Novembre 20

La fragile democrazia nell’Europa centrale e dell’est

Europa centrale

La democrazia è fragile nei Paesi post-comunisti dell’Europa centrale e dell’est, dove lo spettro dell’autoritarismo e della corruzione sta crescendo. Anche secondo le migliori delle condizioni, la “costruzione della democrazia” è difficile ed incerta.

L’esperienza storica mostra che il fallimento è molto più comune del successo, anche in periodi in cui la democrazia liberale ha pochi rivali.
Le trasformazioni dei Paesi dell’Europa centrale e dell’est successive al 1989,  dal comunismo alla democrazia, sono spesso presentate come un modello di democratizzazione di successo. Malgrado l’iniziale pessimismo circa la prospettiva di stabilire una democrazia liberale, diversi Paesi dell’Europa centrale e dell’est hanno sviluppato consolidati sistemi democratici, delle economie di mercato funzionanti, degli Stati democratici efficienti con politiche di benessere estese e con un grado di ineguaglianza relativamente basso.

Inoltre, le conquiste politiche ed economiche si sono poste in aspro contrasto con i fallimenti di altri Paesi post-comunisti. Malgrado le iniziali speranze e le reali vittorie politiche, una maggioranza di questi Paesi o sono ritornati all’autoritarismo o hanno perseverato in uno Stato semi-riformato e non consolidato.

Quali sono le cause di queste strade così divergenti?

Perché alcuni Paesi dell’Europa centrale e dell’est hanno avuto successo mentre altri incarnano i fallimenti delle politiche e delle economie dell’Europa dell’est?

I Paesi dell’Europa centrale e dell’est sono, ora, una cornice centrale nella battaglia globale tra la democrazia liberale e l’autocrazia.

Pochi Paesi hanno visto la democrazia perdere terreno costantemente come nel caso dell’Ungheria. È qui, con l’arrivo al potere del Primo Ministro Viktor Orban e del suo partito Fidesz, che le speranze per un’espansione inarrestabile della democrazie nei Paesi post-comunisti si è infranta in maniera decisiva. Orban ha costruito il sostegno per le sue politiche nazionaliste ponendo in risalto le questioni dell’identità e offrendo al suo pubblico una potente arma: “la paura per gli estranei”.
Nulla ha fortificato le credenziali nazionaliste del Primo Ministro ungherese più delle sue virulente filippiche anti-migranti e le politiche in risposta all’ondata di rifugiati (per la maggior parte musulmani) arrivati in Europa come conseguenza della guerra in Siria, che Orban chiama “invasori musulmani”.
Un’altra importante componente dell’erosione ininterrotta della democrazia liberale in Ungheria è stata la campagna (velata) di Orban di cooptazione dei media indipendenti. Un esempio esplicativo di come è stato possibile ciò è accaduto in un sabato mattina dell’ottobre del 2016, quando il sito web Nepszabadsag, il massimo quotidiano politico ungherese e una delle sue pubblicazioni di lunga data, sono state messe offline. Nel tardo pomeriggio di quello stesso giorno, il sito web è tornato online con un messaggio che annunciava la sospensione della pubblicazione. Due settimane dopo Nepszabadsag è stato venduto e il giornale è stato chiuso poco dopo. La chiusura di Nepszabadag è il momento di svolta per il panorama dei mezzi di comunicazione ungheresi.
Accanto all’Ungheria, vi è la Polonia, che è stata, recentemente, accusata di utilizzare le riforme giudiziarie e i regolamenti statali in materia di comunicazione per infrangere i principi della democrazia liberale.

L’Unione Europea ha iniziato a percorrere dei passi verso il contrasto alle ricadute anti-democratiche negli Stati membri dell’Europa centrale e dell’est. Nelmaggio di quest’anno, le proposte di budget di lungo termine, ampiamente anticipate, per il 2021-2027 includeva piani per un “legame rafforzato tra i finanziamenti dell’Unione Europea e lo Stato di diritto”. Sebbene non sia stato incluso un riferimento a Paesi specifici, la proposta è stata vista come avere esattamente ad obiettivo la Polonia e l’Ungheria, i cui governi populisti e nazionalisti si sono impegnati negli ultimi anni in ripetuti battibecchi con Bruxelles su tutto: dalla libertà di stampa al trasporto del legname. La Polonia e l’Ungheria, tra le altre nazioni nell’Europa centrale e dell’est, hanno beneficiato grandemente dei finanziamenti dell’Unione Europea, che li hanno aiutati a migliorare le infrastrutture e a sostenere gli investimenti.

Le ultime tensioni ci suggeriscono che ogni riavvicinamento conterrà dei limiti.

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Febbraio 26

Polonia continua a marciare verso l’autoritarismo. Le risposte UE? Inefficaci!

Polonia

La Polonia continua la sua marcia verso l’autoritarismo e l’Unione Europea, tra l’incudine e il martello, risponde fievolmente. Perché?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo innanzitutto partire dagli ultimi accadimenti in Polonia, esattamente dal gennaio 2017.

Polonia: la situazione politica 

L’occupazione nell’intero mese di gennaio del Parlamento polacco da parte dell’opposizione è terminata, tuttavia le divisioni politiche, profonde, dietro l’ultima crisi polacca restano. Il sit-in nel Parlamento è iniziato a metà dicembre dello scorso anno, quando un parlamentare del principale partito di opposizione, “Piattaforma civica”, è stato espulso dalla Camera per aver utilizzato il dibattito sul budget per protestare contro i piani governativi di limitare l’accesso dei media al Parlamento, ignorando gli ordini del Presidente della Camera di lasciare l’aula.

La circostanza per cui l’opposizione sia ricorsa ad un’occupazione della legislatura è indicativo della sua debolezza politica, ma il governo populista di “Diritto e Giustizia” è emerso in tutta la sua oscurità.

L’occupazione del Parlamento si è conclusa quando il governo ha effettuato alcune concessioni  sull’accesso ai media al Parlamento.

Il timore è che la Polonia possa precipitare in un nazionalismo autoritario o anche peggio, minare l’UE in un momento cruciale.

Il governo polacco ha introdotto dei forti cambiamenti, incluso un controllo maggiore sui media statali e sul potere giudiziario.

La mossa più controversa del governo è stata la riforma della Corte Costituzionale, di cui vuole cambiarne la composizione e il funzionamento.

Accusato di voler demolire la democrazia e le regole di diritto, il governo polacco si difende insistendo che le riforme sono necessarie per indebolire la presa al potere di quella che in realtà, seppur lontana, resta un élite corrotta che ha perso il contatto con i bisogni dei cittadini polacchi e con i loro valori.

Malgrado la crisi parlamentare, il sostegno al governo si è rivelato particolarmente solido, sostenuto da una generosa spesa sociale e da manifestazioni del governo contro le “vecchie élite liberali”.

Nei piani del governo ci sono anche le riforme militari per rimuovere ufficiali di grado elevato, che, sempre a dire del partito “Diritto e Giustizia”, ingiustamente godono di benefici derivanti dal governo precedente. Inoltre il governo polacco intravede un potenziale cambiamento nella legge elettorale.

Più che un grande rischio per la democrazia o la libertà in Polonia, si sta assistendo ad uno spostamento nella ideologia al potere verso il conservatorismo.

La presa al potere di Jarosław Kaczyński, il Presidente e fondatore del partito al potere, sembra per altri versi essersi ammorbidita nella sua politica sui media in parlamento, sul quasi completo divieto dell’aborto e sulla riforma dei media statali.

Il presidente della Repubblica polacca, Andrzej Duda, esponente del partito “Diritto e Giustizia”, non ha firmato una legge controversa che potrebbe limitare la libertà d’assemblea. La legge aveva come obiettivo di fornire una base giuridica per rendere prioritarie le manifestazioni ritenute dalle autorità di importanza nazionale, come anniversari storici, rispetto ad altri tipi di manifestazioni o assemblee.
Criticata aspramente dalla Corte Suprema e da gruppi della società civile, il Presidente Duda ha dichiarato che la legge in questione è stata inviata alla Corte costituzionale per essere esaminata.

La risposta dell’UE alla marcia autoritaria della Polonia

Il ministro degli esteri polacco, Witold Jan Waszczykowski, all’inizio di questa settimana, ha risposto all’Unione Europea riguardo le raccomandazioni della Commissione Europea sullo stato di diritto nel paese.

I timori della Commissione Europea convogliano attorno alle decisioni del partito al potere, “Diritto e Giustizia”, che indeboliscono la capacità della Corte Costituzionale di agire come organo di controllo sul potere esecutivo.
Il vice Presidente dell’UE Frans Timmermas già l’anno scorso temeva un “rischio sistemico” rispetto al sistema di legge polacco. Nel dicembre 2016 aveva inviato delle raccomandazioni non vincolanti alla Polonia, in relazione al sistema giuridico nazionale polacco, accordando al paese due mesi di tempo  per inviare una replica. Scaduto il termine, il ministro degli esteri polacco dichiara di aver inviato alla Commissione Europea tutte le spiegazioni, peraltro di natura sostanziale, riguardo alle regole giuridiche relative alla Corte Costituzionale, in ottemperanza agli standard europei.

Tuttavia Waszczykowski si spinge molto più in avanti accusando Timmermans di voler marginalizzare la Polonia e di violare la sovranità nazionale polacca.

La Merkel rifiuta un confronto diretto con Kaczynski e le minacce di sanzioni da parte della Commissione Europea devono necessariamente sotterrare l’ascia di guerra o il rischio di un’intensificazione della tensione tra Polonia e UE aumenterà.

L’aspettativa generale, tuttavia, è che ogni mossa verso sanzioni europee sarebbe bloccata dall’Ungheria, un alleato tradizionale della Polonia. Il primo ministro ungherese, Viktor Orban, euroscettico che ha iniziato un corso autoritario nel suo paese, ha fatto fronte comune con Kaczynski.

La Gran Bretagna potrebbe essere tentata dal bloccare le sanzioni come parte della politica di costruzione di rapporti con il gruppo di Visegrad: Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, visti anche i legami del partito conservatore con quello “Diritto e Giustizia” a livello europeo.

Dato il valore geopolitico della Polonia in un momento storico di  accresciuto rischio globale, Berlino si rende conto che il partito “Diritto e Giustizia” è li per restare e nell’odierno dibattito sul futuro dell’Europa, la Merkel e Kaczynski hanno molto più in comune che la Merkel e Orban.

 

Il rapporto tra la Merkel e Kaczynski  potrebbe vedere la Germania in una posizione più “comprensiva” nei riguardi della Polonia, attenuando le diffidenze internazionali riguardo al partito “Diritto e Giustizia”, al momento giusto: vale a dire quando i suoi oppositori nel paese iniziano ad avvertire segni di debolezza del partito.

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Gennaio 14

UE apre indagine su Varsavia: porterà alle sanzioni?

UE

Chiudere il cancello quando i buoi sono scappati non è mai una saggia idea. Così si comporta l’Unione Europea che non ha sanzionato l’Ungheria per la sua politica decisamente contraria ai principi europei ed ora indaga sulla Polonia, quando il governo polacco ha già varato leggi che imbavagliano la Corte Costituzionale e i media.

Nel precendente  post abbiamo guardato più da vicino la situazione della Polonia, delle leggi che imbavagliano i media e che riducono sensibilmente i poteri della Corte Europea. Oggi ragioniamo sulle recentissime mosse della Commissione Europea che proprio ieri ha lanciato un’indagine senza precedenti per verificare il comportamento di Varsavia proprio in relazione ai valori cardine dell’Unione Europea (UE). Konrad Szymański, il ministro polacco per gli affari europei, ha commentato che la Commissione Europea rischia di immischiarsi nel dibattito politico interno del suo paese. Nella dichiarazione ai giornalisti, dopo un incontro con membri del parlamento europeo a Bruxelles, il ministro polacco si è mostrato contento di fornire ogni spiegazione utile a capire la situazione in Polonia.

A Bruxelless iniziano a suonare le campanelle di allarme

Il diritto europeo non fornisce nessuna via per cacciare un membro che offende i valori dell’Unione Europea (UE), può però metterlo in “quarantena”. Quando un paese persiste nel violare i valori basilari dell’UE, del rispetto della democrazia, le regole di legge o i diritti umani, la più severa sanzione è quella di sospendere lo stato dal voto nelle istituzioni europee attraverso l’invocazione dell’art. 7 del Trattato dell’Unione Europea (TUE).

Dopo la mossa dell’Ungheria nel disabilitare il sistema di checks and balance del suo sistema costituzionale, la Polonia è il secondo stato a generare una minaccia tale da innescare l’art. 7 del TUE. Proprio perché la Polonia segue l’Ungheria, le più aspre sanzioni disponibili con l’art. 7 sono diventate quasi impossibili da utilizzare. Orban, il primo ministro ungherese, ha annunciato che l’Ungheria bloccherà l’invocazione dell’art. 7 contro la Polonia. E lo può fare. Le sanzioni richiedono la votazione all’unanimità del Consiglio Europeo, meno lo stato in questione, quindi l’Ungheria ha il veto.

Cosa prevede l’art. 7 del Trattato Unione Europea (versione consolidata)

L’art.7 include due parti separate: un sistema di “avvertimento” nel paragrafo 1 e un meccanismo di sanzioni ai paragrafi 2 e 3. L’unica strada che le istituzioni europee hanno a disposizione per mantenere sul tavolo le sanzioni secondo l’art,7, 2 è  di agire contro la Polonia e l’Ungheria allo stesso tempo invocando prima l’art. 7,1.

Quello che è oggi l’art. 7, fu inserito nel diritto europeo in due fasi. Il meccanismo di sanzione che è oggi l’art.7, 2 fu introdotto nel trattato di Amsterdam nel 1999 quando i paesi europei post – comunisti aspettavano nell’anticamera dell’UE, per la preoccupazione dei paesi già membri dell’Unione Europea di possibili comportamenti immorali e “anti – democratici” di questi nuovi stati.

La prima volta che la questione delle sanzioni collettive si presenta è nei riguardi dell’ Austria, quando Jörg Haider ed il suo partito furono inclusi nella coalizione di governo dopo le elezioni del 2000. Anche se le sanzioni erano disponibili, la sospensione di larga scala dei diritti del paese nell’UE fu considerata troppo dura, così gli altri membri dell’UE fecero ricorso ad un set coordinato di sanzioni bilaterali contro il governo austriaco.
Il caso austriaco dimostrava la necessità che ci fosse una mossa di avvertimento prima di invocare sanzioni su vasta scala, quindi il diritto europeo venne modificato da quello che è oggi l’art. 7,1.

UE
L’Unione Europea può rivolgere allo stato in questione raccomandazioni, fornendo quindi un’opportunità di rettificare la sua condotta.

Dato il via all’art. 7,1 per l’Ungheria resta poi un nulla di fatto

Il caso ungherese già ha evidenziato come l’utilizzo di qualsiasi parte dell’art. 7 sia difficile. Il parlamento europeo da inizio all’applicazione dell’art 7,1 con il rapporto Taveres nel luglio del 2013 quando avverte del rischio di serie violazioni dei valori europei da parte dell’Ungheria. Chiama la Commissione Europea a monitorare l’Ungheria e vede lo sviluppo della trilogia: Consiglio, Commissione e Parlamento impegnarsi in uno sforzo costruttivo per riportare l’Ungheria in linea.
La Commissione Europea annuncia un meccanismo di regola di legge nella primavera del 2014, creando un processo di dialogo multi livello con quel membro i cui comportamenti non sono in linea con le regole di legge europee, processo che deve quindi avere luogo prima dell’invocazione dell’art. 7.
Il servizio legale del Consiglio Europeo prontamente annuncia il modesto sforzo al di là dello scopo dei poteri della Commissione ed il Consiglio annuncia la creazione di un meccanismo ancora più inefficace nel tardo 2014, che prevede una revisione paritaria che sfocia più nell’autocelebrazione che nello stabilire oggettivamente se si siano infrante delle regole o dei valori.
In assenza di un serio rimprovero nei confronti dell’Ungheria da parte delle altre istituzioni europee malgrado i richiami espliciti all’azione, il parlamento europeo sta considerando il suo meccanismo di regola di legge come qualcosa che deve essere cambiato.
L’Ungheria è andata per la sua strada senza sanzioni. La drammatica mancanza di azione ha dato vita a European Citizen Initiative consesso che raccoglie firme per forzare la Commissione europea a mettere l’Ungheria sotto esame.

L’UE implementerà sanzioni per la Polonia o non saranno neanche utili come minaccia?

L’art. 7 è sul tavolo come possibile opzione per Bruxelles, ma è già troppo tardi affinché le sanzioni siano una reale minaccia. Lasciando che l’Ungheria scivolasse verso le strade non battute della politica interna senza controlli e bilanciamenti, i membri dell’UE hanno dissipato la loro abilità di agire collettivamente per sanzionare la Polonia.

Se verranno proposte sanzioni contro la Polonia, l’Ungheria apporrà il veto e vice versa. Tuttavia, c’è un modo per far sì che le sanzioni dell’art. 7 possano essere adottate. L’art 7,1, la fase di avvertimento,  può essere innescata da 4/5 della maggioranza del Consiglio (insieme con 2/3 della maggioranza del Parlamento), ciò vuol dire che né l’Ungheria né la Polonia possono apporre il veto sull’uso dell’art.7,1 l’una a favore dell’altra.

Vista la condotta del governo ungherese negli ultimi 5 anni ci sembra che si sia fatto trascorrere inutilmente un lungo periodo per poter sollevare l’art.7,1 nei confronti dell’Ungheria.
Se le istituzioni europee volessero muoversi decisamente verso le sanzioni, rimuovendo sia il voto dello stato dal processo di formazione delle leggi europee, dovrebbero argomentare che nessuno stato già sotto la tutela dell’art. 7, 1 dovrebbe essere in grado di votare le sanzioni del paragrafo 2. Questo rimuoverebbe efficacemente ed effettivamente la possibilità di veto che l’Ungheria minaccia di utilizzare e la stessa possibilità che probabilmente invocherebbe la Polonia per difendere l’Ungheria.

Tuttavia ci sembra di vedere un errore di fondo: l’Unione Europea non può iniziare a disciplinare solo il caso polacco, senza indirizzarsi anche all’Ungheria. Proprio perché é in ragione del comportamento ungherese rimasto impunito che si sono rese possibili le azioni polacche, il meccanismo di sanzioni europee per un paese e non per un altro non può funzionare.

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Gennaio 9

Finché la Polonia va l’Unione Europea la lascia andare

Polonia

La Polonia tra bavaglio ai media e pugno duro con la Corte Costituzionale preoccupa Bruxelles e gli Stati Uniti.

Un altro paese conservatore dell’Unione Europea, che parla alla gente di come la debolezza dei funzionari europei minacci i loro interessi.

Nel pensare l’argomento di questo post, mi sono soffermata un attimo a riflettere ad una domanda che mi è stata rivolta qualche settimana fa. “Perché in Italia non si parla di politica internazionale?”. Desidero allora cogliere l’occasione di rispondere e precisare perché il mio blog tratta di alcuni argomenti “impopolari”.

La politica internazionale in Italia si risolve quasi sempre attorno agli argomenti generalisti, quelli per cui i giornali riescono a vendere più copie. Quelli per cui molti politici ci fanno campagna elettorale. Molti paesi escono completamente dall’occhio delle relazioni internazionali italiane, un po’ per la superficialità del governo e del suo ministro degli esteri, ma molto perché appunto non fanno audience. La politica internazionale non deve fare gossip; le relazioni internazionali, l’equilibrio del potere tra gli Stati, il fatto che apparati sovraordinati agli stati come l’Unione Europea  barcollino è un discorso complesso che deve necessariamente abbracciare la singola politica di tutti gli stati presenti nel mondo.

Per questo motivo oggi parliamo della Polonia, perché la debolezza dell’Unione Europea è anche nella spinta centrifuga dei suoi stati membri. La Polonia, come la vicina Ungheria, si sposta verso una linea conservatrice concentrata sul mantenimento e rafforzamento del potere locale, a discapito dell’equilibrio complessivo dell’Unione.

Il nuovo governo polacco, peraltro, preoccupa anche gli Stati Uniti. Le relazioni internazionali, per l’appunto, sono collegamenti anche apparentemente invisibili da un capo all’altro del mondo.

Polonia come Ungheria?

Il governo polacco, eletto recentemente, guidato dal partito Diritto e Giustizia, conosciuto in polacco come il PiS, si dipinge come un coraggioso condottiero contro una elite discreditata che agiva contro gli interessi dei polacchi.
Il precedente partito di governo di centro – destra, guidato da “piattaforma civile” nel chiaro tentativo di mantenere l’influenza sulla Corte Costituzionale nomina cinque membri, aprendo una crisi istituzionale che si acuisce con la vittoria schiacciante del PiS nelle elezioni di ottobre 2015, portando al potere il primo governo di maggioranza in Polonia dalla caduta del comunismo. La vittoria parlamentare segue la vittoria a sorpresa del candidato del partito, il giovane avvocato di Cracovia, Andrzej Duda, alla presidenza. La presidenza polacca è un titolo più “cerimoniale” che altro, ma il presidente è in grado di porre il veto sulle leggi e proporne di nuove.
Un mese fa la Corte Costituzionale polacca stabilisce che tre dei cinque giudici nominati da “piattaforma civile” erano costituzionali, ma Duda si rifiuta di farli giurare; ne nomina cinque nuovi, facendone giurare quattro durante una cerimonia notte tempo al palazzo presidenziale. Mossa questa di dubbia costituzionalità. La corte rifiuta i nuovi membri di Duda, ma il governo si spinge oltre. Una sessione infuocata del parlamento proprio a dicembre 2015, decide che tutte le decisioni della corte devono essere prese a maggioranza dei 2/3. Questa è la strategia per far accettare alla Corte le nomine del PiS e rallentare il processo di controllo della legislazione parlamentare da parte della Corte e, non da ultimo, diminuire i suoi poteri di bloccare nuove leggi.
Il 30 dicembre 2015, il parlamento in tutta fretta approva una nuova legislazione che concentra nel governo il controllo dei media dello Stato. I funzionari dell’Unione Europea hanno condannato la legge come una minaccia alla libertà di parola; ma ora questa è la legge in Polonia.
Duda ha descritto la Polonia come una vergogna, piuttosto strano visto il miglioramento degli standard di vita dei polacchi ed il suo processo di crescita come potenza diplomatica in Europa. Tuttavia Duda ed il PiS rappresentano milioni di polacchi che sentono di essere stati lasciati fuori dal boom economico o alienati dall’elite liberale. Ci sembra bizzarro tuttavia che nel partito di Duda siano presenti ex funzionari di quella elite post comunista tanto ostracizzata dal PiS.
Oggi, le somiglianze con il governo del primo ministro di estrema destra Orban nella vicina Ungheria sono impressionanti. Orban ha limitato la libertà dei media, prevaricato le organizzazioni non governative, emendato la costituzione a suo favore, tutto in nome di liberare l’Ungheria da elementi del suo passato comunista e dalla presunta corruzione degli anni post – comunisti.
Ben prima della crisi, gli oppositori del PiS hanno argomentato che il partito voleva veramente construire una Budapest sulla Vistola.

L’Unione Europea come Ponzio Pilato

Il PiS ha vinto la sua maggioranza grazie ai voti dei centristi, ma i sondaggi oggi indicano che molti di loro già si stanno allontanando dal partito in favore di un nuovo partito liberale chiamato “modern”, guidato da un economista: Ryszard Petru.

L’Unione Europea se ne lava le mani: il PiS può continuare ad utilizzare le critiche dei commissari non eletti a Bruxelles come maggiori prove in supporto della narrativa di una debole elite europea che minaccia gli interessi polacchi.

Il dipartimento di stato americano si è preoccupato dei cambiamenti in Polonia, soprattutto della guerra intestina governo/corte costituzionale. La Polonia è un alleato importante, strategico, per gli Stati Uniti, vista la sua collocazione geografica nell’est europeo e soprattutto perché la Polonia ha le più efficienti forze armate della regione.

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