Settembre 14

Erdogan e la profezia autoavverante

Erdogan

La Turchia sta vivendo la crisi economica più severa da quando il Partito Giustizia e Sviluppo o AKP, ha preso il potere all’indomani delle elezioni del 2002.
Solo quest’anno il valore della lira turca è sceso del 40 percento e gli scambi esteri del Paese rischiano di far precipitare in una spirale di crisi l’economia turca e con essa, potenzialmente, l’economia globale.
Da una parte vi è una crisi finanziaria tipica del post-Guerra Fredda, in un mercato emergente le cui prospettive sono sempre state volatili, con alti rischi e alti compensi. Dall’altra parte, il collasso della lira è il prodotto di un’insieme di fattori geopolitici che minacciano di riscrivere le strutture delle alleanze post-Guerra Fredda su scala globale, dove la Turchia è al centro di tutto.

La risposta del Presidente turco Erdogan a questo quadro è quella del complotto geopolitico: una cospirazione costruita ad arte dall’esterno allo scopo di mettere in ginocchio il suo governo.

Erdogan ha posizionato la lira e i problemi collegati ad essa al centro di un complesso momento  di transizione che sta attraversando la Turchia, sia sulla scena globale che su quella regionale.

Detto in altre parole: Erdogan crede, chiaramente – o almeno pretende di credere – che tutti gli americani e i loro sostenitori siano coloro che tessono le fila di questa cospirazione. Egli li accusa di voler ingaggiare una “guerra economica” contro la Turchia.
L’amministrazione Trump non ha fatto nulla per contrastare o fugare questa narrativa. Agli inizi del mese, quando la disputa tra Washington e Ankara sulla detenzione da parte della Turchia di un parroco americano, Andrew Brunson, è peggiorata, il Presidente Trump ha deciso di imporre sanzioni, seguite da un aumento (pari quasi al doppio) delle tariffe sull’acciaio turco e sulle esportazioni di alluminio verso gli Stati Uniti.
Non va dimenticato che la lira turca già da molti mesi prima delle sanzioni di Trump si trovava in una spirale discendente.

Quindi il fatto che gli Stati Uniti abbiano apposto un ulteriore pressione su una situazione economica già vulnerabile non equivale a dire che Trump “cospira una crisi”.

In un certo senso la linea di ragionamento di Erdogan è quella che viene definita “profezia auto-avverante”.

Se Erdogan crede che i problemi siano delle cospirazioni straniere contro il suo Paese, si può comportare in maniera tale per cui, genuinamente, rende la vicenda della lira turca una questione geopolitica e non economica – o almeno non attinente alle dinamiche di mercato. Piuttosto come la cosiddetta resistenza economica nazionale alle agende straniere. Questo significa che la crisi stessa presumibilmente avrà delle implicazioni geopolitiche che si spingeranno sempre oltre.

La prima risposta di Ankara alla crisi è stata quella di inclinarsi versi i pochi alleati che le sono rimasti per avere un sollievo immediato. Il Qatar è in realtà l’unica nazione che ha risposto all’ appello di Erdogan, promettendo un pacchetto di investimenti per un totale di 15 miliardi di dollari per fungere da salvagente dell’economia turca nel tentativo di sostenere la lira. Le mosse del Qatar hanno sì aumentato la sua esposizione all’economia turca, ma hanno anche rafforzato l’alleanza nascente tra Ankara e Doha, nella Regione.

Ciò è legato al peggioramento della frattura tra il Qatar e i suoi vicini, guidati dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, che hanno accusato il Qatar di voltare le spalle al Consiglio di Cooperazione del Golfo e ai suoi tradizionali alleati arabi del Golfo in favore della Fratellanza musulmana e dell’Iran. A marzo, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman ha accusato la Turchia di appartenere al “triangolo del diavolo” unitamente all’Iran e agli islamici militanti.

La crisi sta anche fornendo un’opportunità d’oro alla Russia per tracciare un cuneo tra Ankara e Washington, indebolendo, in questo processo, la NATO.

La Cina è ancora un altro potenziale giocatore sulla scena che potrebbe avere i “muscoli” finanziari per mettere in salvo la lira turca.

Cosa chiederebbe la Cina in cambio? È possibile che Pechino sia propensa a fornire denaro in cambio di più grandi pacchetti nell’economia turca, dai settori dell’industria e delle infrastrutture, al turismo e alla tecnologia. Sebbene la situazione economica russa sia disperata al momento, la Cina potrebbe, in una visione più di lungo termine, calcolare i suoi interessi fondamentali e lo sguardo economico di lungo termine porterebbe risultati più positivi rispetto ai problemi immediati della lira turca.

L’economia turca è diversificata, aperta al mondo, e la sua forza lavoro è giovane, istruita e dinamica. Se Pechino può convincere Erdogan ad intensificare il suo impegno con la grande iniziativa Belt and Road e incrementare ulteriormente il commercio turco con la Cina, potrebbe esserci un accordo sul tavolo per Erdogan da firmare con Xi Jinping.
Tutto questo dipenderà dalla circostanza per cui la lira turca potrà essere stabilizzata o meno e se Ankara e Washington arriveranno a un qualche accordo sui molti punti di contenzioso che hanno gradualmente eroso le fondamenta della loro alleanza post Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, se si realizzerà, è chiaro che la crisi della moneta turca non è semplicemente qualcosa che concerne i fattori di rischio macroeconomici e gli “aggiustamenti strutturali”, ma contiene implicazioni geopolitiche che possono profondamente riplasmare le strutture di alleanza nell’era Trump e anche oltre.

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Gennaio 25

Afrin: l’incursione turca in Siria e la strategia di Erdogan

Erdogan

Qual è la situazione in Siria oggi

L’opposizione a Bashar al-Assad è nel caos ed è confinata a piccoli angoli disconnessi di territorio nel Paese.
Sono soltanto due gli attori locali strategicamente rilevanti sul terreno:

  1. il regime di Assad con i suoi alleati: Iran ed Hezbollah;
  2. le Forze Democratiche siriane (FDS) sostenute dagli Stati Uniti,  dominate delle Unità di protezione del popolo curdo siriano (YPG)

Questa non è certo una situazione desiderabile o tranquillizzante per la vicina Turchia.
Sei anni fa quando la guerra civile in Siria s’intensificava, il presidente turco Erdogan avvisò Assad che i suoi giorni al potere erano contati e che, a meno che non volesse condividere lo stesso destino di Gheddafi, doveva dimettersi.

Oggi, con Assad trincerato a Damasco, Erdogan si dimena per recuperare una politica estera in Siria (e altrove). Una politica estera caratterizzata dal fatale errore di enfatizzare troppo l’influenza della Turchia.

La guerra civile siriana non ha  cambiato nulla realmente per la Turchia. Più Ankara veniva trascinata nel complesso pantano alla sua frontiera a sud, più erano i costi in cui s’imbatteva.

Fondamentalmente non aver realizzato concretamente ciò di cui Erdogan si vantava e non essere stati in grado di costringere Assad a dimettersi, ha palesato i limiti dell’influenza della Turchia nel mondo arabo.

Per un breve periodo di tempo all’inizio della guerra civile in Siria, gli strateghi turchi si trastullavano con l’idea di poter manipolare magistralmente il caos siriano ed espandere il controllo turco alle regioni confinanti ed in questo modo, prevenendo ogni movimento di indipendenza curda, avrebbero anche limitato l’influenza iraniana.

Vi era una convinzione genuina che la Turchia avrebbe potuto creare un sistema di proxy dipendenti da essa alla frontiera con la Siria, come aveva fatto con i curdi iracheni ad Erbil. La Turchia immaginava una buffer zone (zona cuscinetto) che si estendesse dal nord della Siria al nord dell’Iraq che avrebbe avuto relazioni politiche, di sicurezza ed economiche più strette con Ankara che con Damasco o Baghdad.
Questa strategia gli si è ritorta contro in maniera spettacolare. Sia in Siria che in Iraq, sono i curdi e gli iraniani che ora hanno la meglio. I curdi sono direttamente sostenuti dalle forze armate statunitensi, mentre le milizie alleate dell’Iran hanno fermamente consolidato se stesse come forze di sicurezza parallele in Siria ed in Iraq.

Le carte in mano ad Ankara per sfidare in maniera diretta l’Iran o i curdi sono limitate.

È vero che la Turchia ha sviluppato legami stretti con alcuni elementi di quello che resta del Free Syrian Army, così come con famiglie influenti all’interno della classe politica sunnita irachena. Tuttavia non ha abbastanza influenza sul terreno per alterare l’ambiento politico e di sicurezza che si sta formando in entrambi i Paesi.

Afrin

Il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Rex Tillerson, la scorsa settimana si impegnava ad una presenza indeterminata degli Stati Uniti nell’est della Siria con l’obiettivo ambizioso di prevenire il ritorno dell’Islamic State (IS), ma fondamentalmente per negare all’Iran un corridoio nel Mediterraneo e rimuovere il regime di Assad.

Nel frattempo, uno dei partner più importanti degli Stati Uniti, la Turchia, lancia una incursione militare, del tutto nuova, che ha come obiettivo le forze sostenute e finanziate dagli americani.

Tutto ciò avviene dopo che gli Stati Uniti annunciano dei piani per una nuova “forza di frontiera” che avrebbe addestrato e legittimato ulteriormente elementi delle FDS, la grande coalizione curda di milizie locali nell’est della Siria che era strumentale alla sconfitta territoriale dell’IS. I funzionari statunitensi hanno cercato, rapidamente, di ammorbidire il linguaggio dopo che l’annuncio aveva provocato l’ira di  Erdogan, che pubblicamente aveva denunciato il piano e promesso di fermare questo esercito del terrore prima della sua nascita.

La minaccia turca è il culmine di anni di tensione con Washington sulla politica siriana in generale, e le divergenze su come meglio combattere l’IS.
La Turchia si è preparata per più di un mese, apertamente, per la nuova offensiva, fin da quando ha avuto ragione di credere che il Presidente Trump avrebbe potuto promettere ad Ankara il taglio degli aiuti alle forze alleate dei curdi.
La scorsa settimana, le forze turche hanno iniziato a bombardare obiettivi turchi lungo la frontiera e condurre attacchi aerei, poi l’inizio dell’invio di truppe e delle forze del Free Syrian Army.

Il nome dell’operazione “Ramo di oliva”.

Afrin
I curdi siriani hanno cercato di costruire una rete di partner internazionali, incluso la Russia, per rafforzare se stessi contro la minaccia di una incursione turca. Ma la Turchia ha iniziato il suo assalto nel fine settimana scorso e la Russia ha ritirato le sua truppe dalla provincia Afrin.
I russi hanno richiamato alla moderazione e dichiarato che si sarebbero uniti al regime di Assad nell’opposizione all’intervento turco nel consesso delle Nazioni Unite. La risposta degli Stati Uniti è stata simile. La Francia vorrebbe che si riunisse d’emergenza il Consiglio di Sicurezza, ma Erdogan ha dichiarato che l’operazione continuerà ad avanzare fino a quando non sarà raggiunta Manbij, aggiungendo di avere un accordo con gli “amici russi” e di averne anche discusso con le forze della coalizione e gli Stati Uniti.
Le forze curde hanno dichiarato ai giornalisti di essere riusciti a gestire e respingere l’assalto, fin ora, ma che i bombardamenti e gli attacchi aerei hanno colpito i quartieri civili.

Gli scontri potrebbero minare il nuovo piano per la Siria degli Stati Uniti che comporta uno spiegamento indefinito delle truppe americane – al momento ne sono presenti 2,000 nell’est Siria – per sostenere i partner locali. Il piano formerebbe una buffer zone che preverrebbe l’Iran dallo stabilire un canale da Teheran a Beirut, una politica che funzionari israeliani e alcuni ufficiali della difesa americana hanno raccomandato per più di un anno.

Quello che Tillerson non è stato in grado di spiegare è come la presenza di 2,000 truppe americane e l’addestramento delle forze di sicurezza locali nell’est della Siria potrebbero muovere il conflitto nella direzione di una risoluzione o Bashar al-Assad verso l’uscita.

Quale corso d’azione permetterebbe alla Turchia, presumibilmente, di raggiungere i suoi obiettivi operativi?

Gli obiettivi operativi turchi consistono nella messa in sicurezza della frontiera turco-siriana, l’isolamento della città di Afrin,  il controllo della base aerea di Menagh, assicurarsi delle linee di comunicazione di terra, e stabilire una nuova linea avanzata di truppe che gli servono come futura linea di “de-intensificazione” con le forze a favore del regime di Bashar al Assad incluso la Russia.

Gli ufficiali turchi hanno anche dichiarato che attaccheranno la città del YPG Tel Rifaat. Potrebbero perseguire una seconda fase dopo aver raggiunto i loro obiettivi primari. Tel Rifaat è una priorità per i gruppi di opposizioni pro-Turchia, ma non critica per gli obiettivi della Turchia.

L’obiettivo degli Stati Uniti è presumibilmente quello di prevenire la Turchia dall’attaccare la città di Manbij, più ad est vicino al fiume Eufrate, dove sono presenti le forze statunitensi.

A corto di potenti proxy sia in Siria che in Iraq, Ankara deve scegliere.

La Turchia ha scelto di lavorare provvisoriamente con l’Iran – il quale ha interesse a tenere il nazionalismo curdo sotto controllo – piuttosto che esporsi alla minaccia di un ostile presenza curda di lungo termine sulla sua frontiera.

Ankara si è resa inevitabilmente conto che non può sperare di contenere le ambizioni di statualità curde senza lavorare anche con le autorità di Damasco o Baghdad, entrambe sempre più alleate dell’Iran. Ciò renderebbe in qualche maniera fisse le relazioni turco-iraniane, almeno geo-strategicamente.

La Turchia continuerà a bilanciare il suo strisciante affidamento all’Iran con i suoi legami con la Russia e gli Stati Uniti, i quali hanno del resto i loro propri interessi in Siria. Sviluppando dei legami con tutti e tre i Paesi, Ankara vuole poter dire qualcosa su come si svolgeranno le fasi finali della guerra in Siria.

La Turchia ha fortemente investito nel processo di Astana guidato dalla Russia per stabilire le cosidette “zone di de-intensificazione” in Siria. Per tenere i russi lontani dall’orbita dell’Iran, Ankara sta intensificando i suoi legami economici e commerciali con Mosca nelle industrie strategiche. Agli inizi del mese, il presidente russo Putin ha dichiarato che la prima centrale nucleare turca sarà completata nel 2023. (con un cospicuo finanziamento russo di circa 20 miliardi di dollari)

Se questo approccio pragmatico avesse successo, la Turchia spera di influenzare a proprio vantaggio la situazione per recuperare un po’ dell’influenza persa nel più ampio Medio Oriente. Erdogan vuole riposizionare la Turchia come un mediatore, che sia nelle tensioni regionali tra l’Iran e l’Arabia Saudita che adesso si palesano in Libano, o il continuo litigio tra il Qatar e i suoi vicini del Golfo, l’instabilità in Libia o in altri Paesi.

Tutto ciò però richiede uno status regionale ed un’influenza. I calcoli errati della Turchia in Siria l’hanno erosa come capitale geopolitica nella Regione. Per dirla in altre parole, più Erdogan consolida il suo potere “in casa” nel nome della stabilità, più la Turchia brucia la sua reputazione di “modello per il Medio Oriente”.

Erdogan, nel tentativo di sistemare quest’immagine (sebbene sia stato proprio lui a distruggerla), manterrà probabilmente legami con alleati più vicini da un punto di vista ideologico, come la Fratellanza musulmana e i suoi rami nella Regione. Tuttavia forse lui trascura il fatto che fin dalle rivolte del 2011, i gruppi islamisti allineati con la Fratellanza musulmana non solo sono stati sconfitti sul campo di battaglia siriano, ma sono stati indeboliti severamente da regimi autoritari in tutto il mondo arabo. Per cui anche questa possibile strategia, qualora scelga di utilizzarla, non lo porterà molto lontano.

Futuro probabile per la Turchia

La via più probabile che si prospetta, per il futuro, per la Turchia, è una strategia mista di pragmatismo regionale – che comporta compromessi economici e politici, il bilanciamento di alleanze geopolitiche rivali e nel breve periodo la diplomazia tattica – completata da impegni ideologici continui con gli alleati che nutrono le sue stesse opinioni. Può sembrare complicato, questo perché lo è e riuscirci non sarà facile.

 

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Maggio 21

Relazioni di vicinato: l’Iran e la Turchia nel “dopo Mosul”

relazioni

Dopo la piena riconquista di Mosul quali saranno le relazioni tra  due vicini eccellenti dell’Iraq: Iran e Turchia?

La Turchia è preoccupata che tutto quello che ha ottenuto finora il governo iracheno a maggioranza sciita, amico dell’Iran, sia parte di una più ampia strategia di Teheran per espandere la propria influenza nelle aree sunnite dell’Iraq del nord.

Quello che inquieta maggiormente il presidente turco Recep Tayipp Erdogan è il potenziale asse pro-iraniano lungo la frontiera del nord dell’Iraq che comprende elementi del Kurdistan Workers’ Party o PKK così come le milizie yazide dell’area.

Per questo motivo la retorica turca si è alzata di livello, inasprendosi, tanto che Erdogan si è riferito, lo scorso mese, alle milizie irachene pro-governative (al-Hashad al-Shaabi – unità di mobilitazione popolare) come un’organizzazione terroristica.

Erdogan ha certamente le capacità di anticipare ogni imminente asse iraniano-curdo nel nord dell’Iraq. L’esercito turco ha una stima di 2,000 truppe all’interno dell’Iraq. Una buona parte di questa forza è focalizzata nel combattere i militanti del PKK sulle montagne Qandil del Kurdistan iracheno, con altre 500 truppe stazionate nel campo Bashiqa, circa 50 chilomentri dalla periferia di Mosul.

Ankara ha anche una influenza politica e militare sul clan Barzani dominante nel Kurdistan iracheno e sulle famiglie influenti arabe sunnite intorno a Mosul, incluso la famiglia Nujaifi.  Infine, Erdogan ha segnalato la sua volontà di utilizzare bombardamenti aerei per dissuadere un significativo consolidamento delle forze pro-iraniane; l’aviazione turca ha recentemente colpito posizioni del YPG, la principale milizia curda siriana a Sinjar.

La Turchia, teoricamente, potrebbe chiedere aiuto ad altri paesi. L’Arabia Saudita e i suoi alleati arabi del Golfo hanno anche loro preoccupazioni circa l’espansione dell’Iran nelle aree irachene sunnite. Il potenziale per un’alleanza più stretta e coordinata nell’area tra queste potenze sunnite non può essere esclusa.

I rischi della strategia turca

Se la Turchia volesse lanciarsi a capofitto in uno scontro con le milizie alleate dell’Iran dovrebbe affrontare un nemico molto capace e ben equipaggiato. Inoltre, proprio queste milizie hanno già minacciato di ingaggiare direttamente le forze turche se Erdogan dovesse ordinare ulteriori incursioni nel territorio iracheno.

La profondità strategica dell’Iran in Iraq fornisce a queste milizie un rifornimento illimitato di combattenti: sciiti motivati da reclutare e far combattere per una lunga e sanguinosa campagna contro la Turchia.

Gli interessi della Turchia e dell’Iran 

Primo: la Turchia e l’Iran abilmente utilizzano la loro relazione come un contrappeso alla presenza (e potenza) occidentale nella Regione. In questo contesto si vedono l’un l’altro come una sorta di valvola di sicurezza contro la pressione esterna esercitata dall’occidente.

Erdogan non è certamente spaventato dal “gioco” di Iran e Russia contro Stati Uniti, ad esempio, nell’intento di esercitare pressione su Washington affinché non sostenga più l’YPG (che ha legami con il PKK; ma partner americano affidabile sul terreno contro lo “Stato islamico”). Questo tipo di “gioco” si è pienamente manifestato  a dicembre 2016, quando la Turchia ha contribuito ad un nuovo corso di colloqui di pace sulla Siria con l’Iran e la Russia senza il coinvolgimento degli Stati Uniti.

L’Iran, dalla parte sua, conta sulla Turchia per resistere agli sforzi occidentali di isolarla completamente nella regione.

Secondo: sebbene la Turchia e l’Iran appoggino elementi curdi separati in Iraq, entrambi i paesi condividono delle valutazioni ampiamente sovrapposte sulla questione del nazionalismo curdo. Mentre Ankara ha recentemente mostrato una maggiore volontà di lavorare con il Kurdistan iracheno semi-autonomo, la sua posizione è improbabile che cambi quando deve opporsi alla piena indipendenza curda. La visione dell’Iran è simile. Lo scorso mese, entrambi i paesi hanno fortemente protestato contro la decisione del governo regionale curdo di Irbil di alzare la bandiera curda vicino a quella irachena su un palazzo governativo locale a Kirkuk; alcuni politici curdi hanno interpretato questi messaggi come delle velate “minacce”.

Gli interessi economici che non possono essere ignorati

Consideriamo ad esempio i legami energetici: la Turchia al momento importa 30 milioni di metri cubici di gas Iraniano, volume che entrambe le parti sembrano intenzionate ad accrescere nei prossimi anni.

Per cui malgrado qualche retorica accesa tra la Turchia e l’Iran, il risultato più probabile è qualche sorta di accordo in Iraq.

L’Iran potrebbe accordarsi nel “trattenere” i leader delle milizie più anti-turche nelle forze popolari di mobilitazione irachene, mentre limita il loro supporto agli elementi del YPG in Iraq. La Turchia in cambio potrebbe accordarsi nel migliorare le sue relazioni tese con il governo centrale a Baghdad e coordinare meglio la lotta all’IS con l’Iraq e l’Iran.

Se e quando l’IS sarà sconfitto nel nord dell’Iraq, l’immediato vuoto politico nel cuore sunnita sicuramente sarà un banco di prova per le relazioni turco-iraniane.

Sebbene i legami tra due vicini eccellenti dell’Iraq continueranno a flettersi, è improbabile che si spezzino.

Ankara e Teheran hanno una storia di compartimentalizzazione delle loro relazioni nelle passate decadi. Continueranno ad essere profondamente in disaccordo su certe questioni nella regione, ma nessuna parte ha al momento un interesse profondo nel permettere che questi disaccordi mettano a rischio le loro funzionanti relazioni bilaterali.

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Gennaio 5

PKK: lo stesso messaggio per Erdogan e per Trump

PKK

La una soluzione pacifica per il conflitto curdo sembra essere più distante che mai. Il PKK ha poche opzioni a sua disposizione: la soluzione militare alla questione curda sembra essere quella per cui ha optato. Il messaggio dal PKK, dal TAK, al governo turco e all’entrante amministrazione Trump sembra essere forte e chiaro.

Una settimana prima di Natale la Turchia aveva subito un altro attacco terroristico, una bomba in una macchina la cui esplosione ha causato la morte di 13 soldati e ne ha feriti 55 nella città di Kayseri. Sebbene, messo in ombra dall’assassinio, qualche giorno più tardi, dell’ambasciatore russo in Turchia, la bomba è esplosa qualche settimana dopo un doppio attacco suicida che aveva ucciso 44 poliziotti e ne aveva feriti 150 fuori dallo stadio di Istanbul.

Mentre non c’è stata una rivendicazione immediata per l’attentato di Kayseri, evidenze abbastanza solide segnalano che si tratta degli stessi perpetratori dell’attacco del 10 dicembre: il Kurdistan Freedom Falcons (TAK), un ramo molto ben conosciuto, del PKK ovvero il partito dei lavoratori curdo. La rapida successione degli attacchi ci indica che malgrado 20 mesi di combattimenti nell’est della Turchia tra PKK ed esercito turco, il PKK è ben lontano dall’essere sconfitto.

E qualche ora fa c’è stato un attentato con un’autobomba e un uomo armato nella città di Smirne, gli ufficiali turchi hanno già indicato i militanti curdi come i responsabili.

Sembra che l’elezione di Trump negli Stati Uniti abbia trasformato una brutta situazione, in Turchia, in un incubo per il PKK e che l’unica opzione a disposizione dei curdi sia attaccare lo Stato turco.

Chi è il TAK?

Il TAK ha aumentato la sua levatura nel 2005 con attacchi ai resort della costa turca, intesi a colpire il settore del turismo. Mentre alcuni analisti di sicurezza credono che il TAK si sia separato dal PKK, la maggior parte degli studiosi del gruppo come Vera Eccarius-Kellu, Metin Gurcan, lo identificano come affiliato “genericamente” al PKK.

È stato sostenuto che il PKK si “affida” al TAK per attacchi su soft target che potrebbero danneggiare la reputazione del gruppo o esercitare una pressione sullo Stato turco durante le negoziazioni di pace.

Mentre si crede che sia finanziato e sostenuto logisticamente dal PKK,

il TAK sembra essere indipendente nel selezionare gli obiettivi e nella tempistica degli attacchi.

La narrativa della divisione PKK-TAK contiene il beneficio di una verosimile negabilità, da parte del PKK, delle azioni del TAK.

Nel caso degli attacchi di Kayser e Istanbul, c’è ragione di credere che gli attentati siano stati pienamente coordinati con il comando del PKK nelle montagne Qandil che confinano con l’Iraq e che il destinatario inteso del messaggio contenuto negli attacchi non solo era il presidente Erdogan, ma il presidente–eletto americano.

Sebbene sia prematuro affermare quali politiche l’amministrazione Trump perseguirà con la Turchia e per il conflitto curdo, c’è una buona ragione per credere che, per il PKK, Trump a Washington sia una sciagura.

Le dinamiche politiche e militari sul terreno e quello che si conosce delle priorità strategiche di Trump ci suggeriscono un riavvicinamento Trump, Erdogan, Putin quando si tratta di Siria.

Trump non ha lasciato dubbi sul fatto che, se la sconfitta dello “Stato islamico” e la stabilizzazione della Siria significassero Assad ancora al potere, pagherà il prezzo che ci sarà da pagare.

Questo cambiamento nella politica americana ovviamente si armonizza con gli obiettivi russi in Siria.

A ciò si deve aggiungere la dichiarazione aperta di Erdogan che la rimozione di Assad non è più una priorità per Ankara. Il Presidente turco dichiara, piuttosto, che una priorità è prevenire che il Syrian Kurdish Democratic Union Party, o PYD, un affiliato del PKK,  stabilisca un “quasi – State” autonomo nel nord della Siria, simile al Kurdistan iracheno.

Cosa interessa a Trump

Questo tipo di riallineamento di interessi tra gli Stati Uniti, la Turchia e la Russia si preannuncia come una vera e propria calamità per il PYD e per estensione per il PKK, che ha beneficiato dall’avere come alleato il PYD, attore chiave nella coalizione internazionale contro lo “Stato islamico”.

Per l’amministrazione Trump, il PYD e i curdi siriani importano solo fino a quando forniscono le forze sul terreno per combattere lo “Stato islamico” esplosione dopo esplosione.
Una volta che lo “Stato islamico” sarà stato sconfitto o degradato significativamente, lo scenario per i curdi siriani sarebbe, verosimilmente, quello di essere scaricati dai nuovi sostenitori siriani e lasciati  in balia di Turchia e Assad.

Ci sembra improbabile che Trump si preoccupi molto della situazione dei diritti umani in Turchia, soprattutto perché quello che veramente importa a Trump è la posizione strategica della Turchia nello sconfiggere lo Stato islamico e nel controbattere la crescente influenza iraniana nella regione, non il destino della libertà di stampa, la minoranza curda o i diritti dei dissidenti politici.

Tutto questo concede ad Erdogan briglie sciolte per occuparsi del PKK e del PYD in Siria come si sente più a suo agio. In Siria, la battaglia per la città strategica a nord, al-Bab, vicino alla frontiera turca, continua ad infuriare, ponendo le forze ribelle pro-turche e l’esercito turco contro la milizia PYD, conosciuta come YPG (People’s protection Unit), così come contro lo “Stato islamico”. Nel frattempo Erdogan continua il suo giro di vite sul HDP, il Peoples’ Democratic Party a radice curda. I suoi leader più importanti sono stati arrestati e i fedelissimi di Erdogan hanno perquisito tutti gli uffici del partito nel paese.

In questo contesto, con una soluzione pacifica per il conflitto curdo più distante che mai, ci sono poche opzioni a disposizione del PKK. Sembra che quest’ultimo abbia scelto la soluzione militare ed il messaggio dal PKK, dal TAK, al governo turco e all’entrante amministrazione Trump sembra essere forte e chiaro.

Non ci sfugge neanche che gli Stati Uniti hanno considerato il PKK un gruppo terroristico dal 1997 e che preoccupazioni per i diritti curdi, l’autodeterminazione che sia in Turchia o in Siria, non è stata mai una priorità per gli Stati Uniti.

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Luglio 20

Erdogan: l’asso piglia tutto. Chi perde è la democrazia.

Erdogan

Se avete applaudito al fallito coup in Turchia sappiate che chi ha perso è la democrazia.

Non c’è nessuna ragione per pensare che la democrazia in Turchia sia rafforzata perché il coup d’état è fallito. Erdogan ha risposto epurando tutti i suoi nemici, reali ed immaginari, e spingendo sull’acceleratore di nuovi poteri che porteranno la reputazione della Turchia indietro di secoli, così come la sua economia e la sua capacità di essere stato leader, costruttivo per la Regione.

Erdogan ha vinto la Turchia ha perso

Per qualche tempo le tensioni in Turchia si sono dipanate attorno ai piani ambizioni di Erdogan di espandere i poteri della presidenza. Le sue mosse sempre più crescenti ed insistenti di eliminare l’opposizione e di espandere la sua autorità hanno iniziato a preoccupare seriamente molti. Ci si chiede se la Turchia possa essere l’eccezione alla regola che dice che i paesi con una forte classe media non riescono a far  regredire le dittature.
La Turchia ha fatto esperienza di quel tipo di sfide che forzano i leader a rafforzare la loro presa: multipli attacchi terroristici contro locali pubblici e turistici. Di nuovo in guerra con i curdi del PKK (Kurdistan Workers Party), i milioni di rifugiati siriani.
L’ascesa di un partito islamico come quello di Erdogan: Justice and Development Party (AKP) è stato un anatema per i militari che si vedono come il bastione del secolarismo e i guardiani della democrazia. Tuttavia Erdogan nel suo primo anno in carica ha efficacemente ri-bilanciato le relazioni civili – militari, facendo in modo che non avessero più desiderio di inserirsi di nuovo nella vita politica del paese.

Alcune curiosità sul coup

Questo coup non ricade nella dicotomia “secolare contro religioso” della moderna Turchia. Ci si sarebbe aspettati che i cospiratori del coup fossero particolarmente preoccupati dall’agenda islamica di Erdogan, ma non è stato questo non il caso. Sembra, piuttosto che abbiano agito perché il governo stava per purgare i militari e i supposti sostenitori di Fethulah Gulen, un influente religioso/uomo d’affari (vive negli Stati Uniti) che una volta era un alleato di Erdogan, ma adesso è considerato come un nemico dello Stato. Così questi militari hanno agito apparentemente per prevenire ogni mossa contro i “gulenisti”.

Erdogan è l’asso piglia tutto

I numeri di questa epurazione ci suggeriscono che il governo è stato a lungo impegnato a scrivere una lista dei suoi nemici per poterne tirare fuori una come questa:
– 3,000 giudici
– 8,000 ufficiali di polizia
– 3,500 soldati
– 120 generali e ammiragli
– 492 religiosi
– 257 funzionari nell’ufficio del Primo Ministro.

Un secondo aspetto ironico della vicenda è che sia i militari che i media turchi (spesso assediati) hanno aiutato a invertire il coup. I primi  hanno aiutato Erdogan a scappare da un resort di vacanze solo pochi minuti prima che i carri armati bloccassero le strade e i media hanno permesso che il presidente diffondesse il suo messaggio di mobilitazione al pubblico attraverso i social media sulla televisione nazionale. Militari e media sono due istituzioni per cui Erdogan ha personalmente mostrato disdegno ed ha sempre cercato di diminuire la loro influenza.
Un’altro aspetto tristemente ironico è il grande costo economico di questa crisi. Il successo politico di Erdogan nella scorsa decade e mezza si è basato sulla sua promozione della Turchia come centro globale per il commercio ed il turismo; sulla responsabilizzazione di piccoli imprenditori che non erano parte dell’elite.

Le ferite che si è auto – inflitto per la sua ambizione presumibilmente porteranno dolori economici per lungo tempo a molti dei suoi sostenitori. Il settore turistico è già stato colpito da attacchi terroristici e dal boicottaggio russo, la nuova incertezza politica aggraverà il problema.

Alcuni dei suoi vicini non democratici preferirebbero un leader forte decisivo.

Ed ecco quindi che dopo le prime celebrazioni del coup fallito, maldestramente fatte anche dal Presidente del Consiglio italiano, si sostituiscono alla sensazione che la Turchia dovrà combattere per riottenere il suo equilibro democratico.

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Marzo 18

I migranti diventano merce

Migranti

I migranti diventano merce secondo l’accordo dell’Unione Europea che possiamo tranquillamente chiamare l'”Accordo della Turchia”.

Una pagina imbarazzante della storia dell’Unione Europea e per la dignità della persona umana, soprattutto per coloro che sono stati costretti a scappare dalle loro case a causa di conflitti, persecuzioni. 

L’Unione Europea (UE) e la Turchia hanno raggiunto, all’unanimità, l’accordo sui migranti, parola di Donald Tusk intorno alle 17, 15 circa di venerdì 18 marzo 2016.
Come ha scritto il primo ministro finlandese su Twitter: “The Turkey deal has been approved”. E sì.

Migranti: la Turchia detta le regole

La Turchia ha dettato le sue regole. Tutti i rifugiati e migranti che arriveranno in Grecia da domenica saranno rimandanti in Turchia. L’accordo sembra più un contratto di scambio merce che un’azione volta alla soluzione del problema del flusso massiccio di migranti. La Turchia in cambio avrà la riapertura dei colloqui per l’accesso all’Unione Europea con la promessa che le negoziazioni saranno riaperte prima di luglio.
Ma il pezzo forte è questo, l’UE ha accordato la velocizzazione dell’esborso di ben 3 miliardi di euro alla Turchia per aiutare i rifugiati siriani in Turchia. Ulteriori 3 miliardi per il 2018 una volta che Ankara abbia compilato una lista di progetti che si possano qualificare per l’assistenza dell’UE. Quello che fa gola a Davutoglu oltre al denaro è il viaggiare in Europa senza visto, per i suoi 78m di cittadini. Grande vittoria, l’abolizione dei visti per la leadership turca. La rimozione del processo di visto è un gran salto in avanti della popolarità del Justice and Development Party al governo.
La Turchia ha promesso che tutte le persone che torneranno saranno trattate in linea con il diritto internazionale, inclusa la garanzia che non saranno rispedite nei paesi da cui provengono. Turchia, paese che da sempre ha eccelso nella protezione dei diritti umani!
Il controverso accordo 1 a 1 rimane intatto: per ogni rifugiato siriano che l’UE rimanda in Turchia, un siriano in Turchia avrà una nuova casa in Europa.

Il diavolo è nei dettagli

Il numero dei siriani che possono essere rilocati in Europa dalla Turchia è di circa 72,000 molto meno di quello che le agenzie internazionali hanno Migrantiraccomandato: 108,000. Lo schema di rilocazione sarà fermato quando 72,000 persone saranno rilocate in Europa. E dopo? NON SI SA!
L’alto commissario per i rifugiati delle Nazioni Unite ha sollevato preoccupazioni sulla legittimità nel diritto internazionale e nel diritto dell’Unione Europa, esprimendo disagio sul generalizzato ritorno di stranieri da un paese all’altro. Amnesty International ha definito la proposta “colpo mortale” per i diritti dei rifugiati. Mentre i leader europei credono che le questioni legali possano risolversi dichiarando la Turchia un “terza parte sicura”, questo concetto fa venire i capelli dritti non solo ad Amnesty, ma a tutti noi!
In principio, il diritto internazionale, “rinforzato” dall’Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite, fornisce un quadro per affrontare questo tipo di crisi. La Convenzione sui rifugiati del 1951 identifica sia gli individui legittimati alla protezione internazionale – coloro con delle ben fondate paure di persecuzione – e quali sono le minime responsabilità degli stati verso questi individui, in particolare il dovere di non ritorno in quei posti dove sarebbero perseguitati. Quando si è scritta la Convenzione del 1951, gli stati si sono esplicitamente impegnati in un principio chiave: avrebbero agito insieme in un “vero spirito di cooperazione” che avrebbe fornito delle soluzioni durature per la difficile situazione dei rifugiati.
Com’è stata la risposta dell’Europa nei termini di questo quadro?
In relazione all’identificazione di coloro che hanno bisogno di protezione, la risposta dell’UE è stata, nel migliore dei casi, mista. Da una parte, c’è stato un consenso, che, dati i violenti conflitti religiosi e politici che scuotono la Siria, coloro che lasciano il paese sono rifugiati secondo i termini della convenzione. Tuttavia, questa identificazione non ha incoraggiato gli stati ad aprire delle rotte legali per i siriani che viaggiano verso l’Europa, non ha prevenuto stati come la Danimarca di minacciare di sequestrare i beni dei rifugiati che arrivano come misura di deterrenza per  nuovi arrivi.
Malgrado le istituzioni comuni, gli stati dell’UE hanno agito in radicali contrastanti vie. L’entità della difficile situazione dei siriani ha teso a legittimare pratiche degli stati per cui si chiude un occhio alle rivendicazioni di protezione di persone di altre nazionalità. E’ evidente dalla chiusura della frontiera macedone: ai siriani e agli iracheni; nell’impegno della Gran Bretagna a ricollocare solamente i siriani – e solo quelli dei campi di rifugiati nella regione. Identificare coloro che hanno bisogno di protezione solo come rifugiati da specifici paesi rischia di violare le norme sui rifugiati, perché ignora i pericoli in cui particolari individui possono incorrere.
Molti stati europei, ansiosi di non vedere più nuovi arrivi, hanno argomentato che la protezione deve essere fornita in qualunque posto fuorché al loro uscio. Alcuni hanno dichiarato che coloro che cercano protezione dovrebbero stare nel paese di primo arrivo in Europa, tipicamente Grecia o Italia.

Migranti
Questo approccio europeo che ha dato vita a questo accordo è problematico moralmente e legalmente. La Turchia non è firmataria di tutta la Convenzione sui rifugiati; ha una dubbia storia di protezione dei diritti umani e prevenire i rifugiati dal lasciare il paese sembra proprio violare il diritto dei rifugiati di cercare asilo.
Finora abbiamo visto quanto poveramente l’Europa si è adoperata per lo “spirito di cooperazione” che è stato immaginato dai firmatari della Convenzione sui rifugiati. Svezia e Germania hanno mostrato livelli di apertura senza precedenti, mentre Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia, hanno agito in vie che vanno dal filo spinato alla selezione delle richieste di asilo. Il principio di non refoulement, che proibisce espressamente di rimandare i rifugiati verso un un paese dove le loro vite sarebbero minacciate, sancito dalla Convenzione sui rifugiati, sostiene il diritto internazionale dei diritti umani e sembra essere stato messo da parte.

Un giorno triste per l’umanità.

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Dicembre 19

Qatar e Turchia: alleanza strategica

Turchia e Qatar

Il Qatar e la Turchia costruiscono un’alleanza strategica per definire un nuovo equilibrio di potere nel Medio Oriente favorevole ai propri interessi.

Il viaggio di Erdogan in Qatar circa due settimane fa è il suo secondo viaggio nel piccolo stato arabo ricco di petrolio e gas da quando è stato eletto presidente della Turchia. La visita riveste un’importanza estrema perché inaugura il primo incontro del Consiglio di Cooperazione strategico di alto livello tra i due paesi: meccanismo creato lo scorso anno per intensificare la cooperazione bilaterale in settori strategici.
Durante la visita di Erdogan sono stati firmati 16 distinti accordi che regolano diversi settori, dall’educazione agli affari marittimi, ai viaggi e all’energia. Alcuni degli accordi sono di natura puramente tecnica come quelli concernenti la cooperazione sugli archivi, le credenziali di riconoscimento nell’industria marittima e nella gestione della finanza pubblica. Altri, di alto livello, come l’addestramento per protocolli di sicurezza e l’accordo per promuovere legami energetici, non includono molti dettagli.

La cooperazione bilaterale Qatar – Turchia diventa alleanza de facto

Questa recente visita di Erdogan in Qatar ha un doppio ruolo: da un lato istituzionalizzare la cooperazione bilaterale tra la Turchia ed il Qatar e, dall’altro, inviare segnali strategici di quella che è diventata una alleanza de facto.
Negli anni recenti c’è stato un livello di coordinazione senza precedenti tra Ankara e Doha soprattutto sulle questioni di politica estera. I due stati hanno hanno intrapreso senz’altro una posizione decisa contro il blocco di Gaza da parte di Israele; si sono opposti al colpo militare (sponsorizzato dall’ Arabia Saudita) dei Fratelli Musulmani in Egitto; espliciti oppositori di Bashar al Assad. A sottolinerare questo fronte comune è il loro supporto per le fazioni islamiche nella regione, a capo delle quali troviamo i Fratelli Musulmani e le organizzazioni affiliate.
Tuttavia questa alleanza ha causato problemi su numerosi fronti per entrambi i paesi. La Turchia ed il Qatar sono stati accusati dai paesi occidentali di tacita cooperazione, o almeno tolleranza passiva, degli estremisti che operano nella loro sfera d’influenza, specialmente i gruppi ribelli radicali in Siria.

Gli interessi turchi

Essenzialmente la Turchia vede il Qatar come un trampolino di lancio per espandere la sua impronta militare nel Golfo. L’emiro Tamin bin Hamad bin Khalifa al Thani riafferma le posizioni “costanti ed identiche” dei due paesi su le questioni regionali e esprime gratitudine per le posizioni ferme e decise della Turchia verso la causa araba, particolarmente la questione palestinese, e la crisi siriana. Tuttavia le dichiarazioni di al Thani non includono la parola “alleanza” per se, presumibilmente per la sensibilità con le relazioni del Qatar con l’Arabia Saudita e il resto del GCC.
Il vecchio equilibrio di potere nel Medio Oriente si è sbriciolato, i turchi sono determinati ad agire per assicurare che la transizione al nuovo equilibrio sia favorevole ai loro interessi.
I protocolli di sicurezza firmati da Erdogan con il Qatar s’inseriscono in un accordo militare iniziato nel dicembre del 2014 che permetterà ad ogni paese di impiegare le proprie forze militari nel territorio dell’altro. L’accordo comprende l’uso dei porti, degli aeroporti, dello spazio aereo e delle infrastrutture militari, incluso maggiore condivisione di informazioni di intelligence e cooperazione nel contro – terrorismo.

Come parte dell’accordo, la Turchia sta stabilendo una base militare in Qatar che vedrà lo stazionamento di personale militare che va dalle 3000 alle 5000 unità, principalmente per addestramento militare congiunto e, usando le parole dell’ambasciatore turco in Qatar, “per confrontarsi contro i nemici“.

La presenza della base manda un forte messaggio: la Turchia si sta muovendo verso il voler assumere il ruolo di robusta potenza  nella regione. Una base operativa avanzata in Qatar da alle forze armate turche un elemento di profondità strategica che non hanno nella penisola araba da più di 100 anni, da quando le ultime truppe ottomane lasciarono il territorio del Qatar nel 1915.

Al di là dei legami militari, la Turchia sta anche cercando di espandere le esportazioni di difesa nel Golfo. Per i turchi, il Qatar non è solo un cliente di valore per l’industria di difesa turca, ma anche una porta per il resto del GCC, che la Turchia ha identificato come priorità per la crescita del suo mercato.
Due mesi fa, un gruppo di 67 imprese di difesa turche, ha organizzato un’esibizione a Doha per mostrare i loro più nuovi prodotti, incluso l’elicottero ATAK, il TRJet ed  una vasta gamma di veicoli armati. L’esposizione si è conclusa con accordi per un valore di circa 500 milioni di dollari.

Il Turkstream e la Russia versus il Qatar e l’LNG del Qatar

Il viaggio di Erdogan in Qatar si colloca anche in quella che oramai è diventata una seria crisi tra Ankara e Mosca. Quello che preoccupa di più i turchi è la decisione dei russi di sospendere i colloqui per TurkStream, un gasdotto che porterebbe il gas naturale dalla Russia attraverso il Mar Nero alla Turchia e ai mercati europei.  Lo scorso anno, la Russia rappresentava 27.4 miliardi di metri cubi, circa il 55%, delle importazioni totali di gas naturale della Turchia. La Russia non ha dato nessuna indicazione che siano disposti, o che ci stiano pensando, alla riduzione dei flussi esistenti di gas verso la Turchia previsti da un accordo decennale tra i due paesi.  Tuttavia visto che il TurkStream  è accantonato, almeno per adesso, i turchi stanno seriamente considerando il futuro dei loro legami energetici con la Russia.
Non sorprende che il Qatar veda il deteriorarsi delle relazioni turco – russe come un’opportunità d’oro per espandere la sua posizione globale come massimo esportatore di gas naturale liquefatto (LNG). A seguito della visita di Erdogan, l’ambasciatore del Qatar ad Ankara, el – Shafi, ha espresso la prontezza di fornire alla Turchia “qualsiasi quantità” di gas naturale “che richieda”. Malgrado lo scetticismo circa la circostanza che le esportazioni di gas del Qatar possano rimpiazzare i flussi di quello russo nel breve termine, in parte perché la Turchia manca di infrastrutture per LNG e di depositi, Erdogan presumibilmente continuerà a mandare a Mosca messaggi di attenzione sulla possibilità di perdere un cliente energetico di lungo corso.

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Agosto 27

Siria: il vostro tavolo da gioco

La Siria è diventata un tavolo da gioco dove il rumore delle armi e il potere dei soldi dell’Iran, Russia, Arabia Saudita, Giordania, Turchia, Israele hanno soffocato, nel silenzio complice della comunità internazionale, il sangue di 4 anni di guerra civile.

Pensate ad tavolo rotondo marrone di quelli antichi, massicci, con sopra la mappa della Siria, plastificata lucida, i nomi delle città, le strade i confini. Intorno al tavolo sedie grandi rivestite di quel tessuto stampato in velluto con i fiori bordeaux, poggiate su enorme tappeto persiano, bello grande. Sul tavolo giusto perpendicolare un lampadario di quelli antichi con tante lampadine. Seduti su quelle sedie se ne stanno quelli che per denaro, per potere, spudoratamente continuano a giocare in un paese oramai dimenticato da tutti. Vediamo chi gioca e come.

Iran: i primi di agosto il ministro iraniano degli affari esteri, Zarif, visita Damasco, dove incontra anche il leader di Hezbollah, Nasrallah, poi si dirige in Pakistan ad Islamabad. Il suo ruolo principale: chiarire le implicazioni dell’accordo di Vienna sul nucleare (ricordo che quell’accordo è poi stato ripreso in toto e annesso alla risoluzione n. 2231 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, quindi vincolante per tutti e dico: tutti). Il commercio delle armi dell’Iran è molto importante per la Siria di Assad. La priorità di Khameini è quella di migliorare la propria difesa, negli ultimi anni si è visto come la sua stessa sicurezza sia inestricabilmente legata ad una rete di alleati regionali e di proxies che ha coltivato in Iraq, in Libano, e nella stessa Siria. Questo include Assad e una serie di milizie pro – governative, giusto per fare qualche nome, e lo farò in inglese perché mettersi a tradurre i nomi mi pare decisamente fuori luogo: National Defence Forces (la più grande rete di milizia), the Jerusalem Brigade, the Syrian Resistance, Syrian Social Nationalist Party, Popular Front for the Liberation of Palestine – General Command, Desert Falcons. Con tutti i miliardi spesi per il supporto ad Assad è assai improbabile che Teheran si faccia da parte. Aprile 2015, il presidente russo Putin, evidenziando i progressi nelle negoziazioni per l ‘accordo con l’Iran sul nucleare, dichiara d’avere una buona ragione per togliere il divieto di vendita degli S – 300 all’Iran, un potente sistema di difesa aerea, visto come un utilissimo mezzo per compensare la superiorità aerea degli americani e degli israeliani. Qualche giorno fa il presidente iraniano Rouhani ha rivelato che il paese ha prodotto il suo ultimo modello di SSM: il Fateh (vincitore) 313, missile balistico con un raggio di 500 km. Per Assad l’accordo di Vienna con tutta probabilità assicurerà la crescita di influenza politica e finanziaria del suo più affidabile alleato. Tanto per essere chiari: l’Iran con i suoi contatti politici, organizzazione e finanziamento sostiene il traffico di autocisterne che tengono a galla l’economia, le infrastrutture di Assad . Il sostegno finanziario dell’Iran, le spedizioni, hanno permesso l’acquisto di petrolio e di altri beni d’importazione essenziali. Tanto per capirci: all’inizio del 2013 la banca centrale siriana ha raggiunto un accordo con l’Iran di 3 miliardi di dollari di credito per coprire i rifornimenti di petrolio, parte di una più ampia linea di credito per un valore di circa 7 miliardi di dollari. Un totale di 17 milioni di barili di crudo sono stati spediti alla raffineria di Baniyas tra il febbraio e l’ottobre del 2013, finanziate da lettere di credito iraniane e trasportate da autocisterne dall’Iran e Iraq via l’oleodotto Sumed che attraversa l’Egitto. Il 19 maggio di quest’anno l’Iran e la Siria hanno firmato un accordo per una linea di credito di un miliardo di dollari che è per Assad una gran bella mano. E’ vero che tutte le sanzioni multilaterali e unilaterali secondo l’accordo di Vienna e la risoluzione verranno revocate non prima di 8 anni, immagino che però molti partner e molti ex partner commerciali dell’Iran, tra cui alcuni paesi membri dell’Unione Europea, possano chiudere un occhio sulla politica regionale iraniana se questo è il prezzo per prendere un pezzo della torta. Morale della storia: più soldi all’Iran, più soldi ad Assad.

Russia:  come abbiamo visto vende gli S- 300 all’Iran e si garantisce un bel controllo dell’area, ma contemporaneamente previene un intervento armato americano, perché diciamocelo la Russia è sempre rimasta fissata con l’idea della guerra fredda. Importantissimo, la Siria è sempre stata un cliente fisso dell’industria di difesa russa, tra l’altro molti ufficiali siriani sono stati addestrati in Russia, sposati a donne russe. Putin ha bisogno di quei soldi, ricordiamoci che le sanzioni per la storia dell’Ucraina hanno un costo per l’ economia russa e i soldi servono. La Siria è centrale per le aspirazioni geopolitiche russe, continuano a tenere una struttura di riparazione e rifornimento per la marina russa al porto di Tartus, dove peraltro avevano investito molto denaro per la ristrutturazione poco prima che iniziasse la guerra civile nel 2011. Le aspirazioni russe nel rivestire un ruolo importante nel Mediterraneo dell’est e nel medio oriente sono vive e vegete. Così si è offerta recentemente di ospitare colloqui di pace a Mosca ricevendo Khaled Khoja, il presidente del National Coalition for Syrian Revolution e le forze opponenti.

Arabia Saudita: l’attività diplomatica continua ad avere un profilo molto alto, il ministro degli esteri e della difesa da giugno si focalizzano sul trovare una posizione comune con la Russia. La sicurezza è cruciale e la Siria è terreno fertile di estremisti islamisti non graditi alla monarchia.

Giordania: la sicurezza delle sue frontiere è la sua preoccupazione maggiore. Rinforza la sorveglianza delle frontiere e si allea con gli Stati Uniti nella coalizione anti Stato Islamico.

Turchia: l’assillo di Erdogan, a parte le sue personali aspirazioni di leader regionale, è quello di prevenire la formazione di un Kurdistan nel nord della Siria e con la scusa di fermare lo Stato Islamico, una bomba a loro ed una ai curdi. Una cosa diversa però Ankara l’ha fatta: diminuire le relazioni con Israele. Sì perché Israele ultimamente ha avuto non pochi problemi con l’accordo sul nucleare. Continuano le relazioni commerciali certo, ma la diplomazia sembra essersi imbalsamata.

Israele: non gli è andato giù per niente l’accordo di Vienna, definendolo un errore storico, ripete che il più grande pericolo per Israele é l’arco strategico che si estende tra Teheran, Damasco e Beirut. Raid israeliani  bombardano un’importante via di rifornimento usata da Hezbollah  nelle montagne di Qalamon (area che include una serie di strade che Hezbollah usa per trasferire esseri umani e supporto logistico dentro e fuori dal territorio siriano). Ha bombardato poi 14 postazioni del regime siriano nella parte siriana delle alture del Golan tutto in risposta ad un bombardamento del regime in un villaggio del nord di Israele.

NATO:  con un annuncio a sorpresa del 16 agosto  in cui si dichiara che il dispiegamento dei Patriot finirà a gennaio 2016, si evidenzia un crescente vuoto, oserei dire, tra gli Stati Uniti e i suoi alleati che non è compensato dal recente accordo che consente che aerei americani possano decollare per missioni di combattimento dalla base di Incirlik in Turchia.

Sul tavolo di questo gioco c’è lo Stato Islamico e una serie di gruppi estremisti, piccoli e grandi che si muovono in questo vuoto di potere. Non fanno più notizia i bombardamenti al mercato di Douma di Assad, le foto dei bambini morti. Da poco qualcuno si è accorto che ci sono i profughi siriani e li accolgono perchè sono in fondo dei filantropi. La disgrazia di questo paese è essere un tavolo da gioco, un punto geopoliticamente importante dove il rumore delle armi e quello silenzioso, ma potente dei soldi, coprono il sangue, la miseria, la distruzione. E così Signori, fate il vostro gioco, rien ne va plus.

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