Terrorismo e migrazione: il legame che tutti vogliono ma che non c’è.

La relazione tra terrorismo internazionale e le varie forme di migrazione è complessa. Nondimeno cercheremo di comprendere dapprima cosa si intende per migrazione e terrorismo e poi se esista o meno un collegamento organico tra terrorismo e migrazione.

Nell’approcciarsi a questo tipo di tematica mi sembra importante suggerire al lettore di prestare attenzione alle generalizzazioni perché c’è il rischio di alimentare un sentimento anti-immigrazione quando vengono formulate affermazioni non dimostrabili sulla migrazione come minaccia alla sicurezza nazionale.

Migrazione

Si riferisce all’immigrazione (in-migrazione) o all’emigrazione (movimento verso l’esterno) di persone o gruppi di persone da un paese ad un altro luogo usualmente distante, con l’intenzione di stabilirsi alla destinazione, temporaneamente o permanentemente. Questo processo può essere volontario o forzato, regolare (legale) o irregolare (illegale) all’interno di un paese o al di là delle frontiere internazionali. I rifugiati sono un sotto-gruppo di migranti internazionali che cercano asilo o che hanno ottenuto una protezione all’estero secondo i termini della Convenzione ONU sui rifugiati del 1951.

Terrorismo

Si riferisce ad una strategia di comunicazione politica per la manipolazione psicologica delle masse dove civili non armati (e non combattenti come prigionieri) sono deliberatamente perseguitati allo scopo di impressionare terze parti (ad esempio intimidire, costringere o influenzare un governo o una sezione della società o l’opinione pubblica internazionale) con l’aiuto di violenza dimostrativa di fronte al pubblico e/o per la copertura in massa anche sui social media. Il terrorismo di attori non statali è spesso una strategia di provocazione che ha come obiettivo una polarizzazione della società e un incremento del conflitto, mentre il terrorismo dello stato o del regime è utile all’obiettivo di repressione e controllo sociale. Il terrorismo come guerra psicologica è anche una tattica irregolare e illegale nel conflitto armato che può essere utilizzata da una o entrambe le parti.

 

Sicuramente sappiamo che Paesi e Regioni dove l’estremismo violento è diffuso: Siria, Iraq, Afghanistan, Nord Nigeria, Mali, Yemen per fare alcuni esempi, sono tra i principali Paesi che dislocano numeri significativi di persone.

Una delle sfide concettuali che pone l’intersezione tra terrorismo e migrazione è che è sempre più difficile discernere come le motivazioni individuali o la relativa ponderazione di esse, siano collegate alla causa della dislocazione. Le persone che scappano da un conflitto armato, da una guerra civile, di solito, nel ponderare la decisione di muoversi lontano dalla zona di guerra, scompongono in fattori le variabili economiche e sociali; non è insolito che considerino elementi come la disponibilità di lavoro, opportunità future (accesso all’educazione, assistenza sanitaria). In ragione di ciò è importante distinguere le cause sottostanti la dislocazione, come il conflitto, il collasso dello Stato o la persecuzione, da fattori come la disoccupazione, il cibo, posto che spesso è la mancanza proprio del cibo che innesca lo spostamento.

Alcune persone, specialmente coloro che appartengono a minoranze religiose nel Medio Oriente, incluso i cristiani e i yazidi, abbandonano la Siria e l’Iraq a causa della diretta persecuzione da parte dello “Stato islamico” (IS). Scappano a causa del fallimento della capacità dello Stato, o dalla mancanza di volontà dello stesso, di proteggerli. Possono scappare anche coloro che non sono perseguitati ma che vogliono fuggire dalle zone di conflitto armato.

Il terrorismo praticato da attori non statali è spesso uno dei fattori decisivi della migrazione forzata, questo tipo di dislocazioni sono spesso dei prodotti non intenzionali di gruppi estremisti e alle volte una politica deliberata condotta da essi.

Sebbene siano limitate le prove che uno spostamento sia causato direttamente da gruppi estremisti che utilizzano la tattica del terrorismo, è possibile asserire che alcuni gruppi di questo tipo hanno, tra i loro obiettivi, proprio quello di forzare il movimento di interi gruppi sociali. Pensiamo ad esempio a Boko Haram, nel nord della Nigeria che con i rapimenti di donne e il reclutamento di bambini e uomini, l’assedio apposto a numerosi villaggi, ha prodotto l’immediato abbandono di intere aeree.

Il terrorismo statale

Pur essendo difficile scindere il terrorismo come forma di guerra irregolare dal terrorismo statale, soprattutto quando il nemico è interno, può essere asserito che il terrorismo statale è stata la maggiore e forse anche la principale causa di migrazioni forzate nel caso della Siria. La cecità di molti governi sul terrorismo statale di regimi alleati, unitamente alla generale ossessione degli Stati per gli attori non-statali violenti, ha contribuito ad ignorare uno dei più potenti fattori chiave di migrazioni forzate: il terrorismo statale o di regime. Parzialmente ciò è dovuto al fatto che i Paesi che fanno esperienza di terrorismo statale sono anche quelli sul cui territorio operano gli attori non-statali violenti.  In tali casi causa ed effetto, azione e reazione, sono difficili da separare, più a lungo la spirale della violenza tit-for-tat continua, più a lungo la situazione all’interno del Paese si complica.

Il finanziamento dei gruppi estremisti transnazionali attraverso la migrazione

La fuga delle persone dalle zone di attacco di gruppi estremisti o di conflitto, è spesso difficile e pericolosa; essi devono cercare l’assistenza di facilitatori, in molti casi dei trafficanti criminali per passare o aggirare i posti di blocco nelle zone di conflitto e attraversare frontiere internazionali. Organizzando dei blocchi stradali i gruppi estremisti transnazionali spesso direttamente controllano e tassano coloro che vogliono scappare o costringono i trafficanti a dividere i profitti con loro.

Nel caso della Libia, l’IS ha controllato per mesi circa 260 km di costa del Mediterraneo vicino Sirte. Ad oggi, vi sono prove che indicano che i trafficanti di esseri umani lì devono dividere i loro profitti con diverse organizzazioni estremiste, incluso l’IS. Questo tipo di denaro che può essere guadagnato con il traffico di esseri umani è secondo solo ai ricavi che possono essere ottenuti con il traffico di droghe.

In sostanza: la tattica del terrorismo induce nelle persone paura per la propria vita che tende a causare l’emigrazione. Questa migrazione, a sua volta, permette, se tassata, il finanziamento di gruppi estremisti transnazionali.

È necessario comprendere che il terrorismo è spesso una strategia di provocazione. Coloro che s’impegnano in esso cercano di provocare una reazione eccessiva. Minor informazione di intelligence un governo possiede sul luogo e l’identità di perpetratori di atti di terrorismo, maggiore è la probabilità che le forze di polizia giudiziaria o di sicurezza utilizzino un approccio severo che ha come obiettivo un intero segmento della società con cui i terroristi vengono associati. Questo è spesso parte del calcolo terrorista: la repressione, essi argomentano, aprirà gli occhi di quelle persone e poi esse vedranno il governo come un’ “entità demoniaca”, e ciò dovrebbe fare in modo che molti si rivolgano ai terroristi fornendogli sostegno e nuove reclute. È un calcolo cinico per provocare la repressione contro lo stesso segmento che i gruppi estremisti rivendicano di difendere, ma questa è la mancanza di moralità e la scaltra strategia di molti gruppi estremisti.

Stato islamico (IS) e migrazione

L’IS si preoccupa molto di più che i rifugiati si integrino con successo nella vita in Occidente. Ciò è stato reso chiaro già dal settembre 2015 quando il gruppo diffuse 14 video in 3 giorni avvertendo le popolazioni musulmane di non migrare verso Dar al-Harb (“la terra di guerra” o di incredulità), incoraggiandoli a restare ed unirsi al Califfato.

Il flusso di migranti in Europa è un anatema per l’IS, mina il messaggio del gruppo che il califfato sia un rifugio

Data l’assoluta importanza per l’IS della propria abilità di conquistare e mantenere terreno, viene da chiedersi perché l’IS dovrebbe mandare via un grande numero combattenti esperti a condurre attacchi che potrebbero essere lasciati a simpatizzanti che sono già in Occidente, a costo zero per l’organizzazione?

Infatti, sottoposto a grande pressione, sembra che l’IS abbia stabilito unità di specialisti per prevenire e dissuadere potenziali disertori già dalla fine del 2015. È chiaro che l’IS nutra interesse nell’esagerare la minaccia associata con i rifugiati per molteplici ragioni, non da ultimo l’amplificazione della percezione della portata e della capacità dell’organizzazione. Ciò aumenta l’opposizione occidentale nell’accettare i rifugiati e consente all’IS di presentare il Califfato come un’alternativa attrattiva.

Tutto ciò pone in questione la credibilità della strategia del cavallo di Troia dato che la priorità numero uno dell’IS sembra essere attirare persone verso i suoi territori, piuttosto che mandarli via.

Anche se ogni singolo combattente IS (secondo alcune stime 30,000) dovesse venire in occidente mascherato da rifugiato, rappresenterebbe meno del 4% dei recenti flussi di migranti in Europa.

Un tale tipo di scenario è meno che plausibile. Malgrado l’isteria circa l’IS che infiltra le popolazioni di rifugiati, le evidenze finora sono state insufficienti.

Tenere i terroristi fuori dai confini nazionali è un obiettivo legittimo ma l’efficacia del controllo delle frontiere è limitata dal fatto che molti terroristi sono “homegrown” (locali) o sono stranieri con un permesso di residenza del tutto legale.

H. Cinoglu e N.Atun hanno ragionato sul perché malgrado non ci sia un collegamento organico tra la migrazione internazionale e il terrorismo internazionale sia gli Stati Uniti che i paesi dell’UE si focalizzino sulle politiche migratorie e di controllo delle frontiere nel combattere il terrorismo. Essi hanno notato alcuni svantaggi:

  • creando un collegamento artificiale tra gli immigrati e il terrorismo si creano ansia e eccessi di rabbia nelle società degli immigrati e aumentano sentimenti ostili contro lo Stato. In queste situazioni, l’ostilità contro gli stranieri (xenophobia) cresce unitamente alla possibilità di conflitto tra gruppi sociali.
  • Attaccare l’ideologia dei terroristi e le loro infrastrutture organizzative è una via più promettente che il controllo di tutti gli individui nei loro movimenti nella speranza di prendere alcuni terroristi tra loro.

Il pericolo più grande sembra essere la potenziale radicalizzazione e il reclutamento da parte di gruppi estremisti (in particolare quelli islamici) di piccoli numeri di rifugiati nel medio e lungo termine (dopo che sono arrivati) che potrebbe essere facilitato da estremisti che già vivono da molti anni in Occidente.

Questo non vuol dire che nessun gruppo estremista non ricavi vantaggi dell’odierna crisi per scivolare di nascosto in Occidente, ma questi casi sono presumibilmente relativamente rari. A dicembre 2015 il numero di rifugiati terroristi era di 26, nello stesso periodo il numero di rifugiati in Europa era di 1 milione, quindi l’0,003% (dati tratti dallo studio su terrorismo e migrazioni di massa di S. Mullins).

Peter Neumann, il direttore del Centro Internazionale per lo Studio della Radicalizzazione  afferma di non essere a conoscenza di evidenze empiriche che dimostrerebbero che gli immigrati di prima generazione siano particolarmente ricettivi dei messaggi estremisti. Le persone che sono appena scappate dalla guerra civile, dall’oppressione o dalla povertà è improbabile che siano interessate ad attaccare la stessa società che ha concesso loro salvezza.

Sebbene le autorità di contro-terrorismo abbiano un chiaro ruolo nel gestire il flusso di rifugiati in Occidente, deve essere reiterato che non è un problema primario di contro-terrorismo.

Raggiungere una più accurata comprensione delle connessioni – o della relativa mancanza di esse – tra la migrazione di massa ed il terrorismo internazionale in Occidente aiuterà i decisori politici ad elaborare programmi più adeguati per il controllo dei rifugiati dopo l’arrivo in EU e simultaneamente sarà più verosimile disinnescare le paure che peggiorano la situazione nel suo complesso.

 

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barbarafaccenda

Esperto politica internazionale

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