Marzo 28 2020

La propaganda cinese ai tempi del COVID-19

COVID-19

Il tasso di trasmissione del coronavirus all’interno della Cina continua a scendere, il governo cinese ha dichiarato la settimana scorsa che il picco del suo COVID – 19 è passato. Con l’epidemia a casa ampiamente sotto controllo, Pechino sta dirigendo la sua attenzione sui casi importati da viaggiatori infetti. Sta anche cercando di rimodellare la narrativa della pandemia che si è originata in Cina.

Wuhan, la città nella Cina centrale, epicentro dell’epidemia, rimane in isolamento. Le misure draconiane imposte in altre parti del Paese sono state gradualmente allentate. La Cina ha riportato solo un caso di trasmissione domestica del virus e 12 nuovi casi che coinvolgono viaggiatori dall’estero. Le autorità hanno risposto ampliando le regole della quarantena per gli arrivi dall’estero e scoraggiando i cittadini dal viaggiare verso Paesi colpiti dalla pandemia.

Le autorità cinesi hanno spostato la loro attenzione verso l’estero e così  anche la propaganda del Partito Comunista. In uno dei più vergognosi esempi, il portavoce del ministro degli esteri cinese ha scritto in un tweet che l’esercito americano potrebbe essere responsabile di aver portato l’epidemia a Wuhan.

COVID-19

 

Ha poi asserito che citare la Cina come origine del virus è “immorale e irresponsabile”. I commentatori cinesi accusano della diffusione (e origine) del coronavirus Stati esteri come il Giappone o l’Italia. Gli organi di stampa ed egualmente i funzionari cinesi si sono particolarmente impegnati a strombazzare il successo della risposta cinese alla crisi, offrendosi come un modello per il resto del mondo.

Sembra proprio che il governo cinese non accetti più che il virus si sia originato a Wuhan, anche se il presidente Xi Jinping aveva precedentemente pubblicamente riconosciuto ciò.

Sicuramente anche gli Stati Uniti hanno prodotto la loro ingente quantità di teorie di cospirazione. Il Senatore Tom Cotton, un repubblicano dell’Arkansas si è posto la domanda se l’epidemia fosse il risultato di un arma biologica cinese creata in maniera blanda. Recentemente il presidente Donald Trump si è riferito al COVID-19 come al “virus cinese” e il Segretario di Stato Mike Pompeo ha ripetuto a pappagallo il “Wuhan virus”.

La realtà è che l’epidemia poteva essere contenuta o interamente evitata se le autorità cinesi non avessero ignorato o soffocato gli avvertimenti di un “virus misterioso” a Wuhan che possono essere fatti risalire al novembre del 2019.

Sfortunatamente, un’intensificazione di battibecchi tra gli Stati Uniti e la Cina sulla libertà di stampa ostacolerà solo la diffusione di informazioni accurate fuori dalla Cina.

Le campagne di informazione, di propaganda, della Cina e degli Stati Uniti sono distinte, da considerare ed analizzare separatamente, in cui ognuno persegue obiettivi differenti e i interessi propri.

La Cina è impegnata in uno sforzo su molteplici fronti per riscrivere la storia ed emergere rafforzata dalla crisi globale. Le misure di isolamento draconiane a Wuhan e nella sua provincia vicina appaiono aver spento molta della capacità del virus di moltiplicarsi all’interno della popolazione cinese. I dati ufficiali mostrano solo nuovi casi con il contagocce, anche se il resto del mondo lotta con un enorme ondata di infezioni che travolgono gli ospedali.

Il palcoscenico per la Cina è pronto: mostrare un’aria trionfante e mettersi al lavoro sul confezionamento dei suoi messaggi di pubbliche relazioni sia per il consumo domestico che internazionale.

Il leader cinese, Xi Jinping, mira ad utilizzare la crisi del coronavirus per rafforzare la sua posizione personale nel proprio Paese, assieme alla presa al potere del Partito Comunista. Il messaggio di Xi alla popolazione cinese è che sono fortunati ad avere un leader così forte e saggio e un sistema unificato ed efficiente. Il suo messaggio al resto del mondo è che la Cina è il potere del futuro – il suo sistema vale la pena di essere emulato, chiaramente superiore all’alternativa democratica, specialmente quando Paesi dagli Stati Uniti all’Italia si inerpicano per gestire la pandemia, spesso con precarie leadership e con centinaia di milioni di persone che sopportano ordini di stare a casa.
È un messaggio che chiede una risposta dall’occidente. Solitamente, Washington sarebbe quello che ne articolerebbe una molto più robusta, ma ciò non sta avvenendo.
Trump invece lancia colpi di retorica a raffica contro la Cina durante i suoi discorsi giornalieri sul virus. Sarebbe un errore vedere questi commenti come una difesa della democrazia. L’insistenza di chiamare il COVID-19 “virus cinese” è uno sforzo di propaganda domestica con obiettivi puramente politici nell’anno di rielezione. Egli fa ricorso ad un nazionalismo fuori moda con aperture xenofobe, cercando di suscitare i sentimenti patriottici e proteggere sé stesso dalle conseguenze negative della sua risposta iniziale alla pandemia, disastrosa. Trump ha bisogno di radunare i suoi sostenitori e cercare di persuadere ognuno che lui sta dando ascolto agli esperti veri, reali. Trump è particolarmente disperato dal momento che le sue affermazioni per cui la sua amministrazione aveva tutto sotto controllo con il coronavirus si sono rivelate rovinosamente errate, proprio quando si prepara a salire in sella alla sua campagna di rielezione.

Trump, tuttavia, sta contrastando la propaganda cinese in un solo modo. Egli è corretto nel far notare che Pechino è stata lenta a dire al mondo che il virus era iniziato in Cina. Che poi Trump stia utilizzando questa circostanza per proteggere sé stesso da accuse di incompetenza non rende il fatto meno vero.

Quando la crisi terminerà, la Cina avrà ottenuto degli importanti guadagni in termini di influenza geopolitica rispetto all’occidente, a meno che l’occidente non risponda rapidamente e spieghi la disinformazione.

La storia che la Cina sta raccontando al mondo non è solo quella di dove il virus è iniziato. I suoi media controllati dal governo hanno dichiarato esplicitamente che il sistema cinese è superiore, notando come i partiti politici negli Stati Uniti hanno litigato su come rispondere, indicando altre carenze negli Stati Uniti e più in generale nell’occidente. Il messaggio non è solo di una competizione tra superpotenze, è anche di difesa dell’autoritarismo come sistema più adatto ad affrontare le crisi più grandi, significative.

Allo scopo di confezionare questa argomentazione, la Cina deve soffocare i fatti ben documentati sulla comparsa del virus e arginarli.  Le autorità di Pechino lavorano freneticamente per mantenere il misterioso contagio a Wuhan segreto. I dottori che hanno cercato di dirlo al mondo sono stati o detenuti o fatti tacere. Giornalisti sono “scomparsi”. Ai laboratori cinesi che conducono i test per esaminare il nuovo patogeno è stato ordinato di fermare i loro test e di distruggere i loro campioni.

In altre parole, sono precisamente le pratiche autoritarie della Cina che hanno permesso che un’epidemia a Wuhan diventasse una pandemia.

È anche un fatto, che altre democrazie, come il Sud Corea o Taiwan, hanno gestito il contenimento della loro propria epidemia di coronavirus senza le misure alle volte brutali intraprese in Cina.

La propaganda aggressiva della Cina sul coronavirus si svolge su diversi fronti. Vi sono espressioni ostentate, altamente pubblicizzate della generosità di Pechino verso Paesi che patiscono il peggio della pandemia – con aerei cinesi che forniscono bancali pieni di forniture mediche, diligentemente ed estensivamente diffuso dai media cinesi. Non è una coincidenza che anche la Russia si sia unita, cercando di vendere il suo presunto successo nell’impedire la diffusione del virus e inviando anche carichi di forniture mediche.
Come qualcuno ha notato, è bene vedere gli aerei russi fornire aiuti umanitari in Italia invece di sganciare bombe in Siria. Ma da dove venga l’aiuto, da Pechino o da Mosca, non vi è questione, che sebbene benvenuto, la sua intenzione non sia puramente umanitaria.

L’Europa, i suoi Stati membri, dovrebbero mettere da parte il loro risentimento per il rozzo modo con cui Trump ha gestito la pandemia, ignorando i suoi molti dispetti contro gli alleati, e smascherare la narrativa anti-occidentale di Pechino.

L’affermazione della Cina che Pechino ha svolto un lavoro ammirevole nell’affrontare il COVID-19, mentre le democrazie non sono attrezzate per affrontarlo è semplicemente una menzogna. L’epidemia si è diffusa precisamente perché Pechino ha risposto ad essa come un regime autoritario.

Nessuna quantità di aiuto cinese ai Paesi che adesso soffrono per la pandemia dovrebbe oscurare questa circostanza.

Febbraio 13 2019

Stati Uniti e Africa: la strana similitudine con la strategia della Cina

Africa e Stati Uniti

La nuova strategia degli Stati Uniti in Africa, svelata lo scorso dicembre, ha come scopo complessivo quello di contenere l’influenza economica della Cina nel Continente.

Secondo il consulente di sicurezza nazionale americano John Bolton, le “pratiche predatorie della Cina inibiscono la crescita economica in Africa, minacciano l’indipendenza finanziaria delle nazioni africane, bloccano le opportunità di investimento degli Stati Uniti, interferiscono con le operazioni militari degli Stati Uniti e pongono una minaccia significativa agli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

Fino al 1990, i politici americani hanno visto l’Africa attraverso le lenti delle rivalità della Guerra Fredda ed il Continente era generalmente assente dai calcoli strategici geopolitici. Agli inizi degli anni 1990, le priorità di Washington sono cambiate verso la good governance, democratizzazione e sviluppo di capacità locali per fornire servizi pubblici come sanità ed istruzione. Nel 1998, gli attacchi di Al Qaeda alle ambasciate americane in Tanzania e Kenya hanno aggiunto la sicurezza ed il contro-terrorismo all’equazione. Fino al Summit del 2014 che portò 50 capi di Stato africani a Washington per discutere di opportunità economiche, gli interessi americani nel promuovere gli affari, la crescita del commercio e del settore privato in Africa erano minimi.

La strategia degli Stati Uniti in Africa

La strategia degli Stati Uniti è costruita su tre pilastri:

1.l’accrescimento della prosperità americana e africana attraverso l’incremento dei legami economici degli Stati Uniti in Africa; l’aumento della sicurezza attraverso sforzi di contro-terrorismo;

2.la promozione sia degli interessi americani che dell’autonomia africana attraverso un utilizzo più selettivo degli aiuti esteri degli Stati Uniti;

3.il miglioramento del clima degli affari e l’espansione del settore privato e del ceto medio africano.

L’influenza cinese in Africa sta crescendo più rapidamente di quella americana, ma l’ossessione degli Stati Uniti per la Cina avrà come risultato solo quello di minare gli sforzi di controllo della Cina e compromettere lo sviluppo di un Continente africano prospero attraverso gli investimenti americani.

L’aver ammesso, palesemente, che l’Africa non è ancora una priorità della politica estera americana, renderà più difficile per le imprese americane incontrare la benevolenza dei mercati africani o vincere contratti governativi.

È opportuno evidenziare che l’incremento dei legami commerciali con i Paesi africani allo scopo di accrescere la prosperità, la sicurezza e la stabilità è esattamente ciò che la Cina già sta facendo in Africa da decadi.

Sostanzialmente la nuova strategia dell’amministrazione Trump consolida le riforme esistenti dell’aiuto estero degli Stati Uniti compiute in tutto lo scorso anno. Agli inizi del 2018, l’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti ha lanciato la “trasformazione” della sua struttura organizzativa per gestire al meglio l’apparato di aiuto estero del settore privato. USAID ha svelato la sua nuova politica di impegno nel settore privato che afferma: “il futuro dello sviluppo internazionale è guidato dalle imprese” ed incoraggia lo staff a sostenere approcci imprenditoriali allo sviluppo. Lo scorso ottobre gli Stati Uniti hanno revisionato i loro strumenti di investimento nel settore privato all’estero attraverso la creazione di una nuova International Development Finance Corporation. Essa raddoppierà il tetto dei crediti per gli investimenti nel settore privato a 60 miliardi di dollari, permetterà pratiche di credito più flessibili.

Ironicamente, gli Stati Uniti, perseguendo una relazione con l’Africa guidata più dai mercati, stanno abbracciando molti dei principi che sorreggono la strategia della Cina in Africa.

Pechino ha iniziato incoraggiando le sue imprese statali e le imprese del settore privato ad “andare fuori” e cercare nuovi mercati in Africa agli inizi degli anni 1990 e si è dotata di diverse grandi istituzioni finanziare di sviluppo per fornire il sostegno finanziario necessario alle imprese cinesi. Investimenti di imprese piccole, medie e grandi in Africa ha avuto come risultato il sorpasso degli Stati Uniti da parte della Cina come principale partner commerciale del Continente già nel 2009.

Non è mai stato un segreto che Pechino destini il suo aiuto, che per definizione include accordi di investimento e commercio, a seconda dei suoi interessi di politica estera.

In linea generale, la nuova strategia degli Stati Uniti in Africa riflette il tradizionale, lento, spostamento della comunità dei Donatori dall’aiuto verso l’investimento, spronato parzialmente dalla crescita in Africa di nuovi attori non-tradizionali guidati, ma non limitati, dalla Cina. Questi nuovi attori vedono i Paesi africani come partner economici e non come destinatari di aiuto e portano molte proprie differenti esperienze di sviluppo.
Se gli Stati Uniti vogliono competere con successo con la Cina in Africa, dovrebbero rendere disponibile molto più sostegno finanziario e diplomatico.
Il limite principale degli Stati Uniti è che Washington continua a considerare l’aiuto allo sviluppo della Cina all’interno dei suoi paradigmi di come l’aiuto estero dovrebbe essere.

Piuttosto che fissarsi sulla Cina, Washington, come del resto qualsiasi Stato che voglia investire in Africa, dovrebbe concentrarsi sui Paesi africani ascoltando non solo di cosa hanno bisogno, ma anche cosa vogliono loro. Oltre a più sviluppo finanziario, dovrebbe essere offerto più supporto per le imprese africane costante nel tempo. In questo modo è possibile rivaleggiare con la Cina per l’influenza economica, mentre si promuove una reale prosperità dei Paesi del Continente africano.

Giugno 25 2018

Se Donald Trump avesse chiaro cosa è la politica commerciale

politica commerciale

La strategia commerciale di Trump è difficile da determinare, sembra cambiare a seconda di quale consulente sia a lavoro e quale sia stato licenziato su base quotidiana. Pur sembrando incoerente, vi sono dei temi comuni. Sfortunatamente, questi temi sono basati su un’errata comprensione del funzionamento della politica commerciale.

Ci sembra utile chiarire tre realtà fondamentali sulla politica commerciale che Trump non sembra afferrare.

La prima: la politica commerciale non può, tranne che a un costo molto alto, annullare forze macroeconomiche ampie che determinano la crescita, la creazione di lavoro e l’equilibrio commerciale.

Secondo, conseguente a quanto appena detto, la politica commerciare è fondamentalmente redistributiva nei suoi effetti.

Terzo, la politica commerciale è molto più complicata oggi perché i moderni processi di produzione sono globalmente frammentati.

Trump è persuaso che i grandi deficit commerciali – bilaterali e complessivi – suggeriscono che gli Stati Uniti siano stati dei perdenti nelle passate negoziazioni commerciali. Infatti, non importa quanto brillanti siano i negoziatori statunitensi, le politiche commerciali hanno poco se alcuno impatto sugli equilibri di commercio.

I relativamente grandi deficit commerciali degli Stati Uniti sono il risultato del semplice fatto che gli americani consumano molto e risparmiano molto poco.

Essi compongono la differenza importando beni dal resto del mondo. Inoltre, i grandi tagli alle tasse e l’incremento della spesa che Trump ha spinto il Congresso ad adottare, presumibilmente renderanno le cose peggiori aumentando il divario tra i risparmi ed i consumi.

Le politiche economiche domestiche dell’amministrazione Trump contribuiranno a più alti deficit commerciali, non importa quali accordi di commercio negozierà. Imponendo nuove tariffe o altre barriere al commercio non aiuterà.

Nell’economia del commercio vi è la simmetria di Lerner: una tassa sulle importazioni funziona come un equivalente tassa sull’esportazione. Le barriere commerciali aumentano i costi per i consumatori delle importazioni e tendono a spingere verso l’alto la pressione sul tasso di cambio. Il risultato è che le esportazioni diventano meno competitive e tendono a scendere assieme alle importazioni.

Uno degli obiettivi di Trump è mettere in salvo o creare lavori, specialmente nel settore manifatturiero. Tuttavia, in realtà, i cambiamenti nella politica commerciale non riguardano il numero complessivo di lavori nell’economia. Piuttosto, il commercio sposta i lavori da settori protetti ad altri, di solito settori più competitivi dell’economia. Perciò, come è stato ripetutamente sostenuto quando l’amministrazione Trump ha imposto le tariffe sull’acciaio e l’alluminio in primavera, ci potrebbe essere un numero relativamente piccolo di nuovi lavori creati in questi settori. Ma molti di più, con molta probabilità, saranno perduti nelle industrie che utilizzano l’acciaio e l’alluminio perché i costi di queste imprese saliranno. Similmente, con un prodotto finale, come le automobili, i lavori verranno persi in altri settori, perché dover pagare un prezzo più alto per le automobili significherebbe che le persone avranno meno da spendere in altri beni.

La politica commerciale è essenzialmente redistributiva.

Trump utilizza il protezionismo per favorire le industrie domestiche rispetto a quelle straniere. Il protezionismo favorisce anche i produttori rispetto ai consumatori all’interno degli Stati Uniti; ed inoltre incoraggia il lavoro ed il capitale a spostarsi in settori più favorevoli e verso imprese di solito più efficienti. Ciò impone dei costi netti sull’economia nel complesso.

Trump sembra ignorare come i moderni processi di produzione per la maggior parte di beni manifatturieri funzionano, ovvero come essi interagiscano con accordi di commercio come l’Accordo North American Free Trade o il NAFTA. Con costi di spedizione più bassi e con migliori tecnologie di informazione e telecomunicazioni, le imprese multinazionali ottengono input da qualsiasi parte esse possono trovare la qualità e altre caratteristiche di cui hanno bisogno al prezzo più basso possibile – e poi assemblare il prodotto finale quando soddisfano questi stessi criteri.

Interrompere questi processi di produzione con barriere commerciali, di nuovo, aumenta i costi per i produttori americani e li rende globalmente meno competitivi. Accordi di commercio regionali come il NAFTA, dall’altra parte, permettono a questi processi di produzione di svilupparsi attraverso le frontiere abbassando ulteriormente i costi di trasporto e fornendo un margine competitivo per i produttori all’interno di un accordo.

Le tariffe su 36 miliardi di dollari in importazioni dalla Cina che l’amministrazione Trump ha annunciato saranno effettive il 6 luglio 2018 illustrano come la politica più dell’analisi economica sembra guidare la politica commerciale dell’amministrazione Trump. Tale azione (sezione 301 del Trade Act del 1974) correttamente mira a indurre la Cina a cambiare le politiche che favoriscono le sue imprese rispetto a quelle degli Stati Uniti e altri competitori, ma presumibilmente mancherà il bersaglio. Allo scopo di mitigare l’impatto sui consumatori, la lista degli obiettivi delle tariffe esclude l’abbigliamento, le calzature i telefoni cellulari e altri prodotti elettronici che sono chiave delle esportazioni cinesi. Ciò non eliminerà i costi ai consumatori, li renderà solo meno visibili. I lavoratori negli stabilimenti che utilizzano quelle importazioni soffriranno anche perché le imprese che li impiegano manipoleranno i loro processi di distribuzione per trovare fonti alternative. Anche se riusciranno a gestire ciò, i loro costi inevitabilmente saliranno e la competitività americana ne soffrirà. Oltretutto la Cina ha immediatamente annunciato che contrattaccherà imponendo delle tariffe su un simile ammontaredelle esportazioni americane.

La politica commerciale non può ridurre in maniera significativa i deficit commerciali e aumentare la protezione commerciale attraverso tariffe che non possono creare lavori in alcuni settori senza distruggerli in altri.

Gennaio 20 2017

Chi sfiderà per primo Donald Trump?

Donald Trump

Quale sarà il primo avversario a sfidare il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump?

Non tutte le sfide sono uguali, quella che arriva dalla Cina è senz’altro la più importante.

Il 20 gennaio è arrivato. Donald Trump giura come Presidente degli Stati Uniti.

Chi sono gli avversari degli Stati Uniti che quasi certamente sfideranno il presidente Donald Trump, già da subito, mettendo alla prova la sua inesperienza negli affari di sicurezza nazionale e la sua propensione a personalizzare le interazioni politiche?

La forza di carattere della nuova amministrazione americana si vedrà proprio nella risposta di Trump e del suo team a queste sfide e questo, di conseguenza, determinerà se altri avversari lanceranno nuove sfide agli Stati Uniti.

Quello che non è chiaro è chi sarà il primo a lanciare la sfida.

Russia

che appare di aver lanciato un assalto multidimensionale per indebolire le democrazie occidentali, sembra essere probabilmente l’ultima a sfidare la nuova amministrazione. Tutti i segnali ci indicano che Donald Trump si troverà bene con Putin. Il primo ha mostrato poca preoccupazione per gli attacchi cyber della Russia, per gli interventi nel processo elettorale degli Stati Uniti e l’aggressione contro gli Stati confinanti.

Perciò Putin guadagnerebbe poco dal testare apertamente l’amministrazione Trump, almeno nel breve periodo.

Iran

è improbabile che lanci una maggiore sfida alla nuova amministrazione. Molto pesantemente, oserei dire, coinvolto nella guerra civile siriana, deve anche affrontare un’irrequieta giovane popolazione locale;

per cui Teheran potrebbe continuare con le provocazioni di basso livello, ma avrebbe poco da guadagnare da un confronto maggiore.

Mentre Donald Trump ha manifestato la sua volontà rinegoziare l’accordo nucleare con l’Iran, Teheran ha rifiutato questa idea. E senza un fronte unificato che comprende l’Europa, la Russia e la Cina, gli Stati Uniti non possono apporre sufficiente pressione sull’Iran per obbligarla ad accettare delle condizioni più restrittive di quelle già applicate. Washington e Teheran probabilmente si lanceranno occhiatacce l’un l’altro mentre salgono piano piano la scala del confronto.

“Stato islamico”

raddoppierà i suoi sforzi per lanciare attacchi negli Stati Uniti o contro obiettivi americani all’estero. Alcuni potrebbero riuscire: è quasi impossibile anche per un programma di contro-terrorismo altamente efficace essere al 100% di successo. Tuttavia lo “Stato islamico” non sta rivelando i suoi piani e ha una piccola capacità di escalation.

Tutti i segnali puntano alla regione Asia-Pacifico come la zona più pericolosa, fin da subito per l’amministrazione Trump, una combinazione di avversari potenti con una ostilità accresciuta per gli Stati Uniti.

Nord Corea

sfiderà l’amministrazione Trump se non altro per le minacce, le intimidazioni e le sbruffonerie che sono diventate una vera e propria procedura operativa per la dittatura ereditaria di Kim. Trump potrebbe ordinare alle forze militari americane di distruggere ogni missile balistico di lungo raggio che il Nord Corea testerà, ma è difficile da immaginare quello che possa fare al di là di questo.

Il regime del Nord Corea bizzarro ed incostante potrebbe attaccare gli Stati confinanti, possibilmente con armi nucleari, se sentisse allentare la sua presa al potere. Se si sbriciolasse, una crisi umanitaria imponente e una guerra civile devastante molto probabilmente seguiranno, facendo cadere la crescita economica asiatica e quindi quella dell’intero mondo.

I vicini del Nord Corea sanno questo e farebbero tutto quello che è  in loro potere per evitare di provocare il regime di Kim al punto dell’aggressione o spingerlo al collasso. Questo stabilisce precisi limiti a quello che gli Stati Uniti possono fare diversamente da bombardamenti limitati alle infrastrutture militari nord coreane. Niente nella storia della dinastia Kim ci suggerisce che questo darebbe il via ad una maggiore compostezza e moderazione.

Il più preoccupante avversario di tutti: la Cina.

Mentre Washington e Beijing hanno avuto delle relazioni di sicurezza tese per un certo numero di anni, particolarmente quando la Cina si è mossa per affermare il controllo di parti del mare nel sud della Cina, le due nazioni erano economicamente intrecciate e condividevano interessi nella stabilità regionale e globale.

Adesso le relazioni tra i due potrebbero essere velocemente disintegrate. In tutta la campagna presidenziale, Donald Trump è stato molto critico su quello che lui vede come un’ineguaglianza nella relazione economica tra gli Stati Uniti e la Cina. Da quando, poi, ha vinto le elezioni, ha messo in discussione la politica di lungo corso di “one China” che riconosce Beijing e non Taiwan come il solo rappresentante diplomatico della nazione cinese.

Più recentemente, Rex Tillerson, la nomina di Trump come Segretario di Stato, ha comparato, nella seduta di conferma del Senato, la politica della Cina di costruire isole e usarle poi come base per rivendicazioni giuridiche di grandi parti del mare del Sud della Cina, all’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014.

La Cina considera Taiwan e il mare del Sud della Cina come interessi vitali nazionali e quindi farà molto per difendere la sua posizione, possibilmente usando anche la forza militare. E diversamente da altri avversari americani, la Cina ha molteplici vie per colpire gli Stati Unti, inclusa, non solo l’azione militare, ma anche la pressione economica e l’aggressione cyber.

La retorica di Trump e Tillerson potrebbe tentare di applicare le tecniche della negoziazione in affari alla sicurezza nazionale, rivendicando una posizione iniziale estrema sull’aspettativa che più tardi persuadranno l’altra parte ad accettare di meno. Ma nel mondo degli affari il peggio che può succedere se uno stratagemma di questo tipo fallisce è che l’accordo si rovina. Nel regno della sicurezza, c’è il potenziale per uno spargimento di sangue, un disastro, una crisi globale se le due più grandi economie del mondo inciampiassero in un conflitto.

Gennaio 21 2016

E se ci pensassero le potenze regionali all’Afghanistan?

potenze regionali

Sarebbe ora che al futuro dell’Afghanistan ci pensassero le potenze regionali: Cina, India e Pakistan, visto che hanno un vantaggio geopolitico e conoscono bene, loro, dinamiche e comunità locali.

Islamabad, dicembre 2015, Conferenza dal titolo: “Heart of Asia”, partecipanti: Pakistan, Cina, Stati Uniti, il presidente dell’Afghanistan Ashraf Ghani, il ministro degli esteri indiano: Sushma Swaraj.
Cosa c’è di strano? La presenza di Swaraj all’incontro; simbolo di un cambiamento dopo che colloqui di più basso livello furono cancellati nell’estate del 2015. Il ministro in questione e la controparte pakistana hanno annunciato un rinnovato dialogo “comprensivo”. Queste mosse diplomatiche ci suggeriscono che mentre in Afghanistan la battaglia contro i talebani peggiora, il contesto regionale tra l’India e il Pakistan – ognuno guidato dall’unicità delle loro dinamiche – resta come intrecciato.

Una questione tra potenze regionali

L’Afghanistan sta attraversando una serie di sfide economiche, politiche e di sicurezza. La NATO si ritira progressivamente e gli stati nella regione come la Cina, l’India e il Pakistan si coinvolgono in maniera attiva nella ripresa dell’Afghanistan attraverso luoghi di incontro multilaterali come il Processo di Istanbul, la Shanghai Cooperation Organization. In particolare, le capacità di crescita cinesi, il  desiderio di una stabilità regionale e la sua prossimità geografica all’Afghanistan rendono la Cina ben piazzata per giocare un ruolo positivo nella ricostruzione dell’Afghanistan.

Il ruolo della Cina. La Cina ha cambiato la sua politica in Afghanistan, da una posizione di non interferenza ad una di attiva partecipazione nell’assistere la ricostruzione dell’Afghanistan, questo cambiamento è occorso per una serie di ragioni. La pace interna e la stabilità afghana non solo influenzano direttamente la sicurezza della frontiera occidentale cinese ma hanno anche un impatto diretto sugli investimenti cinesi in Afghanistan. La Cina non intende riempire il vuoto militare dal ritiro delle truppe NATO, piuttosto assistere il governo afghano prendendo parte in forme multilivello di cooperazione internazionale e mediazione.
Il vice rappresentante cinese alle Nazioni Unite, Wang Min, ha dichiarato che la Cina è pronta ad incoraggiare attivamente l’Afghanistan a prendere parte allo sviluppo economico regionale attraverso One belt One road, una iniziativa a guida cinese che finanzia progetti di infrastrutture nell’Asia centrale, sud – est e sud.

Il ruolo dell’India. Sebbene implementati silenziosamente, i grandi investimenti economici indiani e i legami con alcuni leader delle fazioni afghane, incluso l’ex presidente Karzai, contribuiscono significativamente ad incrementare le paure pakistane di un accerchiamento geo strategico dal suo rivale di lungo corso. L’Afghanistan per se, non sembra presentare una preoccupazione strategica per l’India. New Dehli nutre l’interesse nel contro bilanciare il Pakistan proprio in Afghanistan e prevenire che gruppi militanti pakistani attacchino l’India, come fu il caso di Lashkar – e – Taiba, (responsabili per gli attacchi di Mumbai del 2008) e dall’utilizzare le basi afghane per addestrare ed equipaggiare gruppi estremisti.
L’India non ha dispiegato truppe di combattimento in Afghanistan, ma ha addestrato diverse classi di soldati afghani ed ufficiali da quando ha firmato l’accordo di partneriato strategico con Karzai nel 2011. L’India è anche partner con l’Iran per lo sviluppo del commercio delle infrastrutture nell’Afghanistan occidentale, una mossa che consentirebbe agli esportatori afghani di oltrepassare il Pakistan per avere accesso diretto ai mercati indiani, e ha supportato progetti di infrastrutture come la ring road e la diga Salma nella provincia di Herat. Dopo lo scetticismo per il supporto dei Pakistani per i colloqui di pace in estate, le negoziazioni tra l’Afghanistan e l’India sono riprese per il trasferimento di almeno 4 Mi-35 (elicotteri d’assalto).
Si può dire che l’impegno indiano in Afghanistan opera il larga parte nell’ombra delle relazioni indo – pakistane.

Il ruolo del Pakistan. Ghani ha un approccio più conciliatorio verso il Pakistan, rispetto a quello che aveva Karzai, ma è anche più limitato come esecutivo rispetto a Karzai: la sua amministrazione è divisa in un governo di unità; deve lottare con le contrazioni dell’economia e adempiere al compito di combattere i Talebani senza un supporto internazionale di larga scala.
Dal momento che gli Stati Uniti e le altre forze internazionali si sono mosse verso il disimpegno dalla partecipazione diretta nel conflitto afghano, i funzionari pakistani appaiono entusiasti di essere visti come i facilitatori di una ripresa del dialogo tra i Talebani e Kabul. Sebbene i Talebani non abbiamo dato nessun segno di essere pronti ad accettare una “pace” con il governo afghano.
Tra i funzionari afghani c’è però chi sostiene e descrive i loro oppositori come pupazzi delle potenze esterne e sono quasi unanimi nel descrivere il Pakistan come direttore d’orchestra dei Talebani. I due vice di Mansour, al vertice del movimento jihadista in Afghanistan, sono membri della rete Haqqani (una fazione molto legata all’intelligence pakistana), Mansour stesso pare che abbia sostanziosi affari illeciti nel Pakistan e che lì operi con il consenso dei funzionari locali. Chiaramente un processo di pace che porterebbe l’odierna leadership talebana in qualche ruolo politico riconosciuto potrebbe conferire all’establishment di sicurezza pakistano un nuovo grado di influenza in un futuro governo afghano, mentre, allo stesso tempo, ridurre la pressione internazionale e degli Stati Uniti sul fatto che il Pakistan sia lo sponsor dell’insurrezione.

Il gioco tra i due rivali di sempre: l’India e il Pakistan

Ecco che rientra in gioco l’India. Alcuni funzionari indiani hanno espresso una sorta di allarme che l’amministrazione di Ghani, raggiunta dal Pakistan, possa dare il via ad una marginalizzazione degli interessi dell’India o alla legittimazione dei proxies pakistani in Afghanistan e hanno sostenuto un intervento più diretto. Quest’ultima proposta, ad ogni modo, non appare avere consenso tra i politici indiani

Se l’India e il Pakistan riuscissero a raggiungere una détente dopo il raffreddamento delle loro relazioni negli ultimi due anni, gli effetti hanno il potenziale di estendersi all’Afghanistan.

L’Afghanistan non è ancora capace si sostenersi da solo economicamente; le finanze governative dipendono fortemente dall’aiuto internazionale e dagli investimenti esteri. Le forze della coalizione stazionate nel paese sono servite come una sostanziale fonte di crescita economica nel paese, specialmente nel settore dei servizi. Il graduale ritiro di queste forze peggiorerà le sfide economiche dell’Afghanistan.
Politicamente i signori della guerra rimangono un problema serio. Gli ex signori della guerra sono stati inclusi nel governo afghano, rafforzando la loro influenza politica a livello locale. La competizione tra le diverse fazioni per la divisione del potere dello stato è diventata una regola politica. Il governo democratico eletto è debole e frammentato, incapace di combattere la corruzione, di esercitare il controllo effettivo su un paese nella sua totalità o di assicurare la sicurezza pubblica di cui i cittadini hanno bisogno. La mancanza di fiducia popolare nel governo è diventata una grande sfida.
Al contrario delle organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, gli attori regionali hanno un vantaggio geopolitico e sono molto più familiari con dinamiche e bisogni locali. Ed è proprio per questo che la cooperazione regionale giocherà un ruolo cruciale nella ricostruzione dell’Afghanistan.