Marzo 18

Trump è un’anomalia o la nuova normalità nelle relazioni internazionali?

Trump

La politica estera e di sicurezza nazionale degli Stati Uniti ha seguito una strada peculiare. Malgrado le molteplici differenze tra Repubblicani e Democratici, vi era un profondo accordo sull’obiettivo generale e sulla logica strategica americana. Inoltre, la maggior parte dei leader politici e di coloro che influenzano l’opinione pubblica ritengono che per preservare l’ordine globale si debbano coltivare alleanze e si debba necessariamente lavorare assieme ad alleati e partner e che sia proprio questa la migliore strada per far avanzare gli interessi nazionali americani. A ciò si aggiungeva un accordo implicito che questa strada doveva essere percorsa e attuata attraverso un quadro di politica estera e di sicurezza nazionale guidato da leader eletti che avessero sviluppato una certa competenza sulle complessità del mondo e sull’arte di governare.
L’influenza era qualcosa che si guadagnava nel corso del tempo e pagando i propri conti. Per quanto possibile, gli accordi bipartisan erano la forma che assumevano le fondamenta dell’arte di governare.

Donald Trump adotta un’altra via

Sebbene la Strategia di Sicurezza Nazionale che ha pubblicato recentemente rifletta la tradizione e sottolinei l’importanza delle alleanze strategiche dell’America (vecchie e nuove) Trump ha fatto meno per coltivarle rispetto ai presidenti americani dagli anni 1920. La strategia di Trump è di punire o minacciare gli avversari di “seconda fascia” – Iran, Corea del Nord e IS – mentre ignora l’assertività o la palese aggressione da grandi potenze ostili.

Questa è un’ anomalia o la nuova normalità?

Molti commentatori asseriscono che Trump sia un’anomalia, titubante nella sua presidenza solo a causa delle imperfezioni profonde tra i suoi oppositori che ha affrontato nelle primarie repubblicane e più tardi nelle elezioni del 2016. Secondo questa linea di pensiero, dopo che lascerà l’incarico, le cose torneranno nel modo in cui erano.

Tutto questo potrebbe essere sbagliato.

Donald Trump ha compreso, nel senso vero e reale, lo spirito politico del tempo meglio dei suoi oppositori politici. Questo è particolarmente vero nel suo approccio alla politica estera e di sicurezza: un regno dove, malgrado la potenza espansiva, la prosperità e l’influenza degli Stati Uniti, la maggior parte del pubblico vede fallimento.
L’approccio di Trump dimostra la sua appassionata presa allo spirito del tempo.

Piuttosto che affidarsi all’esperienza e al bipartisan per raggiungere una posizione condivisa, che è poi spiegata al pubblico dai media eminenti che sono essi stessi composti da personale esperto, Trump sfrutta l’infatuazione americana per la celebrità. La sua politica estera e di sicurezza non è il frutto di consigli di esperti o potenti o la riflessione di un consenso costruito attentamente.
Essa è quello che il Presidente stesso considera importante ogni per giorno. Questa politica estera e di sicurezza nazionale si attorciglia e vacilla, ma ha una costante: è spiegata in un modo piacevole attraverso temi che trovano il favore della base politica di Trump: vincere e perdere, essere giusti e non essere giusti. Raramente è menzionato l’interesse nazionale dal momento che non è nella linea degli applausi.
Trump potrebbe essere il precursore di nuovi leader che afferrano anche il momento corrente, ma sono molto più competenti e non hanno il bagaglio etico e personale di Trump.
Tuttavia Trump non ha adottato tale approccio esclusivamente in ragione della sua personale ossessione per la celebrità. Piuttosto lui sta sfruttando lo spirito del tempo, ossessionato con la celebrità, dove il contenuto dei messaggi conta meno del loro valore di intrattenimento.

Trump capitalizza la sottovalutazione della competenza e il declino dell’autorità, imbrigliando una specie di populismo rozzo alimentato da internet, da programmi radiofonici e da dibattiti televisivi. Tutto questo eleva la celebrità sulla competenza e ha reso il contenuto della politica meno importante rispetto a chi l’ha confezionato.

Le stesse forze hanno distrutto il centro politico, guidando il discorso verso l’ iper-partisan e rendendo il consenso o il compromesso elusivi.
Trump riconosce anche che una porzione considerevole del pubblico crede che quello che essi stessi definiscono come cultura americana sia sotto attacco. In parte, ciò è influenzato da ondate di immigrazione da parti del mondo poco-sviluppate o da zone colpite da conflitti; e dall’altra parte da una crescente diversità culturale, raziale, etnica e religiosa degli Stati Uniti, che ha amplificato le paure tra la classe bianca industriale delle tute blu che hanno, negli anni recenti, perso il lavoro e i mezzi di sostentamento con profondi spostamenti economici e tecnologi. Per molti membri di questo gruppo, le loro sofferenze economiche sono connesse con i movimenti culturali che si manifestano nella diversità e attraverso l’immigrazione. Trump ha compreso ciò e l’ha sfruttato, orientando il cambiamento culturale e l’immigrazione in temi di sicurezza nazionale, dal suo muro di frontiera al divieto di entrare negli Stati Uniti.
Trump, da solo, non ha creato questo culto della celebrità, l’era di iper-partisan, o il senso di frustrazione di una cultura sotto attacco. Ma ha capitalizzato su tutto questo, sviluppando uno stile di leadership che riflette tutto questo. Ciò ci suggerisce che Trump non è, in effetti, un’aberrazione.
L’immigrazione e la migrazione potrebbero essere istituzionalizzate come temi centrali di sicurezza. Preservare la cultura nazionale – i termini di cui saranno fortemente dibattuti – potrebbero diventare più importanti che gli interessi nazionali nel senso tradizionale. La scissione chiave che guida la politica estera e di sicurezza potrebbe non essere più l’ideologia o le sfide all’ordine mondiale – condotto dagli Stati Uniti – provenienti dalla Cina e dalla Russia. Invece, esso potrebbe essere la divisione creata da nazioni avanzate che cercano di preservare la loro prosperità e cultura erigendo esse stesse un muro e tagliandosi fuori dal resto del mondo.
Se ciò accadrà, gli storici futuri potrebbero vedere Donald Trump non come anormalità, ma qualcos’altro: un’onda su cui si muovono gli Stati Uniti, verso una nuova, imprevedibile e verosimilmente, spaventosa direzione.

 

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Novembre 24

Quando l’ignoto diventa una certezza nelle analisi: il caso Trump

ignoto

Il caso Trump stimola a riflettere che commentare l’ignoto di quello che sarà ci espone soltanto alla demagogia.

Quando si produce un’analisi di politica internazionale, ci si deve confrontare inevitabilmente con l’ignoto, con quello che non sappiamo del futuro. Si fanno supposizioni su quello che potrebbe ragionevolmente accadere. Uno dei segreti di ogni analista, professionista, di politica internazionale (di seguito solo analista n.d.r) è quello di attenersi ai fatti il più possibile e non cadere nella trappola della certezza dell’ignoto e scivolare inesorabilmente nella demagogia.

L’analista parte dai fatti e si attiene ai fatti e non c’è esempio migliore del “caso Trump” per stimolarci a riflettere su questa differenza fondamentale tra l’analista, il commentatore e il tuttologo .

In questo post quindi seguiremo il filo conduttore: “atteniamoci ai fatti” e partiamo proprio da due circostanze reali:

1. Donald Trump presterà giuramento come 45° presidente degli Stati Uniti il 20 gennaio 2017 alle 13 (ora locale). Il capo della Corte Suprema John Roberts amministrerà il giuramento sulla scalinata di Capitol Hill. Dopo il giuramento, Trump terrà un discorso, che passerà alla storia, sì, ma come tutti i discorsi inaugurali di tutti i 44 presidenti degli Stati Uniti prima di lui.
2. Non deve essere esagerata la grandezza dell’incertezza che circonda tutto quello che il Presidente Trump metterà in pratica realmente.

L’ultimo punto va preso in seria considerazione proprio perché gli Stati Uniti non sono una dittatura o una monarchia e neanche un regime autocratico. La Costituzione degli Stati Uniti unitamente al controllo e bilanciamento dei poteri garantiscono che Trump sia il Presidente di una Repubblica, dove la democrazia è assolutamente garantita e protetta.

L’analisi dell’incertezza

Ebbene sì, l’incertezza va analizzata. L’analista deve entrare nel profondo delle situazioni e cercare di comprendere da dove originano, perché nella radice quasi sempre risiede anche la causa. 

L’incertezza che circonda e oserei dire impernia il neoeletto Presidente degli Stati Uniti è costituita da diverse componenti.

Parte di questa incertezza è la diretta conseguenza dell’abilità straordinaria di Trump, di assumere ogni posizione per ogni argomento (ultimo caso, dopo che Trump ha ripetutamente criticato la NATO come sovrastimata e obsoleta nel corso della sua campagna, abbiamo appreso dal presidente Obama – ancora in carica – che Trump (il presidente eletto) lo ha rassicurato, nell’ufficio ovale, che “non c’è nessun indebolimento” nell’impegno americano “verso il mantenimento di una forte e robusta alleanza NATO”).

Un’altra parte di incertezza scaturisce dall’ “apparente” profondità dell’ignoranza stessa di Donald Trump su ciò che può o non può fare il potere esecutivo degli Stati Uniti.

Un ulteriore spicchio di incertezza è dato dalla burocrazia federale. Da quanto è stato raccontato dalla stampa, i funzionari, i professionisti del Dipartimento di Stato, della Difesa, della Giustizia, dell’Homeland Security, delle Agenzie di intelligence sono molto combattuti se restare a loro posto o andare via proprio per la straordinaria novità della nuova leadership.

Cambiare rotta alla nave americana non è così semplice

Alcuni presidenti americani hanno sperimentato giorno dopo giorno che l’apparato americano rende estremamente difficile che si possa cambiare rotta alla nave così con un occhiolino ed una stretta di mano anche per chi ha avuto intenzioni più chiare e le più grandi competenze burocratiche.

Ci sono pochissime indicazioni (per ora) che l’amministrazione entrante abbia intenzioni cristalline e alte competenze burocratiche.

Trump come potrebbe utilizzare i considerevoli poteri che ha a disposizione in politica estera?

A noi interessa la politica estera e quindi l’analisi ci spinge a chiederci in quale maniera il neoeletto presidente potrebbe utilizzare i suoi considerevoli poteri in politica estera in modi unici e senza precedenti.

  • Recedere dagli accordi sul commercio potrebbe essere un tema maggiore della sua amministrazione.
  • Ci sembra in un certo modo meno notata la possibilità che Trump adempia alle sue promesse di campagna elettorale e riconosca Gerusalemme come capitale di Israele.

La Corte Suprema degli Stati Uniti recentemente ha confermato nella sentenza Zivotofsky v Kerry che la Costituzione degli Stati Uniti accorda al Presidente il potere esclusivo di riconoscere nazioni estere e governi. Questo potere include, sostiene la Corte Suprema, il potere esclusivo di negare il riconoscimento di Gerusalemme come la capitale di Israele. Il Congresso non può violare questo potere richiedendo per esempio che il Presidente emetta passaporti che designano Gerusalemme come parte di Israele. Dunque, il potere di esclusivo riconoscimento si dilata fino a riconoscere quanto lontano una sovranità straniera si estende, come se Israele abbia o meno la sovranità su Gerusalemme.

È plausibile che Donald Trump porti a termine la sua promessa elettorale di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele e muovere l’ambasciata americana lì.

In questo modo però potrebbe violare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 242 e altre risoluzioni. Certamente, l’Autorità Palestinese è pronta a fare l’inferno se Trump adempisse alla sua promessa.

È altresì vero il fatto che molti presidenti americani hanno promesso di fare ciò durante le loro campagne elettorali e poi sono stati consigliati dal loro Dipartimento di Stato  (dopo essere entrati in carica) che fare ciò avrebbe minato il processo di pace nel Medio Oriente o qualcosa del genere. Questo però potrebbe essere meno probabile se l’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, pro-Israele verrà nominato Segretario di Stato.

Come avrete notato l’ipotesi che ciò avvenga si basa su dichiarazioni di Trump e sulla giurisprudenza americana. Quindi, tenendo fermo il punto che quello che avverrà realmente in questa situazione non lo sapremo mai con certezza finché non accadrà in pratica, si è analizzato quello che è in suo potere fare da un punto di vista estremamente fattuale, portando ad esempio le regole del diritto domestico e ciò che è accaduto in merito a questa situazione prima di lui.

Le implicazioni internazionali della presidenza Trump

Come detto all’inizio commentare l’ignoto ci farebbe cadere nel baratro della demagogia. Fermo restando che le implicazioni internazionali della sua presidenza potrebbero essere enormi: riconfigurazioni radicali e riallineamenti nelle alleanze degli Stati Uniti e ordini regionali in Europa e in Asia con effetti che contengono in sé il rischio di destabilizzazione. Non c’è dubbio che le sue posizioni minaccino i cardini dell’ordine liberalizzato, iniziando dal commercio globale, passando per il multilateralismo e la diplomazia.

Piuttosto ci sembra interessante inquadrare qual è una vera minaccia all’ordine internazionale liberale.

Il populismo nazionalista una vera minaccia all’ordine internazionale liberale.

A nostro avviso è più preoccupante che le stesse frustrazioni e tendenze che hanno dato potere alla vittoria di Trump – l’ineguaglianza dei redditi, la deindustrializzazione, l’esclusione politica e socio-economica e un senso di perduta identità nazionale, si siano manifestate ovunque, particolarmente in Europa.

In maniera più ampia, la generalizzata ansia che incarna il mondo fuori dalle frontiere nazionali come una minaccia piuttosto che come un’opportunità rende il populismo nazionalista una soluzione confortevole piuttosto che una tentazione pericolosa e fuorviante.

A meno che le cause di questi problemi reali siano spiegate effettivamente e i loro effetti efficacemente indirizzati, le narrative semplicistiche offerte dai Trump del mondo, Le Pens, Farages e Wilders continueranno a vincere.

L’ordine liberale è anche minacciato da grandi potenze  come la Russia e la Cina, potenze medie come la Turchia e l’Iran, e più generalmente dall’incremento della multipolarità del mondo.

Le parentesi chiuse del momento storico del dopo guerra fredda hanno dato via a un periodo dove le sfere regionali di influenza sono diventate l’oggetto di fiere rivalità e l’uso della forza ancora una volta è uno strumento accettabile di potere geopolitico. Questo solleva la vera, reale, possibilità che conflitti localizzati e limitati diventino una norma, specialmente se gli Stati Uniti da soli assumessero più le caratteristiche di una potenza “normale” trasformata al suo interno.

Ed è proprio qui che si possono ragionevolmente collegare, in maniera significativa, le implicazioni domestiche con quelle internazionali della presidenza Trump.

La presupposizione degli Stati Uniti come nazione indispensabile, guardiana e protrettrice dell’ordine globale e della sicurezza è basata sull’assunzione che essa si farà carico di un onere fuori misura. In cambio però gli Stati Uniti godono di grandi benefici per la loro posizione come “egemone globale”, non da ultimo riguardo ai suoi costi dei prestiti come emettitore di riserva mondiale di valuta.

Trumpxit: le implicazioni giuridiche della presidenza Trump

A questo punto l’analista esamina la situazione da un punto di vista estremamente reale: il diritto. Le regole di legge sono quello che di più concreto si ha a disposizione per chiarire quello che il Presidente neoletto degli Stati Uniti ha il potere di compiere in politica estera.

Da un punto di vista giuridico, non vi è dubbio che il Presidente Trump abbia il potere legale di terminare l’Accordo di Parigi e l’Accordo con l’Iran nel suo primo giorno di lavoro senza l’autorizzazione del Congresso. Entrambi questi due accordi sono stati conclusi come accordi di solo (unico) esecutivo e la maggior parte delle disposizioni sono legalmente accordi politici non vincolanti.

Non è in verità così chiaro se il Presidente possa unilateralmente recedere dal NAFTA e altri accordi di commercio perché questi accordi sono stati codificati da uno statuto. Questo potrebbe sollevare lo scenario “Brexit” dove si è impigliata oggi la Gran Bretagna.

Azioni militari in Siria

Gli Stati Uniti sono impegnati attualmente in una sorta di “conflitto armato” in Siria che non sembra chiaramente confarsi alle categorie della Convenzione di Ginevra perché possa configurarsi come un conflitto armato non internazionale oppure come un conflitto armato internazionale. Sul fronte giuridico domestico, il Congresso degli Stati Uniti non ha specificatamente autorizzato l’azione in Siria, rendendo la sua legalità domestica quantomeno discutibile.

Il Presidente Trump dovrà decidere come inquadrare  il conflitto in Siria secondo il diritto internazionale e secondo il diritto costituzionale americano.

All’analista viene sempre posta una domanda da un milione di dollari che in questo caso potrebbe essere: “Trump cosa farà riguardo alla Siria?“. Qui non si tratta di fare i maghi, ma di guardare i fatti fin qui.

Obama si è approcciato alla Siria considerandolo un conflitto armato non internazionale contro lo “Stato islamico” utilizzando l “Authorization for use of military force against terrorism” del 2001 come strumento di legalità dell’intervento. Trump potrebbe adottare lo stesso approccio avendo appunto questa autorizzazione del Congresso all’uso della forza contro i terroristi.

La questione però necessita di un’attenzione più seria e puntuale da parte dell’amministrazione Trump perché sono molti quelli che sollevano dei seri dubbi che le azioni americane siano legali da un punto di vista di diritto internazionale.

Qui la lezione da trarre, cari lettori è più ampia: le regole giuridiche e i processi contano più di quello che pensate. Un traguardo politico brillante che taglia gli angoli della legge avrà un costo.

Importante! Non esagerare la minaccia che Trump pone alla democrazia americana.

I controlli e i bilanciamenti costruiti nell’architettura costituzionale e istituzionale della nazione sono stati disegnati dai fondatori per contrastare le due minacce che porta in sé Trump: la tirannia e il potere mafioso. Hanno sempre funzionato per correggere gli sbilanciamenti anche se solo temporanei come il mccarthismo o gli eccessi fuori dalla legalità di Nixon oppure oltraggi come il razzismo ed il sessismo.

Non c’è ragione per credere che il sistema di controlli e bilanciamenti non sia aumentato ora, specialmente vista l’alta vigilanza di coloro che sono allarmati da Trump Presidente degli Stati Uniti.

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