Febbraio 20 2019

La cultura strategica degli Stati Uniti

cultura strategica

Guardando Paesi come l’Afghanistan o la Siria ci si potrebbe porre questa domanda: “come mai gli Stati Uniti sono intrappolati in questi conflitti o in situazioni di estrema fragilità statale e non solo non hanno alcune idee significative in proposito, ma neanche una visione chiara su come modificare l’approccio esistente?

La cultura strategica

Una cultura strategica riflette il modo in cui una nazione si vede e identifica se stessa, particolarmente come definisce i suoi interessi, le sue priorità e le minacce più pressanti, come preferisce utilizzare i suoi elementi di potere nazionale – che sia la “soft power” come la diplomazia e l’influenza economica oppure il “potere militare forte”. Una cultura strategica quasi sempre riflette una cultura nazionale più ampia. Essa è, in un certo senso, la personalità di una nazione quando affronta il mondo esterno. In questo modo essa è sia un piano d’azione, che una strada chiusa, che, contemporaneamente chiarisce e limita le opzioni disponibili per i leader politici e militari.

La cultura strategica americana ha ineluttabilmente portato alla palude dell’Afghanistan e della Siria, in parte spingendo gli Stati Uniti verso un obiettivo semplicistico e che ha come punto centrale la componente militare.

Gli americani preferiscono le soluzioni militari a problemi complessi perché l’ambito militare è quello in cui gli Stati Uniti sono chiaramente superiori a qualsiasi avversario e perché le forze armate sembrano offrire il potenziale per risultati evidenti. Gli americani trattano le sfide complesse come “guerra” non perché sia il miglior approccio, ma perché sono bravi in guerra. In virtù di ciò porre lo strumento militare al centro è diventato parte integrante della cultura strategica americana.

Tuttavia, come ci mostrano i casi dell’Afghanistan e della Siria, i conflitti complessi sono quasi mai risolvibili attraverso l’impiego di forza armata limitata e, infatti, potrebbero essere per nulla risolvibili nelle circostanze che vi sono al giorno d’oggi.

Piuttosto che ammettere o accettare ciò, gli americani tendono a credere che se Washington persegue abbastanza a lungo una strategia al cui centro vi è lo strumento militare, essa alla fine funzionerà.

L’idea che gli Stati Uniti perdano quando si arrendono troppo presto ha inciso profondamente nella psiche collettiva americana.

La cultura strategica americana è anche permeata da un’ampia dose di massimalismo. Gli americani preferiscono sempre il meglio e il più grande, dalle case dove vivono, i pasti che mangiano, i veicoli che guidano. Nella strategia di sicurezza questo si manifesta come ricerca di risultati chiari e decisivi (grandi sforzi e grandi vittorie).

Spesso il massimalismo degli obiettivi strategici americani causa l’espansione di essi in un conflitto protratto. Allo scopo di chiarire questo passaggio prendiamo il caso dell’Afghanistan. Gli obiettivi originari degli Stati Uniti erano quelli di rovesciare i Talebani dal potere perché avevano fornito una base operativa ad Al Qaeda e di impedire che l’Afghanistan diventasse una sorta di rifugio per i terroristi transnazionali. L’obiettivo strategico americano è diventato quindi il controllo dell’intero Paese da parte di un governo democratico sostenuto dagli Stati Uniti; esso resta lo stesso obiettivo degli Stati Uniti oggi.

Prendiamo in considerazione l’altro caso: la Siria. L’obiettivo originario era di impedire che lo Stato Islamico creasse il suo Califfato il cui territorio sarebbe stato la base per il terrorismo transnazionale. Ora, l’obiettivo degli Stati Uniti è sì quello di eliminare in maniera definitiva lo Stato Islamico come organizzazione, ma anche quello di estirpare l’ideologia che lo alimenta, e per buona misura, limitare l’influenza iraniana nella Regione.

L’ironia sta nel fatto che sebbene gli Stati Uniti non possano e non siano neppure in grado di stabilizzare ogni luogo su questa terra, molti leader politici e anche diversi esperti di sicurezza, chiedano proprio a loro di fare ciò in Siria, ma non perché lo Stato islamico o l’Iran pongano una minaccia diretta agli Stati Uniti, ma semplicemente perché l’IS è un’organizzazione orribile e l’Iran un regime altrettanto orrendo.

Per anni, questa strategia massimalista, al cui centro vi era lo strumento militare è stata, virtualmente, incontrastata a Washington. Ora, essa viene posta in discussione e la motivazione per cui ciò avviene deriva proprio dalle situazioni, oramai diventate paludi, dell’Afghanistan e della Siria.

Modificare una tale strategia non è certo facile. Non è semplicemente una questione di abbandono di politiche massimaliste o incentrate sullo strumento militare, in favore di altri, differenti, mezzi.

Gli Stati Uniti, prima di sviluppare una strategia di moderazione, necessitano di una cultura strategica di limitazione che bilanci, attentamente, i costi e i rischi dell’utilizzo della proiezione di potenza nazionale. Gli americani devono prepararsi ad accettare che si possano raggiungere risultati tollerabili piuttosto che ottimali, ma i decisori politici degli Stati Uniti dovranno riconoscere, inevitabilmente, che la potenza della nazione che guidano contiene in sé dei limiti.

 

Maggio 12 2017

Se in Afghanistan la vera minaccia non fosse lo “Stato islamico”?

minaccia

L’Afghanistan è un problema perfido, intricato e quasi incomprensibilmente complesso con una crescente e grande varietà di soggetti che giocano un qualche ruolo o che hanno degli interessi in ballo. All’interno dell’Afghanistan c’è un miscuglio di attori con obiettivi divergenti ed incompatibili.

Il Generale americano Nicholson ha chiesto, a febbraio, al senato americano truppe aggiuntive e l’amministrazione Trump sta considerando di dispiegarne 5,000 in più rispetto alle 8,400 unità già presenti nel paese. Potrebbe essere abbastanza per prevenire il collasso del governo, ma non risolverebbe i problemi chiave del paese.

All’inizio di questa settimana il Pentagono ha confermato che Abdul Hasib Logari, uno dei maggiori comandanti dello “Stato islamico” (IS) in Afghanistan è stato ucciso. Si è trattato di un’operazione congiunta tra Stati Uniti  e Afghanistan nell’est del paese condotta alla fine di aprile. In questa operazione sono stati uccisi due Rangers americani, in seguito è stata lanciata la GBU-43/B la Massive Ordnance Air Blast Bomb (MOAB) su una complessa rete di tunnel dell’IS. Questa bomba rappresenta la più grande arma convenzionale nell’arsenale americano e ha rappresentato una drammatica intensificazione delle operazioni americane contro l’IS -Provincia Khorasan.

Gli ufficiali militari americani hanno spiegato che è la deterrenza l’obiettivo di queste operazioni: impedire che la leadership dell’IS si ricollochi in Afghanistan a seguito della pressione che sta subendo in Iraq e Siria.

Il portavoce della Casa Bianca ha descritto la sconfitta dell’IS come una priorità principale della strategia dell’amministrazione Trump in Afghanistan.

La minaccia posta dal gruppo estremista al governo di unità nazionale guidato dal presidente Ashraf Ghani e agli interessi americani nella regione è relativamente bassa paragonata a quella attuale rappresentata dai Talebani, per non menzionare le fragili e deboli dinamiche politiche, la mancanza di risorse adeguate che flagellano gli sforzi del governo afgano per riprendere il controllo del paese.

Il fulcro della leadership dell’IS-Provincia di Khorasan in Afghanistan era centrata attorno ad una fazione scissionista di Tehreek-e-Taliban (TTP).  Se da un lato è verosimile preoccuparsi che l’IS-Provincia di Khorasan stia reclutando nei centri urbani dell’Afghanistan,  dall’altro molti rapporti indicano che i militanti locali spostano la loro affiliazione dai Talebani verso l’IS-Provincia di Khorasan su linee opportunistiche o di “semplice” disaffezione.

Tuttavia oggi l’organizzazione di Abu Bakr al-Baghdadi rimane accentrata nelle montagne Nangarhar, dove gli Stati Uniti e le forze afghane hanno lanciato ripetute operazioni durante lo scorso anno. La più recente valutazione della NATO, prima dell’attacco con MOAB, indica che il gruppo estremista può contare su circa 700 militanti nel paese, meno delle svariate migliaia stimate nel momento del punto più alto di capacità del gruppo stesso.

La pressione esercitata sul gruppo a Nangarhar ha avuto come risultato che l’IS-Provincia di Khorasan abbia spostato in maniera crescente  le sue azioni verso una strategia di attacchi di alto profilo, nella capitale Kabul, con moltissime vittime; prima avendo come obiettivo la minoranza sciita e più recentemente attaccando l’ospedale militare. In Pakistan il gruppo ha anche condotto un certo numero di attacchi bomba in luoghi sacri e su altri obiettivi primari civili, in alcuni casi apparentemente di concerto con gruppi secessionisti dei Talebani e altri militanti locali.

La minaccia  di lungo termine dell’IS in Afghanistan è limitata

Sebbene i militanti dell’IS-Provincia di Khorasan continuino a lottare contro le forze afgane e americane, la minaccia di lungo termine di questo gruppo allo stato afgano appare essere limitata, dato la sua estensione ristretta all’interno del paese e la competizione che deve affrontare per il reclutamento ed il sostegno da parte di altri gruppi militanti in Afghanistan.

I Talebani sono molto più robusti dal punto di vista sociale, finanziario ed amministrativo e godono di strutture militari a rete e del sostegno delle agenzie di sicurezza pakistane.

Fondamentalmente i Talebani pongono una minaccia di gran lunga superiore al governo afgano rispetto all’IS.

Malgrado l’impegno “comune” per un governo islamico e l’opposizione al governo afgano e ai suoi sostenitori internazionali, i Talebani e i militanti dell’IS si sono affrontati ripetutamente nel paese. Nelle ultime settimane si sono scontrati talmente tanto che la presa dell’IS a Nangarhar sembra si stia indebolendo.

La visione strategica dell’amministrazione Trump oscilla tra l’approccio istintivo di Trump e la pressione dei militari per continuare ad usare solo la forza armata.

L’odierna revisione da parte dell’amministrazione Trump della strategia americana in Afghanistan pare proprio che stia considerando un rilancio del sostegno finanziario e di consulenza al governo afgano e alle forze di sicurezza così come la scomparsa di alcune restrizioni operative sulle forze americane, delegando più autorità sulla questione del targeting e sul processo decisionale sul campo.

La mancanza di restrizioni operative potrebbe essere già cosa fatta, perché molti rapporti sui recenti attacchi contro l’IS suggeriscono che siano stati condotti dai comandanti americani sul campo piuttosto che dietro ordine dei politici di Washington.

Il rischio tuttavia è alto: questo tipo di approccio potrebbe fare in modo che le priorità tattiche di breve termine guidino la strategia americana senza avere chiara la fine. In altre parole si procede per risultati brevi sul campo senza aver pianificato null’altro e tanto meno una exit strategy.

Le bombe, le operazioni speciali, non sono la panacea a tutti i mali

Le sfide economiche, politiche e di sicurezza che affronta e deve affrontare il governo afgano, incluso il più resiliente e ampiamente diffuso gruppo estremista dei Talebani, sono troppo complesse per essere risolte attraverso un miglioramento di attacchi aerei o di operazioni speciali sebbene siano efficaci per colpire gli obiettivi. Per raggiungere una stabilità ampia e durevole, c’è bisogno di mettere in priorità l’impegno regionale diplomatico con gli Stati confinanti come il Pakistan, l’Iran, l’India e la Russia e allo stesso tempo spingere per una ripresa del processo di pace tra i Talebani e il governo afgano.

L’amministrazione Trump che ha nel paese un corpo diplomatico a corto di personale, con la minaccia di ulteriori tagli e una leadership di sicurezza nazionale che viene selezionata tra coloro che hanno più esperienza militare non può ignorare il bisogno di un consenso sulle regole politiche per la divisione del potere ed una struttura statale più sostenibile.

Dal più basso al più alto grado, i militari americani hanno un profondo interesse psicologico in Afghanistan, avendo dedicato molto alla stabilizzazione del paese in questi 16 anni. Una grande porzione dei militari americani, sia quelli che indossano ancora l’uniforme e sia quelli che sono tornati ad una vita civile, hanno perso i loro amici lì. Molti credono che lo sforzo parallelo condotto in Iraq abbia creato le condizioni di vittoria in quel paese, per vedere persi i loro sforzi dalla decisione politica di disimpegnarsi dall’Iraq. Questo influenza il loro modo di pensare rispetto all’Afghanistan e significa che molti militari con tutta probabilità consiglieranno Trump di continuare l’impegno afgano.

La minaccia di intensificazione militare potrebbe funzionare contro avversari come i regimi, ma ci sono pochissime indicazioni che questo funzioni con gruppi estremisti non statali.

Sebbene la strategia di sicurezza nazionale di Trump è ancora agli stadi iniziali, è già chiaro che questa amministrazione ha due vie distinte di approccio alle sfide e agli avversari. Una è di mandare un messaggio che gli Stati Uniti hanno l’abilità e, sotto la leadership di Trump, la volontà di intensificare se l’avversario non modera il suo comportamento. Questa è la via adottata da Trump per il Nord Corea, la Cina, l’Iran e la Siria. Il successo di questo approccio dipende totalmente dalla credibilità dell’intensificazione.

Le scelte sembrano essere due: perdere ora o perdere più tardi.

Marzo 4 2017

Talebani e russi: questa strana amicizia afgana

Talebani

I Talebani sono considerati dalla Russia una minaccia minore rispetto ai suoi interessi di lungo termine.

Malgrado l’avversione di lunga data tra Mosca e i Talebani, la crescente minaccia dei gruppi jihadisti transnazionali, le risorse limitate del governo di Kabul, l’inefficacia della presenza americana, la possibilità che il paese scivoli nel caos, hanno indotto le autorità di Mosca a ritenere che i Talebani possano essere parte di una soluzione politica di lungo termine in Afghanistan.

Una generazione dopo che il suo esercito, ha invaso, occupato e poi si è ritirato dall’Afghanistan, la Russia emerge come potenza mediatrice in l’Afghanistan. Verrebbe da chiedersi: ma come ha fatto Mosca a guadagnarsi questa posizione? La risposta è molto semplice: ha aperto un canale di dialogo con i Talebani.

Prima di continuare a leggere, vi propongo una scheda molto breve sui

Talebani

I Talebani sono stati al potere all’apice della guerra civile fino all’ottobre del 2001 stabilendo l’Emirato islamico in Afghanistan, rovesciando quindi il governo afghano appoggiato dai sovietici. Successivamente giustiziarono l’allora presidente pro-Russia: Mohammad Najibullah e offrirono rifugio ad Osama bin Laden così come a svariati gruppi tra cui il Movimento islamico dell’Uzbekistan che diffuse il terrore nell’Asia centrale post-sovietica.

Il ritorno della Russia in Afghanistan deve essere visto nel contesto del suo intervento in corso in Siria e nelle sua ambizioni geopolitiche nel più grande Medio Oriente. 

Le ambizioni della Russia

Allo stesso tempo, la riaffermazione dell’influenza russa in Afghanistan aderisce ad un più grande disegno della politica estera russa, in cui Mosca cerca di mediare accordi che gli permettono di espandere la sua impronta geopolitica a spese di Washington. Ricomponendo e magari concludendo un accordo di pace in Afghanistan, Mosca spera di poter rimpiazzare gli Stati Uniti come protettori dell’Afghanistan, posizionandosi come una potenza mediatrice decisiva, nell’Asia del Sud. In questa maniera, guadagnerebbe influenza sull’Afghanistan e potrebbe controllare la diffusione a nord sia del terrorismo che della droga.

La strategia: 

la Russia ha scrutato le azioni americane in Afghanistan cautamente, sostenendo la campagna del Presidente George W. Bush di distruggere i Talebani ed Al-Qaeda, inclusa l’iniziale invasione e il susseguente invio della International Security Assistance Force (ISAF) a guida americana. Dovendo affrontare la sua ondata di attacchi terroristici connessi alla guerra in Cecenia al tempo, la Russia (nei primi anni della prima presidenza Putin) si è trovata d’accordo con Bush nello sradicare il terrorismo alla sua fonte, offrendo finanche il suo benestare per l’apertura di nuove basi americane in Kyrgystan e in Uzbekistan.

Tuttavia Putin non prende mai decisioni a caso, il suo guadagno è stato quello di posizionare la Russia come partner indispensabile per gli americani, aumentando la sua stessa l’influenza.

Mosca ha da sempre nutrito due timori principali:

  1. un Afghanistan instabile che diventa terreno fiorente per il terrorismo transnazionale;
  2. l’incremento nella  produzione di oppio che inesorabilmente finisce in Russia e nell’Asia centrale. Secondo le Nazioni Unite, la Russia è tra i paesi con il tasso più alto di uso di oppiacei, overdose e infezioni legati all’HIV.

Proprio allo scopo di poter gestire questi due tipi di minacce, Putin ha acconsentito all’addestramento e ai rifornimenti per l’esercito afghano sostenuto dagli Stati Uniti.

Quando gli americani, apparentemente, si sono impegnati a ritirarsi dal Medio Oriente, la Russia ha visto l’occasione buona per riempire il vuoto, soprattutto in Siria, intervenendo quando era diventato chiaro che l’amministrazione Obama non l’avrebbe fatto.  Mosca ha anche rafforzato le relazioni con l’Egitto, l’Iraq, Israele, l’Iran, e in una maniera più limitata con l’India.
Anche se la Russia non soppianta gli Stati Uniti come il maggior sponsor di questi paesi, una maggior presenza in Afghanistan permetterà a Mosca di influenzare sviluppi alla periferia di quello che era l’Unione Sovietica.

La visione russa dei Talebani

La Russia posiziona i Talebani nella sua lista di organizzazioni terroristiche (unico paese al mondo, visto che i Talebani non compaiono né nella lista di organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato americano, né in quella delle Nazioni Unite, né in quella dell’Unione Europea), ma sostiene che essi, considerevolmente resilienti nelle due decadi passate, siano distinti da gruppi transnazionali come lo “Stato islamico” o Al Qaeda che hanno come obiettivo la Russia e l’occidente in quanto nemici dell’Islam.

Mosca vede i Talebani come una minaccia minore ai suoi interessi di lungo termine rispetto alla possibilità di un Afghanistan caotico, specialmente con un governo pro-americano a Kabul e le truppe americane in giro per il paese.
Nei mesi passati quindi, Mosca si è presentata molto più attiva nel suo ruolo diplomatico e di sicurezza. Nel dicembre 2015 Putin e l’allora leader dei Talebani Mullah Akhtar Mansour si sono incontrati in una base militare in Tajikistan, con fonti talebani che rivendicavano che Mosca aveva offerto armi e supporto finanziario. Altri rapporti indicano che i russi e i talebani s’incontravano già dal 2013 in Tajikistan insieme ad altri inviati di diversi stati dell’Asia Centrale.
Pur restando diffidente riguardo le relazioni dei Talebani con Al-Qaeda, la rete Haqqani e svariati gruppi jihadisti, Mosca appare disposta ad accettare le richieste dei Talebani.

Le speranze di Mosca

L’assistenza militare e finanziaria, spera Mosca, possano indurre i Talebani ad andare contro la reale minaccia: i jihadisti transnazionali.

La Russia sembra che aspiri ad utilizzare la rivalità tra i Talebani e lo “Stato islamico” per assicurarsi che il paese non diventi un altro santuario per lo “Stato islamico” che minaccia la Russia.

Le speranze dei Talebani

I Talebani dal canto auspicano la fine definitiva della presenza americana nel paese ed il raggiungimento del loro obiettivo politico: ristabilire l’emirato islamico in Afghanistan con l’applicazione della Sharia.

Chissà cosa ne sarà del futuro dell’Afghanistan che, per la serie non c’è mai fine al peggio, fa esperienza di un’ “amicizia ritrovata” tra i talebani e i russi.

Gennaio 21 2016

E se ci pensassero le potenze regionali all’Afghanistan?

potenze regionali

Sarebbe ora che al futuro dell’Afghanistan ci pensassero le potenze regionali: Cina, India e Pakistan, visto che hanno un vantaggio geopolitico e conoscono bene, loro, dinamiche e comunità locali.

Islamabad, dicembre 2015, Conferenza dal titolo: “Heart of Asia”, partecipanti: Pakistan, Cina, Stati Uniti, il presidente dell’Afghanistan Ashraf Ghani, il ministro degli esteri indiano: Sushma Swaraj.
Cosa c’è di strano? La presenza di Swaraj all’incontro; simbolo di un cambiamento dopo che colloqui di più basso livello furono cancellati nell’estate del 2015. Il ministro in questione e la controparte pakistana hanno annunciato un rinnovato dialogo “comprensivo”. Queste mosse diplomatiche ci suggeriscono che mentre in Afghanistan la battaglia contro i talebani peggiora, il contesto regionale tra l’India e il Pakistan – ognuno guidato dall’unicità delle loro dinamiche – resta come intrecciato.

Una questione tra potenze regionali

L’Afghanistan sta attraversando una serie di sfide economiche, politiche e di sicurezza. La NATO si ritira progressivamente e gli stati nella regione come la Cina, l’India e il Pakistan si coinvolgono in maniera attiva nella ripresa dell’Afghanistan attraverso luoghi di incontro multilaterali come il Processo di Istanbul, la Shanghai Cooperation Organization. In particolare, le capacità di crescita cinesi, il  desiderio di una stabilità regionale e la sua prossimità geografica all’Afghanistan rendono la Cina ben piazzata per giocare un ruolo positivo nella ricostruzione dell’Afghanistan.

Il ruolo della Cina. La Cina ha cambiato la sua politica in Afghanistan, da una posizione di non interferenza ad una di attiva partecipazione nell’assistere la ricostruzione dell’Afghanistan, questo cambiamento è occorso per una serie di ragioni. La pace interna e la stabilità afghana non solo influenzano direttamente la sicurezza della frontiera occidentale cinese ma hanno anche un impatto diretto sugli investimenti cinesi in Afghanistan. La Cina non intende riempire il vuoto militare dal ritiro delle truppe NATO, piuttosto assistere il governo afghano prendendo parte in forme multilivello di cooperazione internazionale e mediazione.
Il vice rappresentante cinese alle Nazioni Unite, Wang Min, ha dichiarato che la Cina è pronta ad incoraggiare attivamente l’Afghanistan a prendere parte allo sviluppo economico regionale attraverso One belt One road, una iniziativa a guida cinese che finanzia progetti di infrastrutture nell’Asia centrale, sud – est e sud.

Il ruolo dell’India. Sebbene implementati silenziosamente, i grandi investimenti economici indiani e i legami con alcuni leader delle fazioni afghane, incluso l’ex presidente Karzai, contribuiscono significativamente ad incrementare le paure pakistane di un accerchiamento geo strategico dal suo rivale di lungo corso. L’Afghanistan per se, non sembra presentare una preoccupazione strategica per l’India. New Dehli nutre l’interesse nel contro bilanciare il Pakistan proprio in Afghanistan e prevenire che gruppi militanti pakistani attacchino l’India, come fu il caso di Lashkar – e – Taiba, (responsabili per gli attacchi di Mumbai del 2008) e dall’utilizzare le basi afghane per addestrare ed equipaggiare gruppi estremisti.
L’India non ha dispiegato truppe di combattimento in Afghanistan, ma ha addestrato diverse classi di soldati afghani ed ufficiali da quando ha firmato l’accordo di partneriato strategico con Karzai nel 2011. L’India è anche partner con l’Iran per lo sviluppo del commercio delle infrastrutture nell’Afghanistan occidentale, una mossa che consentirebbe agli esportatori afghani di oltrepassare il Pakistan per avere accesso diretto ai mercati indiani, e ha supportato progetti di infrastrutture come la ring road e la diga Salma nella provincia di Herat. Dopo lo scetticismo per il supporto dei Pakistani per i colloqui di pace in estate, le negoziazioni tra l’Afghanistan e l’India sono riprese per il trasferimento di almeno 4 Mi-35 (elicotteri d’assalto).
Si può dire che l’impegno indiano in Afghanistan opera il larga parte nell’ombra delle relazioni indo – pakistane.

Il ruolo del Pakistan. Ghani ha un approccio più conciliatorio verso il Pakistan, rispetto a quello che aveva Karzai, ma è anche più limitato come esecutivo rispetto a Karzai: la sua amministrazione è divisa in un governo di unità; deve lottare con le contrazioni dell’economia e adempiere al compito di combattere i Talebani senza un supporto internazionale di larga scala.
Dal momento che gli Stati Uniti e le altre forze internazionali si sono mosse verso il disimpegno dalla partecipazione diretta nel conflitto afghano, i funzionari pakistani appaiono entusiasti di essere visti come i facilitatori di una ripresa del dialogo tra i Talebani e Kabul. Sebbene i Talebani non abbiamo dato nessun segno di essere pronti ad accettare una “pace” con il governo afghano.
Tra i funzionari afghani c’è però chi sostiene e descrive i loro oppositori come pupazzi delle potenze esterne e sono quasi unanimi nel descrivere il Pakistan come direttore d’orchestra dei Talebani. I due vice di Mansour, al vertice del movimento jihadista in Afghanistan, sono membri della rete Haqqani (una fazione molto legata all’intelligence pakistana), Mansour stesso pare che abbia sostanziosi affari illeciti nel Pakistan e che lì operi con il consenso dei funzionari locali. Chiaramente un processo di pace che porterebbe l’odierna leadership talebana in qualche ruolo politico riconosciuto potrebbe conferire all’establishment di sicurezza pakistano un nuovo grado di influenza in un futuro governo afghano, mentre, allo stesso tempo, ridurre la pressione internazionale e degli Stati Uniti sul fatto che il Pakistan sia lo sponsor dell’insurrezione.

Il gioco tra i due rivali di sempre: l’India e il Pakistan

Ecco che rientra in gioco l’India. Alcuni funzionari indiani hanno espresso una sorta di allarme che l’amministrazione di Ghani, raggiunta dal Pakistan, possa dare il via ad una marginalizzazione degli interessi dell’India o alla legittimazione dei proxies pakistani in Afghanistan e hanno sostenuto un intervento più diretto. Quest’ultima proposta, ad ogni modo, non appare avere consenso tra i politici indiani

Se l’India e il Pakistan riuscissero a raggiungere una détente dopo il raffreddamento delle loro relazioni negli ultimi due anni, gli effetti hanno il potenziale di estendersi all’Afghanistan.

L’Afghanistan non è ancora capace si sostenersi da solo economicamente; le finanze governative dipendono fortemente dall’aiuto internazionale e dagli investimenti esteri. Le forze della coalizione stazionate nel paese sono servite come una sostanziale fonte di crescita economica nel paese, specialmente nel settore dei servizi. Il graduale ritiro di queste forze peggiorerà le sfide economiche dell’Afghanistan.
Politicamente i signori della guerra rimangono un problema serio. Gli ex signori della guerra sono stati inclusi nel governo afghano, rafforzando la loro influenza politica a livello locale. La competizione tra le diverse fazioni per la divisione del potere dello stato è diventata una regola politica. Il governo democratico eletto è debole e frammentato, incapace di combattere la corruzione, di esercitare il controllo effettivo su un paese nella sua totalità o di assicurare la sicurezza pubblica di cui i cittadini hanno bisogno. La mancanza di fiducia popolare nel governo è diventata una grande sfida.
Al contrario delle organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, gli attori regionali hanno un vantaggio geopolitico e sono molto più familiari con dinamiche e bisogni locali. Ed è proprio per questo che la cooperazione regionale giocherà un ruolo cruciale nella ricostruzione dell’Afghanistan.

Ottobre 18 2015

L’Afghanistan oggi: seconda parte

Afghanistan

L’Afghanistan è oggi territorio di scontro tra i Talebani e l’ISIS per la supremazia della jihad globale.

Akhtar Mohammed Mansoor leader dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan (che conosciamo come i “talebani”), successore del Mullah Omar ex ministro dell’aviazione civile e dei trasporti durante il regime talebano dal 1996 al 2001, ex “governatore ombra” della provincia di Kandhar, manda un messaggio al leader dell’ISIS: Abu Bakr al – Baghdadi chiedendo che lo Stato Islamico combatta sotto la bandiera dei talebani in Afghanistan e porre fine alle divisioni tra i jihadisti in tutto il mondo.

ISIS in Afghanistan

Baghdadi ha stabilito lo Stato Islamico nella provincia di Khorasan lo scorso anno accogliendo tra le proprie fila talebani delusi e comandanti jihadisti. La cosidetta Khorasan region comprende: Afghanistan, Pakistan e parti dell’area circostante queste due nazioni. L’ISIS ha minacciato recentemente i Talebani, ma non si è limitato solo a questo, ci sono stati attacchi ai Talebani nella provincia di Nangarhar in Afghanistan. Recenti dati ci mostrano che più di 17.000 famiglie nel Nangarhar sono andate via a causa della violenza dell’ISIS. Alcune delle peggiori atrocità sono state perpetrate nel distretto di Achin. Entrano nei villaggi chiedendo una lista delle vedove e delle donne non sposate. In alcuni villaggi, l’ISIS ha dichiarato che i matrimoni celebrati e riconosciuti dal governo dell’Afghanistan sono invalidi.

Continuo conflitto tra Al Qaeda e l’ISIS in Afghanistan esacerbato dalla morte del Mullah Omar.

Quando il leader dell’ISIS ha rifiutato l’autorità di Al Qaeda e ha poi dichiarato il Califfato, ha diviso il già frammentato movimento jihadista.

Le 1500 Ulema (i consigli religiosi in Afghanistan) hanno scelto e promesso alleanza alla leadership dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan secondo la sharia. L’argomentazione di Mansoor sull’unità dei jihadisti in Afghanistan prende spunto dal Corano che secondo la sua tesi richiama fortemente all’unità tra i mussulmani e che l’Emirato islamico dell’Afghanistan è stato appoggiato dalla leadership mussulmana così come dal fondatore di Al Qaeda.

La conferma della morte del  Mullah Mohammed Omar alza la posta in gioco per la battaglia per la supremazia jihadista globale tra Al Qaeda e l’ISIS. Omar era la colonna portante del rifiuto di Al Qaeda delle richieste dell’ISIS di alleanza. Primo, perché Al Qaeda aveva già garantito alleanza ad Omar e quindi non poteva farlo anche al leader dell’ISIS. Secondo: Abu Bakr al Baghdadi aveva illegittimamente usurpato il titolo di Amir al Mumineen (comandante del fedele)ad Omar. La morte di quest’ultimo lascia libero chi ha promesso alleanza a lui. Tuttavia né la promessa né il titolo di Amir al Mumineen sono automaticamente ereditati dal suo successore. Il 31 agosto 2015 i Talebani confermano la morte del Mullah Omar ( Taliban officially announce Mullah Omar death), dopo aver celato di fatto la sua morte per ben due anni: Omar era morto il 23 aprile 2013.

Questo fatto aggiunge un altro fattore di attrito. Se è morto due anni fa, la posizione di Amir al Mumineen potrebbe essere stata verosimilmente vacante quando Baghdadi la rivendicò subito dopo la dichiarazione del califfato, distruggendo eleoquentemente l’argomentazione pro – Al Qaeda che l’ISIS ha usurpato l’autorità legittima di Omar. L’annuncio della morte di Omar è un bel punto a favore dell’ISIS che lo sfrutta condannando la mendacità di condurre un’organizzazione divulgando ordini e linee guida in nome di un leader morto in virtù della strategia conosciuta con il nome di: “weekend at Bernie” (il celebre film: il week end con il morto).

Se l’emiro di Al Qaeda, Ayman al Zawahiri non è anche lui un “Bernie” a questo punto è davanti ad un dilemma. La sua letargica conduzione di Al Qaeda ha diminuito fortemente la sua abilità di sfidare Baghdadi direttamente sulle basi della sua autorità.  A parte la promessa al Mullah Omar, pochi sono gli argomenti contro l’egemonia dell’ISIS: brutalità della tattica, focus settario, mancanza di consultazione con gli altri gruppi di jihadisti al momento della dichiarazione del Califfato.

Zawahiri ha poche opzioni a sua disposizione: continuare ad affidarsi alla sua attuale strategia che sembra sia quella di sperare ardentemente che l’ISIS vada semplicemente via, non pare la più efficace.

La battaglia tra Al Qaeda e l’ISIS ha poco a che fare con la legittimazione da un punto di vista tecnico o con la giurisprudenza, ma piuttosto con l’anima dell’intero mondo jihadista.  La morte del Mullah Omar ha colpito Al Qaeda nei due emisferi e fornisce una via conveniente per quei sostenitori irrequieti che hanno resistito finora al richiamo dell’ISIS. Il supremo comandante dell’ISIS nel Khorasan è Hafiz Saeed Khan che era un membro dei Talebani pakistani. Con i suoi guerriglieri è scappato in Afghanistan dopo che le forze regolari del Pakistan hanno condotto un’offensiva nella aeree tribali, proprio quest’anno.

Cosa si potrebbe fare?

Sfruttare questa divisione del movimento jihadista, diminuendo la minaccia, indebolendolo. Questa guerra interna va contro quello che rivendica l’intera organizzazione e se diminuisce la presa sui volontari jihadisti perché sentono di star combattendo una guerra fratricida piuttosto che il regime di Assad, gli americani, gli sciiti o qualsiasi altro nemico, allora inizieranno i guai seri. Sfruttare la mutevolezze della fedeltà. Saaed non è un caso isolato. L’altra faccia della medaglia di questa guerra intestina al movimento jihadista è che la violenza contro gli Stati Uniti, o più in generale contro l’occidente potrebbe diventare più intensa, dal momento che sia Al Qaeda che l’ISIS vogliono dimostrare che il gruppo è più forte e rilevante dell’altro.

Non ci illudiamo: fare la stampella del governo dell’Afghanistan non è la soluzione per la minaccia che proviene da Al Qaeda e dall’ISIS e meno che mai servirà a impedire che possano verificarsi attacchi da parte delle due organizzazioni in lotta fuori dal territorio dell’Afghanistan. Ricordiamoci che l’attacco a Parigi del gennaio 2015 è arrivato dopo 14 anni di missione internazionale in Afghanistan.

Ottobre 17 2015

L’Afghanistan di oggi: prima parte

Afghanistan oggi

L’Afghanistan oggi è un governo frutto di coercizione diplomatica, un territorio insicuro e un popolazione che oscilla tra i Talebani e il governo di unità nazionale.

Afghanistan: le truppe americane rimarranno per tutto il 2016, parola di Obama! Dunque gli Stati Uniti restano: perché? Molto semplice: nell’ autunno del 2014 il segretario di stato americano John Kerry si rivolge al team di Abdullah asserendo che se non avessero trovato un accordo per un governo di unità, gli Stati Uniti non sarebbero stati più in grado di supportare l’Afghanistan. La dichiarazione di Kerry non era un’offerta che Ghani ed Abdullah potevano rifiutare. Il governo attuale non è certo un trionfo di consenso forse più un caso di studio nel campo della “coercizione diplomatica” e la sua sopravvivenza sarebbe stata in serio pericolo se gli americani si fossero attenuti alla data di completamento del ritiro fissata per la fine del 2016.

L’Afghanistan di oggi è un paese sì, dove ci sono più bambini nelle scuole, più accesso ai servizi sanitari di base che prima dell’invasione del 2001, accesso internet: più connessioni al mondo esterno. Una delle prime cose che ha fatto il nuovo presidente Ashraf Ghani è stata quella di creare un ponte con Islamabad. Differentemente dal suo predecessore, Ghani ha intuito che sarebbe stato meglio essere carino con il suo vicino piuttosto che con New Delhi.
Sia Ghani che Abdullah Abdullah cercano di far funzionare il governo di unità nazionale, ma l’avanzata dei Talebani a Faryab e a Kunduz non si è arrestata per i loro buoni propositi. Politici influenti come Rashid Dostum (vice presidente di Ghani) e Atta Nor (il potente governatore della provincia di Balkh)hanno dichiarato con forza e spesso, che secondo loro, le forze afghane da sole, non sono in grado di mettere in sicurezza l’intero paese.

Da quando gli afghani hanno assunto il controllo della sicurezza del paese nel 2014, più civili sono stati uccisi, più soldati sono morti, più truppe afghane hanno disertato come mai prima e le forze di sicurezza stanno ancora torturando un terzo dei loro prigionieri. Secondo gli americani le vittime civili sono il risultato di “impegni di terra” tra gli afghani e gli “insorti” costituiscono l’8% dei primi tre mesi del 2015 comparati allo stesso periodo del 2014. L’ultimo rapporto di UNAMA (http://unama.unmissions.org/)ci dice che nella prima parte del 2015 le forze afghane hanno causato più vittime civili di quello che hanno fatto i Talebani. Le forze afghane stanno morendo a numeri da record. Nei primi 5 mesi del 2015, le vittime tra le forze di sicurezza erano del 70% rispetto allo stesso periodo del 2014. Secondo un rapporto americano la più grave lacuna è il fatto che se un soldato non si mostra a lavoro per più di un mese non viene più conteggiato come tale.
La presa di Kunduz, la sesta città più grande dell’Afghanistan, da parte dei Talebani, arriva in un momento inopportuno per il governo di unità nazionale, che ha completato il suo primo anno. Anche se pare che le forze di sicurezza afghane abbiano ripreso molto della città. In verità l’Emirato Islamico dell’Afghanistan ha ufficialmente dichiarato di essersi ritirato dalla città per il bene degli afghani in virtù dei bombardamenti americani sempre più frequenti (Taliban admit Kunduz withdrawl). L’incidente ci pone degli interrogativi circa l’efficacia dello stato afghano, l’approccio allo state – building e il piano americano di ritirare tutte le truppe.
A Kunduz, i Talebani hanno mantenuto con successo l’influenza nei distretti dove per anni hanno goduto del supporto e l’hanno capitalizzato in uno sforzo concertato per espandere la loro influenza al punto che i combattenti talebani si sono trovati essi stessi all’ingresso della città. La presa di Kunduz non è stata sviluppata notte tempo e la minaccia alla città richiederà di più che operazioni militari. Kunduz è un microcosmo dell’Afghanistan con parti uguali di tagiki, uzbeki, pashtun così come minori proporzioni di turkmeni e hazari. La provincia è una delle più stabili economicamente, baciata da una fertile agricoltura e da depositi di minerali e non da ultimo, importante crocevia logistico. Non solo è la principale via est – ovest tra le aeree del nord e lungo la via principale nord – sud verso Kabul, ma la sua frontiera con il Tagikistan fornisce una via di traffici illegali redditizia verso il centro Asia.
Importante sottolineare che i semi che hanno poi dato vita agli eventi a Kunduz sono stati piantati ben prima che il governo di unità  entrasse in carica.

Cosa si potrebbe fare?

Quello che deve necessariamente porre in essere questo governo è una politica bilanciata, assicurando un’equa distribuzione tra tutte le circoscrizioni elettorali etniche. Kunduz ci dimostra che la diversità per amore della diversità non solo può provarsi inefficace ma anche pericolosa e contro – produttiva. Come dicevamo la divisione del potere tra Ghani e Abdullah è il prodotto di una considerevole pressione diplomatica americana. Tutti gli accordi di divisione di potere sono fragili, particolarmente nelle condizioni di una guerra in corso. La maggior parte di questo genere di accordi in conflitto e post – conflitto arriva in gran parte attraverso la pressione internazionale e l’Afghanistan non fa eccezione. Gli Stati Uniti premettero su Karzai per anni e non ottennero buoni risultati. Hanno usato la pressione diplomatica per i meccanismi di divisione di potere anche in Bosnia e in Iraq ma con risultati pessimi. La vera domanda è: quanto questi accordi funzionano?  Non è possibile dare una risposta generalista. In Afghanistan Ghani e Abdullah erano i migliori candidati, si sono mossi nella direzione giusta nelle relazioni con il Pakistan. Superato il grande problema della composizione del governo, cercando le persone meno compromesse da reti di relazioni intrecciate con signori della guerra, fondamentalisti islamici, lo stato afghano ha necessariamente bisogno della stampella degli Stati Uniti per non sgretolarsi.
Il vero e unico problema, che ci ha mostrato Kunduz è la minaccia dei Talebani che oltre a costituire un pericolo per la sicurezza dello stato, affrontano una guerra con lo Stato Islamico per la leadership della jihad globale. Argomento questo che sarà oggetto del prossimo post. SEGUITEMI.