Ottobre 2 2020

Il mondo attraverso le zone calde di conflitto

zone calde di conflitto

L’ordine internazionale si sta sfilacciando, provocando incertezze su chi interverrà per risolvere i conflitti persistenti e chi troverà le risposte umanitarie ai disastri naturali o a quelli generati dall’uomo. Nel frattempo, crisi emergenti e molteplici zone calde pongono nuovi rischi, e la natura del terrorismo transnazionale sta evolvendo.
Conflitti e crisi persistono nel mondo, vi è una crescente incertezza su come – e se – essi saranno risolti.


Vi sono conflitti interminabili, come le situazioni in Yemen, Afghanistan, Siria che hanno prodotto anni di violenza, innumerevoli migliaia di morti e ancora più di rifugiati.

Vi sono zone calde che emergono tra cui il Mali e il Burkina Faso, e un certo numero di potenziali punti di rottura, incluso il mare del sud della Cina, oggetto di dispute territoriali.

Dove vi sono delle flebili speranze di riconciliazione – come la Repubblica Centrafricana, dove 14 gruppi armati hanno firmato un accordo di pace agli inizi dello scorso anno – il pericolo di precipitare in un nuovo ciclo di violenza è ancora molto alto.

Allo stesso tempo, la natura dell’estremismo violento religioso islamico sta mutando. Lo Stato islamico è nel bel mezzo di uno spostamento tattico a seguito della perdita di controllo dei “suoi” territori in Iraq occidentale e Siria e più recentemente la morte del suo leader. Il gruppo appare essere in transizione verso tattiche di stile guerriglia e attacchi terroristi sparpagliati, mentre muove il suo focus su nuovi teatri di operazione, come il Sud est Asia. Non è chiaro se le potenze occidentali nutrano un autentico desiderio di lanciare i tipi di campagne di contro-terrorismo necessarie per affrontare queste nuove sfide.

Fino a poco tempo fa in Siria, un’ampia gamma di attori era impegnata nel combattimento contro gruppi estremisti violenti religiosi impegnati in tattiche di terrorismo, ma anche qui, l’impegno di alcuni attori, soprattutto gli Stati Uniti, è in diminuzione. La Siria costituisce anche un caso studio su come le potenze tradizionali stiano minando la capacità delle Nazioni Unite di rispondere alle crisi, indebolendo ulteriormente l’ordine internazionale post Seconda Guerra Mondiale.
Il vuoto che ne risulta ha introdotto opportunità per organizzazioni regionali, incluso l’Unione Africana, per riempire i vuoti, sia in termini di interruzione del conflitto, o almeno del ciclo di violenza, che di risposta ai disastri. Tuttavia non è ancora chiaro se (e quando) lo faranno.

Nel frattempo, le emergenze causate dai conflitti e dai disastri naturali proliferano ad un tasso che oltrepassa le risorse disponibili per organizzare una risposta.

Il conflitto persistente nell’est della Repubblica Democratica del Congo ha ostacolato la risposte allo scoppio dell’Ebola nella Regione, sebbene le misure adottate abbiano disseminato sfiducia e alimentato nuova violenza. Il conflitto in Sud Sudan, motivato in parte dall’accesso alle risorse, ha prodotto una persistente mancanza di cibo che si è concretizzata, lo scorso anno, in una carestia. I numeri di rifugiati sono in aumento, anche a causa dei cambiamenti climatici che generano nuove crisi. La pandemia di coronavirus aggrava tutto questo, assottigliando le risorse disponibili per affrontarla.

Conflitti persistenti e crisi

Nel mondo, vi sono una manciata di conflitti che persistono da tanti anni che non mostrano alcun segno di volgere al termine.

In molte situazioni come la Siria, la Libia e lo Yemen, ciò accade perché il combattimento a livello locale è una battaglia di proxy fra altri Paesi.

Luoghi come il Sud Sudan, la Repubblica Centrafricana, dove, finora accordi di pace fragili tengono, sono lacerati da rivalità tra attori locali chiave, nel disinteresse globale.

E poi c’è l’Afghanistan, dove gli Stati Uniti stanno cercando di districarsi dalla loro “guerra per sempre”.

La scia fortunata della Russia in Siria e Libia sta definitivamente terminando?

Il Cremlino ha scommesso molto sulla guerra proxy in entrambi i Paesi, dispiegando migliaia di contractor militari privati con il cosidetto Wagner Group per sostenere il suo uomo forte. Dopo recenti accadimenti sfortunati per il Presidente siriano, e il Generale Khalifa Haftar, sembra che la Russia non sia più in grado di monetizzare in vittorie reali nel breve termine né in Medio Oriente né in Africa del Nord .
Il segnale più significativo che il supporto della Russia per i paramilitari privati in Libia potrebbe essere una scommessa persa per il Cremlino è arrivato alla fine di maggio 2020. Il Comando militare americano per l’Africa ha accusato pubblicamente la Russia di impiegare aerei da caccia MiG-29 (Il MiG-29 è un caccia dalle linee moderne, bimotore, monoposto, con ala alta di grande superficie e raccordata alla fusoliera con ampie LERX, motori e prese d’aria sono ospitati in gondole sotto la fusoliera. Il tutto fornisce una superficie portante complessiva di considerevole ampiezza, sinonimo di eccellente manovrabilità) per proteggere gli operativi del Wagner Group e le forze dell’esercito nazionale libico che si ritiravano da Tripoli.
Per mesi, il sostegno russo all’esercito nazionale libico ha aiutato Haftar ad imporre un blocco sui giacimenti di petrolio nell’est della Libia, stringendo la sua economia in una morsa rovinosa. Per diverse settimane, le forze di Haftar aiutate dal Wagner Group si sono duramente scontrate con i mercenari siriani sostenuti dalla Turchia e dalle milizie fedeli al governo di Tripoli riconosciuto da molti Stati della comunità internazionale, noto come il governo di accordo nazionale.
Una settimana prima della fine di maggio di quest’anno, le forze sostenute dalla Turchia, con l’ausilio di attacchi da droni turchi, hanno inflitto alle truppe di Haftar delle significative perdite sul campo di battaglia, forzandole a ritirarsi e ad affidarsi molto agli aerei da caccia russi per la copertura aerea. Il 25 maggio 2020 viene diffuso un video
in cui i combattenti del Wagner Group sono trasportati dagli aerei fuori dalla città di Bani Walid, sud-ovest di Tripoli
, corroborando le rivendicazioni di funzionali libici locali che le forze russe “stanno fuggendo a gambe levate”.
Le notizie dell’apparente uscita del Wagner Group dalla Libia arrivano dopo una fuga di notizie relativa ad un rapporto di esperti delle Nazioni Unite per cui 800 dei suoi 1200 contractor erano stati impiegati in Libia fin dall’agosto del 2018. Il rapporto identificava 122 individui con un’unità speciale di cecchini del Wagner Group e un contingente di attacco e ricognizione. La Russia ha negato ogni collegamento con i dispiegamenti e ha criticato il rapporto delle Nazioni Unite.

Dal momento che la Russia ha già forze nel Mediterraneo dell’est, in una base area in Siria, una tale mossa potrebbe, almeno in teoria, permettere all’esercito russo il controllo di molto dello spazio aereo sulla costa del Nord Africa e del Sud Europa. Ora che sembra che i mercenari russi stiano iniziando a lasciare la Libia, per l’esercito nazionale libico sarà verosimilmente molto più difficile aiutare Mosca a raggiungere questo obiettivo.

Nel frattempo in Siria, il sostegno della Russia per Assad appare in disfacimento in ragione di narrazioni che sostengono come Assad si stia impantanando in una faida interna con il ricco cugino Rami Makhlouf, il prominente finanziatore del regime siriano. La spaccatura all’interno del circolo ristretto di Assad è stata resa insolitamente pubblica, con Makhlouf che su Facebook supplica Assad di non impadronirsi dei suoi beni e il governo siriano che impone un divieto di spostamento a Makhlouf per una disputa sul suo impero delle telecomunicazioni: Syriatel. Tutto ciò ha avuto come conseguenza critiche pubbliche – insolite – al regime di Assad da parte di gruppi di esperti russi.
La questione di chi detiene l’influenza sull’economia siriana in frantumi, inclusi i contratti per la futura ricostruzione, si sta sviluppando anche come un vero problema per il capo del Wagner Group, Yevgeny Prigozhin, affiliato del Cremlino, le cui società facilitano le operazioni russe in Libia e in altre parti della Regione. Per anni, Makhlouf e altri vicini ad Assad, come i magnati Ayman Jaber e George Haswani, si sono affidati al Wagner Group e al lunatico talento manageriale di Prigozhin per proteggere i loro interessi nel Paese. La società di Evro Polis e le relative imprese connesse al Wagner Group hanno guadagnato centinaia di milioni prendendo il controllo e assicurandosi così petrolio prezioso, gas e produzione mineraria dai siti in Siria.
La guerra civile siriana si trascina nel decimo anno e le sanzioni americane ed europee contro il regime di Assad continuano ad avere un costo per i partner della Prigozhin siriana.
Nel breve periodo, la posizione instabile della Russia nella Regione – il risultato di relazioni improvvisamente più volubili con Assad e Haftar, la cultura operativa disordinata del Wagner Group – potrebbe produrre modesti guadagni agli Stati Uniti ed ai loro alleati, specialmente la Turchia. Quali che siano i grovigli politici e i colpi militari che avverranno in seguito per Assad e Haftar, migliaia di siriani molto probabilmente continueranno a scappare dai combattimenti nel nord est del Paese, vicino alla frontiera turca, mentre i civili libici sono maggiormente danneggiati dai duelli ed egualmente puniti dagli attacchi aerei russi ed americani.

Bisognerebbe comprendere che giocare un gioco a somma zero non è un’opzione quando ogni giocatore ha assi nella manica e i ricchi oligarchi russi e le loro controparti locali mescolano le forze per truccare le carte a proprio vantaggio.

Che fare?

Fornire al governo di Tripoli – quello sostenuto dalle Nazioni Unite – un maggiore supporto in termini di migliori prodotti intelligence, incluso esperti finanziari, per comprendere come il Wagner Group calza a pennello con i più ampi obiettivi strategici russi. In questo modo quindi la Banca Centrale libica potrebbe monitorare meglio le entrate che fluiscono dentro e fuori la Libia tra le imprese russe e gli individui e congelare gli assetti dei libici che hanno aiutato la Russia ad ottenere un punto di appoggio nel Paese.
Sanzioni alle imprese Prigozhin, così come ad individui e compagnie statali che beneficiano del sostegno del Wagner Group agli alleati di Haftar e Assad.
Durante i colloqui con i leader dell’Egitto e degli Emirati Arabi Uniti, si potrebbe suggerire che l’aiuto militare a questi Paesi potrebbe non essere più del livello attuale se entrambi continuano a collaborare con la Russia in sostegno di Haftar e contenere le loro giocate con il regime di Assad in Siria.

Conflitti emergenti

Accanto ai conflitti persistenti vi sono nuove zone calde che stanno emergendo, inclusa l’Africa occidentale. Per una molteplicità di ragioni, dall’estremismo islamico violento, alle repressioni sui separatisti, i Paesi nella Regione hanno visto un’intensificazione della violenza armata. Il risultato è un massiccio dislocamento, che assottiglia le risorse umanitarie.

Sahel

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Le forze di sicurezza statali del Burkina Faso hanno giustiziato 31 persone disarmate nella città del nord di Djino nel mese di aprile. Un rapporto di Human Right Watch descrive le uccisioni come “una brutale derisione in una operazione di contro-terrorismo che potrebbe configurarsi come un crimine di guerra”. Le vittime erano sospettate di collaborare con gruppi estremisti islamici violenti che operano nell’area.
Un massacro del genere per quanto scioccante possa essere, non è per nulla un’anomalia in Burkina Faso e nella regione confinante del Mali centrale che è diventata l’epicentro della violenza negli anni recenti.
I gruppi estremisti islamici si sono introdotti nelle fessure politiche, sociali ed economiche, facendo leva sul malcontento locale ed intimidendo chi gli resiste. I livelli di violenza, senza precedenti, non sono stati diminuiti da risposte governative che tardano ad arrivare e ciò ha come conseguenza l’adesione di tanti se non centinaia di giovani ai gruppi estremisti islamici violenti. Le politiche statali che hanno generato forze di sicurezza che compiono abusi o affidato sub-contratti di responsabilità di sicurezza a milizie che agiscono nella totale illegalità. In Mali, ad esempio, Dan Na Ambassagou di etnia Dogon, membro di una milizia di sorveglianza, ha operato nella quasi totale impunità. Il gruppo è responsabile di massacri di ampia scala contro le comunità di etnia Fulani, incluso donne e bambini che loro accusano di collaborare con i gruppi estremisti islamici violenti locali. In un noto incidente occorso lo scorso anno, Dan Na Ambassagou ha ucciso 130 Fulani mandriani nel villaggio di Ogossagou.
In Burkina Faso, il parlamento a gennaio di quest’anno ha approvato la legge “Volontari per la difesa della patria” che fornirà armi e due settimane di addestramento per i volontari locali. La mossa ha sollevato allarme tra i gruppi in difesa dei diritti umani che temono che milizie che non devono rendere conto a nessuno esacerberanno la situazione. Una milizia la cui etnia predominante è quella Mossi, conosciuta come Koglweogo, ha già condotto attacchi sui civili Fulani.
Due gruppi di estremisti islamici violenti, in particolare: Katibat Macina e Ansarul Islam, i cui ranghi sono ampiamente, se non esclusivamente, composti da etnia Fulani, si sono provati particolarmente abili ad inserirsi nelle dinamiche socio-politiche locali.
Spezzare il ciclo di violenza nel nord del Burkina Faso e nel Mali centrale richiederà un approccio multiforme che comprende le iniziative di sviluppo tanto quanto la risposta militare.
Pur tuttavia le risposte governative sono arrivate in un momento in cui i gruppi estremisti violenti che operano nel nord del Burkina Faso e nel Mali centrale stanno dimostrando una crescente capacità militare. Laddove i tali organizzazioni si sono precedentemente affidate a tattiche asimmetriche come le imboscate “colpisci – e – scappa” su personale militare, nei due anni passati si è visto un aumento in attacchi ambiziosi coordinati a basi militari. Vi è stata una spinta da parte degli eserciti nazionali su richiesta di popolazioni locali sempre più frustrate e attori esterni come l’ex potenza coloniale, la Francia, di sradicare questo tipo di estremisti violenti dai territori che hanno occupato. Tutavia le campagne militari hanno il potenziale di trasformarsi in un abusi dei diritti umani, dal momento che i militanti di quei gruppi estremisti violenti possono sempre ritornare alla cosiddetta guerra asimmetrica e mescolarsi alla popolazione locale.
Vero è che i gruppi estremisti violenti locali, in particolare quelli islamici, hanno compiuto progressi con alcune comunità della popolazione locale attraverso il proselitismo e la fornitura di forme rudimentali di governance, le loro attività di “risolutori di problemi quotidiani” sono molto apprezzate dalla popolazione locale e la loro ideologia guadagna popolarità.

In che modo la proliferazione delle armi guida il conflitto mandriani-agricoltori nel Sahel?

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La regione africana del Sahel che si estende dalla Mauritania al Sudan è emersa come una zona calda – critica – globale negli anni recenti dal momento che i governi nazionali lottano per contenere la crescente insicurezza, la criminalità dilagante e ondate di estremismo violento. Gli sforzi per stabilizzare questa cintura transcontinentale proprio a sud del Sahara hanno ampiamente sottovalutato un conduttore critico di tensioni: le dispute vecchie di secoli, ma sempre più violente, tra i mandriani nomadi e le comunità sedentarie di agricoltori. Un recente influsso di armi ha dato a questi conflitti una forza nuova e mortale con gravi implicazioni per la sicurezza internazionale.
La portata della recente violenza che si manifesta da questo tipo di tensioni è scioccante. La proliferazione di armi in ogni parte del Sahel ha trasformato quelle che una volta erano dispute locali sulla terra e le risorse in cicli intricati di violenza che si intensifica.
In Nigeria il conflitto mandriani-agricoltori ha ucciso sei volte tanto quanto il gruppo estremista islamico violento: Boko Haram nel 2018.
Nel Sahel, le comunità di mandriani e agricoltori stanno ottenendo armi da fonti differenti, incluso armi artigianali prodotte localmente, così come armi fabbricate a livello industriale da riserve nazionali o da fornitori stranieri. Un recente studio condotto da Conflict Armament Research, un’organizzazione indipendente di investigazione, ha seguito le tracce di armi che sono state recentemente utilizzate in violenza di larga scala dalle comunità di mandriani ed agricoltori in Nigeria arrivando lontano fino a Paesi come l’Iraq, la Turchia; armi commerciate illecitamente attraverso reti sofisticate di trafficanti di armi. Le armi prodotte artigianalmente, che si procurano a livello regionale e confezionate tipicamente a mano in quantità relativamente piccole, hanno, storicamente, contribuito alla proliferazione di armi in tutto il Continente.
I meccanismi tradizionali di composizione di dispute persistenti, attraverso la giustizia locali, processi di riconciliazione che spesso esistono al di fuori delle strutture statali tradizionali – il clan o la famiglia colpevole, ad esempio, offre un certo numero di capi di bestiame come restituzione delle vite perse – faticano a mantenere la pace vista la portata della violenza. Queste dinamiche non fanno altro che esacerbare altre tensioni nelle relazioni mandriani – agricoltori, incluso l’alta competizione per le risorse, risultato di una governance inadeguata, cambiamenti climatici e crescita della popolazione.
L’accesso maggiore alle armi ha distrutto il delicato equilibrio di potere tra e all’interno delle comunità di mandriani e agricoltori. I membri di queste comunità rurali che sono state storicamente marginalizzate, come i giovani, non si sentono più obbligati ad aderire ad accordi di pace o accordi sulla terra composti ed attuati dai più anziani. Essi possono trattare le questioni di giustizia e rivincita a modo loro, cioè armandosi.
La proliferazione delle armi minaccia anche di aggravare la tendenza crescente nella Regione verso il neo pastoralismo. Le élite politiche e militari ricche che vivono nei centri urbani di Abuja, la capitale della Nigeria, Ndjamena, la capitale del Ciad, stanno accumulando enormi mandrie di bestiame come modo per mettere da parte la loro ricchezza, dal momento che i sistemi bancari sono spesso inaffidabili. Questi proprietari di bestiame assenti poi assumono e armano dei mandriani e li istruiscono affinché proteggano i loro investimenti a tutti i costi. Nell’assenza di regolamentazioni nazionali o locali, questi mandriani di bestiame militarizzati sono inclini a sfruttare eccessivamente il bestiame e ad altre pratiche insostenibili e in alcuni casi sconfinano nelle terre possedute dagli agricoltori, distruggendo coltivazioni e innescando il conflitto.
Questi pastori armati (pesantemente) non rappresentano tutti i mandriani, ma hanno innescato la diffusione della narrativa di “assassino mandriano” o “pastori invasori” tra molte delle comunità di agricoltori e tutto ciò non fa altro che rafforzare le tensioni etniche e alimentare le mentalità del noi-contro-loro.

L’intensificazione della violenza tra mandriani e agricoltori ha avuto catastrofiche conseguenze per coloro che vivono nel Sahel, contribuendo a conflitti più ampi nella Regione, dal Mali alla Repubblica Centrafricana al Sudan, che a sua volta hanno spesso scatenato atrocità di massa e primi segnali di avvertimento di genocidio.
L’instabilità ha dislocato milioni di persone, scatenato crisi umanitarie devastanti e costose, minacciato rotte di commercio fondamentali e risorse naturali che sono essenziali ai mercati globali e messo a rischio miliari di aiuti e di investimenti.
Gestire questo problema non significa il facile e semplice disarmo delle comunità di mandriani e agricoltori nella Regione. Questi non sono gruppi armati strutturali o uniformi, ma sono comunità di milizie allineate in modo lasco e opportunisti violenti. Inoltre, attori che sono stati incoraggiati dall’afflusso di armi, come giovani marginalizzati o neopastoralisti, è improbabile che siano desiderosi di abbandonare le loro armi appena comperate. Nel frattempo, governi regionali che sarebbero determinanti nella realizzazione di campagne di disarmo di successo sono attualmente distratti dal combattere contro i gruppi estremisti violenti e stanno affidando esternamente la sicurezza ad attori civili o a gruppi informali di sicurezza.

I governi (stranieri) che si sono impegnati nel Sahel dovrebbero essere cauti nel cercare di affrontare questo problema con maggiori aiuti militari nella Regione. Senza una governance complementare, integrativa e l’assistenza allo sviluppo, l’assistenza militare straniera si potrebbe provare controproducente. Le armi che sono vendute in tutta la Regione in modo legittimo, attraverso alleati internazionali speranzosi di sostenere gli Stati nel Sahel, hanno trovato una loro strada nelle mani di criminali e milizie di comunità, alimentando cicli di violenza ed impunità.
Ogni assistenza militare supplementare, quindi, potrebbe essere completata attraverso un sostegno diplomatico e tecnico allo scopo di diminuire le tensioni e mitigare il conflitto tra e all’interno delle comunità di mandriani e agricoltori.
Francia, Germania, Svezia e l’Unione Europea nel suo insieme hanno promesso di aumentare la presenza militare nella Regione.
Le dispute tra le comunità di mandriani e di agricoltori in tutto il Sahel stanno evolvendo in conflitti più complessi e letali con implicazioni globali, sia gli Stati dell’Unione Europea che gli Stati Uniti rischiano di restare svogliatamente in attesa mentre la violenza si intensifica e più vite vengono perse. Un approccio concentrato su opzioni di impegno non-militare potrebbe aiutare a fermare un’ulteriore instabilità in questa fragile regione dell’Africa.

Settembre 8 2019

Se il mondo è incasinato è colpa di Trump?

colpa di Trump

In linea generale  tutti i Presidenti degli Stati Uniti finora hanno dovuto trovare un equilibro tra interessi in competizione ed assegnare una priorità agli obiettivi per ottenere i risultati desiderati.

Criticare le particolari priorità che il Presidente ha identificato e come esse sono perseguite fa parte del dibattito politico, è giusto così.

Un’altra cosa è quando si cerca sistematicamente di demolire i presidenti degli Stati Uniti in carica, in cattiva fede, giudicandoli (e condannandoli) per risultati o avvenimenti che non sono in grado di dettare. In questo modo il gioco che si persegue è quello di aumentare aspettative fuorvianti di un ruolo che forse non è quello che  gli Stati Uniti ricoprono nel mondo di oggi.

La verità è che il potere relativo degli Stati Uniti rispetto al resto del mondo, sebbene considerevole e duraturo, sta diminuendo, ed è così da un po’ di tempo.

I presidenti degli Stati Uniti possono ancora esercitare una considerevole influenza sul corso degli eventi, ma non sono più nella posizione di dettare i risultati (se mai lo siano stati).

Donald Trump si è insediato come Presidente degli Stati Uniti con poca se non alcuna comprensione delle fondamenta della politica estera degli Stati Uniti, e ha dimostrato poca volontà o capacità di istruirsi circa la complessità della gestione degli interessi globali americani.

Il suo fallimento di coordinare strategicamente i molti, disparati e spesso generalizzati fronti della sua agenda “America first”, assomiglia ad una comitiva che ruota attorno a sé stessa in maniera difensiva, che si spara addosso piuttosto che sparare all’esterno.

Gli Stati Uniti sono eccessivamente dilatati in termini di obblighi globali, particolarmente riguardo alle garanzie militari e di sicurezza che elargisce ai suoi alleati ricchi. Trump ha preferito politiche che impongono alti costi rispetto ai guadagni che cerca di realizzare.

Ci sembra del tutto inverosimile che la vasta gamma di tensioni e di conflitti che vi sono al giorno d’oggi, la politica del rischio calcolato, possano essere dovuti unicamente alla gestione catastrofica della politica estera americana o che la responsabilità risieda unicamente negli Stati Uniti. L’India ed il Pakistan sono perfettamente capaci di mantenere un conflitto vecchio di 70 anni sul Kashmir ad un alto stato d’allerta senza assistenza esterna. La politica cinese del “un Paese, due sistemi” che governa Hong Kong è insostenibile intrinsecamente ed è stata legata ad uno scontro per la sicurezza a causa della spavalderia di Pechino. E la lista potrebbe continuare.

Durante le ultime tre decadi, gli Stati Uniti hanno individuato una comoda e praticabile soluzione per gestire molti, se non tutti questi problemi: l’ordine internazionale liberale che è cresciuto dal blocco occidentale ed ha trionfato nella Guerra Fredda. Questo trionfo era però solo parziale in Cina e in altre parti dell’Asia dove i regimi comunisti hanno adottato delle caratteristiche di una economia capitalista ma non ideali liberali di governo, così come in parti centrali e a sud dell’Europa, dove le stesse dinamiche si sono manifestate negli anni recenti tra i governi post-comunisti.

Nel frattempo molti conflitti sopravvissuti alla Guerra Fredda, periodicamente riemergono per ricordarci che nessun ordine mondiale è così perfettamente egemonico da rendere lo scontro ed il conflitto obsoleto. La violazione da parte degli Stati Uniti delle regole del sistema che essi stessi hanno promosso, particolarmente con l’invasione in Iraq del 2003, hanno significativamente danneggiato sia l’ordine globale che il ruolo degli Stati Uniti in esso.

Nondimeno, l’ordine internazionale liberale ha ben funzionato nel piegare le tensioni che potevano condurre ad una guerra e contenere i conflitti dove emergevano. Gli Stati Uniti hanno chiaramente tratto beneficio dal sistema internazionale che hanno contribuito a costituire e sostenere per 70 anni.

Nel perseguire un approccio commerciale a somma zero nei confronti degli alleati e dei rivali, Trump ha “normalizzato” gli Stati Uniti in un modo che minerà la loro capacità di agire sia come giocatore che come arbitrio della politica globale.

Pur tuttavia, gli Stati Uniti di Donald Trump sono più un sintomo dell’ordine internazionale “sfilacciato” che un attore che impoverisce e aggrava il sistema globale.

Negli anni che verranno, vedremo più presidenti americani, ma anche cinesi, russi, indiani e altri leader che contribuiranno al disfacimento dell’ordine. La tendenza secolare sarà una di un declino del potere relativo degli Stati Uniti e della loro influenza e un panorama più competitivo per leadership regionali e globali.

Un mondo senza un gendarme, uno sbirro globale, anche se imperfetto, riluttante, inconsistente non lascerà blocchi, ostruzioni al proprio posto per evitare che crisi locali e conflitti si diffondano a livello regionale o anche globale.

Sarebbe un errore precipitarsi in conclusioni di ipotesi pessimistiche.

Ricordiamo che il sistema delle istituzioni internazionali di oggi, le convenzioni e le norme che governano il comportamento degli Stati, in parte, è cresciuto da campagne costruite ad hoc per portare avanti specifiche cause umanitarie, come il divieto dell’uso delle armi chimiche e la regolamentazione del trattamento dei combattenti e dei civili in guerra.

Cosa voglia dire un mondo post-Stati Uniti per gli Stati Uniti non è certo. La Gran Bretagna e l’Austria una volta si sono sedute sulla cima di imperi, così come la Russia, la Turchia e l’India. A quale di esse assomiglieranno gli Stati Uniti dipenderà da come gestiranno il loro declino. Che questo genere di riflessioni non trovino spazio in dibattiti politici imparziali è comprensibile. Posporre una così necessaria discussione, potrebbe avere, potenzialmente delle conseguenze rischiose.

Agosto 19 2019

La strategia tridimensionale della Russia

Russia strategia tridimensionale

La Russia occupa una posizione insolita sul palcoscenico mondiale. Con il Presidente Vladimir Putin, Mosca ha ripetutamente dimostrato di avere la capacità di destabilizzare l’ordine internazionale, ma non quella di riempire il vuoto che sta creando.

 

Ciò che attira l’attenzione è l’utilizzo da parte di Mosca della vendita di armi e di contratti militari come mezzo di costruzione di legami con Paesi in Asia, Africa e America Latina.
Anche se Mosca mantiene un’ingrombante influenza sul palcoscenico globale, a casa il malcontento cresce. Putin ha dominato la scena politica russa per più di due decadi, ma la sua popolarità sta diminuendo tra la lenta economia e lo sforzo di riforma pensionistica profondamente impopolare. Questo potrebbe aprire la scena ai suoi oppositori politici per richiamare l’attenzione sulla corruzione e la violenza che hanno contraddistinto il suo mandato.

Strategia globale

La Russia ha scovato dei modi creativi per fare il passo più lungo della gamba negli affari globali.
La disinvoltura dello schieramento delle forze speciali russe lungo la frontiera della Libia con l’Egitto, per fornire armi al Generale Khalifa Haftar, le cui forze dominano la parte est della Libia, potrebbe sembrare un fatto minore, in realtà è emblematico delle importanti tendenze della politica estera revanscista russa.
Quando Gheddafi controllava la Libia dal 1969 al 2011, era un eccellente cliente di armamenti  e consulenza militare russa. Nel caos dopo la sua deposizione e poi morte, l’ambasciata russa a Tripoli fu attaccata e tutti i diplomatici e le loro famiglie ritirate. Sembrava che Mosca avesse dichiarato la Libia irrecuperabile. Ora, sta rientrando in questo ambiente politico caotico in Nord Africa come parte di una strategia globale tridimensionale costruita per rafforzare la Russia politicamente, arricchirla economicamente e permettere di spingere in avanti il suo peso in un ambiente di sicurezza che cambia rapidamente.

Le dimensioni della strategia tridimensionale russa

La prima dimensione è l’intimidazione. Focalizzata sulle nazioni vicine, particolarmente quelle che una volta erano parte dell’Unione Sovietica o del vecchio impero russo, tale dimensione è progettata per assicurare che i governi vicini siano amichevoli e servili o almeno timorosi di Mosca. Ciò riflette il bisogno della Russia di zone cuscinetto di sicurezza attorno alla sua periferia, una geografia che le permise di essere invasa molte volte nel passato.

L’intimidazione russa assume una serie di forme, inclusa la pressione economica, gli attacchi cyber, come quello del 2007 all’Estonia e quelli del 2017 all’Ucrania, l’aggressione proxy da parte di alleati locali, spesso di etnia russa sparpagliati nel vecchio impero russo e sovietico e in casi estremi come quello della Georgia del 2008: l’intervento militare diretto.
Oggi è l’Ucraina l’obiettivo principale dell’intimidazione russa, ma altre nazioni vicine con meno capacità di resistere, hanno, ad un livello o un altro, ricevuto il messaggio. Anche Paesi che non hanno seguito l’esempio della Bielorussia e diventate completamente accondiscendenti verso Mosca cercano ancora di evitare il più possibile la sua ira.

La seconda dimensione è l’indebolimento dell’ordine mondiale costruito dall’Occidente, particolarmente attorno al Mediterraneo. Come l’intimidazione dei vicini, questo riflette dal strategia sovietica dalla Guerra Fredda. Parte dal suo ostruzionismo politico, utilizzando il veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per delegittimare o ostacolare gli sforzi collettivi americani ed europei per prevenire il genocidio durante la guerra civile libica; per arrivare ad apporre pressione al presidente siriano Bashar al-Assad affinchè lasciasse il potere, o almeno per negoziare la fine della disastrosa guerra civile in quel Paese.

Il collasso del Vecchio ordine nel Medio Oriente ed in Nord Africa sta creando mercati nuovi ed in espansione per armamenti russi e influenza.

La Russia utilizza differenti metodi per indebolire direttamente gli Stati Uniti e le nazioni europee, affidandosi fortemente alla guerra d’informazione per alimentare le divisioni politiche occidentali e minare la fiducia nelle istituzioni politiche. La “fabbrica dei troll” nei social media e la propagazione russa di “fake news” hanno influenzato le elezioni occidentali ad un grado significativo e forse anche decisivo. Mentre la Russia non ha creato quella sorta di iper-partigianeria ed eroso il volere nazione che sta indebolendo gli Stati Uniti ed altre nazioni europee a livello locale, essa le ha sfruttate in maniera più efficace rispetto a quanto avrebbe potuto l’ideologicamente limitata Unione Sovietica. Ciò è stato possibile a causa dell’assenza di una difesa collettiva chiara e definita degli Stati Uniti e degli alleati europei contro la guerra politica della Russia e dell’esistenza di leader politici occidentali, movimenti ed organizzazioni, disponibili a tollerare la manipolazione della Russia (fino a quando li beneficia).

La terza dimensione è la più commerciale: creare e proteggere i mercati per la vendita di armi. Questo è il motivo, reale, per cui Mosca sta cercando di tornare in Libia e, più importante, perché protegge Assad. A parte le armi, pochi beni fabbricati in Russia sono competitivi nell’economia globale; ciò la spinge ad affidarsi alle materie prime ed alle esportazioni energetiche. I leader russi sanno che un grande potere – uno status che vogliono disperatamente – deve fare di più che vendere merci.

La Russia può portare a termine questa dimensione della sua strategia perché le sue armi sono competitive nel mercato globale e, più importante, non ha alcun dubbio su chi siano i suoi clienti. Compratori come Haftar, Assad hanno poche altre scelte. Dal momento che le armi russe sono state collaudate nel loro utilizzo nella guerra civile siriana, Mosca sta cercando di aprirsi il mercato in nazioni che un tempo compravano armi solo dagli Stati Uniti e dall’Europa. Questo elenco include gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain, il Qatar, l’Arabia Saudita e la Turchia.

La Russia ora vende armi a più di 50 Paesi e organizzazioni politiche

Queste tre componenti della strategia russa si rafforzano vicendevolmente e formano un piano globale efficiente e coerente, indebolendo l’Occidente politicamente, se non strategicamente, Mosca espande il suo mercato potenziale per la vendita globale di armi. Le esportazioni di armi, a loro volta producono denaro contante che può essere utilizzato per potenziare l’esercito russo e mettere a tacere ogni opposizione domestica al presidente Vladimir Putin, creando un flusso di denaro per alimentare la fedeltà delle élite russe. Piuttosto che minacciare la Russia o esserci qualcosa che Mosca vuole aiutare ad affrontare, il collasso in corso del vecchio ordine nel Medio Oriente ed in Nord Africa sta creando nuovi mercati in espansione per gli armamenti russi, e a sua volta, influenza.
Nel breve periodo, tuttavia, la Russia probabilmente non vuole completare la rovina dell’ordine globale esistente dal momento ciò avrebbe come risultato il caos, ma vuole indebolire il sistema. Ciò ci suggerisce che fino a quando gli Stati europei e gli Stati Uniti rimarranno incerti sul loro ruolo nell’ordine internazionale post-guerra, la Russia perseguirà la strategia tridimensionale che ha reso una nazione con una profonda debolezza politica ed economica un giocatore globale.

Maggio 21 2017

Relazioni di vicinato: l’Iran e la Turchia nel “dopo Mosul”

relazioni

Dopo la piena riconquista di Mosul quali saranno le relazioni tra  due vicini eccellenti dell’Iraq: Iran e Turchia?

La Turchia è preoccupata che tutto quello che ha ottenuto finora il governo iracheno a maggioranza sciita, amico dell’Iran, sia parte di una più ampia strategia di Teheran per espandere la propria influenza nelle aree sunnite dell’Iraq del nord.

Quello che inquieta maggiormente il presidente turco Recep Tayipp Erdogan è il potenziale asse pro-iraniano lungo la frontiera del nord dell’Iraq che comprende elementi del Kurdistan Workers’ Party o PKK così come le milizie yazide dell’area.

Per questo motivo la retorica turca si è alzata di livello, inasprendosi, tanto che Erdogan si è riferito, lo scorso mese, alle milizie irachene pro-governative (al-Hashad al-Shaabi – unità di mobilitazione popolare) come un’organizzazione terroristica.

Erdogan ha certamente le capacità di anticipare ogni imminente asse iraniano-curdo nel nord dell’Iraq. L’esercito turco ha una stima di 2,000 truppe all’interno dell’Iraq. Una buona parte di questa forza è focalizzata nel combattere i militanti del PKK sulle montagne Qandil del Kurdistan iracheno, con altre 500 truppe stazionate nel campo Bashiqa, circa 50 chilomentri dalla periferia di Mosul.

Ankara ha anche una influenza politica e militare sul clan Barzani dominante nel Kurdistan iracheno e sulle famiglie influenti arabe sunnite intorno a Mosul, incluso la famiglia Nujaifi.  Infine, Erdogan ha segnalato la sua volontà di utilizzare bombardamenti aerei per dissuadere un significativo consolidamento delle forze pro-iraniane; l’aviazione turca ha recentemente colpito posizioni del YPG, la principale milizia curda siriana a Sinjar.

La Turchia, teoricamente, potrebbe chiedere aiuto ad altri paesi. L’Arabia Saudita e i suoi alleati arabi del Golfo hanno anche loro preoccupazioni circa l’espansione dell’Iran nelle aree irachene sunnite. Il potenziale per un’alleanza più stretta e coordinata nell’area tra queste potenze sunnite non può essere esclusa.

I rischi della strategia turca

Se la Turchia volesse lanciarsi a capofitto in uno scontro con le milizie alleate dell’Iran dovrebbe affrontare un nemico molto capace e ben equipaggiato. Inoltre, proprio queste milizie hanno già minacciato di ingaggiare direttamente le forze turche se Erdogan dovesse ordinare ulteriori incursioni nel territorio iracheno.

La profondità strategica dell’Iran in Iraq fornisce a queste milizie un rifornimento illimitato di combattenti: sciiti motivati da reclutare e far combattere per una lunga e sanguinosa campagna contro la Turchia.

Gli interessi della Turchia e dell’Iran 

Primo: la Turchia e l’Iran abilmente utilizzano la loro relazione come un contrappeso alla presenza (e potenza) occidentale nella Regione. In questo contesto si vedono l’un l’altro come una sorta di valvola di sicurezza contro la pressione esterna esercitata dall’occidente.

Erdogan non è certamente spaventato dal “gioco” di Iran e Russia contro Stati Uniti, ad esempio, nell’intento di esercitare pressione su Washington affinché non sostenga più l’YPG (che ha legami con il PKK; ma partner americano affidabile sul terreno contro lo “Stato islamico”). Questo tipo di “gioco” si è pienamente manifestato  a dicembre 2016, quando la Turchia ha contribuito ad un nuovo corso di colloqui di pace sulla Siria con l’Iran e la Russia senza il coinvolgimento degli Stati Uniti.

L’Iran, dalla parte sua, conta sulla Turchia per resistere agli sforzi occidentali di isolarla completamente nella regione.

Secondo: sebbene la Turchia e l’Iran appoggino elementi curdi separati in Iraq, entrambi i paesi condividono delle valutazioni ampiamente sovrapposte sulla questione del nazionalismo curdo. Mentre Ankara ha recentemente mostrato una maggiore volontà di lavorare con il Kurdistan iracheno semi-autonomo, la sua posizione è improbabile che cambi quando deve opporsi alla piena indipendenza curda. La visione dell’Iran è simile. Lo scorso mese, entrambi i paesi hanno fortemente protestato contro la decisione del governo regionale curdo di Irbil di alzare la bandiera curda vicino a quella irachena su un palazzo governativo locale a Kirkuk; alcuni politici curdi hanno interpretato questi messaggi come delle velate “minacce”.

Gli interessi economici che non possono essere ignorati

Consideriamo ad esempio i legami energetici: la Turchia al momento importa 30 milioni di metri cubici di gas Iraniano, volume che entrambe le parti sembrano intenzionate ad accrescere nei prossimi anni.

Per cui malgrado qualche retorica accesa tra la Turchia e l’Iran, il risultato più probabile è qualche sorta di accordo in Iraq.

L’Iran potrebbe accordarsi nel “trattenere” i leader delle milizie più anti-turche nelle forze popolari di mobilitazione irachene, mentre limita il loro supporto agli elementi del YPG in Iraq. La Turchia in cambio potrebbe accordarsi nel migliorare le sue relazioni tese con il governo centrale a Baghdad e coordinare meglio la lotta all’IS con l’Iraq e l’Iran.

Se e quando l’IS sarà sconfitto nel nord dell’Iraq, l’immediato vuoto politico nel cuore sunnita sicuramente sarà un banco di prova per le relazioni turco-iraniane.

Sebbene i legami tra due vicini eccellenti dell’Iraq continueranno a flettersi, è improbabile che si spezzino.

Ankara e Teheran hanno una storia di compartimentalizzazione delle loro relazioni nelle passate decadi. Continueranno ad essere profondamente in disaccordo su certe questioni nella regione, ma nessuna parte ha al momento un interesse profondo nel permettere che questi disaccordi mettano a rischio le loro funzionanti relazioni bilaterali.

Dicembre 3 2016

America Latina: la sua lezione sul populismo politico

America Latina

Il populismo politico dell’America Latina si presenta come una vera e propria lezione. Un avvertimento per gli Stati Uniti del neo eletto Trump e per il vecchio Continente.

Il populismo politico dell’America Latina è un fatto reale che consegna agli Stati Uniti del neo eletto Trump e al vecchio Continente un vero e proprio avvertimento.

Negli Stati Uniti, i politici populisti hanno raggiunto la maggior parte dei votanti, in America Latina sono passati di moda.

Cosa ci insegnano le esperienze del populismo politico dei paesi dell’America Latina.

In Venezuela, la vittoria di Trump ha richiamato alla memoria l’ascesa di Hugo Chavez, un maestro nell’arte della politica populista.

Chiaramente Chavez e Trump sono diametralmente opposti in molti ed importanti modi.

Tuttavia, i considerevoli paralleli che esistono ci sono d’aiuto come schema del populismo del 21° secolo: un movimento che si sta appassendo in America Latina, ma che sta fiorendo velocemente nel cosiddetto “mondo sviluppato”.

Il contrassegno del populismo che ha letteralmente ingoiato parti dell’America Latina alla fine degli anni ’90 e nel 2000 era, principalmente una spinta alla sinistra, in contrasto con quello che vediamo negli Stati Uniti e in Europa, dove la maggior parte dei leader populisti arrivano dalla destra dello spettro politico.

Pur tuttavia, ci sono forti similarità tra le spinte a compiacere la folla, il culto della personalità e ed il consolidamento di movimenti di opposizione che si pongono come una sfida “al sistema”.

Il populismo che sia a nord o a sud della frontiera, ad est o ad occidente dell’Atlantico, tende ad arrivare avvolto in una bandiera ed accompagnato dalla nostalgia di una gloria nazionale passata.

È sospinto da spiegazioni approssimative per problemi complicati e promesse di soluzioni semplicistiche per sfide spaventose. Fa affidamento su sostenitori carismatici, spesso appariscenti che imputano la colpa di sofferenze reali o immaginarie ad una massa di cattivi preconfezionati.

La gloria passata non è completamente immaginata, così come le soluzioni proposte non sono totalmente vuote. I cosiddetti cattivi non sono mai angeli innocenti. Persone, paesi, gruppi, idee sono o grandi o sono malvagi. Non c’è molto spazio per la sottigliezza nel programma di un populista.

Come Chavez, Trump è stato capace di fare leva sul potere delle moderne comunicazioni per scavalcare l’establishment e far passare il suo messaggio direttamente alle masse.

Chavez scoprì il potere dei mass media dopo essere apparso in televisione all’indomani del fallito coup nel 1992. Come presidente, brillò nello show televisivo “Hello President” dove trascorreva ore infinite a parlare direttamente al pubblico.

Trump deve qualcosa del suo successo alla sua presenza su Twitter e alla sua promessa che continuerà ad usarlo come presidente.

Che sia in America Latina o altrove, il leader populista tende ad essere un outsider che si confeziona come un indispensabile ingrediente per il successo

Il populismo dipende dal persuadere le masse che, la persona al centro del “movimento”, a prescindere dalla sua base ideologica, è quello di cui c’è bisogno per raggiungere la missione. L’agghiacciante mantra di Trump alla Convention repubblicana “I alone can fix it” condensa il culto della personalità: il cuore del moderno populismo.

L’ideologia non è indispensabile; l’uomo lo è.

Ironicamente la più vaga ideologia può fornire un grado di flessibilità al governo. Questo è il motivo per cui i socialisti populisti possono permettere ai mercati liberi di funzionare e la ragione per cui il presidente del Nicaragua: Daniel Ortega, può guidare un paese dove il capitalismo è molto più visibile del socialismo.

Così come Trump ha promesso di “make America great again”, Chavez prestava attenzione alla gloria passata, non solo per il suo paese, ma per la regione, costruendo la sua rivoluzione sull’incantesimo di Simon Boliva, l’eroe delle guerre d’indipendenza dell’America Latina dal governo coloniale spagnolo. Tutto questo forniva un amabile contesto per la demonizzazione di coloro che Chavez reputava colpevoli di tutti i problemi del paese, per non menzionare le sue ambizioni di diffondere la rivoluzione in altre parti del Sud America.

Chavez si appropriò di ogni leva di potere e smantellò la democrazia in Venezuela, ma il colpevole di tutti mani rimaneva per lui sempre e solo l’ “impero” (il nome con cui Chavez chiamava gli Stati Uniti). Attaccò la vecchia guardia e gli oligarchi che avevano fatto la ricchezza del Venezuela strigliando i media, fino a minare la sua stessa credibilità.

Chiunque fosse in disaccordo con lui era immediatamente dichiarato nemico e la retorica della dannazione politica varcava ogni frontiera per demonizzare tutti coloro che lui voleva fossero colpevolizzati per i problemi del Venezuela.

In sintesi i populisti latino americani attribuivano la colpa dei problemi del paese all’intero establishment che li aveva preceduti, perché, a loro dire, i problemi potevano essere facilmente risolti, ma…solo da loro!

Il ricco, il ben connesso, i media, il Fondo Monetario Internazionale, i banchieri: tutti diventavano il nemico a mano a mano che il culto della personalità di questi leader veniva costruito.

Comune alle ideologie del culto: il potente presidente riceveva merito per ogni sviluppo positivo e non era mai colpevolizzato per qualcosa di negativo.

In America Latina, gli uomini che venivano eletti come populisti iniziavano il percorso di governo smantellando molte delle norme democratiche con cui loro stessi erano arrivati al potere.

Erosione delle istituzioni democratiche in Nicaragua

Ortega in Nicaragua è stato da poco rieletto per il suo terzo mandato consecutivo, il suo quarto incarico come presidente nel complesso della sua carriera.

La strada di Ortega alla rielezione è stata costellata da controversie. I critici puntavano il dito all’erosione delle istituzioni democratiche avvenuta durante le sue due passate amministrazioni.

Nel 2010, la Corte Suprema del paese spianava la via per la sua rielezione dichiarando il divieto costituzionale sulla rielezione “inapplicabile”.

Nel 2014, un emendamento costituzionale disponeva per rielezioni indefinite, mentre le vittorie alle urne nel 2011 e nel 2012 assicuravano al FSLN (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale – il partito di Ortega) il controllo delle istituzioni del paese.

Quest’anno la Corte decide di trasferire la leadership del principale partito di opposizione ad una storica fazione all’interno del partito stesso; i membri della vecchia leadership, dopo essersi rifiutati di riconoscere i nuovi vertici di partito o finanche incontrarli, vengono invitati a lasciare liberi i loro seggi nell’Assemblea Nazionale.

Il colpo di grazia, secondo l’opposizione, alla democrazia in Nicaragua arriva quando la moglie di Ortega, Rosario Murillo, viene nominata vice presidente.

In tutto questo però l’immensa popolarità di Ortega è rimasta sempre alta, godendo, quotidianamente di un tasso di approvazione pari a più del 70%; una delle percentuali più alte per un presidente nel mondo.

Se Ortega riuscirà a tenere alta la sua popolarità questo è tutto da vedere. Alcuni fattori sono fuori dal suo controllo: la crisi in Venezuela, per esempio, che minaccia l’accesso ai prestiti a basso interesse utilizzati per finanziare programmi sociali popolari e vitali. Mentre le previsioni finanziarie e di investimento rimangono positive per il Nicaragua, i tagli a questi programmi potrebbero minare la popolarità di Ortega.


In America Latina molti cittadini vedono le legislature come impedimenti per il progresso, per alcuni esse sono addirittura sacrificabili.

L’esperienza dell’America Latina ci rivela qualcosa:

le persone nel lungo periodo si stancano dei demagoghi populisti, ma trovano molto più difficoltoso ribaltare i danni che questi leader hanno prodotto,

anche in considerazione del fatto che le persone che li hanno portati al potere non si sarebbero mai aspettate che le circostanze si modificassero a loro danno.

Settembre 11 2016

Emozioni battono logica: ecco chi guida il comportamento politico

emozioni

Le emozioni guidano il comportamento politico? Anche quando crediamo che le decisioni prese seguano la logica in realtà il vero fulcro della decisione appartiene al regno delle emozioni.

Il neuroscienziato Antonio Damaso ha condotto una serie di studi su un gruppo di persone che presentavano danni in una parte del cervello dove sono generate le emozioni. Egli ha riscontrato la loro incapacità nel sentire le emozioni; tuttavia si caratterizzavano per una peculiarità in comune: non potevano prendere decisioni. Potevano descrivere quello che dovevano fare in termini logici, ma per loro era molto difficile prendere anche semplici decisioni, come per esempio quella di cosa mangiare.

Molte decisioni si presentano come due facce di una medaglia, con i loro pro e i loro contro: “mangio il pollo o l’agnello?”, ebbene questi soggetti erano incapaci di prendere una decisione.

Le emozioni sono molto importanti quando si tratta di prendere una decisione

Anche quando crediamo che siano decisioni logiche, il vero fulcro di scelta è verosimilmente sempre basato su un’emozione.

Inoltre, diversi ricercatori hanno evidenziato come emozioni accidentali spostino, in maniera estesa, una situazione a quella successiva, interessando decisioni che riguardano una prospettiva normativa non collegata alle emozioni. Questo processo è chiamato: spostamento di emozioni accidentali. Per fare un esempio: la rabbia accidentale innescata da una situazione può cogliere un motivo per incolpare individui in altre situazioni anche se gli obiettivi di tale rabbia non hanno nulla a che vedere con la fonte della rabbia. Lo spostamento di emozioni accidentali avviene, tipicamente, senza che se ne abbia consapevolezza.

Per capire il nesso tra emozioni e comportamento politico prenderemo ad esempio: Donald Trump e lo “Stato islamico”.

Il caso di Trump e dello “Stato islamico”

Potreste chiedervi: “come possono mettersi sullo stesso piano, anche solo per comparazione queste due realtà così diverse tra loro?“.

Se guardiamo cosa guida il sentimento popolare in sostegno di leader politici come Trump, Marine Le Pen ed altri in Europa, vediamo che essi invece di appellarsi alla logica, tamburellano su un bacino di emozione: un misto di identità nazionale, di risentimento socio – economico, che spesso mescola la rabbia, l’umiliazione ad un certo senso di nostalgia per un tempo migliore di quello recente.

È l’emozione, piuttosto che la logica che guida il comportamento politico

Quando i giovani occidentali cadono in preda al richiamo della narrativa di gruppi religiosi estremisti come lo “Stato islamico”, le cose si complicano. In aggiunta agli elementi non-razionali di emozione ed affetto, c’è un altro modo non – razionale esperienziale in gioco: il sacro contro il profano o meglio le nozioni apocalittiche contro quelle sacre.

Anche se poche, esistono evidenze che i gruppi come lo “Stato islamico” facciano leva su individui mentalmente vulnerabili permettendogli di legittimare le loro emozioni rivestendole di un’ideologia. Tuttavia nella maggior parte dei casi, il gruppo si rivolge a giovani in cerca di significati e di validazione attraverso una causa che è più grande della loro condizione individuale; una ricerca che si è rivelata vana nelle società europee in cui molti sono cresciuti.

La logica dei tecnocrati

Per i tecnocrati, i problemi devono essere affrontati usando un quadro logico di analisi. Cause ed effetti devono essere identificati ed isolati. Le soluzioni potenziali devono essere disegnate ed esaminate per comparare i costi e i benefici e gli obiettivi desiderati contro le possibili conseguenze. La legislazione deve essere scritta e conseguentemente diventare legge per essere sicuri che gli strumenti applicati siano i più appropriati.

Viene però da chiedersi: “Perché la visione di un mondo senza frontiere non attrae più rispetto a quella di un mondo circondato da muri?“.

È nella risposta tecnocratica il vero problema. Essa ci dimostra non solo il fallimento della comprensione accurata del problema, ma soprattutto la mancanza del vocabolario necessario capace di indirizzare la situazione.

Ciò diventa ovvio in relazione alla problematicità dei giovani radicali e delle campagne di de-radicalizzazione che cercano di convincerli che la causa che hanno adottato è una strada senza uscita. Questo tipo di richiami che utilizzano argomenti razionali per demistificare gli appelli dello “Stato islamico”, che si rappresenta come una forma pura di Islam pre-moderno, semplicemente non raggiungono le orecchie della persona che cercano di convincere, poiché essa è sintonizzata su un modo non-razionale di esperienza sacra.

La stessa dinamica è in gioco quando si cerca di rispondere alla crescita dell’ondata di populismo nazionalista

in Europa e adesso, nella forma di Trump, negli Stati Uniti. Le analisi degli elementi positivi per cui gli immigranti contribuiscono all’economia della Gran Bretagna e l’impatto catastrofico che lasciare l’Unione Europea avrebbe, non possono competere con la catarsi emotiva di votare in favore della Brexit. Niente è stato in grado di diminuire il richiamo xenofobo della campagna di Trump.

L’ideale europeo vale la pena che sia difeso, ma è stato raramente menzionato nella campagna della Brexit.

Anche nella campagna elettorale per la Casa Bianca sono stati pochi i riferimenti ai valori americani nati dall’essere una nazione di immigrati.

Le emozioni tendono a bloccare la nostra abilità di assorbire nuove informazioni, inibiscono anche l’abilità di condividere una prospettiva alternativa in un modo tale per cui l’altra persona la prenda in seria considerazione.

 Senza l’abilità di prendere e assorbire nuove informazioni le persone s’impantanano in una visione che non ha  potenziale di crescita, di cambiamento o di sfumature.

 

Febbraio 29 2016

Israele e Russia: l’amicizia nel Medio Oriente di oggi

Russia Israele

Il Medio Oriente è nel bel mezzo di una violenta rivalutazione delle sue idee, priorità ed alleanze; la questione dei legami di Israele è parte del ri – assestamento della regione.

Qualche giorno fa il presidente dello stato d’Israele, Reuven Rivlin ha cancellato un viaggio previsto per marzo in Australia per incontrare il presidente russo Putin a Mosca.

Israele e Russia un’amicizia oscillante

La recente storia delle traiettorie delle relazioni russo – israeliane è stata oscillante. Putin è stato il primo presidente russo a visitare Israele e il primo ministro Benjamin Netanyahu ha coltivato legami con la Russia per una serie di ragioni. Israele ha una grande diaspora russa che conta per circa il 10 – 12 percento della popolazione israeliana, e il loro profondo legame con il paese di origine li spinge a coltivare dei legami più stretti con la Russia: un espediente politico per i politici israeliani. Inoltre, Israele e Russia hanno entrambi inteso trarre un vantaggio dalla percezione del ritiro americano dal Medio Oriente per forgiare legami più stretti. Israele cerca di contenere le sue scommesse con un’altra potenza che sta al di fuori dalla regione e la Russia cerca di trafiggere gli Stati Uniti guadagnando influenza con un altro dei suoi principali alleati nella regione. Questo si è manifestato nella sfera politica anche attraverso il silenzio di Israele su questioni che sono importanti per la Russia come l’annessione della Crimea.
I legami economici sono aumentati. Il commercio tra i due paesi che ammontava a 3.5 miliardi di dollari nel 2013 è aumentato negli scorsi anni visto che le importazioni russe dei prodotti israeliani hanno rimediato alle sanzioni imposte dall’Unione Europea. Qualche settimana fa funzionari di entrambe le parti hanno confermato che è imminente un accordo di libero commercio tra i due paesi. Sul lato militare, Israele ha accordato la vendita alla Russia di 10 droni israeliani “Searcher” per la raccolta di informazioni già lo scorso autunno.
L’intervento della Russia nella guerra civile siriana in favore di Assad ha introdotto tensioni tra Israele e Russia, circostanza che è stata gestita da entrambe le parti ragionevolmente bene. Per esempio, Israele e Russia si sono tenute entrambe informate sul rispettivo utilizzo dello spazio aereo siriano per evitare scontri. Israele non ha preso una posizione ufficiale sull’uscita di scena di Assad, ma ha dichiarato di aver tracciato una linea rossa contro il trasferimento di armi a Hezbollah. I bombardamenti israeliani contro questo trasferimento di armi appaiono essere stati coordinati con i militari russi, dal momento che aerei israeliani hanno volato attraverso lo spazio aereo siriano che è pattugliato dalla Russia senza alcun incidente.
Le violazioni dello spazio aereo israeliano non hanno provocato il tipo di crisi che è occorsa tra la Russia e la Turchia. Visto che gli aerei russi e israeliani volano lungo lo stesso corridoio nel sud della Siria e operano conto differenti attori ovviamente ciò ha il potenziale di dare vita ad una catastrofica esplosione, ma le buone relazioni tra Israele e Russia sono state la chiave per prevenire ogni fraintendimento. Questo non vuol dire che una crisi non potrebbe verificarsi nel futuro, particolarmente in vista della vendita di Mosca dei missili S- 300 all’Iran. Israele a tutti costi farà in modo che questo sistema d’arma non possa essere trasferito ad Hezbollah.
Israele sembra preparata a compartimentalizzare la sua relazione con la Russia e cercare di mitigare i suoi dubbi sul comportamento russo in Siria, finché le armi russe non cadano nelle mani di Hezbollah.

Altrove nella regione c’è più movimento

Israele sta aprendo un ufficio ad Abu Dhabi, ufficialmente con l’obiettivo di facilitare le sue interazioni con l’agenzia delle Nazioni Unite per l’energia rinnovabile (IRENA) che sarà basata negli Emirati Arabi Uniti. Questi ultimi ribadiscono che l’apertura dell’ufficio israeliano non ha niente a che fare con relazioni bilaterali. Quindi mentre le relazioni formali rimangono ufficialmente fuori dal tavolo, sotto il tavolo le comunicazioni continuano.
I legami con l’Egitto, il primo paese arabo a stabilire relazioni diplomatiche con Israele, hanno iniziato a diventare più “caldi”. L’Egitto ha mandato un ambasciatore in Israele a gennaio per la prima volta dal 2012.
Ci sono alcuni segni che le visioni popolari di Israele stanno forse cambiando. Il Kuwait Times, ha recentemente pubblicato un articolo intitolato “Israele non è il nostro nemico”, nel quale si affermava che mentre i palestinesi hanno ragioni per vedere Israele come un nemico, il Kuwait non ne ha. Una simile visione è stata espressa da uno storico egiziano Maged Farag che ha asserito: “il nostro nemico oggi è Gaza, non Israele”.

*immagine: www.timesofisrael.com

Giugno 4 2015

Il calcio e la politica internazionale

Ci si potrebbe chiedere: ma con tutto quello che ha da fare l’FBI possibile che si mette ad indagare sulla FIFA?. Gettare fango su un rito di milioni di persone, su quelli che prendono a parolacce la telefonista Premium perchè non attiva la carta per vedere una partita (la sottoscritta). La corruzione, sì, che storia trita e ritrita, dicono gli affezionati del bar e del caffè corretto fuori dallo stadio.  Ed allora proviamo a guardare la situazione da un punto di vista di politica internazionale.

L’ “affair” FIFA è come un microcosmo di più ampie tensioni che affliggono le istituzioni internazionali e ci offre una lezione magistrale, oserei dire, sui limiti da parte dei paesi occidentali di fare appello alla moralità e alle regole di legge per influenzare la pubblica opinione globale.

L’ex segretario generale delle Nazioni Unite dichiarò che la Coppa del Mondo FIFA è  uno dei pochi fenomeni universali pari alle Nazioni Unite (NU). Infatti le 209 associazioni nazionali di calcio che formano il congresso FIFA sembrano essere “sensibili” alla geopolitica così come i diplomatici che siedono nel Consiglio di Sicurezza e nell’Assemblea Generale.

Osservando l’ “affair FIFA” sembra di essere davanti all’ ultimo esempio di come gli Stati Uniti e i suoi alleati europei cerchino di tenere ben salda la presa su istituzioni internazionali malgrado le oscillazioni dell’equilibrio del potere globale. Il “caso Blatter” arriva in un momento in cui Washington e i suoi amici stanno diventando incredibilmente diretti nel voler stabilire le regole del gioco multilaterale. Washington è stata colta di sorpresa dalla decisione della Cina di lanciare la Banca asiatica d’investimento in infrastrutture, un possibile primo passo per sfidare gli organismi a guida americana come la Banca Mondiale. Parlando di un patto sul commercio nel Pacifico, Obama dichiara che bisogna essere sicuri che gli Stati Uniti, e non paesi come la Cina, siano tra coloro  che scrivono le regole del secolo per l’economia mondiale. Quindi dopo l’economia sembra che gli Stati Uniti vogliano scrivere le regole del calcio mondiale.

Il Congresso della FIFA prevede che ogni singolo membro abbia un singolo voto, di uguale valore rispetto a quello di qualsiasi altro membro. Dove gli Stati Uniti non esercitano nessun controllo diretto. Un altro esempio di un voto = un membro, nei consessi internazionali, è la Conferenza Generale dell’UNESCO.

Sebbene le decisioni dell’UNESCO interessano molti, ma molti meno di quelle della FIFA, Washington ha tagliato i fondi a quest’ organismo internazionale dopo che ammise la Palestina come membro nel 2011. L’amministrazione Obama ha sempre fatto del suo meglio (e continua a farlo) per trarre i propri vantaggi e crearsi legami nei forum delle NU come l’Assemblea Generale o il Consiglio dei Diritti Umani.

Questo scandalo sembra un tentativo di cortocircuitare il governo dell’organizzazione e se Washington e l’Europa non possono deporre Blatter attraverso delle procedure formali di governance perché non creare lo scandalo nel momento giusto? Le critiche americane alle NU guidarono Annan in un disonorevole e precoce pensionamento nel 2005 proprio per accuse di corruzione.

Mi sembra improbabile che gli Stati Uniti investano ingenti capitali politici per fomentare un vero e proprio ” coup d’etat” per uno sport che non è esattamente lo sport nazionale, anche se la sua squadra femminile se la cava gran bene.

Blatter potrebbe o no aver beneficiato direttamente o indirettamente di pratiche corrette nel corso degli anni, ma sicuramente ha beneficiato della sfiducia che oggi c’è attorno alle regole multilaterali e nelle istituzioni ed è questa l’altra grande lezione da trarre da questa storia. Che l’America Latina, qui dove il calcio scorre nelle vene di chiunque, sia la zona maggiormente colpita dallo scandalo e che sia accaduto al momento giusto nel posto giusto, questo è un altro ulteriore esempio di come si piloti l’equilibro globale. ” Cari amici del Brasile, del Paraguay, dell’Argentina, del Cile, gli affari si fanno se la smettete di dire che la corruzione è un modo di vivere. Firmato Barack Obama”. Ecco il messaggio veicolato attraverso quello che è lo sport più seguito in questi posti.

Noi, popolo dei tifosi del calcio, continueremo a seguire questo bellissimo sport credendo nella genuinità di quei bambini che giocano sentendo i propri genitori inveire contro l’arbitro. Lo seguiremo mangiando il gelato alla fine del primo tempo, perchè è un rito e se non si fa porta sfiga. Continueremo ad andare da Gianni il vinaiolo giallorosso e a salutarlo affettuosamente dopo che la sua squadra ha perso, non accettando lezioni di morale da paesi che finanziano gli estremisti.

Novembre 5 2014

Politica internazionale: riflessioni e appunti di Barbara Faccenda

politica internazionale

Un blog sulla politica internazionale diverso. Appunti, riflessioni e uno sguardo particolare al terrorismo internazionale.

La politica internazionale è la mia passione…

…è quello che amo fare, di cui amo riflettere, che vedo in ogni cosa che mi circonda. Sono quella che apre il quotidiano direttamente alle pagine “esteri” e poi torna alla prima pagina. Quella che passeggia e pensa agli equilibri mondiali. 

Mi arrabbio con la televisione quando vedo e sento i telegiornali o le trasmissioni di approfondimento ridurre situazioni complesse ad una manciata di argomenti superficiali e populisti. Detesto chi scrive o chi si presenta in televisione pretendendo di sapere tutto su tutto. Sì, i tuttologi non sono tra i miei amici. 

Questo blog è il mio sguardo, la mia riflessione su temi di politica internazionale, specialmente sul terrorismo internazionale. 

Proverò a spiegare termini complessi, situazioni difficili, reti, ideologie, gruppi estremisti, relazioni tra paesi. 

Buona Lettura!