Luglio 3 2018

Giovani smarriti: il prodotto dei conflitti protratti

giovani

Ad oggi l’unico tema che sembra essere rilevante è il flusso migratorio dal Nord Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa.

Chiariamo subito un punto: nell’ambiente di sicurezza contemporaneo, un accordo di pace ovvero la rimozione di un dittatore non rappresenta più la fine di un conflitto, ma solo il suo spostamento verso una forma differente.

La violenza protratta, particolarmente nelle dittature, sfregia profondamente una società: collassano i sistemi esistenti di autorità e ordine. Reti grigie ed economie occulte si fondono mano a mano che il disordine politico e il crimine emergono. Gli equilibri psicologici ed etici si indeboliscono e cedono. Regna l’anomia.

Per i combattenti e le loro vittime, lo spargimento di sangue diventa normale. Molte persone acquisiscono le abilità necessarie per uccidere, imparando come ottenere ed utilizzare armi, esplosivi.

La violenza diventa radicata: i bambini conoscono talmente tante persone violente che semplicemente assumono che anche loro lo diventeranno.

In un conflitto protratto, questa tragica situazione diventa auto-perpetuante, creando una generazione che non è istruita o che lo è molto poco, profondamente diffidente dell’autorità e abituata a reti ed economie grigie.

Per questa gioventù, la violenza non è un’aberrazione che interrompe la pace, ma la prassi, la consuetudine.

La storia recente è piena di esempi della nocività di generazioni smarrite.

Il Kosovo deve ancora ottenere la stabilità politica e, dopo molti anni dalla fine della guerra, è pieno di gruppi criminali.

Nel mondo interconnesso di oggi questi mali si diffondano anche molto lontano dalla loro fonte.

I gruppi criminali albanesi sono cresciuti  nelle guerre dei Balcani degli anni ’90 e adesso giocano un ruolo centrale, e violento, nel traffico internazionale di armi, di droghe e prostituzione.

Nel Sud Africa, decadi di conflitti tra i cittadini di colore e il regime della minoranza bianca hanno distrutto il rispetto della legge in grandi parti della società e prodotto centinaia di migliaia di uomini e donne senza istruzione.

Il rallentamento dello sviluppo economico e l’instabilità politica del Sud Africa, che hanno portato all’esodo di professionisti in cerca di uno stile di vita più sicuro, è il costo di un conflitto che sembrava concluso e che il Sud Africa continua a pagare.

In questo momento, ora, siamo di fronte a giovani smarriti; prodotti dai conflitti in Libia e Siria.

In Libia, la caduta di una dittatura patologica non ha dato vita alla riconciliazione e alla ripresa, ma ad una violenza intestina paralizzante. Il governo di unità nazionale fortemente voluto dall’esterno, da Europa e Stati Uniti, non ha il pieno controllo del territorio e delle regole di legge, anzi milizie e gruppi violenti continuano a riempire il vuoto di effettività.

Se possibile la Siria è in una situazione peggiore: più di 4 milioni di cittadini siriani sono rifugiati: “la più grande popolazione di rifugiati di un singolo conflitto in una generazione”, l’ha definita l’UNHCR.

Sia la Libia che la Siria hanno raggiunto un punto dove anche un accordo politico miracoloso non potrà guarire l’acredine.

La frattura dell’autorità, la normalizzazione della violenza, la creazione di reti grigie e l’inabilità di molti giovani siriani e libici di operare in un’economia stabile e moderna, lasceranno questi giovani smarriti con poche opzioni rispetto al crimine o al diventare essi stessi Signori della guerra. Saranno vulnerabili agli estremisti che gli offriranno falsi rimedi alla loro rabbia e disillusione. Come risultato, saranno una sfida di lungo termine non solo per le loro nazioni o le loro Regioni, ma per il mondo interconnesso.

Il prezzo dei conflitti libico e siriano sarà pagato per decadi.

Tragicamente, niente può  prevenire completamente ciò, il danno è già fatto. Al meglio, l’Europa e altre nazioni possono sanare alcune porzioni delle generazioni smarrite della Libia e della Siria.

Individuare una via per porre fine ai conflitti che stanno distruggendo le loro terre dovrebbe essere la priorità numero uno della comunità internazionale. Investire in programmi di state-building in Libia, allontanare queste generazioni smarrite dalla violenza attraverso assistenza economica mirata, programmi efficaci, istruzione e aiuto psicologico. Questo dovrebbe essere quello che i leader politici ritengono che sia non solo eticamente giusto, ma l’unico investimento necessario in sicurezza.

 

Febbraio 10 2016

Algeria: il gigante del Nord Africa

algeria

Algeria: bloccata in uno stato di transizione permanente a causa della predominanza dei militari, gioca un ruolo chiave nella stabilità del Nord Africa e del Sahel.

Dopo 5 anni dall’ondata di insurrezioni che hanno letteralmente scioccato il Medio Oriente e la regione del Nord Africa, il regime algerino è stato in grado di mantenere se stesso e di assicurare una relativa stabilità al suo territorio. Dopo un grande periodo di isolamento a causa della “black decade” (1991 – 2000), il paese sembra essere tornato in pista e giocare un ruolo chiave nella stabilità del Nord Africa e della regione del Sahel. L’Algeria ha innegabili assetti che possono renderla una potenza regionale del Nord Africa, ma le sue profonde sofferenze politiche e socio – economiche sono un  limite reale alle sue ambizioni di potenza regionale.

L’Algeria e il suo potenziale

Sono 4 i fattori che chiaramente delineano il potenziale dell’Algeria: le qualità geografiche, la sua composizione demografica, la ricchezza di petrolio ed il suo settore della sicurezza: moderno e di grande esperienza. Con i suoi 1,200 km di coste ha un locazione continentale strategica nel fulcro del Maghreb. A causa della sua prossimità geografica e la sua eredità coloniale, l’Algeria è un partner privilegiato della Francia, e per estensione, dell’Unione Europea. E’ anche una potenza demografica con una popolazione totale di 39,542,166 di cui il 67% al di sotto dei 30 anni e approssimativamente il 30% tra i 15 e i 29 anni. Il tasso di iscrizione all’educazione primaria è del 95% e per la scuola secondaria è oltre il 60%. La popolazione in età lavorativa costituisce circa il 68% della popolazione totale. Questi numeri indicano  il grande potenziale che hanno i  giovani di incrementare il prodotto interno lordo e aumentare sia la produzione nazionale che i consumi.
Fornitore chiave di petrolio e gas all’occidente, con le terze riserve di petrolio convenzionali più grandi (12,2 miliardi di barili) in Africa e il decimo nelle riserve di gas (4,5 bilioni di metri cubici) nel mondo. I guadagni dall’esportazione di idrocarburo sono stati utilizzati per sostenere una crescita economica stabile.
L’Algeria ha un apparato militare moderno e forte. Il People National Army ha un fronte attivo di forza di 512,000 unità e una forza di riserva attiva di 400,000. L’Algeria è diventata il primo compratore di armi in Africa con una spesa militare che eccede i 10 miliardi di dollari, che rappresenta un incremento del 176% dal 2004. L’Algeria è tra i primi 10 compratori al mondo, muovendosi dal 24° posto nel 2o10 al 6° nel 2013. Il paese sta sviluppando anche la sua industria militare attraverso delle joint ventures con molte imprese in diversi paesi: nel gennaio del 2015 ha rivelato di aver per la prima volta assemblato localmente camion militari a sei ruote Mercedes – Benz Ztros. Questo ammodernamento è andato di pari passo con il miglioramento dell’addestramento delle forze armate. Le forze militari algerine hanno un sofisticato addestramento ed una grande esperienza nelle tattiche di anti – terrorismo ottenute durante la rivoluzione degli anni ’90.

Cosa c’è sotto la superficie

La disaffezione cuoce a fuoco lento sotto la superficie. Proteste spontanee si verificano su base regolare nel paese: solo nella prima metà del 2015, la polizia algerina ha registrato 6,200 proteste locali. Le proteste spesso ruotano attorno all’ingiustizia nell’attribuzione delle case, lavori statali, finanziamenti o l’aumento dei prezzi.
La vasta maggioranza della popolazione è povera, con 10 milioni di persone che vivono al di sotto del livello di povertà. Le infrastrutture, specialmente nella sanità e nell’educazione non possono incontrare i bisogni di una popolazione in costante crescita (il tasso di nascita è del 25,14%). Questi problemi, aggiunti ad una diffusa corruzione e ad una mancanza di trasparenza, hanno spinto molti giovani sia delle città che delle zone rurali a considerare la richiesta di visto per la Francia, l’Inghilterra o il Canda per un lavoro migliore, migliori salari e migliori condizioni di vita. E’ dal 2004, che centinaia di giovani hanno messo le loro vite in pericolo per migrare illegalmente in Europa attraversando il Mediterraneo, un fenomeno conosciuto come haraga (letteralmente: coloro che bruciano le frontiere).
La crescente instabilità in Libia ha dato vita ad un aumento nel traffico di armi e di droga alle frontiere. Infatti, i gruppi violenti hanno rafforzato le loro reti cercando alleati regionali, come mostra la coalizione formata tra Mokhtar Bel Mokthar e il Movement for Unity and Jihad in West Africa. Quest’ultimo ha condotto attacchi alle caserme della polizia a Tamenrasset e Ouergla nel 2012. Queste alleanze regionali sono state evidenziate dall’attacco del 2013 all’infrastruttura di gas ad Amenas da Mokhtar Bel Mokthar. Questo attacco nel sud dell’Algeria in cui morirono 70 persone ha messo in evidenza i legami e le inter – relazioni tra i vari gruppi terroristici in Algeria, Tunisia, Mali e Libia, da cui l’attacco è stato lanciato.

Algeria: quadro politico

Dal punto di vista politico, il paese è rimasto bloccato in uno stato di transizione permanente a causa della predominanza dei militari. Un prominente studioso della politica algerina, Mohamed Harbi, una volta ha detto: “ogni stato ha il suo esercito. L’esercito algerino, tuttavia, ha il suo stato”. Ufficialmente l’Algeria è una repubblica con una forte presidenza, ma in pratica ogni iniziativa presidenziale deve essere approvata dai militari. 53 anni dopo l’indipendenza, l’apparato militare è ancora prevalente sullo stato. In 15 anni, il Presidente Bouteflika non ha mai realizzato vere riforme strutturali. I recenti cambiamenti da lui compiuti principalmente sulla sicurezza sono più un lavoro di cosmetica, niente che minacci i militari ed il loro apparato di sicurezza. Qualche settimana fa, il presidente Bouteflika ha dissolto il dipartimento di intelligence e sicurezza, sostituendolo con un una nuova entità sotto il suo controllo esecutivo. Questa nuova creazione di certo non abbatterà le strutture di potere ombra che controllano l’Algeria, potrebbe solo muovere il loro centro di gravità. I militari hanno appoggiato il quarto mandato di Bouteflika, molto probabilmente per prendere tempo per trovare il “candidato ideale” per la sua successione.

Algeria: politica regionale

La politica regionale algerina è complicata dal suo rapporto teso con il Marocco. Algeri mantiene la sua opposizione alle rivendicazione di Rabat sul Sahara occidentale e le frontiere tra i due paesi restano chiuse. Poche settimane fa l’Algeria deteneva più di 200 marocchini legati ad organizzazioni in Libia e ha arrestato pochi giorni fa 9 cittadini del Marocco che le autorità algerine hanno identificato come “immigrati illegali”, aggiungendo così altre tensioni. L’Algeria ha degli assetti che innegabilmente la possono rendere la potenza regionale. E’ stato già un giocatore chiave nel dialogo inter – libico, l’accordo di pace senza l’Algeria sarebbe stato praticamente impossibile. Tuttavia, l’unico modo per l’Algeria di essere stabile sia economicamente che politicamente nel lungo periodo è quello di premere l’acceleratore per riforme reali e non estetiche, sia economiche che politiche.

La minaccia dell’ISIS in Algeria

In paesi come l’Algeria dove lo stato è forte e c’è un meccanismo impietoso di sicurezza lo stato islamico non può sopravvivere. Lo prova il fatto che il ramo algerino dell’ISIS, chiamato: “jund El Khilafa” che ha rapito il francese Hervé Gourdel nelle montagne di Kabilya, fu eliminato meno di tre mesi dopo l’uccisione del francese. Il gruppo che lo ha rimpazziato fu distrutto in pochi giorni. In Algeria lo stato islamico non può giocare sul binario della polarizzazione sunniti/sciiti perché il 99% della popolazione è sunnita.
23 anni dopo la Black Decade, la sanguinosa guerra civile, che fu precipitata dalla cancellazione, da parte dei militari, delle elezioni vinte dall’Islamic Salvation Front e che ha ucciso approssimativamente 200,000 algerini, l’ideologia salafista e l’attivismo stanno, ancora una volta, emergendo come terreno di dispute politiche.
Molti fattori spiegano l’impennata dei salafisti in Algeria. Nell’eco del panorama nel Medio Oriente e nella regione del Nord Africa, gli algerini affrontano una stagnazione economica, una paralisi politica ed il cambio generazionale. La crescita delle incarnazioni del salafismo (non violento) come ribellione morale contro la crisi delle istituzioni dello stato, con i suoi codici morali rigidi e le promesse di confortare dalle malattie della società, forniscono ai giovani scontenti un’alternativa alle istituzioni religiose statali moribonde e alla crescente irrilevanza dei movimenti islamisti predominanti che li cooptano. Paradossalmente, lo stato ha giocato un ruolo non trascurabile nell’ondata di salafismo utilizzando il movimento come un contrappeso ideologico all’islam politico e ai gruppi rivoluzionari.

algeria

Il salafismo algerino, situato all’estremo conservatore dello spettro teologico e politico, è lontano dall’essere omogeneo. I più prominenti sono i salafisti così detti “quietist” che si astengono dalla politica formale, ripudiano la violenza, ed esortano alla diffusione e l’applicazione di orientamenti teologici rigidamente conservatori nella società. I più importanti rappresentanti di questa linea sono El Ferkous e Abdelmalek Ramadani, attivi nelle associazioni caritatevoli e nei gruppi della società civile, così come nelle attività di vendita per strada. Dato il loro quietismo politico e la neutralità nei confronti del regime algerino, ai salafisti è permesso di avere le loro scuole private, costruire reti di affari indossare i loro peculiari abiti, le lunghe barbe e le tonache bianche. La facilità di accedere alle reti salafisti è particolarmente seducente per i giovani del paese e per i disillusi con quello che loro percepiscono essere l’estrema vecchiaia accumulata dalla società algerina. Dalla sua parte, il regime algerino beneficia della crescita di un movimento apolitico che può aiutare a dissuadere “giovani a rischio” sia dalla politica che dall’estremismo violento. Diversamente dalla Tunisia e dal Marocco dove i principali partiti islamisti sono maturati in importanti forze politiche ed intellettuali, gli islamisti algerini sono affogati nella letargia intellettuale e si sono grandemente disconnessi con le loro basi elettorali. La loro inabilità di adattarsi alle grandi trasformazioni sociali recenti ha eroso le loro posizioni politiche e sociali nella società. Con il loro discorso moralizzatore e con le loro attitudini egalitarie, i salafisti stanno perciò emergendo come contrappeso alla stagnazione dell’islam politico. Tuttavia è bene precisare che non tutto il salafismo manca di un orientamento politico. Come nei paesi vicini, una corrente minoritaria salafista è diventata politicizzata. Un esempio è la creazione dell’Islamic Sahwa Front nel 2013 e del Algerian Front for Reconciliation and Salvation nel 2014. Entrambi i movimenti sono guidati da figure salafiste controverse e provocatorie, il cui obiettivo è quello di creare uno stato islamico. Fin qui, tuttavia nessun movimento ha ottenuto il riconoscimento di partito politico o ha saputo vendere l’idea di un impegno politico della più ampia comunità salafista. Alcuni osservatori credono che il regime alla fine seguirà il modello marocchino di integrazione politica dei salafisti che hanno pubblicamente ripudiato la violenza e la sovversione.
Il regime algerino nello sforzo di impedire che le correnti salafiste più conservatrici possono trovare terreno fertile, ha rinforzato il quadro istituzionale di supervisione delle moschee e dei discorsi religiosi. Nel 2015 il governo ha annunciato la creazione del Consiglio Scientifico Nazionale, incaricato di emettere le fatwa “ufficiali”. I suoi membri sono assistiti dall’istituzione egiziana Al – Azhar, considerata un’alta autorità nella giurisprudenza islamica. Il Consiglio ha già emanato una serie di decreti religiosi, dalla permissibilità dell’accettazione di prestiti bancari all’acquisizione di appartamenti sovvenzionati ai limiti imposti sul trapianto di organi e al divieto di donazione di sperma ed ovuli anonimi.