anni fa, in riconoscimento della sua bravura nello sconfiggere gli insorti in Darfur. Le RSF hanno combattuto in Yemen ed hanno contatti con il Wagner Group. Hemedti e la sua famiglia controllano un impero commerciale di commercio in oro ed altri beni.
Dagalo si presenta come il protettore della rivoluzione e come amico dei rivoluzionari civili. Alcuni dei leader civili sono inclini a sostenerlo perchè lo vedono come la sola forza credibile che può contrastare la linea di al – Burhan nel creare una nuova dittatura.

Dagalo della tribù Rezeigat, vice presidente del Consiglio militare di transizione e arbitro della transizione. Ha iniziato come commerciante di bestiame e supervisore dei convogli commerciali tra il Sudan occidentale, il Chad e l’est della Libia.
Dagalo è diventato il principale attore dell’apertura del regime alla scena internazionale dopo la gestione della questione migratoria e del controllo delle frontiere. Con al – Burhan è stato anche il promotore dell’impegno di un contingente sudanese in seno alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita nelle guerra in Yemen dal 2015. Ha conquistato una forma di legittimità internazionale davanti alle telecamere con Jean – Michel Dumond, rappresentante dell’Unione Europea, gli ambasciatori di Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e dei rappresentanti della diplomazia americana. Si è anche recato il 24 maggio del 2019 in Arabia Saudita colloquiando con il principe Mohamed Ben Salman.
A partire dal 2010, si è progressivamente imposto come una soluzione di cambiamento contro l’ex uomo forte della guerra in Darfur, suo lontano cugino Moussa Hilal. Questo capo anziano Janjaweed*


*Nell’espressione colloquiale araba, significa “un uomo con un fucile ed un cavallo”. I miliziani janjaweed sono membri fondamentali delle tribù arabe nomadi che sono state a lungo in lotta contro i contadini “africani” del Darfur, dalla pelle nera. Il termine Janjaweed è stato per anni sinonimo di bandito, come combattenti con cavalli o cammelli noti per piombare nelle fattorie non-arabe e rubare bestiame. Le etichette arabe ed africane sono fuorvianti, data la complessità della storia etnica della regione.
I Janjaweed hanno iniziato ad assumure delle caratteristiche più aggressive nel 2003, dopo che due gruppi non arabi, Sudan Liberation Army e Justice and Equality Movement, imbracciano le armi contro il governo sudanese, accusandolo di essere maltrattati dal regime arabo a Khartoum. In risposta alla rivolta, le milizie Janjaweed hanno iniziato a depredare villaggi e città abitate dalle tribù africane da cui gli eserciti dei ribelli traevano la loro forza: le tribu Zaghawa, Masalit, Fur.

Nota bene. Questo conflitto è totalmente separato dalla Guerra civile di 22 anni che ha visto contrapposto il governo musulmano contro i ribelli cristiani ed animisti nella parte a sud del Paese. I Janjaweed che abitano la parte occidentale del Paese non hanno nulla a che fare con questa guerra.


Consigliere del president Omar Al – Bashir e capo della guardia di frontiera è stato ostracizzato dopo l’epurazione interna e catturato da Dagalo stesso nel novembre del 2017.
Diventa quindi nuovo capo del RSF, una forma mutante dei janjaweed, riconosciuta forza nazionale dall’agosto del 2013 sotto il patrocinio del National Intelligence and Security Service (NISS) e collegato alla presidenza. Il modo di comando e controllo delle RSF è relativamente opaco; le loro prerogative hanno sorpassato definitivamente quelle dell’esercito quando il RSF si è rafforzato nuovamente grazie alla legge frettolosa e contestata del gennaio del 2017 votata dal parlamento. Rapid Support Forces Act trasforma le RSF in un’entità semiautonoma collegata all’esercito regolare e beneficiaria di un budget considerevolmente aumentato, sotto il controllo diretto del Presidente.
All’interno del regime di al Bashir Dagalo accumula numerose funzioni; si è imposto come governatore dei margini del Paese, attraverso un controllo brutale del Darfur, dei campi di dislocati interni e rifugiati e di luoghi come Jabal Marra e altri punti chiave del Nilo azzurro e Mont Nouba. Si è imposto come prima guardia di frontiera nella regione della zona regionale con l’Eritrea e l’Etiopia. È diventato il promotore ambiguo della lotta contro il traffico di esseri umani in Sudan.
Combattente nella guerra in Yemen a fianco dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti è diventato anche magnate di una compagnia di sfruttamento delle miniere d’oro a Jabal Amir nel nord del Darfur, e ciò gli ha permesso di aumentare la potenza delle sue truppe.

fonte: Enciclopedia Britannica

SAF e RSF: similitudini

Si cerca di capire le differenze tra SAF e RSF, ma è molto più utile comprendere le loro similarità.

  • Entrambe hanno investito nel sistema sudanese;
  • entrambe hanno utilizzato e utilizzano la violenza per mantenere o accrescere la loro sfera di influenza.
  • Entrambe sanno che possono, alla fine, contare sul sostegno dei sistemi regionali dittatoriali che vogliono anche loro porre fine alla politica civile.


Al Burhan rappresenta la cleptocrazia dell’apparato militare – commerciale e del National Congress Party: un sistema oligarchico con molti e differenti elementi con interessi in comune. Molti islamisti che hanno conservato i loro affari o connessioni sono allineati con loro. I finanziamenti politici arrivano da imprese anche dei settori delle telecomunicazioni e del petrolio.
Al Burhan vuole guidare il Sudan come una cleptocrazia militare centralizzata.

Hemedti è un commerciante, possiede un impero famigliare d’affari centrato sul commercio dell’oro. Sebbene tali affari non siano grandi tanto quanto quelli della rete di al-burhan, Hemedti ha una capacità di spesa politica più grande e più discrezionale.

I riavali spenderanno più delle loro risorse per avere militari subordinati, attori politici e commerciali dalla loro parte. A sua voltà ciò intensificherà il loro incentivo all’accumulazione primitiva, estorsione saccheggio, promesse di futuri pagamenti a padroni esterni.

Al Burhan e Hemedti alternano collusione a rivalità. Essi colludono di fronte ad una minaccia comune: governo civile che si muove seriamente lungo l’agenda di esporre i loro accordi corrotti e smantellare il complesso militare – commerciale. Diventano aspri rivali su chi controlla il processo di reintegrazione militare e la riforma del settore di sicurezza.


Anatomia del fallimento della transizione


Stabilizzazione economica

Era essenziale fermare la crisi economica, guadagnare la credibilità popolare e concedere ai tecnocrati civili qualche potere rispetto ai militari.

Il ritardo dei donatori nel rimuovere le sanzioni e fornire aiuti per il debito hanno annientato Hamdok – ex Primo ministro – come attore politico serio e credibile.


Settore Riforma Sicurezza.

Un compito vasto e complicato che include la riduzione della dimensione e dei costi immensi del settore difesa, integrazione e professionalizzazione delle forze armate. Quando i civili hanno iniziato a compiere dei seri sforzi per esporre le reti commerciali militari, i soldati hanno organizzato un coup.


Peace negotiation

Un tavolo negoziale senza i gruppi armati. I gruppi armati hanno dunque compreso che i civili non avevano né il denaro né il controllo del settore sicurezza, hanno concluso l’accordo di Pace di Juba con i militari e si sono uniti al governo su queste basi.


Costruire le istituzioni democratiche.

Esercizio di retorica del tutto inutile e futile. Quando il Primo ministro civile lavorava come cassiere in un negozio che vendeva saponi, i signori della guerra si accordavano per la vendita della droga. Alcuni civili tra cui il Sudan Communist Party si sono rifiutati di impegnarsi in un lavoro politico di democratizzazione
Dopo il coup dell’ottobre del 2021, lo sforzo di mediazione del Tripartito si è concentrato sul riparare una formula di power-sharing nella speranza che le questioni più profonde fossero poi affrontate in rapida successione. Quando le negoziazioni si avvicinavano alla fine, i messaggi ottimisti del mediatore non sono stati sufficienti: la questione del controllo dell’esercito non è stata mai affrontata.

Uno sguardo al breve e medio periodo


Gli analisti dei conflitti spesso compiono l’errore di asserire che le vittorie e le sconfitte tattiche determineranno il risultato.

Al Burhan e le SAF detiene vantaggi di breve termine, e con molta probabilità esagererà come i suoi predecessori. Al Burhan muoverà contro le RSF assetti commerciali e finanziari, le SAF vogliono il controllo delle miniere d’oro e delle rotte di traffico illegali.

Le RSF vogliono interrompere le arterie di trasporto principali incluso la strada da Port Sudan a Khartoum.
Le risorse materiali ed organizzative per sostenere uno sforzo di guerra intenso saranno velocemente esaurite. La fase odierna può essere sostenuta per mesi, ma si trasformerà velocemente in un conflitto meno intenso, ma più diffuso con parti frammentate che si contendono il controllo di differenti luoghi, molte delle quali cambieranno casacca a seconda dell’opportunità. Emergerà una milizia locale rurale, i comitati di resistenza urbana potrebbero imbracciare le armi. Emergeranno fattori etnici, anche se ora la divisione è regionale e non etnica anche questa dinamica potrebbe trasformarsi.

Che fare?


Concentrarsi sui due attori principali per ragioni di semplicità e velocità o includere altri?
Concentrarsi sui generali rischia di consolidare il dominio dei cleptocrati armati. Sarebbe il tradimento finale ai rivoluzionari civili sudanesi. Sarebbe di poca utilità per affrontare le sfide del SSR e sdradicare i signori della guerra che hanno depredato lo Stato sudanese.
L’inclusione di altri gruppi armati crea il problema perverso dell’incentivo di incoraggiare fratture e nuovi gruppi armati. La strategia diplomatica di rappacificazione non ha prodotto niente se non calamità.
L’avidità e la crudeltà dei due generali è senza limiti, e se non vengono dissuasi in termini di giorni, i prospetti di una pace in Sudan sono sottili e per la democrazia ancora più remoti.

Scappare evidentemente non è una soluzione, ma la dimostrazione del fallimento della diplomazia in Sudan. Grazie a chi ha voluto scrivere consapevolmente questa triste pagina.

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Pubblicato Aprile 24, 2023 da barbarafaccenda nella categoria "politica internazionale

Riguardo l’Autore

Esperto politica internazionale

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