Dicembre 1

Siria: un conflitto senza fine? (dimenticato)

Siria

Ve la ricordate la guerra civile in Siria? Avete più letto o ascoltato notizie da questo – bellissimo – Paese?

La guerra civile siriana ha decimato la Siria per 9 anni e ora pare che il conflitto stia inesorabilmente volgendo ad una conclusione.

Il Presidente Bashar al-Assad, con l’aiuto dell’Iran e della Russia, sembra essere emerso militarmente vittorioso dal conflitto.

La crisi in Siria è veramente finita?


La guerra civile siriana che ha decimato il Paese per nove anni, provocando una crisi umanitaria regionale e attirando attori dagli Stati Uniti alla Russia, pare che stia inesorabilmente volgendo ad una conclusione.

Il presidente Bashar al-Assad con il sostegno dell’Iran e della Russia, sembra essere emerso militarmente vittorioso dal conflitto iniziato dopo che il suo governo ha represso
violentemente le proteste nel 2011. La ribellione armata che ne è seguita presto si è trasformata ina guerra proxy globale e regionale che, al punto più alto dei combattimenti, vedeva i gruppi estremisti islamici prendere il controllo di vaste porzioni del Paese, solo per perderle poi a seguito delle contro-offensive sostenute dalle forze pro-governative e dagli eserciti occidentali capeggiati dagli Stati Uniti.
Il combattimento non è ancora totalmente concluso, con la regione nord-occidentale di Idlib che resta al di fuori del controllo governativo. Agli inizi del 2020, l’operazione dell’esercito siriano sostenuto dai russi per riprendere Idlib da ciò che rimaneva dei gruppi di opposizione armati concentrati lì, si è scontrata con le forze turche che erano state dispiegate per proteggere le milizie di Ankara. Gli scontri sono stati un vero e proprio promemoria: il conflitto, sebbene sembrasse nelle sue fasi finali, potrebbe ancora intensificarsi in una conflagrazione regionale. Anche la situazione nel nord est resta volatile a seguito della rimozione delle forze americane dalla frontiera con la Turchia, con le forze turche, siriane, russe, tutte ora dispiegate nella Regione, unitamente ai proxy e alle milizie curdo-siriane.
Il ritorno ai combattimenti di alta-intensità ad Idlib ha creato un’altra crisi umanitaria, inviando ondate di rifugiati verso la frontiera turca e aggiungendo alla guerra un già sconcertante costo umanitario. Si stima che il numero dei morti sia di 400,000 persone, ma potrebbe essere, in realtà, molto più alto.

In vari punti del conflitto, più della metà della popolazione del Paese è stata dislocata: 5,6 milioni di persone hanno lasciato la Siria dal momento che è iniziata la guerra, stabilendo una considerevole tensione nei Paesi confinanti così come in Europa. Anche se il conflitto diminuisce, non è chiaro quando o se saranno in grado di tornare.

Quando alla fine il combattimento arriverà ad una fine, Assad dovrà affrontare la sfida di ricostruire il Paese, incluso le aree dove presumibilmente ha impiegato le armi chimiche contro i suoi stessi cittadini.

La questione di chi paga il conto rimane aperta.

Trump è stato sempre entusiasta di distanziare gli Stati Uniti dalla situazione in Siria, i Paesi europei detestano lavorare con Assad, Mosca è improbabile che si faccia carico della ricostruzione che le Nazioni Unite hanno stimato ammontare a circa 250 miliardi di dollari.

Potenze esterne e coalizioni

La Siria inizia a sbiadirsi dall’agenda internazionale. Sebbene la Russia e la Turchia restino attivamente impegnate, l’interesse è in calo tra altri attori, incluso gli Stati Uniti – un cambiamento marcato, istrionico, rispetto alle prime fasi del conflitto, quando la Siria è servita come campo di battaglia proxy, allo stesso modo, per potenze locali e globali. Mosca non appare interessata a cedere la sua influenza, sebbene non sia chiaro quanta il Cremlino ne abbia su Assad.


La pandemia da covid-19 ed il conseguente crollo economico dominano i mezzi di comunicazione e la guerra civile in Siria è svanita nell’oscurità dell’informazione.

Pur tuttavia cattive notizie che provengono proprio dalla Siria giustificano l’attenzione mondiale.

L’operazione militare turca nella provincia nordoccidentale della Siria: Idlib, rischia un conflitto con la Russia, protegge i ribelli estremisti violenti islamici e prolunga la guerra civile, tutto a spese dei civili turchi che rivendicano di proteggere. Nel frattempo, l’accordo di cessate-il-fuoco limitato che Ankara ha recentemente negoziato con Mosca ritarda soltanto un ulteriore spargimento di sangue.
Gli Stati Uniti non hanno interessi di sicurezza in gioco in Siria, invece di sostenere la Turchia e quindi prolungare la guerra, Washington dovrebbe utilizzare l’influenza diplomatica con il presidente Erdogan ed il suo governo per indurlo ad un accordo che blocchi ciò che resta dei gruppi estremisti violenti islamici in Siria, prevenendo un ulteriore intensificazione militare e limitando la violenza contro i civili.


Il curriculum turco in Siria non è promettente. Ha sostenuto i ribelli anti-Assad almeno fin dall’inizio della guerra civile, ma queste milizie sono state gradualmente respinte dalle forze governative siriane, rendendo Idlib uno degli avamposti ribelli residui in Siria.
Secondo i termini di un accordo di cessate-il-fuoco del 2018 con la Russia, la Turchia doveva assicurare una “zona di diminuzione del conflitto” a Idlib, dove i soldati turchi avrebbero vietato l’accesso ad armi pesanti e ai militanti estremisti e fatto in modo che i ribelli riaprissero le principali arterie stradali nell’area. Quasi niente di tutto ciò è accaduto. La Turchia ha permesso ad un ramo di Al Qaeda, Hayat Tahir al-Sham di consolidare il controllo sui gruppi ribelli in questa zona.
Lo scorso dicembre, le forze siriane, sostenute dalla potenza aerea russa, hanno lanciato un’offensiva nella zona di diminuzione del conflitto a Idlib, circondando diversi posti di osservazione turchi. Gli sforzi della Turchia di rafforzare le sue posizioni hanno condotto ad un combattimento diretto tra le truppe siriane e turche.
Gli alleati Nato di Erdogan hanno esitato a concedere un più grande sostegno per la sua invasione della Siria, così il Presidente turco ha iniziato a spingere i rifugiati siriani nella vicina Grecia nel tentativo di apporre una maggiore pressione sui leader europei.

A marzo di quest’anno, Erdogan ottiene un nuovo accordo di cessate-il-fuoco con la Russia che ha permesso alle forze siriane di mantenere il territorio “riconquistato”, cede effettivamente lo spazio aereo su Idlib a Mosca e crea una nuova zona di diminuzione del conflitto pattugliata da soldati russi e turchi.
La storia ci suggerisce che i cessate-il-fuoco non durano. La determinazione di Assad a riprendersi Idlib non è diminuita e, né il suo governo, né i suoi sostenitori a Mosca e a Teheran tollereranno una presenza sunnita estremista di lungo periodo che minaccia l’unità della Siria.

Le operazioni militari turche in Siria rischiano un conflitto con la Russia, proteggono i ribelli estremisti islamici e prolungano la guerra civile, tutto a spese degli stessi civili che Ankara rivendica di proteggere.

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Luglio 5

Rifugiati: occhi chiusi per 6 anni e poi la colpa è del maggiordomo

rifugiati

I numeri sono questi:

65.6 milioni di persone nel mondo sono state dislocate forzosamente alla fine del 2016, di questi 40.3 milioni dislocate all’interno dei loro stessi paesi, mentre 22,5 milioni hanno varcato frontiere internazionali come rifugiati. Un ulteriore 2,8 milioni sono richiedenti asilo.

Un campo rifugiati può essere molto utile quando le persone immediatamente abbandonano la guerra o la persecuzione. È un modo per fornire cibo, vestiti e riparo. Ma la tragedia è che queste persone restano bloccate in un limbo per molti molti anni.
Oggi, circa il 54% dei rifugiati nel mondo sono in quelle che vengono definite situazioni di rifugiati protratte. Sono state in esilio per almeno 5 anni. Secondo le Nazioni Unite, la media di durata di un un esilio è di 26 anni.

Dalla prospettiva di un rifugiato, il sistema internazionale dei rifugiati di fatto dispone di tre opzioni.

  • La prima è di andare in un campo, dove usualmente non lavori. E sì, hai un grado di assistenza umanitaria, ma la tua vita è messa in attesa. E comprensibilmente, una proporzione in diminuzione di rifugiati intraprende questa opzione. Circa il 10% dei siriani, per esempio sono nei campi di rifugiati.
  • L’opzione due è spostarsi in un’area urbana. Oggi i rifugiati sono  in aree urbane che in altri posti. Circa più del 50% sono nelle città. Ma la sfida nelle città è che i rifugiati spesso non hanno il diritto di lavorare e spesso non hanno alcuna assistenza umanitaria.
  • La terza opzione è di imbarcarsi in pericolosi viaggi in Europa.

Queste opzioni sono scelte impossibili.

Un modello di sviluppo economico realizzato da rifugiati insieme ai cittadini della nazione che li ospita

Il governo inglese ha aperto la strada a questo tipo di modello con un’iniziativa per la Giordania chiamata “Jordan Compact” che è iniziata nel febbraio del 2016 al summit di Londra per la Siria.

Le basi di questo modello: il sostegno ad opportunità di lavoro simultaneamente per i rifugiati siriani e per i cittadini giordani in parte attraverso l’autorizzazione ad entrambi a lavorare nelle zone economiche speciali. Il governo inglese ha incoraggiato l’Unione Europea a fornire un segmento nel commercio a 52 categorie di prodotti per compagnie manifatturiere che operano in 18 zone economiche speciali che impiegano una certa proporzione di rifugiati siriani. Un certo numero di aziende siriane, che precedentemente operavano in Siria, stanno impiegando rifugiati siriani e cittadini giordani, dando loro accesso a permessi di lavoro assegnati in modo conveniente dal governo, che fornisce accesso alla sicurezza sociale, un salario minimo e protezione dei diritti dei lavoratori.
Quello che manca a questo progetto, al momento, è un sufficiente investimento da parte di imprese multinazionali e di imprese in Europa preparate a lavorare con queste imprese che permetterebbe un modello di crescita industriale. Il governo della Giordania e i maggiori donatori si sono impegnati a creare 200,000 posti di lavoro per i siriani dai 3 ai 5 anni. Fin’ora i permessi di lavoro sono stati concessi a 51,000 persone in solo un anno o poco più. Sebbene sia un grande passo in avanti è necessario un investimento che raggiunga il livello di sostenibilità che permetta alla Giordania, che deve affrontare grandissime sfide di sviluppo e sicurezza, di convincere il suo elettorato che la presenza di rifugiati può essere un beneficio per la società giordana e per la sua economia.

La noncuranza dell’Unione Europea rispetto ai conflitti e alle crisi nei paesi al di là del mare

È molto interessante che i movimenti dei rifugiati siriani siano iniziati intorno al 2011 e fino all’ottobre del 2014 quasi tutti i siriani sono rimasti nei paesi vicini. Ma intorno ad ottobre 2014, tutti e tre i paesi ospitanti: Turchia, Libano e Giordania, hanno introdotto restrizioni. Queste ultime e la riduzione dell’assistenza umanitaria in questi paesi ha fatto sì che per i rifugiati diventasse molto più necessario muoversi altrove o imbarcarsi in pericolosi viaggi.

Questo era evitabile.

Se i paesi europei non avessero incrociato le braccia, chiuso gli occhi e non si fossero letteralmente girate dall’altra parte e fatto così poco per aiutare questi tre paesi, si sarebbero create molte più opportunità rispetto ad oggi, opportunità per i rifugiati insieme al sostegno per i paesi ospitanti.

Del resto le politiche UE sull’asilo e l’immigrazione sono state fangose fin dall’inizio della così detta “crisi dei rifugiati” e gli stati membri continuano ad avere difficoltà nel trovare una azione collettiva sostenibile. Ovviamente è corretto che i paesi europei e i loro elettorati siano preoccupati di una migrazione irregolare non gestita, ma hanno responsabilità quando si tratta di protezione dei rifugiati.
Molte delle odierne politiche riguardano la costruzione di muri de facto e la creazione di partneriati puramente con l’obiettivo di controllare l’immigrazione. Così molti di questi partneriati con paesi terzi in Africa, Sudan Niger e Libia, per esempio, sono con regimi che hanno realmente gravi problemi con i diritti umani e che sono progettate per implementare restrizioni alla mobilità e nessuna opzione per la riammissione di migranti economici. Questa è una strada insostenibile per gestire questo movimento di persone. Se realmente vogliamo aiutare i rifugiati e fermarli nei viaggi verso l’Europa, dobbiamo creare ancore. Noi dovremmo creare ragioni per cui le persone scelgono di restare nelle loro regioni e questo vuol dire creare opportunità sostenibili per una protezione effettiva, accesso ai diritti umani ma anche opportunità socio-economiche.

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Settembre 4

La crisi dei migranti in Europa: non esiste

L’afflusso dei migranti in Europa nel 2015 è dello 0.068% della popolazione europea. Esiste la crisi politica dell’Unione Europea dovuta all’incapacità di gestione dell’afflusso dei migranti da parte dei politicanti nostrani ed europei.

La retorica apocalittica, la foto di corpi alla deriva, di bimbi morti, ha preso la mano a molti, soprattutto ai populisti, ai giornalisti in cerca di un momento di gloria. Ignoranti, nel senso che ignorano se veramente esiste una crisi di migranti. Dopo aver pubblicato su facebook, su twitter, la foto del piccolo Aylan Kurdi e commentato con frasi strappa lacrime, vi siete chiesti se questa crisi esiste davvero?  Esiste solo una crisi politica e basta!

I numeri ci suggeriscono che molti dei migranti in Europa provengono da Afghanistan, Iraq, Siria, Somalia ed Eritrea. Un flusso che è più simile ad una goccia nella terra  che dovrebbe assorbirla. La popolazione europea è di circa 500 milioni, l’ultima stima del numero di coloro che entrano attraverso mezzi illegali in Europa (quest’anno), via Mediterraneo o Balcani, è approssimativamente di 340.000. In altre parole l’afflusso di quest’anno è solo dello 0.068 % della popolazione europea. Facciamo un parallelo: gli Stati Uniti. Popolazione di 320 milioni, ha qualcosa come 11 milioni di immigrati senza documenti, circa il 3,5 % della popolazione. Per contro, l’Unione Europea (UE) ha tra 1.9 e 3.8 milioni si immigrati senza documenti  (dati 2008  gli ultimi disponibili, secondo uno studio sponsorizzato dalla Commissione Europea), meno dell’1% della sua popolazione.

Quindi perché questo panico in Europa? Molti paesi europei affrontano un profondo problema di calo delle nascite, con pochi giovani lavoratori a cui è chiesto di supportare troppi pensionati. Un afflusso di persone con una provata perseveranza sembrano fornire un’ iniezione di energia di cui l’Europea sinceramente ne ha bisogno. Ci sono diversi argomenti che fomentano il populismo della crisi dei migranti in Europa. Parlano (impropriamente) di “terrorismo”.  I gruppi estremisti ci hanno ampiamente dimostrato che sono capaci da soli e anche parecchio bene, di inviare i loro affiliati/seguaci in Europa o addirittura di reclutarli direttamente in Europa attraverso mezzi molto più convenzionali. Come nessun rifugiato sarebbe così coraggioso da attraversare il mediterraneo o negoziare una via di terra attraverso i Balcani se ci fosse stata un’alternativa disponibile, queste rotte sono del tutto improbabili come miglior passaggio per gruppi che godono di ingenti finanziamenti.

Cultura. Molti europei hanno paura che l’afflusso di stranieri mini la loro “confortevole cultura”. Ricerche ci suggeriscono che questo è il maggior argomento di cui si servono i partiti populisti in molti paesi Europei. In Francia hanno Marine Le Pen, in Olanda Geert Wilders, noi Matteo Salvini, la Repubblica Ceca Milos Zeman, il partito UKIP in Gran Bretagna. Paura che viene accentuata dalla grande “Europa Cristiana” contrapposta alla religione musulmana: Polonia, Bulgaria e Slovacchia hanno espresso una forte preferenza per soli rifugiati cristiani.

È una sfida politica, che richiede una leadership politica, non è una questione della capacità di assorbire i recenti immigrati. Dovrebbero ricordarsi quando altri hanno risposto generosamente durante la Seconda Guerra Mondiale, quando molti europei vittime di persecuzione sono diventati rifugiati. L’UE ha fallito nella responsabilità di gestione delle crisi e il suo Common Security and Defence Policy è solo un enorme distributore di fumo dietro il quale soldi e consulenze sostituiscono un pronto, deciso e robusto intervento nelle aree di crisi. Si sono seduti nelle loro confortevoli sedie e hanno aspettato che qualcun’altro facesse qualcosa. Gli stati membri dell’UE pagano i 2/5 del budget delle missioni di peacekeeping; la European Commision African Peace Facility è stata una fonte cruciale per il finanziamento delle missioni dell’Unione Africana negli ultimi 10 anni, fornendo circa 1 miliardo di euro principalmente per Darfur e Somalia. Pianificano sì, quanto so bravi a fare i Joint Plan UE/ONU e poi in pratica? In Libia aspettiamo che Leon (rappresentante ONU) porti a termine dei negoziati a cui una volta sì e una no una delle due parti non partecipa. In Siria, figuriamoci, l’Africa ce la siamo dimenticata, il Mali boh e poi ci chiediamo: “ma perché arrivano?”

Si sente poi parlare di frontiera al flusso migratorio...no, mi dispiace il Mediterraneo o i Balcani non sono la frontiera. Visto che ho iniziato con i numeri che contano più del populismo: secondo le Nazioni Unite, alla fine di maggio c’erano circa 4 milioni di rifugiati siriani (la popolazione, pre – guerra di Damasco era di 1,7 milioni). Molti sono ospitati dai paesi vicini e l’impatto è qualcosa di sconvolgente. In Libano la popolazione prima della crisi siriana era di 4.4 milioni adesso ospita 1.1 milioni di siriani. Persino il paese più ricco del mondo avrebbe difficoltà ad assorbire e gestire questo tipo di afflusso. La Turchia ne ospita 1.7 milioni e la Giordania 628.000. Ricordiamo che la terra del Medio Oriente è arida e spesso inabitabile con una cronica mancanza di sviluppo di infrastrutture per cui molte delle popolazioni dei paesi arabi tendono a concentrarsi in aree urbane e dipendono da beni di prima necessità importati. La Giordania importa l’87% del suo cibo e all’improvviso ha centinaia di migliaia di bocche da sfamare. L’ esodo siriano è arrivato dopo la crisi dei rifugiati iracheni. Nell’aprile 2007 UNHCR ha riportato che c’erano più di 4 milioni di iracheni in giro per il mondo di cui 2 milioni nel Medio Oriente. La Giordania ne ha ospitato 750.000. La Siria ne ospitava 1.1 milioni, cifra che è scesa nel 2013 a 146.000. L’anno scorso il consiglio dei ministri turco ha approvato il rilascio ai rifugiati siriani di carte d’identità che gli consentono l’accesso al sistema sanitario e ai servizi di educazione, offrendo una speranza per un permesso di lavoro condizionale. Ma questo è un’ eccezione nella Regione perchè la Turchia vuole entrare nell’UE anche se poi ultimamente li ha colpiti con i cannoni ad acqua. Gli altri stati li tollerano: sono l’intera frontiera della crisi siriana per la loro collocazione geografica e non fanno molto altro.  L’ UNHCR ci dice che i donatori governativi internazionali hanno contribuito solo per il 20% sulla cifra di 4.5 miliardi di dollari di cui hanno bisogno i rifugiati siriani in questi paesi.

Quindi cosa abbiamo? Una crisi di retorica, di populismo, di ignoranza. L’Unione Europea con i suoi valori predicati ai quattro venti con un carrozzone per miliardi di milioni di euro che non è capace di gestire l’afflusso di migranti e inetta nel rivedere la sua politica di sicurezza e di difesa. Inappropriata nel gestire le crisi ai suoi confini, quelle vere, di conflitti che non risparmiano nessuno e le cui foto non commuovono nessuno. Poi ci sono gli Stati del Golfo che tollerano milioni di persone senza fornire servizi e neanche speranza. Ma perchè credete che queste persone fuggano da paesi molto più vicini e attraversino l’inferno per venire in Europa? L’Europa dei diritti, della Commissione Europea dei diritti umani, l’Europa della pubblicità: non esiste. Quello che esiste è un nuvolo di politicanti e di funzionari ignoranti, questa è la vera tragedia.

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