Ottobre 19 2018

Il peacekeeping è sull’orlo del baratro?

peacekeeping

Il 70° anniversario delle missioni di peacekeeping non ha, comprensibilmente, destato particolare entusiasmo (e neanche tanto risalto).
Nel lontano 1948 il Consiglio di Sicurezza inviò osservatori militari in Medio Oriente come supervisori della fine della prima guerra arabo-israeliana, dando il via a più di 70 missioni delle Nazioni Unite (NU), diventate un vero e proprio tratto distintivo dell’Organizzazione.
Le operazioni NU sembra che stiano entrando in una nuova, difficile, fase. Nelle due passate decadi, le forze di peacekeeping hanno svolto un lavoro solido, sebbene raramente citato, allo scopo di stabilizzare Paesi di piccole e medie dimensioni come la Sierra Leone o Timor Est. Agli inizi di quest’anno, hanno portato a conclusione un’altra, ampia, missione di successo in Liberia. Con la chiusura di queste operazioni, le NU adesso si trovano a concentrare in maniera maggiore i propri sforzi di peacekeeping su 5 grandi e problematiche operazioni in Africa. In ogni caso, gli elmetti blu restano sparsi in contesti dove si trovano di fronte ad una violenza endemica.
Gli esperti delle NU sono avvezzi alle regolari crisi che scuotono l’organizzazione, pur non sovvertendola. Dal Mali alla Siria, le NU rivelano  serie difficoltà non solo a porre fine ai conflitti, ma a mantenere la pace. Tuttavia, malgrado gli attacchi all’Organizzazione, che indicano una frustrazione diplomatica, il Consiglio di Sicurezza persiste nel portare avanti questi processi. Non ci sembra di poter escludere in maniera definitiva che le NU siano, al momento, sull’orlo di una batosta nel Medio Oriente e ciò potrebbe creare una rottura decisiva a New York.
Dieci anni fa, storie di violenza endemica nella Regione del Darfur del Sudan spesso erano, in Occidente, i titoli di stampa, le notizie con cui si aprivano i telegiornali. Sebbene questo conflitto continui in maniera sporadica, oggi esso è del tutto dimenticato. A luglio, il Consiglio di Sicurezza ha deciso di tagliare il numero delle forze di peacekeeping nella missione UNAMID (missione africana delle Nazioni Unite in Darfur), di circa la metà, con l’idea di chiudere completamente la missione nel 2020. La decisione ha creato un mormorio intorno al Consiglio. Nondimeno, la riduzione di UNAMID potenzialmente segna un punto di svolta per le operazioni di peacekeeping.

Dalla Siria al Burma (Myanmar) le forze armate stanno perseguendo campagne militari inarrestabili e, nella loro ricerca di vittoria, puniscono indiscriminatamente i civili. In entrambi i casi la “pace” che ne risulterebbe sarebbe caotica.

Queste crisi minacciano di turbare alcune delle norme basilari che sono maturate attorno alla risoluzione delle guerre civili nel periodo post-Guerra Fredda. Per restare rilevanti, le operazioni di peacekeeping, si dovranno senz’altro adattare ai nuovi scenari di post-conflitto. Se i “peacemakers” vogliono avere una qualsiasi possibilità di porre fine alle guerre odierne, essi devono imparare a ragionare come degli assassini a sangue freddo.
Le tre passate decadi sono state un periodo di raro successo per il peacemaking internazionale. Nel periodo della Guerra Fredda, gli sforzi diplomatici e di mediazione significavano che la maggior parte dei conflitti si concludeva in accordi negoziati piuttosto che in vittorie decisive di una parte o dell’altra.
Sebbene molti di questi accordi siano stati fragili e non sostenibili, essi hanno contribuito ad un declino complessivo delle guerre e delle morti che hanno causato.

Le principali potenze nel sistema internazionale del post-Guerra Fredda, guidate dagli Stati Uniti, hanno deciso di adottare “un trattamento standard” all’insorgere della violenza, caratterizzato dalla convinzione che un accordo mediato e negoziato, l’uso delle forze di peacekeeping e l’aiuto estero fosse la strada giusta per risolvere i conflitti futuri.

Anche i governi e i gruppi di ribelli che erano desiderosi di utilizzare la violenza di massa per raggiungere i loro obiettivi si sentivano obbligati a lavorare con mediatori esterni e permettere alle agenzie umanitarie di assistere i civili che soffrivano.
Anche gli Stati Uniti, pur essendo intervenuti in Iraq e in Afghanistan, alla fine hanno riconosciuto che non possono utilizzare solamente la forza per pacificare entrambi e hanno investito di più nella ricerca di accordi politici.

L’odierna decade ha visto un’importante inversione quando gli sforzi politici per porre fine alle ondate di conflitti nel mondo arabo hanno iniziato a vacillare.

Dall’altra parte, uomini forti come Assad e i suoi sostenitori internazionali hanno generato un aumento degli sforzi militari, utilizzando le campagne internazionali contro l’IS per giustificare il loro approccio senza regole ignorando sistematicamente le condanne esterne alle loro azioni. I sostenitori di Assad adesso, presumibilmente, pur considerando le accuse di oltraggio alle regole internazionali come inevitabili, sono persuasi che non avranno né alcun effetto e né alcun costo sulle loro operazioni.
Per fare un esempio tra i tanti: lo scorso anno l’offensiva in Myanmar lanciata contro i Rohingya conteneva in maniera inequivocabile la convinzione che ci sarebbe stato un criticismo esterno, ma che esso non avrebbe avuto alcun effetto sulla tempistica delle operazioni.

Resta chiaro che i leader politici e militari nelle zone di guerra si curano sempre meno delle condanne per il loro comportamento, considerandole come un piccolo prezzo da pagare per ottenere delle decisive vittorie.

Oggi, le guerre civili durano più a lungo ed è sempre più probabile che si concludano con la vittoria di una parte piuttosto che con un accordo negoziato.
Pur tuttavia gli accordi negoziati non si sono ancora estinti definitivamente. Recenti storie di successo come il processo di pace colombiano mostrano che c’è ancora uno spazio politico per i peacemakers per creare accordi complessi.

In molti casi i mediatori dovrebbero accettare un ruolo meno ambizioso ma ugualmente urgente, vale a dire quello di ridurre i rischi in cui incorrono le comunità e i ribelli nel processo di disarmo o di dislocamento.

Luglio 3 2018

Giovani smarriti: il prodotto dei conflitti protratti

giovani

Ad oggi l’unico tema che sembra essere rilevante è il flusso migratorio dal Nord Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa.

Chiariamo subito un punto: nell’ambiente di sicurezza contemporaneo, un accordo di pace ovvero la rimozione di un dittatore non rappresenta più la fine di un conflitto, ma solo il suo spostamento verso una forma differente.

La violenza protratta, particolarmente nelle dittature, sfregia profondamente una società: collassano i sistemi esistenti di autorità e ordine. Reti grigie ed economie occulte si fondono mano a mano che il disordine politico e il crimine emergono. Gli equilibri psicologici ed etici si indeboliscono e cedono. Regna l’anomia.

Per i combattenti e le loro vittime, lo spargimento di sangue diventa normale. Molte persone acquisiscono le abilità necessarie per uccidere, imparando come ottenere ed utilizzare armi, esplosivi.

La violenza diventa radicata: i bambini conoscono talmente tante persone violente che semplicemente assumono che anche loro lo diventeranno.

In un conflitto protratto, questa tragica situazione diventa auto-perpetuante, creando una generazione che non è istruita o che lo è molto poco, profondamente diffidente dell’autorità e abituata a reti ed economie grigie.

Per questa gioventù, la violenza non è un’aberrazione che interrompe la pace, ma la prassi, la consuetudine.

La storia recente è piena di esempi della nocività di generazioni smarrite.

Il Kosovo deve ancora ottenere la stabilità politica e, dopo molti anni dalla fine della guerra, è pieno di gruppi criminali.

Nel mondo interconnesso di oggi questi mali si diffondano anche molto lontano dalla loro fonte.

I gruppi criminali albanesi sono cresciuti  nelle guerre dei Balcani degli anni ’90 e adesso giocano un ruolo centrale, e violento, nel traffico internazionale di armi, di droghe e prostituzione.

Nel Sud Africa, decadi di conflitti tra i cittadini di colore e il regime della minoranza bianca hanno distrutto il rispetto della legge in grandi parti della società e prodotto centinaia di migliaia di uomini e donne senza istruzione.

Il rallentamento dello sviluppo economico e l’instabilità politica del Sud Africa, che hanno portato all’esodo di professionisti in cerca di uno stile di vita più sicuro, è il costo di un conflitto che sembrava concluso e che il Sud Africa continua a pagare.

In questo momento, ora, siamo di fronte a giovani smarriti; prodotti dai conflitti in Libia e Siria.

In Libia, la caduta di una dittatura patologica non ha dato vita alla riconciliazione e alla ripresa, ma ad una violenza intestina paralizzante. Il governo di unità nazionale fortemente voluto dall’esterno, da Europa e Stati Uniti, non ha il pieno controllo del territorio e delle regole di legge, anzi milizie e gruppi violenti continuano a riempire il vuoto di effettività.

Se possibile la Siria è in una situazione peggiore: più di 4 milioni di cittadini siriani sono rifugiati: “la più grande popolazione di rifugiati di un singolo conflitto in una generazione”, l’ha definita l’UNHCR.

Sia la Libia che la Siria hanno raggiunto un punto dove anche un accordo politico miracoloso non potrà guarire l’acredine.

La frattura dell’autorità, la normalizzazione della violenza, la creazione di reti grigie e l’inabilità di molti giovani siriani e libici di operare in un’economia stabile e moderna, lasceranno questi giovani smarriti con poche opzioni rispetto al crimine o al diventare essi stessi Signori della guerra. Saranno vulnerabili agli estremisti che gli offriranno falsi rimedi alla loro rabbia e disillusione. Come risultato, saranno una sfida di lungo termine non solo per le loro nazioni o le loro Regioni, ma per il mondo interconnesso.

Il prezzo dei conflitti libico e siriano sarà pagato per decadi.

Tragicamente, niente può  prevenire completamente ciò, il danno è già fatto. Al meglio, l’Europa e altre nazioni possono sanare alcune porzioni delle generazioni smarrite della Libia e della Siria.

Individuare una via per porre fine ai conflitti che stanno distruggendo le loro terre dovrebbe essere la priorità numero uno della comunità internazionale. Investire in programmi di state-building in Libia, allontanare queste generazioni smarrite dalla violenza attraverso assistenza economica mirata, programmi efficaci, istruzione e aiuto psicologico. Questo dovrebbe essere quello che i leader politici ritengono che sia non solo eticamente giusto, ma l’unico investimento necessario in sicurezza.

 

Febbraio 14 2016

Guerra ibrida: cos’è e perché ci interessa

Cos’ è la guerra ibrida. Quali componenti la caratterizzano come fattore che complica, non come sostituto della guerra convenzionale o della “guerra vecchio stile”.

Il mondo è pieno di conflitti, si chiamano così, poco importa di che natura siano. Troppo spesso si sorvola sulla natura della guerra, su quali tattiche vengono impiegate da attori diversi. Allora per oggi torniamo tra i banchi di scuola e vi propongo delle pagine di appunti del mio quaderno, dove cercherò di spiegare gli elementi essenziali di questo termine, che non è un concetto scientifico nuovo, ma semplicemente un fattore in più che complica le pianificazioni di difesa. Il segretario generale della NATO  Jens Stoltenberg ha dichiarato: “non c’è niente di  nuovo sulla guerra ibrida“. Viene da chiedersi se sa cosa è questo fattore “ibrido” o se lo usa anche lui come un asso piglia tutto quando non si riesce a prevedere la mossa del nemico.

Prima di arrivare al “fattore ibrido”, vale la pena soffermarsi su concetti scientifici che hanno caratterizzato all’incirca gli ultimi 25 anni.

Compound war

Quando, in un conflitto si verifica un significativo grado di coordinazione strategica tra forze separate, regolari o irregolari si può parlare di “compound war“. Un grafico ci aiuta a visualizzare meglio cosa vuol dire.

guerra ibrida

Un caso classico della “compound war” è il Vietnam: contrapposizione di tattiche irregolari dei Viet Cong con le capacità più convenzionali dell’esercito del Nord Vietnam.

Unrestricted warfare

Due colonnelli cinesi: Qiao e Wang,  sono noti per il loro concetto di: “unrestricted warfare” o “guerra al di là dei limiti“. Molto avanti per il loro tempo, riconobbero le potenziali implicazioni della globalizzazione. Pensarono quindi di espandere la definizione e la comprensione della guerra al di là del settore militare tradizionale. Scrivevano: “i futuri grandi capitani devono essere padroni nell’abilità di “combinare” tutte le risorse di guerra a loro disposizione e usarle come mezzi per proseguire la guerra. Queste risorse devono includere: guerra d’informazione, guerra finanziaria, guerra di commercio e altre forme di guerra interamente nuove“. Questo ha generato una lista di nuovi principi che riassumo in questa pagina di appunti:

guerra ibrida

Guerra ibrida

Il termine “ibrido” invece cattura sia l’organizzazione che i mezzi e in un altra pagina di appunti, vediamone i punti essenziali:guerra ibridaQuindi le guerre ibride incorporano una varia gamma di modelli di guerra, incluso le capacità convenzionali, tattiche e formazioni irregolari, atti terroristici incluso la violenza indiscriminata, la coercizione ed il disordine criminale. Nella prossima pagina di appunti si evidenza una componente fondamentale quella distruttiva:

guerra ibrida

E’ importante sottolineare che la crescita della guerra ibrida non rappresenta la sconfitta o la sostituzione della “guerra vecchio stile”o la guerra convenzionale. Rappresenta invece un fattore che complica i piani di difesa.

La combinazione della guerra nei vari settori non è nuova. Il concetto di “ibrido” è ben conosciuto ed utilizzato nei discorsi militari occidentali moderni. Il problema è che spesso è citato sotto il concetto di “guerra non convenzionale” o “guerra politica”. Nel corso del tempo guerra ibrida è diventato l’asso piglia tutto per gli elementi di potenza nazionale che la Russia sta utilizzando direttamente in Ucraina. La Russia nella “Dottrina militare di guerra moderna“, nel 2010, descrive “l’uso integrato di forze militari e forze e risorse che non hanno un carattere militare“. Ed ancora: “l’implementazione come priorità di misure di guerra d’informazione per raggiungere obiettivi politici senza l’utilizzo della forza militare“. In un commento del 2014 alla Dottrina, si sostiene la partecipazione di forze armate irregolari, elementi di compagnie militari private in operazioni militari. Mosca ha da tanto tempo riconosciuto la prevalenza di una proiezione di forza combinata in conflitti sia alle sue periferie che globalmente.

Il termine utilizzato solo per descrivere l’intervento russo in Ucraina ci sembra un utilizzo povero. Sembra come se ci fosse una reazione esagerata da parte dell’occidente per l’attenzione inadeguata che precedentemente si era concessa alla Russia. Il risultato è un tentativo sbagliato di raggruppare tutto quello che Mosca fa in una sola rubrica. L’intervento russo in Ucraina dovrebbe essere guardato in un termini più flessibili e basici: un tentativo di impiegare strumenti diplomatici, economici, militari e d’informazione in uno stato vicino dove essa percepisce che i suoi interessi vitali sono in pericolo. Concludendo, perché ci interessa comprendere in cosa si articola la guerra ibrida, non solo perché è un fattore che se non tenuto in significativa considerazione nelle pianificazioni di difesa, soprattutto quando il nemico è un’organizzazione transnazionale di natura terroristica, si rischia di lasciare molte più mosse in mano al nemico di quelle che ci si potrebbe immaginare.

Dicembre 31 2015

I quesiti lasciati in sospeso dal 2015

2015

Il 2015 ci lascia con questioni in sospeso: i giochi delle potenze a spese delle popolazioni già dilaniate da guerre civili. Africa, Medio Oriente, Europa, auguriamoci che il 2016 porti qualche risposta efficace.

I quesiti che il 2015 lascia aperti, sono purtroppo tanti. Alcuni più pressanti.

La Russia trionferà o sarà un epic fail in Siria?

Quest’anno il presidente Putin ha deciso di intervenire in Siria e questo avrà necessariamente un effetto di lungo termine sulla risposta che le grandi potenze daranno nelle prossime crisi. Se Mosca riuscirà ad aggiudicarsi un accordo di pace congeniale ai suoi interessi, i falchi dalla Cina e dagli Stati Uniti diranno che la forza militare è ancora un efficace mezzo nell’arte di governare mettendo una grande ombra sulle lezioni che si dovrebbero apprendere dal fallimento degli Stati Uniti in Iraq.
A Washington gli analisti invece prevedono che la Russia finirà per restare intrappolata in un pantano creato da essa stessa. Se questo sarà il caso allora le maggiori potenze diventeranno riluttanti nell’intervenire nelle nuove guerre.

Le coalizioni arabe sunnite riusciranno ad assumere il ruolo di “stabilizzatori” del Medio Oriente e del Nord Africa, minando ogni intervento esterno?

Uno degli interventi militari più significativi di quest’anno è stato l’incursione guidata dall’Arabia Saudita per cacciare i ribelli Houthi dallo Yemen. Riyadh è riuscita a mettere insieme una coalizione di alleati arabi sunniti, supportati da mercenari ben pagati. Questo intervento non è proprio andato liscio come l’olio, ha finito per rafforzare il potere dell’affiliato locale di Al Qaeda e gli arabi potrebbero rivolgersi alle Nazioni Unite per mandare i peacekeepers nel 2016. Tuttavia se i sauditi e i loro alleati concludono che malgrado i costi l’operazione in Yemen sia valsa la pena, potrebbero lanciare queste “missioni di stabilizzazione” nel Medio Oriente, Nord Africa negli anni a venire, minando i tentativi di incursione esterni nella regione.

L’Unione Europea sarà finalmente pronta per la gestione delle crisi?

L’Unione Europea si è sforzata di diventare una forza militare convincente per due decadi. Un po’ meglio è andata nel 2015, con le opzioni navali per gestire il traffico di migranti nel Mediterraneo. Tuttavia la crisi dei rifugiati, gli attacchi di Parigi, il disordine in Nord Africa gradualmente hanno spaccato l’Unione in cui ogni stato membro ha fatto i propri giochi di potere. Potremmo augurarci che il 2016 sia finalmente l’anno della serietà dell’Unione Europea nelle questioni di sicurezza.

Le potenze africane riusciranno a controllare il loro continente?

L’Unione Africana sta lavorando su piani di intervento per fermare la discesa verso il caos del Burundi. Se avesse successo potrebbe essere un buon passo verso la costruzione di qualcosa di meglio che le improponibili ed inefficaci missioni di stabilizzazione in Somalia ed il dispiegamento confuso nella Repubblica Centrafricana.

Il presidente della Repubblica Democratica del Congo, Kabila, riuscirà ad umiliare le Nazioni Unite?

Kabila sta cercando con grande determinazione e tenacia di aggirare la costituzione per vincere il terzo mandato al comando del più grande paese dell’Africa sub – sahariana, che ha ospitato i peacekeeper per 15 anni. Questo potrebbe rivelarsi un’enorme crisi di reputazione per le Nazioni Unite per aver “costruito” stati funzionanti che alla fine si rivelano dei grandi danni essi stessi. Tuttavia se Kabila decidesse di farsi da parte, sarebbe un segnale di successo per i caschi blu dopo le recenti battute d’arresto in Sud Sudan e Mali.

Riusciranno le grandi potenze ad eleggere come segretario generale delle Nazioni Unite, un vero manager delle crisi?

Nel 2017 ci sarà l’elezione del nuovo segretario generale ONU, in questo anno riusciranno a trovare uno diverso da Ban Ki – moon che ha sempre preferito stare nelle conferenze diplomatiche?

Ci auguriamo che il 2016 porti risposte concrete efficaci. BUON ANNO!