Novembre 30

Qual è la vera frontiera in pericolo a sud dell’Europa?

Fezzan

La risposta è:

Il Fezzan

F

Un’area di circa 549,0775 chilometri quadrati con una popolazione per la maggior parte tribale di meno di 500,000 che vivono in oasi isolate o wadis (letti di fiume aridi spesso con acqua sotto la superficie). Nascosta da mari di sabbia e deserto roccioso il Fezzan è strategicamente rilevante per i giacimenti petroliferi vitali, l’accesso a enormi falde acquifere e importanti basi aeree dell’era Gheddafi.

La situazione della sicurezza nel Fezzan e nella maggior parte della Libia è divenuta terribilmente complicata dall’assenza di una ideologia unica rispetto  a quella dell’anti-Gheddafismo presente durante la rivoluzione libica del 2011. Ogni tentativo di creare un governo di unità nazionale da allora è miseramente fallito.

Competizione politica come ostacolo alla sicurezza

Al cuore del caos politico in Libia vi è l’Accordo politico libico mediato dalle Nazioni Unite del 17 dicembre 2015, che prevedeva un governo tripartito composto da un Consiglio di presidenza i cui 9 membri avrebbero avuto il compito di supervisionare le funzioni di Capo di Stato, un governo di accordo nazionale come organo esecutivo e la Camera dei Rappresentanti quale organo legislativo con un Alto Consiglio di Stato con funzioni consultive.

In pratica, la maggior parte di questi organi sono in conflitto tra loro o presentano alti livelli di dissenso interno, lasciando il Paese  governato dal caso e da milizie etniche, tribali e religiose, ben armate, spesso raggruppate in coalizioni instabili.

A contribuire al disordine c’è il governo di salvezza nazionale di Khalifa Ghwell che rivendica di essere il legittimo successore del governo del Congresso nazionale generale libico (2014-2016). Il governo di salvezza nazionale compie  periodici tentativi  di prendere il potere a Tripoli, il più recente nel luglio del 2017.

La più potente delle coalizioni militari libiche è quella denominata Esercito nazionale libico, una coalizione di milizie che nominalmente fanno capo alla Camera dei Rappresentanti che è locata a Tobruk, comandata da Khalifa Haftar, un potente cirenaico vissuto in Virginia (Stati Uniti) dopo essersi posto in contrapposizione a Gheddafi; ora  sostenuto ampiamente dalla Russia, Egitto, e gli Emirati Arabi Uniti.

Il Consiglio presidenziale di Tripoli, che, secondo l’Accordo politico libico dispone dell’autorità militare, sta ancora cercando di organizzare un esercito nazionale.

Nel frattempo, il Consiglio è sostenuto da varie milizie le cui sedi sono a Misurata e a Tripoli.

Il Consiglio presidenziale assieme al governo di unità nazionale, forma il governo della Libia riconosciuto internazionalmente, ma esso necessita ancora del voto di maggioranza dalla Camera dei Rappresentanti di Tobruk per essere pienamente legittimo secondo quanto previsto dell’Accordo politico libico.

Vi sono addirittura divisioni tra i membri del Consiglio Presidenziale: tre membri si oppongono a Fayez Serraj (Presidente del Consiglio) e sostengono la Camera dei Rappresentanti e Haftar.

Contesto tribale del Fezzan

Il Fezzan consiste sostanzialmente di un mosaico di entità etniche e tribali che spesso si sovrappongono, inclini ai feudi e ad alleanze mutevoli. È possibile distinguere tre gruppi principali:

  • Gli arabi e i berberi-arabi, dei gruppi Awlad Buseif, Hasawna, Magarha, Mahamid, Awlad Sulayman, Qaddadfa, Warfalla. Gli ultimi tre comprendono migranti dal Sahel, discendenti dei membri tribali che scapparono dal dominio ottomano o italiano e tornarono dopo l’indipendenza. Sono collettivamente noti con il come di Aïdoun (coloro che sono tornati);
  • I Tuareg berberi i Tuareg Ajjar una confederazione libico-algerina e i Tuareg saheliani, tipicamente migranti dal Mali e dal Niger che arrivarono durante l’era Gheddafi;
  • I Tebu nilo-sahariani formati dai Tebu indigeni con piccole componenti di migranti di Teda e Daza dal Ciad e dal Niger.

Gli estremisti islamici

I jihadisti nord-africani con tutta probabilità utilizzeranno il caos politico a Fezzan per creare una profondità strategica per le operazioni in Algeria, Niger e Mali. I militanti fedeli ad Al Qaeda uniti il 2 marzo 2017 in Jama’at Nusrat al-Islam wa’l-Muslimin (JNIM) a seguito della fusione di Ansar al-Din, al-Mourabitoun, il Fronte di liberazione nazionale Macina, la branca sahariana di AQIM. Il leader del gruppo (un Tuareg) Iyad ag Ghali, cercherà di sfruttare le connessioni libiche nel Fezzan già stabilite dal capo di al-Mourabitoun: Mokthar Belmokhtar. Per adesso sembra che Ag Ghali possa contare solo sul supporto minimo della comunità Tuareg del Sahel a Fezzan.

IS (Islamic State) e Fezzan

L’IS ha annunciato nel novembre del 2014 la creazione della provincia del Fezzan. Dalla loro espulsione da Sirte lo scorso dicembre, i militanti dell’IS si sono schierati nel terreno irregolare del sud della costa, presentando una minaccia sfuggente. Il procuratore generale della Libia, dal suo ufficio a Tripoli ha annunciato che a seguito degli interrogatori di detenuti appartenenti all’IS, i libici erano una minoranza nel gruppo, con il numero più grande rappresentato da coloro che sono arrivati in Libia dal Sudan, altri dall’Egitto, Tunisia, Mali, Ciad e Algeria.

Alcuni militanti sudanesi dell’IS sono discepoli del predicatore sudanese Masa’ad al-Sidairah, il cui “Gruppo di devozione al Corano e alla Sunnah” ha sostenuto pubblicamente l’IS ed il suo leader fino a quando una serie di arresti lo hanno spinto a giurare di abbandonare il reclutamento per i campi di battaglia siriani e libici per conto dell’IS in Sudan. Molti dei militanti sudanesi dell’IS sono entrati in Libia attraverso le rotte dei trafficanti che passano per il punto di incontro Jabal ‘Uwaynat di Egitto, Sudan e Libia. Altri militanti dell’IS che sono fuggiti da Sirte si sono spostati nel Fezzan dove pare che si siano concentrati nella città al-‘Uwaynat, a nord di Ghat e vicino alla frontiera con l’Algeria. Questo gruppo si ritiene essere responsabile per gli attacchi del febbraio 2017 alle infrastrutture elettriche, inclusa la distruzione di circa 160 chilometri di tralicci dell’elettricità tra Jufra e Sabha.

Gli investigatori libici asseriscono che l’IS ha ricostruito l’ “esercito del deserto” composto da tre brigate sotto il comando di al-Mahdi Salem Dangou, conosciuto con lo pseudonimo di Abu Barakar, un libico islamista.

Riportare la sicurezza nel Fezzan

Il controllo delle rotte commerciali  nel Fezzan era basato su una tregua che risaliva al 1893. Essa concedeva ai Tuareg il controllo esclusivo di tutte le rotte che entravano dall’ovest Fezzan (Passaggio Salvador), mentre i Tebu avrebbero controllato tutte le rotte dal Niger e dall’est Ciad (Passaggio Toumou). L’accordo è stato sciolto a seguito delle battaglie Tebu-Tuareg nel 2014, alimentate dagli scontri per il controllo delle operazioni di traffici illeciti e dalla percezione popolare dei Tuareg come oppositori alla rivoluzione libica.

Oggi entrambi i valichi sono monitorati dai droni americani e dalle pattuglie della Legione straniera francese.

Il Ciad ha chiuso la sua porzione di frontiera con la Libia agli inizi del gennaio 2017 per prevenire che i militanti dell’IS in fuga da Sirte si infiltrassero nel nord del Ciad e da allora ha aperto solo un singolo passaggio.

Alcune milizie del sud si sono dimostrate efficaci nel “pattugliare” la frontiera quando si trattava di proteggere i propri interessi

Le idee “particolari” prodotte dai paesi dell’Unione Europea

Allarmati dai crescenti numeri di migranti che cercano di raggiungere l’Europa dalla Libia e dall’incapacità della Libia di controllare le sue frontiere, l’Italia e la Germania nel maggio 2017 hanno proposto la creazione di una missione dell’Unione Europea che pattugli la frontiera Libia-Niger.

Ignorando la sua reputazione in Libia, l’Italia ha suggerito finanche di impiegare i Carabinieri per addestrare le forze di sicurezza del sud ed aiutare a mettere in sicurezza la regione dai militanti dell’IS che presumibilmente fuggono in Libia dal Nord Iraq.

Un intervento europeo di questo tipo è fallito in partenza per il governo di accordo nazionale libico, il quale ha reso cristallino che esso non considera la Libia come un potenziale calderone di migranti illegali e che non ha alcun interesse in qualsiasi piano che preveda l’insediamento dei migranti in Libia.

Nel Fezzan, i migranti sono trafficati illegalmente attraverso la frontiera sud in città come Sabha, Murzuq, ‘Ubari, Qatrun in cambio di pagamenti in contanti ai gruppi armati Tebu e ai Tuareg che controllano quei Passaggi. In questo anno si ritiene che i gruppi più grandi di migranti provengano da Nigeria, Bangladesh, Guinea, Costa d’Avorio. Il principale centro del commercio di esseri umani è Sabha, dove si verificano comunemente scontri in strada tra fazioni di trafficanti in conflitto

L’Italia ha firmato un accordo di cooperazione militare con il Niger che permetterà al Niger di dispiegarsi a fianco delle forze del cosiddetto SG5 il Gruppo di 5 del Sahel – una coalizione anti-terrorista e di sviluppo economico di cinque nazioni del Sahel- con il supporto della Francia, di altri Paesi tra cui la Germania, con l’obiettivo di stabilire un controllo effettivo della frontiera con la Libia.

Khalifa Haftar: l’uomo forte della Libia e i suoi giochi di potere

L’uomo forte della Libia Khalifa Haftar asserisce che le sue forze ora controllano 1,730,000 chilometri quadrati dei 1,760,000 dell’intera Libia.

Per controllare Tripoli e ottenere una qualche legittimità, Haftar si prefige innanzitutto di controllare il fronte sud attraverso il Fezzan.

Qual è il problema in due parole? Sebbene l’Europa e le Nazioni Unite riconoscano il Consiglio Presidenziale/Governo di Accordo Nazionale come il governo ufficiale della Libia (quello di Tripoli per intenderci), dal momento che tale riconoscimento non ha avuto alcun effetto nel limitare il flusso di migranti verso l’Europa, chiunque possa controllare questi flussi sarà il destinatario della gratitudine europea e dell’approvazione diplomatica.

Garantire la sicurezza di Tripoli significa prevenire che elementi armati che sostengono il Governo di Accordo Nazionale scappino nel deserto a sud.

Haftar vuole controllare gli acquedotti e gli oleodotti dal sud, mettere in sicurezza le frontiere e prevenire che i militanti dell’IS (Stato islamico), le milizie islamiste e i mercenari stranieri ritornino nel Fezzan ed alimentare un generatore di continua instabilità per la Libia.

Il punto di svolta del tentativo di Haftar di ottenere il controllo della Libia si è verificato con la presa del potere nel distretto Jufra del nord Fezzan, una regione con tre importanti città nel suo settore sud (Hun, Sokna, e Waddan), così come la base aerea di Jufra. La campagna militare condotta dall’esercito nazionale libico con l’ausilio degli aerei egiziani ha permesso ad Haftar di ottenere il controllo della città di  Bani Walid, un centro importante, a livello strategico, della rete libica di traffico di esseri umani a 100 chilometri a sud-ovest di Misurata e 120 chilometri a sud-est di Tripoli. Il luogo offre accesso via strada ad entrambe le città. Il controllo di Bani Walid potrebbe permettere all’esercito nazionale libico di separare il governo di accordo nazionale a Tripoli dai suoi sostenitori militari più forti a Misurata.

A settembre 2017, nella sua visita a Roma, Haftar ha insistito affinché si ponga fine all’embargo di armi sulla Libia solo per l’esercito nazionale libico, aggiungendo che egli avrebbe potuto fornire il personale necessario per rendere sicura la frontiera sud della Libia, ma che avrebbe avuto la necessità di avere droni, elicotteri, visori notturni e veicoli.

Ricapitoliamo:

La strategia militare di Haftar appare essere quella di mettere in sicurezza le basi aeree del deserto a sud di Tripoli e inserire le forze dell’esercito nazionale libico nella costa occidentale di Tripoli, spingendo i suoi oppositori in un angolo della capitale e a Misurata prima di lanciare un’offensiva sostenuta anche da una forza aerea, con tattiche simili a quelle che gli hanno reso possibile la cattura di Jufra. Haftar cerca di “vendere” la conquista di Tripoli come un passo necessario per porre fine alla migrazione illegale dai porti libici verso l’Europa. Tale strategia gode di un sostegno politico: il Primo Ministro della Camera dei Rappresentanti Abdullah al-Thinni ha rifiutato in maniera consistente le proposte internazionali per un accordo mediato alla crisi libica, insistendo, come ex militare professionista, che solo uno sforzo militare può unire il Paese.
Il prolungato tentativo dell’esercito nazionale libico di ottenere il controllo di Benghazi ci suggerisce sia la difficoltà della guerra urbana sia la debolezza dell’esercito nazionale libico relativamente alle sue ambizioni di potere nelle più grandi città della Libia.

Il ritiro delle milizie alleate al Consiglio Presidenziale/governo di accordo nazionale da Jufra potrebbe essere visto come un’azione preparatoria di una posizione/campagna più consolidata contro Haftar. Peccato che questa strategia avrebbe come effetto l’indebolimento della sicurezza nel sud, aprendo verosimilmente nuovi spazi ad attori non-statali violenti.

Il Fezzan resta un obiettivo allettante e di lungo periodo per i jihadisti che potrebbero trovarvi delle opportunità per sfruttare o anche rubare la direzione di una resistenza protratta nel Fezzan e l’imposizione di un governo di un nuovo uomo libico forte. Nell’assenza di un singolo gruppo forte abbastanza per resistere all’esercito nazionale libico di Haftar, tutti i tipi di alleanza anti-Haftar sono possibili, con la possibilità aggiuntiva di un eventuale intervento straniero da parte dell’occidente o dai partner di Haftar.

Immagine del Fezzan: “Diplomacy”

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Marzo 18

I migranti diventano merce

Migranti

I migranti diventano merce secondo l’accordo dell’Unione Europea che possiamo tranquillamente chiamare l'”Accordo della Turchia”.

Una pagina imbarazzante della storia dell’Unione Europea e per la dignità della persona umana, soprattutto per coloro che sono stati costretti a scappare dalle loro case a causa di conflitti, persecuzioni. 

L’Unione Europea (UE) e la Turchia hanno raggiunto, all’unanimità, l’accordo sui migranti, parola di Donald Tusk intorno alle 17, 15 circa di venerdì 18 marzo 2016.
Come ha scritto il primo ministro finlandese su Twitter: “The Turkey deal has been approved”. E sì.

Migranti: la Turchia detta le regole

La Turchia ha dettato le sue regole. Tutti i rifugiati e migranti che arriveranno in Grecia da domenica saranno rimandanti in Turchia. L’accordo sembra più un contratto di scambio merce che un’azione volta alla soluzione del problema del flusso massiccio di migranti. La Turchia in cambio avrà la riapertura dei colloqui per l’accesso all’Unione Europea con la promessa che le negoziazioni saranno riaperte prima di luglio.
Ma il pezzo forte è questo, l’UE ha accordato la velocizzazione dell’esborso di ben 3 miliardi di euro alla Turchia per aiutare i rifugiati siriani in Turchia. Ulteriori 3 miliardi per il 2018 una volta che Ankara abbia compilato una lista di progetti che si possano qualificare per l’assistenza dell’UE. Quello che fa gola a Davutoglu oltre al denaro è il viaggiare in Europa senza visto, per i suoi 78m di cittadini. Grande vittoria, l’abolizione dei visti per la leadership turca. La rimozione del processo di visto è un gran salto in avanti della popolarità del Justice and Development Party al governo.
La Turchia ha promesso che tutte le persone che torneranno saranno trattate in linea con il diritto internazionale, inclusa la garanzia che non saranno rispedite nei paesi da cui provengono. Turchia, paese che da sempre ha eccelso nella protezione dei diritti umani!
Il controverso accordo 1 a 1 rimane intatto: per ogni rifugiato siriano che l’UE rimanda in Turchia, un siriano in Turchia avrà una nuova casa in Europa.

Il diavolo è nei dettagli

Il numero dei siriani che possono essere rilocati in Europa dalla Turchia è di circa 72,000 molto meno di quello che le agenzie internazionali hanno Migrantiraccomandato: 108,000. Lo schema di rilocazione sarà fermato quando 72,000 persone saranno rilocate in Europa. E dopo? NON SI SA!
L’alto commissario per i rifugiati delle Nazioni Unite ha sollevato preoccupazioni sulla legittimità nel diritto internazionale e nel diritto dell’Unione Europa, esprimendo disagio sul generalizzato ritorno di stranieri da un paese all’altro. Amnesty International ha definito la proposta “colpo mortale” per i diritti dei rifugiati. Mentre i leader europei credono che le questioni legali possano risolversi dichiarando la Turchia un “terza parte sicura”, questo concetto fa venire i capelli dritti non solo ad Amnesty, ma a tutti noi!
In principio, il diritto internazionale, “rinforzato” dall’Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite, fornisce un quadro per affrontare questo tipo di crisi. La Convenzione sui rifugiati del 1951 identifica sia gli individui legittimati alla protezione internazionale – coloro con delle ben fondate paure di persecuzione – e quali sono le minime responsabilità degli stati verso questi individui, in particolare il dovere di non ritorno in quei posti dove sarebbero perseguitati. Quando si è scritta la Convenzione del 1951, gli stati si sono esplicitamente impegnati in un principio chiave: avrebbero agito insieme in un “vero spirito di cooperazione” che avrebbe fornito delle soluzioni durature per la difficile situazione dei rifugiati.
Com’è stata la risposta dell’Europa nei termini di questo quadro?
In relazione all’identificazione di coloro che hanno bisogno di protezione, la risposta dell’UE è stata, nel migliore dei casi, mista. Da una parte, c’è stato un consenso, che, dati i violenti conflitti religiosi e politici che scuotono la Siria, coloro che lasciano il paese sono rifugiati secondo i termini della convenzione. Tuttavia, questa identificazione non ha incoraggiato gli stati ad aprire delle rotte legali per i siriani che viaggiano verso l’Europa, non ha prevenuto stati come la Danimarca di minacciare di sequestrare i beni dei rifugiati che arrivano come misura di deterrenza per  nuovi arrivi.
Malgrado le istituzioni comuni, gli stati dell’UE hanno agito in radicali contrastanti vie. L’entità della difficile situazione dei siriani ha teso a legittimare pratiche degli stati per cui si chiude un occhio alle rivendicazioni di protezione di persone di altre nazionalità. E’ evidente dalla chiusura della frontiera macedone: ai siriani e agli iracheni; nell’impegno della Gran Bretagna a ricollocare solamente i siriani – e solo quelli dei campi di rifugiati nella regione. Identificare coloro che hanno bisogno di protezione solo come rifugiati da specifici paesi rischia di violare le norme sui rifugiati, perché ignora i pericoli in cui particolari individui possono incorrere.
Molti stati europei, ansiosi di non vedere più nuovi arrivi, hanno argomentato che la protezione deve essere fornita in qualunque posto fuorché al loro uscio. Alcuni hanno dichiarato che coloro che cercano protezione dovrebbero stare nel paese di primo arrivo in Europa, tipicamente Grecia o Italia.

Migranti
Questo approccio europeo che ha dato vita a questo accordo è problematico moralmente e legalmente. La Turchia non è firmataria di tutta la Convenzione sui rifugiati; ha una dubbia storia di protezione dei diritti umani e prevenire i rifugiati dal lasciare il paese sembra proprio violare il diritto dei rifugiati di cercare asilo.
Finora abbiamo visto quanto poveramente l’Europa si è adoperata per lo “spirito di cooperazione” che è stato immaginato dai firmatari della Convenzione sui rifugiati. Svezia e Germania hanno mostrato livelli di apertura senza precedenti, mentre Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia, hanno agito in vie che vanno dal filo spinato alla selezione delle richieste di asilo. Il principio di non refoulement, che proibisce espressamente di rimandare i rifugiati verso un un paese dove le loro vite sarebbero minacciate, sancito dalla Convenzione sui rifugiati, sostiene il diritto internazionale dei diritti umani e sembra essere stato messo da parte.

Un giorno triste per l’umanità.

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