Venezuela: verso l’abisso dell’autoritarismo

Venezuela: sempre di più nell’abisso dell’autoritarismo. La resistenza civile potrebbe essere una soluzione se sostenuta dalla comunità internazionale.

Venezuela: la situazione politica

Il Presidente Maduro ed il suo governo socialista stanno muovendo costantemente il paese verso l’abisso. Sebbene Maduro sia stato eletto con voto popolare nel 2013 il sistema di governo del Venezuela non può più, ragionevolmente, essere denominato “democrazia”.

La scorsa settimana il Consiglio nazionale elettorale ha ordinato all’opposizione di fermare la pressione per il referendum popolare sul governo Maduro. L’opposizione si è adoperata con grande fatica nell’ottemperare a tutti gli stringenti requisiti necessari per indire il referendum, disposizioni contenute nella Costituzione del Venezuela che però fu scritta sotto la stretta supervisione di Chavez.

Nel momento in cui l’opposizione si prepara a lanciare la campagna per le firme di massa, le autorità elettorali dichiarano di aver riscontrato irregolarità e fermano l’intero processo. Questo vuol dire che il partito unito socialista di Maduro (PSUV) resterà al potere fino alla fine  del 2019.

Se il referendum venisse tenuto prima del 10 gennaio e Maduro perdesse, si dovrebbero tenere delle nuove elezioni immediatamente. Se invece si tenesse dopo questa data, la costituzione delega il vice presidente a portare a termine il mandato che appunto scade nel 2019.

Con il paese che affonda sempre più nella disperazione, l’opposizione ha aggrappato le sue speranze alle disposizioni costituzionali che permettono, per plebiscito, di rimuovere un presidente eletto. Quando il Consiglio elettorale ha frantumato le speranze sul plebiscito, l’opposizione si è riunita in una sessione d’emergenza e ha dichiarato che Maduro ha condotto un coup d’état, accusandolo di aver distrutto l’ordine costituzionale in un assalto contro “la costituzione e il popolo venezuelano”. Quindi ha stabilito di lanciare il procedimento di messa in stato d’accusa contro di lui.
A questo punto il governo dichiara che è stata l’Assemblea Nazionale ad aver condotto il coup, cercando di far decadere il presidente legittimo del paese.

Nel momento in cui l’Assemblea dibatteva la messa in stato d’accusa del Presidente, i militari dichiarano di stare a fianco di Maduro. Tutto ciò non è una sorpresa dal momento che Maduro e prima di lui, Chavez, si sono assicurati che le fila dei militari fossero riempite da loro fedelissimi.

Il governo ha preso il controllo di praticamente tutte le istituzioni, mentre la Suprema Corte, dominata dai socialisti ha fatto diventare l’Assemblea Nazionale un apparato simbolico, per il quale ogni disputa di grande importanza in chiave elettorale diventa un oltraggio alla Corte.

Maduro, inoltre, ha assunto i poteri d’emergenza che gli permettono di aggirare la legislatura, infatti recentemente ha unilateralmente promulgato un nuovo budget nazionale.

I venezuelani si riversano nelle strade come hanno fatto anche il 26 ottobre, ma il governo risponde con misure che esacerbano le tensioni rendendo una pacifica soluzione politica sempre più difficile.

Venezuela: la vasta crisi umanitaria

La crisi che assume un carattere sempre più nefasto travolge i venezuelani in una rapida spirale economica che ha già devastato le condizioni di vita dei cittadini creando una vera e propria crisi umanitaria di larga scala.

Il tasso di povertà in Venezuela è salito al 75% della popolazione; la povertà è cresciuta di pari passo con il deterioramento economico e sociale.

Il crimine è balzato alle stelle e milioni di persone sono affamate per la mancanza di cibo, medicine e di ogni prodotto immaginabile.

Secondo Human Right Watch il Venezuela è nel mezzo di una profonda crisi umanitaria peggiorata da un risposta del governo inadeguata e repressiva.
Il Fondo Monetario Internazionale predice che l’economia si contrarrà per un altro 10% quest’anno, con un’inflazione al 475% che quadruplicherà l’anno prossimo.

Malgrado molti osservatori sono d’accordo nel ritenere che la principale causa del collasso economico siano le politiche economiche errate, l’inettitudine manageriale e la corruzione, Maduro continua a dare la colpa al “complotto capitalista”.

Venezuela: il dialogo è la via di uscita dalla crisi?

La crisi in Venezuela ha creato allarme tra i paesi vicini e gli osservatori. Lunedì scorso, dopo le pressioni di Papa Francesco, Maduro ha dichiarato di essere d’accordo nel tenere colloqui con l’opposizione. Tuttavia ci sono flebili speranze che ciò accada e che produrrà risultati.

Per i governi vicini in particolare, il dialogo è ancora visto come la migliore via per tentare di risolvere la crisi venezuelana. L‘Unione delle Nazioni sud americane ha sponsorizzato uno sforzo di mediazione da parte degli ex presidenti di Panama (Martin Torrijos), della Repubblica domenicana (Leonel Fernandez) e l’ex primo ministro spagnolo (José Luis Zapatero). Papa Francesco ha intrapreso un ruolo prominente nel processo di dialogo, annunciando un nuovo inviato della Santa Sede l’arcivescono Emil Paul Tscherrig in Venezuela. La Santa Sede ha il vantaggio di essere uno dei pochi attori esteri che gode del rispetto sia del governo venezuelano che dell’opposizione. Persino l’Argentina, il Brasile, la Colombia ed il Messico sempre più critici per la deriva non democratica del paese ritengono che la migliore soluzione sia il dialogo.

Non è chiaro se ci sia qualcosa che il governo voglia discutere

Le recenti decisioni di sospendere la richiesta di referendum e le elezioni dei governatorati sono state pessime scelte per il governo. Per cui andare incontro alle richieste dell’opposizione, come il rilascio dei prigionieri politici o riconoscere i diritti costituzionali e le prerogative della legislatura sembra piuttosto improbabile.

Le proteste contro il regime del 26 ottobre hanno incontrato l’ampia repressione (fuori dalla capitale Caracas) della polizia e della Guardia Nazionale che hanno lavorato insieme con organizzazioni informali paramilitari chaviste conosciute come colectivos.

Interessante che il regime abbia deciso di aumentare il suo braccio repressivo affidandosi ai paramilitari piuttosto che all’esercito regolare; conseguenza delle latenti spaccature all’interno delle forze armate venezuelane.

Fondamentalmente, Maduro e il suo circolo non possono rischiare negoziazioni che potrebbero condurre alle elezioni come programmato originariamente che quasi certamente perderebbero.

Perdere il referendum, qualora si dovesse tenere entro quest’anno, vorrebbe dire nuove elezioni presidenziali, con il rischio che funzionari del regime coinvolti in corruzione, traffico di droga e abusi dei diritti umani siano resi responsabili di tali crimini.

Svolgere le elezioni nei governatorati vuol dire per Maduro un altro rischio per se stesso. Ad oggi, la maggioranza dei governatori in Venezuela provengono dal suo partito politico e sono la chiave per mantenere il potere del regime ed eseguire i suoi piani. Le elezioni quasi certamente rovescerebbero questa situazione ed il trasferimento di molte istituzioni a livello statale nelle mani dell’opposizione.

Resta difficile cogliere la ragione per cui il regime di Maduro dovrebbere correre il rischio di perdere l’impunità di cui gode oggi per impegnarsi in un dialogo significativo o permettere le elezioni.

Sono molto abili nel ponderare il rischio di permettere che istituzioni democratiche funzionino (presumibilmente conducendole a perdere potere) contro il costo di imporre un regime autoritario; costo, al momento, non molto alto per il regime, ma sempre più mortale per i venezuelani.

Ciò vuol dire che l’opposizione ha bisogno di incrementare i costi del regime nella sua odierna traiettoria autoritaria.

La resistenza civile

Nel libro: “Why Civil Resistance Works: the Strategic Logic of Nonviolent Conflict” di Erica Chenoweth e Maria J. Stephan (Columbia University Press) si afferma che le campagne di resistenza attiva sono più efficaci quando attraggono il supporto di massa, quando producono delle defezioni all’interno del regime al potere, quando coordinano l’uso di tattiche variegate e flessibili per aumentare la pressione sulla dittatura.

L’opposizione in Venezuela

Organizzata sotto il nome di Tavola rotonda di unità democratica (Mesa de Unidad Democrática – MUD) è stata in grado di riunire un grande numero di manifestanti. Tuttavia non è in grado di porre pressione sui servizi di sicurezza o indurre membri del governo a riconsiderare il loro sostegno a Maduro. Il MUD detiene il 54% del supporto tra i venezuelani, ma la sua unità è messa spesso a dura prova da disaccordi sulla strategia.

Che fare?

La società civile e politica potrebbe iniziare ad incrementare il sostegno alla resistenza civile dell’opposizione. Ciò include la fornitura di consulenti, incoraggiarli a sviluppare una campagna sostenibile. (Negli anni ’70 questo sostegno fu cruciale e potrebbe rivelarsi ancora tale).

Gli Stati potrebbero continuare ad alzare i costi, dove possibile, per l’amministrazione Maduro e i suoi sostenitori nel governo e nei servizi di sicurezza per il comportamento repressivo. Sanzioni precise, azioni penali, congelamento dei beni. L’azione diplomatica degli Stati di condanna alla deriva autoritaria del Venezuela è diminuita fortemente.

Una campagna di resistenza civile prolungata da parte dell’opposizione ed il sostegno internazionale dovrebbero cambiare l’equazione costi/benefici del regime di Maduro nel portare avanti l’attuale strategia. Fondamentalmente il cambiamento in Venezuela arriverà dall’interno.

È utile tenere a mente che le campagne civili di resistenza sono spesso lunghe e difficili: trascorsero 8 anni dalla fondazione del movimento Solidarność che portò dalla transizione alla democrazia in Polonia nel 1989.

Senza l’alterazione dell’equazione costi – benefici per il regime, è improbabile che il dialogo in Venezuela generi risultati significativi.

 

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barbarafaccenda

Esperto politica internazionale

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