Per comprendere perchè bombardare così spesso fallisce nel rovesciare i regimi abbiamo bisogno del quadro di riferimento della guerra come un processo negoziale. Un articolo fondamentale di James Fearon del 1995 “Rationalist Explanations for War”, stabilisce che le guerre tra attori razionali sono puzzles: se entrambe le parti possono prevedere l’eventuale risultato, perchè non negoziare per il risultato senza combattere? Le sue argomentazioni enfatizzano il ruolo dell’informazione privata e i problemi dell’impegno, due concetti che rivestono una rilevanza diretta per il dibattito sul bombardamento coercitivo.
L’informazione privata si riferisce al fatto che gli Stati non conoscono la risolutezza l’uno dell’altro, la tolleranza dei costi o il punto di rottura. Quando uno Stato bombarda un altro Stato, sta tentando di segnalare risolutezza e estrarre informazioni sulla soglia di concessione dell’obiettivo. Tuttavia lo Stato obiettivo ha forti incentivi per rappresentare in modo errato la sua tolleranza al dolore, stringere i denti più forte di quello che si aspetta chi bombarda, precisamente perchè dimostrando debolezza invita allo sfruttamento. Questo è ciò che Schelling ha chiamato “competition in risk-taking“: entrambe le parti cercano simultaneamente di persuadere l’altro che dureranno più a lungo.
Il problema dell’impegno complica questa dinamica. Anche se un regime bombardato è desideroso di negoziare, esso si trova ad affrontare una sfida di impegno credibile: ogni concessione fatta sotto una pressione coercitiva potrebbe essere capovolta una volta che il bombardamento si ferma. I leader che capitolano al bombardamento affrontano dei pubblici domestici che leggeranno la concessione come debolezza, riducendo le prospettive della loro sopravvivenza politica. Questa non è una teoria astratta: è il calcolo che la leadership di Hanoi esplicitamente ha compiuto durante le negoziazioni sul Vietnam, che Milosevic perpetrò in molta della campagna militare in Kosovo.
L’analisi sistematica di Robert Pape dei casi in “Bombing to Win” dimostra che le strategie di punizione: stabilire come obiettivo la popolazione civile e le infrastrutture economiche, nel 75 percento dei casi studiati, sono fallite. Il meccanismo è precisamente quello che prevede la teoria dei giochi: le attività di bombardamento punitivo attivano la solidarietà nazionalista, rafforzano la narrativa domestica di legittimità del regime e aumentano i costi politici di concessione relativi alla continua resistenza. Il regime che capitola al bombardamento deve dare risposte alla sua propria popolazione. Il regime che resiste può dipingere se stesso come il difensore della dignità nazionale.
” La coercizione dipende dalla minaccia di danno futuro, non del danno già compiuto. Una volta che la punizione è in corso, l’incentivo dell’obiettivo si sposta dall’evitare il dolore a provare che esso può sopravvivere al punitore” (adattato dal lavoro di Schelling: Arms and Influence, 1966).
Questa visione rivela il paradosso centrale del bombardamento strategico: l’atto di bombardare spesso cambia l’ambiente politico in modi che rendono le concessioni dell’obiettivo meno, non più, probabili.
La sofferenza civile tende a consolidare le popolazioni attorno ai loro governi piuttosto che a generare una pressione dal basso verso l’alto per la resa, uno schema documentato in casi che vanno dalla Germania della Seconda Guerra Mondiale ai conflitti contemporanei. L’USSBS Strategic Bombing Survey (1945) rivela che la produzione di guerra tedesca aumentò in tutto il 1944, malgrado il bombardamento sostenuto degli Alleati e il morale dei civili, sebbene danneggiato, non si era tradotto in una pressione politica sul regime nazista.
Quello che la potenza area può e non può fare
Nessuna di queste considerazioni sostiene l’affermazione categorica che la potenza aerea sia strategicamente inutile. Tale affermazione sarebbe una forma propria di superficialità e ignoranza intellettuale.
La potenza area può degradare la capacità militare, impedire territorio, distruggere la logistica e, come nella Guerra del Golfo, erodere la capacità dell’avversario nel condurre operazioni interarma. Quando la potenza aerea è applicata contro obiettivi militari unitamente a una minaccia credibile di terra, come suggerisce la teoria di negazione di Pape, essa può materialmente alterare il calcolo del campo di battaglia.
La potenza aerea, in modo affidabile, non può essere un sostituto della strategia politica. Il meccanismo coercitivo che il bombardamento si suppone scateni, il calcolo razionale che conduce alla concessione, dipendono da una serie di condizioni politiche all’interno dello Stato obiettivo che il bombardamento stesso frequentemente distrugge. Dipende dai leader che sono responsabili per il benessere delle loro popolazioni, dalle popolazioni la cui sofferenza si traduce in pressione politica, e su regimi la cui tolleranza dei costi è genuinamente limitata dal dolore inflitto. Queste condizioni sono raramente soddisfatte in pieno, e diventano meno probabili da raggiungere mano a mano che il conflitto diventa più esistenziale per la leadership obiettivo.
Cosa sarebbe utile?
a. Distinguere tra l’effetto militare ed il risultato politico. Queste sono variabili legate ma non identiche e fonderle è la radice dell’illusione della potenza aerea.
b. La tolleranza dei costi deve essere considerata una variabile indipendente: prima di autorizzare una campagna coercitiva, è necessario valutare rigorosamente la struttura dell’incentivo politico del regime, non solo la sua vulnerabilità militare.
c, Riconoscere che il bombardamento genera effetti politici all’interno dello Stato obiettivo che potrebbero funzionare in sfavore degli obiettivi coercitivi: consolidamento nazionalista, coesione dell’elite, narrative di legittimità del regime e includere queste dinamiche nella progettazione della campagna militare.
Più fondamentale: la potenza aerea è uno strumento militare, non una strategia politica. Vietnman, Kosovo, Iraq, Libia non sono esempi di bombardamento fallimentare, ma esempi di insufficiente chiarezza strategica su ciò che il bombardamento può e non può raggiungere nel sistema politico. I regimi che sono sopravvissuti non lo hanno fatto perchè irrazionali, ma perchè operavano in una differente serie di incentivi rispetto a quelli che avevano assunto come tali gli avversari.
L’illusione persiste perchè il bombardamento è visibile, dimostrabile e domesticamente soddisfacente in termini e modi che la diplomazia paziente e un impegno sul terreno non sono. Esso offre l’apparenza di una azione decisiva senza il costo politico dell’impegno. Come aveva compreso Schelling mezzo secolo fa, la coercizione è fondamentalmente un contesto psicologico e politico e la parte che meglio comprende la struttura degli incentivi dell’avversario è la parte che con più probabilità prevarrà.

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