I mercenari e le compagnie militari private non sono più attori periferici nella politica di sicurezza del Golfo. Sono diventati strumenti centrali della proiezione di potenza e per la protezione del regime. Nelle campagne militari dell’Arabia Saudita e degli Emirati e anche oltre, l’outsourcing di ruoli di combattimento verso i foreign fighters, ausiliari locali e contractors privati esemplifica ciò che Andreas Krieg e Jean- Marc Rickli chiamano “surrogate warfare”: lo spostamento delle frontiere del combattimento verso sostituti umani, allo scopo di minimizzare i costi politici, sociali e militari. Questo rivolgersi a surrogati non è semplicemente una scelta tattica: è riplasmare come i conflitti vengono combattuti, come sono distribuiti i rischi e chi fondamentalmente controlla i mezzi della violenza nel più ampio Medio Oriente e Corno d’Africa.
Perchè gli Stati del Golfo utilizzano i mercenari?
Le monarchie del Golfo affrontano un limite classico: agende regionali ambiziose con piccole popolazioni in termini di cittadini che sono politicamente sensibili alle vittime. La surrogate warfare offre un modo per sostenere operazioni di spedizione, isolando le famiglie al potere da proteste domestiche, esternalizzando i ruoli di combattimento più pericolosi a soldati non-cittadini, contractor stranieri e milizie alleate. Il lavoro di Krieg ci mostra che questo outsourcing è guidato dal desiderio di preservare la legittimità del regime e del contratto sociale che promette sicurezza e benessere senza una coscrizione di larga scala.
Allo stesso tempo, la guerra in Yemen e la competizione del Mar Rosso ha richiesto impieghi persistenti in molteplici teatri che eccedono la capacità organica delle forze regolari del Golfo. Assumendo veterani dell’America Latina, combattenti sudanesi, del Ciad e varie compagnie di sicurezza e militari private, gli Stati come gli Emirati Arabi Uniti sono stati in grado di mantenere fronti simultanei in Yemen, Libia e nel Corno d’Africa ad un costo di manodopera relativamente basso.
Questo modello promette anche una negabilità politica: se le operazioni vanno male, i leader possono disconoscere la responsabilità diretta incolpando i contractors o i partner locali.
Gli effetti sul campo di battaglia
Sul terreno, l’uso dei mercenari e di surrogati altera il carattere della guerra. Alcuni studi sulla “remote warfare” Arabia Saudita – Emirati Arabi Uniti in Yemen motra come la dipendenza dalla potenza aerea, dai contractors e dalle milizie locali permette operazioni sostenute con una impronta minima, frammenta l’autorità in un mosaico di attori armati. L’analisi di Krieg della surrogate warfare sottolina un compromesso strutturale: più un padrone sostituisce altri alle proprie forze, più difficile diventa l’esercizio di un controllo stretto sulle tattiche, intensificazione e rispetto delle leggi di guerra.
In Yemen e Libia, i foreign fighters sostenuti dal Golfo e le compagnie militari e di sicurezza private hanno contribuito ad un tempo operativo più alto e intensificato le competizioni proxy, ma anche alla sovrapposizione di catene di comando e di strutture di sicurezza rivali. Nel Corno d’Africa, il supporto del Golfo per i gruppi armati e i clienti di sicurezza legato ad accordi sui porti e sulle basi militari, ha rafforzato la militarizzazione locale e complicato i processi di pace in arene come il Sudan e la Somalia. Invece di una chiara gerarchia verticale, i campi di battaglia assomigliano a dense reti di stati, quasi- stati, e attori privati militari legati alle capitali del Golfo da soldi, logistica e addestramento selettivo.
Conseguenze politiche regionali
A livello regionale, surrogate warfare permette agli Stati del Golfo di proiettare influenza molto al di là dei loro immediati vicini, intrecciando la Penisola Araba, il Mar Rosso, il Corno d’Africa in un singolo complesso di sicurezza competitivo. Lo schema di coinvolgimento del Golfo in Africa mostra come le basi militari a Gibuti, Eritrea, Somaliland unite al finanziamento per partner di sicurezza locali, concedano a Riyadh e ad Abu Dhabi una leva di influenza sulle rotte marittime e sulle transizioni politiche. Questi “assemblaggi di sicurezza” operano largamente al di fuori delle formali strutture di alleanze, affidandosi invece a legami commericali con fornitori di mercenari e elite locali.
Questo schema offusca le nozioni tradizionali di sovranità. Quando contractor stranieri e milizie proxy legate alle capitali del Golfo diventano fornitori decisivi di sicurezza in stati fragili, i governi locali perdono il monopolio del controllo sulla violenza e il potere di negoziazione sugli attori esterni. Il risultato è un ordine regionale dove le rivalità del Golfo si giocano sul territorio africano, dove le politiche domestiche in Etiopia, Somalia e Sudan sono profondamente intrecciate in conflitti surrogati esterni.
Strategicamente, la grande dipendenza dai surrogati crea vulnerabilità di lungo termine. Come ci spiegano Krieg e Rickli, delegare il potere coercitivo ad attori non statali o semi statali rischia di produrre imprenditori armati autonomi che possono sopravvivere al conflitto immediato e resistere la reintegrazione. In ambienti fragili come lo Yemen e parti del Corno d’Africa, queste reti si possono trasformare in milizie di patronage durature e fornitori di sicurezza criminalizzati, limitando ogni futuro accordo politico.
Le monarchie del Golfo non sono meramente consumatori di servizi mercenari, sono laboratori per un modello più maturo, di surrogate warfare, negabile e geograficamente espansa. Visto che molte più potenze di media grandezza con strategie simili di surrogati si manifestano, la questione è: chi controllerà la nuova generazione di “eserciti in affitto”? E come resisteranno a questo cambiamento le già fragili norme internazionali di responsabilità e sovranità?

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