Trump è un’anomalia o la nuova normalità nelle relazioni internazionali?

La politica estera e di sicurezza nazionale degli Stati Uniti ha seguito una strada peculiare. Malgrado le molteplici differenze tra Repubblicani e Democratici, vi era un profondo accordo sull’obiettivo generale e sulla logica strategica americana. Inoltre, la maggior parte dei leader politici e di coloro che influenzano l’opinione pubblica ritengono che per preservare l’ordine globale si debbano coltivare alleanze e si debba necessariamente lavorare assieme ad alleati e partner e che sia proprio questa la migliore strada per far avanzare gli interessi nazionali americani. A ciò si aggiungeva un accordo implicito che questa strada doveva essere percorsa e attuata attraverso un quadro di politica estera e di sicurezza nazionale guidato da leader eletti che avessero sviluppato una certa competenza sulle complessità del mondo e sull’arte di governare.
L’influenza era qualcosa che si guadagnava nel corso del tempo e pagando i propri conti. Per quanto possibile, gli accordi bipartisan erano la forma che assumevano le fondamenta dell’arte di governare.

Donald Trump adotta un’altra via

Sebbene la Strategia di Sicurezza Nazionale che ha pubblicato recentemente rifletta la tradizione e sottolinei l’importanza delle alleanze strategiche dell’America (vecchie e nuove) Trump ha fatto meno per coltivarle rispetto ai presidenti americani dagli anni 1920. La strategia di Trump è di punire o minacciare gli avversari di “seconda fascia” – Iran, Corea del Nord e IS – mentre ignora l’assertività o la palese aggressione da grandi potenze ostili.

Questa è un’ anomalia o la nuova normalità?

Molti commentatori asseriscono che Trump sia un’anomalia, titubante nella sua presidenza solo a causa delle imperfezioni profonde tra i suoi oppositori che ha affrontato nelle primarie repubblicane e più tardi nelle elezioni del 2016. Secondo questa linea di pensiero, dopo che lascerà l’incarico, le cose torneranno nel modo in cui erano.

Tutto questo potrebbe essere sbagliato.

Donald Trump ha compreso, nel senso vero e reale, lo spirito politico del tempo meglio dei suoi oppositori politici. Questo è particolarmente vero nel suo approccio alla politica estera e di sicurezza: un regno dove, malgrado la potenza espansiva, la prosperità e l’influenza degli Stati Uniti, la maggior parte del pubblico vede fallimento.
L’approccio di Trump dimostra la sua appassionata presa allo spirito del tempo.

Piuttosto che affidarsi all’esperienza e al bipartisan per raggiungere una posizione condivisa, che è poi spiegata al pubblico dai media eminenti che sono essi stessi composti da personale esperto, Trump sfrutta l’infatuazione americana per la celebrità. La sua politica estera e di sicurezza non è il frutto di consigli di esperti o potenti o la riflessione di un consenso costruito attentamente.
Essa è quello che il Presidente stesso considera importante ogni per giorno. Questa politica estera e di sicurezza nazionale si attorciglia e vacilla, ma ha una costante: è spiegata in un modo piacevole attraverso temi che trovano il favore della base politica di Trump: vincere e perdere, essere giusti e non essere giusti. Raramente è menzionato l’interesse nazionale dal momento che non è nella linea degli applausi.
Trump potrebbe essere il precursore di nuovi leader che afferrano anche il momento corrente, ma sono molto più competenti e non hanno il bagaglio etico e personale di Trump.
Tuttavia Trump non ha adottato tale approccio esclusivamente in ragione della sua personale ossessione per la celebrità. Piuttosto lui sta sfruttando lo spirito del tempo, ossessionato con la celebrità, dove il contenuto dei messaggi conta meno del loro valore di intrattenimento.

Trump capitalizza la sottovalutazione della competenza e il declino dell’autorità, imbrigliando una specie di populismo rozzo alimentato da internet, da programmi radiofonici e da dibattiti televisivi. Tutto questo eleva la celebrità sulla competenza e ha reso il contenuto della politica meno importante rispetto a chi l’ha confezionato.

Le stesse forze hanno distrutto il centro politico, guidando il discorso verso l’ iper-partisan e rendendo il consenso o il compromesso elusivi.
Trump riconosce anche che una porzione considerevole del pubblico crede che quello che essi stessi definiscono come cultura americana sia sotto attacco. In parte, ciò è influenzato da ondate di immigrazione da parti del mondo poco-sviluppate o da zone colpite da conflitti; e dall’altra parte da una crescente diversità culturale, raziale, etnica e religiosa degli Stati Uniti, che ha amplificato le paure tra la classe bianca industriale delle tute blu che hanno, negli anni recenti, perso il lavoro e i mezzi di sostentamento con profondi spostamenti economici e tecnologi. Per molti membri di questo gruppo, le loro sofferenze economiche sono connesse con i movimenti culturali che si manifestano nella diversità e attraverso l’immigrazione. Trump ha compreso ciò e l’ha sfruttato, orientando il cambiamento culturale e l’immigrazione in temi di sicurezza nazionale, dal suo muro di frontiera al divieto di entrare negli Stati Uniti.
Trump, da solo, non ha creato questo culto della celebrità, l’era di iper-partisan, o il senso di frustrazione di una cultura sotto attacco. Ma ha capitalizzato su tutto questo, sviluppando uno stile di leadership che riflette tutto questo. Ciò ci suggerisce che Trump non è, in effetti, un’aberrazione.
L’immigrazione e la migrazione potrebbero essere istituzionalizzate come temi centrali di sicurezza. Preservare la cultura nazionale – i termini di cui saranno fortemente dibattuti – potrebbero diventare più importanti che gli interessi nazionali nel senso tradizionale. La scissione chiave che guida la politica estera e di sicurezza potrebbe non essere più l’ideologia o le sfide all’ordine mondiale – condotto dagli Stati Uniti – provenienti dalla Cina e dalla Russia. Invece, esso potrebbe essere la divisione creata da nazioni avanzate che cercano di preservare la loro prosperità e cultura erigendo esse stesse un muro e tagliandosi fuori dal resto del mondo.
Se ciò accadrà, gli storici futuri potrebbero vedere Donald Trump non come anormalità, ma qualcos’altro: un’onda su cui si muovono gli Stati Uniti, verso una nuova, imprevedibile e verosimilmente, spaventosa direzione.

 

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barbarafaccenda

Esperto politica internazionale

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