Gerusalemme, Trump, Israele e quel modo di riplasmare la realtà

 

Al momento non è possibile dire con certezza quanto ampio sarà  il contraccolpo  generato dalla decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme e riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele.

A livello regionale questo avvenimento sarà mitigato dai regimi che non vogliono concedere alcuna possibilità di dimostrazioni di ampia scala che possano sfuggire dal loro controllo, specialmente dopo quello che è accaduto con le Primavere arabe.

Ironicamente l’opposizione alla decisione di Trump ha posto l’Arabia Saudita e l’Iran dalla stessa parte  per la prima volta dopo molto tempo.

È possibile prevedere, ragionevolmente, che accadranno disordini e il malcontento crescerà, ma le implicazioni dell’annuncio di Trump vanno ben oltre quello che accade nelle strade.

Se ci si concentrasse su quanto le reazioni immediate siano “infiammatorie” si rischierebbe di perdere il punto:

la decisione di Trump di riconoscere unilateralmente Gerusalemme non solo danneggerà le prospettive di pace e la posizione nel mondo degli Stati Uniti, ma nuocerà al diritto internazionale e stabilirà un precedente per il futuro, negativo e con un potenziale devastatore.

Dalla dichiarazione di Trump risulta abbastanza palese che il Presidente degli Stati Uniti spera di evitare queste implicazioni allorquando concede una piccola rassicurazione: gli Stati Uniti riconoscono Gerusalemme come la capitale di Israele, ma non necessariamente le frontiere della sovranità che Israele ha definito. Trump dichiara: “non stiamo prendendo una posizione sulle questioni dello status finale, incluse le specifiche frontiere della sovranità di Israele a Gerusalemme o la risoluzione della controversia sulle frontiere contestate“.

Assume un’importanza fondamentale e non dovrebbe essere sottovalutato il fatto che Israele ha passato gli ultimi 50 anni, dalla sua occupazione militare di West Bank iniziata dopo la guerra del 1967, a plasmare la realtà in flagrante violazione del diritto internazionale e del consenso internazionale.

Ciò include l’annessione unilaterale da parte di Israele dell’est Gerusalemme nel 1967 e l’espansione delle frontiere municipali in profondità nei territori palestinesi.

Il resto del mondo ha rifiutato con decisione di riconoscere queste mosse per mezzo secolo per una buona ragione: perché implicano l’acquisizione di territori attraverso la guerra, la costruzione di insediamenti a Gerusalemme, il trasferimento di israeliani nei territori occupati e la demolizione delle case dei palestinesi. Perché riconoscere queste realtà significa essenzialmente tollerare le violazioni del diritto internazionale, incluse le Convenzioni di Ginevra e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite.

Va comunque detto che fissarsi sulla lista delle violazioni tende ad oscurare l’insieme di ciò che ha compiuto Israele: fabbricare una nuova Gerusalemme distinta da quella che ha catturato nel 1967, una città che calza nell’immagine che sta cercando di vendere al mondo e che Trump ha giust’appunto comperato. Essa è un’immagine di una città enormemente ebrea con un diretto, ininterrotto collegamento al passato biblico di cui i palestinesi non possono rivendicarne la legittimità.

Allo scopo di sostenere una tale realtà si deve dire al mondo che le violazioni di cui abbiamo parlato poco fa, incluso il cambiamento demografico di Gerusalemme operato con la forza, sono solo sbagliate al momento, ma che una volta che sono state compiute, esse sono accettabili. E se il mondo non è attento, non si dovrà attendere molto fino a quando Israele non avrà raggiunto lo stesso obiettivo nell’intera West Bank e gli Stati Uniti mostreranno il loro consenso anche a questa “realtà”.

Chi è il più contento? Il primo ministro israeliano B. Netanyahu e la politica che egli rappresenta. L’ala destra israeliana non ha mai voluto le negoziazioni, un processo di pace o uno Stato palestinese e non ne ha mai fatto segreto. La sua ideologia sottostante, stabilita dal leader Ze’ev Jabotinsky prima della creazione dello Stato di Israele è quella di creare una realtà sul terreno tale per cui gli arabi dovranno arrivare ad accettarla, una strategia conosciuta come il “muro d’acciaio“: portare i palestinesi a capitolare e non a negoziare in nome di questo “gioco”.

Senza esercito e senza sovranità, i palestinesi non esercitano alcuna influenza al tavolo di negoziazione con Israele. Tutto ciò che hanno è il diritto internazionale da una parte e quello che si suppone sia un arbitro neutrale dall’altra. Con la sua decisione su Gerusalemme Trump ha rapidamente eliminato entrambe le opportunità. Adesso tutto ciò che i palestinesi hanno è la loro abilità di non accettare i termini che sono stati imposti loro o semplicemente andarsene.
E forse questo è il vero scopo di quello che è accaduto nella scorsa settimana: di ammorbidire le aspettative e spostare la responsabilità attorno a quello che non tanto tempo fa Trump chiamava ottimisticamente il suo “sommo accordo” tra israeliani e palestinesi.

Trump, come molti presidenti americani prima di lui, hanno sottovalutato l’importanza che Gerusalemme rappresenta per coloro che sono in Palestina e nella Regione.

Per i palestinesi, l’est Gerusalemme non è semplicemente la capitale desiderata per il loro Stato futuro, ma una componente centrale della loro identità e della loro connessione con la terra. Questo tipo di legame non può essere facilmente spezzato.

Sul terreno a Gerusalemme, la decisione sicuramente scatenerà confronto e spargimento di sangue. Quest’anno, l’idea che Israele avrebbe alterato lo status quo della moschea Al-Aqsa inserendo delle telecamere di sicurezza e dei metal detectors ha scatenato settimane di disordini e dimostrazioni che hanno portato la città sull’orlo di un nuovo confronto violento.

Se Trump si aspetta che i palestinesi nelle strade si plachino per poche linee conciliatorie del suo goffo discorso, allora ha terribilmente sottovalutato cosa significhi per loro essere spogliati del diritto che la città rappresenta per loro.

Tuttavia data la reazione dei palestinesi, il più grande fattore a cui dedicare attenzione è il progetto di Israele di ri-plasmare i fatti sul terreno e il consenso di Trump ad esso.

 

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barbarafaccenda

Esperto politica internazionale

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