Giugno 28

Terrorismo e migrazione: il legame che tutti vogliono ma che non c’è.

migrazione

La relazione tra terrorismo internazionale e le varie forme di migrazione è complessa. Nondimeno cercheremo di comprendere dapprima cosa si intende per migrazione e terrorismo e poi se esista o meno un collegamento organico tra terrorismo e migrazione.

Nell’approcciarsi a questo tipo di tematica mi sembra importante suggerire al lettore di prestare attenzione alle generalizzazioni perché c’è il rischio di alimentare un sentimento anti-immigrazione quando vengono formulate affermazioni non dimostrabili sulla migrazione come minaccia alla sicurezza nazionale.

Migrazione

Si riferisce all’immigrazione (in-migrazione) o all’emigrazione (movimento verso l’esterno) di persone o gruppi di persone da un paese ad un altro luogo usualmente distante, con l’intenzione di stabilirsi alla destinazione, temporaneamente o permanentemente. Questo processo può essere volontario o forzato, regolare (legale) o irregolare (illegale) all’interno di un paese o al di là delle frontiere internazionali. I rifugiati sono un sotto-gruppo di migranti internazionali che cercano asilo o che hanno ottenuto una protezione all’estero secondo i termini della Convenzione ONU sui rifugiati del 1951.

Terrorismo

Si riferisce ad una strategia di comunicazione politica per la manipolazione psicologica delle masse dove civili non armati (e non combattenti come prigionieri) sono deliberatamente perseguitati allo scopo di impressionare terze parti (ad esempio intimidire, costringere o influenzare un governo o una sezione della società o l’opinione pubblica internazionale) con l’aiuto di violenza dimostrativa di fronte al pubblico e/o per la copertura in massa anche sui social media. Il terrorismo di attori non statali è spesso una strategia di provocazione che ha come obiettivo una polarizzazione della società e un incremento del conflitto, mentre il terrorismo dello stato o del regime è utile all’obiettivo di repressione e controllo sociale. Il terrorismo come guerra psicologica è anche una tattica irregolare e illegale nel conflitto armato che può essere utilizzata da una o entrambe le parti.

 

Sicuramente sappiamo che Paesi e Regioni dove l’estremismo violento è diffuso: Siria, Iraq, Afghanistan, Nord Nigeria, Mali, Yemen per fare alcuni esempi, sono tra i principali Paesi che dislocano numeri significativi di persone.

Una delle sfide concettuali che pone l’intersezione tra terrorismo e migrazione è che è sempre più difficile discernere come le motivazioni individuali o la relativa ponderazione di esse, siano collegate alla causa della dislocazione. Le persone che scappano da un conflitto armato, da una guerra civile, di solito, nel ponderare la decisione di muoversi lontano dalla zona di guerra, scompongono in fattori le variabili economiche e sociali; non è insolito che considerino elementi come la disponibilità di lavoro, opportunità future (accesso all’educazione, assistenza sanitaria). In ragione di ciò è importante distinguere le cause sottostanti la dislocazione, come il conflitto, il collasso dello Stato o la persecuzione, da fattori come la disoccupazione, il cibo, posto che spesso è la mancanza proprio del cibo che innesca lo spostamento.

Alcune persone, specialmente coloro che appartengono a minoranze religiose nel Medio Oriente, incluso i cristiani e i yazidi, abbandonano la Siria e l’Iraq a causa della diretta persecuzione da parte dello “Stato islamico” (IS). Scappano a causa del fallimento della capacità dello Stato, o dalla mancanza di volontà dello stesso, di proteggerli. Possono scappare anche coloro che non sono perseguitati ma che vogliono fuggire dalle zone di conflitto armato.

Il terrorismo praticato da attori non statali è spesso uno dei fattori decisivi della migrazione forzata, questo tipo di dislocazioni sono spesso dei prodotti non intenzionali di gruppi estremisti e alle volte una politica deliberata condotta da essi.

Sebbene siano limitate le prove che uno spostamento sia causato direttamente da gruppi estremisti che utilizzano la tattica del terrorismo, è possibile asserire che alcuni gruppi di questo tipo hanno, tra i loro obiettivi, proprio quello di forzare il movimento di interi gruppi sociali. Pensiamo ad esempio a Boko Haram, nel nord della Nigeria che con i rapimenti di donne e il reclutamento di bambini e uomini, l’assedio apposto a numerosi villaggi, ha prodotto l’immediato abbandono di intere aeree.

Il terrorismo statale

Pur essendo difficile scindere il terrorismo come forma di guerra irregolare dal terrorismo statale, soprattutto quando il nemico è interno, può essere asserito che il terrorismo statale è stata la maggiore e forse anche la principale causa di migrazioni forzate nel caso della Siria. La cecità di molti governi sul terrorismo statale di regimi alleati, unitamente alla generale ossessione degli Stati per gli attori non-statali violenti, ha contribuito ad ignorare uno dei più potenti fattori chiave di migrazioni forzate: il terrorismo statale o di regime. Parzialmente ciò è dovuto al fatto che i Paesi che fanno esperienza di terrorismo statale sono anche quelli sul cui territorio operano gli attori non-statali violenti.  In tali casi causa ed effetto, azione e reazione, sono difficili da separare, più a lungo la spirale della violenza tit-for-tat continua, più a lungo la situazione all’interno del Paese si complica.

Il finanziamento dei gruppi estremisti transnazionali attraverso la migrazione

La fuga delle persone dalle zone di attacco di gruppi estremisti o di conflitto, è spesso difficile e pericolosa; essi devono cercare l’assistenza di facilitatori, in molti casi dei trafficanti criminali per passare o aggirare i posti di blocco nelle zone di conflitto e attraversare frontiere internazionali. Organizzando dei blocchi stradali i gruppi estremisti transnazionali spesso direttamente controllano e tassano coloro che vogliono scappare o costringono i trafficanti a dividere i profitti con loro.

Nel caso della Libia, l’IS ha controllato per mesi circa 260 km di costa del Mediterraneo vicino Sirte. Ad oggi, vi sono prove che indicano che i trafficanti di esseri umani lì devono dividere i loro profitti con diverse organizzazioni estremiste, incluso l’IS. Questo tipo di denaro che può essere guadagnato con il traffico di esseri umani è secondo solo ai ricavi che possono essere ottenuti con il traffico di droghe.

In sostanza: la tattica del terrorismo induce nelle persone paura per la propria vita che tende a causare l’emigrazione. Questa migrazione, a sua volta, permette, se tassata, il finanziamento di gruppi estremisti transnazionali.

È necessario comprendere che il terrorismo è spesso una strategia di provocazione. Coloro che s’impegnano in esso cercano di provocare una reazione eccessiva. Minor informazione di intelligence un governo possiede sul luogo e l’identità di perpetratori di atti di terrorismo, maggiore è la probabilità che le forze di polizia giudiziaria o di sicurezza utilizzino un approccio severo che ha come obiettivo un intero segmento della società con cui i terroristi vengono associati. Questo è spesso parte del calcolo terrorista: la repressione, essi argomentano, aprirà gli occhi di quelle persone e poi esse vedranno il governo come un’ “entità demoniaca”, e ciò dovrebbe fare in modo che molti si rivolgano ai terroristi fornendogli sostegno e nuove reclute. È un calcolo cinico per provocare la repressione contro lo stesso segmento che i gruppi estremisti rivendicano di difendere, ma questa è la mancanza di moralità e la scaltra strategia di molti gruppi estremisti.

Stato islamico (IS) e migrazione

L’IS si preoccupa molto di più che i rifugiati si integrino con successo nella vita in Occidente. Ciò è stato reso chiaro già dal settembre 2015 quando il gruppo diffuse 14 video in 3 giorni avvertendo le popolazioni musulmane di non migrare verso Dar al-Harb (“la terra di guerra” o di incredulità), incoraggiandoli a restare ed unirsi al Califfato.

Il flusso di migranti in Europa è un anatema per l’IS, mina il messaggio del gruppo che il califfato sia un rifugio

Data l’assoluta importanza per l’IS della propria abilità di conquistare e mantenere terreno, viene da chiedersi perché l’IS dovrebbe mandare via un grande numero combattenti esperti a condurre attacchi che potrebbero essere lasciati a simpatizzanti che sono già in Occidente, a costo zero per l’organizzazione?

Infatti, sottoposto a grande pressione, sembra che l’IS abbia stabilito unità di specialisti per prevenire e dissuadere potenziali disertori già dalla fine del 2015. È chiaro che l’IS nutra interesse nell’esagerare la minaccia associata con i rifugiati per molteplici ragioni, non da ultimo l’amplificazione della percezione della portata e della capacità dell’organizzazione. Ciò aumenta l’opposizione occidentale nell’accettare i rifugiati e consente all’IS di presentare il Califfato come un’alternativa attrattiva.

Tutto ciò pone in questione la credibilità della strategia del cavallo di Troia dato che la priorità numero uno dell’IS sembra essere attirare persone verso i suoi territori, piuttosto che mandarli via.

Anche se ogni singolo combattente IS (secondo alcune stime 30,000) dovesse venire in occidente mascherato da rifugiato, rappresenterebbe meno del 4% dei recenti flussi di migranti in Europa.

Un tale tipo di scenario è meno che plausibile. Malgrado l’isteria circa l’IS che infiltra le popolazioni di rifugiati, le evidenze finora sono state insufficienti.

Tenere i terroristi fuori dai confini nazionali è un obiettivo legittimo ma l’efficacia del controllo delle frontiere è limitata dal fatto che molti terroristi sono “homegrown” (locali) o sono stranieri con un permesso di residenza del tutto legale.

H. Cinoglu e N.Atun hanno ragionato sul perché malgrado non ci sia un collegamento organico tra la migrazione internazionale e il terrorismo internazionale sia gli Stati Uniti che i paesi dell’UE si focalizzino sulle politiche migratorie e di controllo delle frontiere nel combattere il terrorismo. Essi hanno notato alcuni svantaggi:

  • creando un collegamento artificiale tra gli immigrati e il terrorismo si creano ansia e eccessi di rabbia nelle società degli immigrati e aumentano sentimenti ostili contro lo Stato. In queste situazioni, l’ostilità contro gli stranieri (xenophobia) cresce unitamente alla possibilità di conflitto tra gruppi sociali.
  • Attaccare l’ideologia dei terroristi e le loro infrastrutture organizzative è una via più promettente che il controllo di tutti gli individui nei loro movimenti nella speranza di prendere alcuni terroristi tra loro.

Il pericolo più grande sembra essere la potenziale radicalizzazione e il reclutamento da parte di gruppi estremisti (in particolare quelli islamici) di piccoli numeri di rifugiati nel medio e lungo termine (dopo che sono arrivati) che potrebbe essere facilitato da estremisti che già vivono da molti anni in Occidente.

Questo non vuol dire che nessun gruppo estremista non ricavi vantaggi dell’odierna crisi per scivolare di nascosto in Occidente, ma questi casi sono presumibilmente relativamente rari. A dicembre 2015 il numero di rifugiati terroristi era di 26, nello stesso periodo il numero di rifugiati in Europa era di 1 milione, quindi l’0,003% (dati tratti dallo studio su terrorismo e migrazioni di massa di S. Mullins).

Peter Neumann, il direttore del Centro Internazionale per lo Studio della Radicalizzazione  afferma di non essere a conoscenza di evidenze empiriche che dimostrerebbero che gli immigrati di prima generazione siano particolarmente ricettivi dei messaggi estremisti. Le persone che sono appena scappate dalla guerra civile, dall’oppressione o dalla povertà è improbabile che siano interessate ad attaccare la stessa società che ha concesso loro salvezza.

Sebbene le autorità di contro-terrorismo abbiano un chiaro ruolo nel gestire il flusso di rifugiati in Occidente, deve essere reiterato che non è un problema primario di contro-terrorismo.

Raggiungere una più accurata comprensione delle connessioni – o della relativa mancanza di esse – tra la migrazione di massa ed il terrorismo internazionale in Occidente aiuterà i decisori politici ad elaborare programmi più adeguati per il controllo dei rifugiati dopo l’arrivo in EU e simultaneamente sarà più verosimile disinnescare le paure che peggiorano la situazione nel suo complesso.

 

Giugno 21

La politica internazionale non è la politica da comizio: migrazioni e diversità

diversità

Quando si tratta di soluzioni di lungo termine per le sfide che le migrazioni pongono all’Europa (e anche agli Stati Uniti), l’atteggiamento è scoraggiante e il compito di valutare le colpe e le responsabilità diventa più complicato.

Il flusso migratorio a cui spesso ci si riferisce come la “crisi europea dei rifugiati” raggiunse il culmine nel 2015, quando più di un milione di rifugiati e di migranti (per il significato di questi termini vi rimando ad un mio precedente post) scapparono a seguito dei conflitti nel Medio Oriente e per le condizioni disperate in Africa. Ma la migrazione di massa e le tensioni sottostanti che hanno investito gli Stati membri dell’Unione Europea (UE) sono iniziate un anno prima. L’UE è stata  incapace di formulare una politica che ridistribuisse quel carico.

I politici che giocano con le paure del pubblico demonizzando gli immigrati non sono più marginalizzati. Invece essi sono nella posizione di isolare le frontiere, come hanno promesso.

Ciò è accaduto, in parte, a causa della mancanza di priorità accordata a tale problema, prima del 2015 proprio in seno all’UE, che era molto più preoccupata di pasticciare la sua risposta alla crisi del debito europeo.

Fin qui potrebbe essere uno dei miei post abituali dove cerco di offrire al lettore degli spunti in più per guardare il mondo dalla prospettiva di politica internazionale. Ebbene, questo post invece sarà strutturato diversamente, perché i dibattiti che si svolgono in Italia sulle migrazioni, sull’Aquarius, e sulle etnie stanno raggiungendo dei toni davvero scoraggianti.

Se non mi spaventavano i commenti “avanti tutta!” alle dichiarazioni del Ministro dell’interno italiano  in merito alla chiusura dei porti, resto addirittura basita dagli attestati di stima, sempre indirizzati al Ministro dell’interno, su presunti censimenti dei rom. Ma procediamo con ordine. 

Se mi chiedete cosa ne penso della questione dell’Aquarius, vi argomenterei la risposta partendo da:

I limiti del diritto del mare

Gli oceani e i mari sono divisi in SRR (Search and Rescue Regions), la responsabilità di ciascuna di esse ricade nello Stato costiero. La Convenzione SAR (Search and Rescue) richiede agli Stati costieri di stabilire dei servizi di ricerca e recupero all’interno della loro propria SRR. Inoltre, essi debbono assicurare che avvenga il coordinamento e la cooperazione allo scopo di sbarcare le persone soccorse nella loro SRR, in un luogo protetto. Tuttavia non si è mai raggiunto un accordo su una norma generale che predeterminerebbe il porto specifico per lo sbarco per ciascun incidente. L’unico chiarimento introdotto dall’emendamento del 2004 alla Convezione, è che lo Stato nella cui SRR avviene l’operazione di soccorso, assume la giuda nel trovare uno Stato preparato ad accettare lo sbarco. Malta ha sempre obiettato all’emendamento del 2004 per cui non è obbligata da esso.

I 629 migranti a bordo dell’Aquarius sono stati soccorsi in una parte del Mar Mediterraneo e nessuno Stato si è assunto de jure la responsabilità per il coordinamento del SAR. La Libia, lo Stato più vicino, non ha ancora, ufficialmente, stabilito la sua SRR e neppure aperto il Centro di Coordinamento per il soccorso in mare. De facto, l’Italia ha riempito questo vuoto coordinando gli eventi SAR  nella “Regione libica di ricerca e soccorso”. Anche se ciò ha reso l’Italia lo Stato responsabile secondo la Convenzione SAR, ne consegue solo che avrebbe dovuto prendere la guida nel trovare un porto per lo sbarco. Non avrebbe, tuttavia, posto l’Italia nell’obbligo di permettere lo sbarco nel suo territorio.

Proseguirei con: 

I limiti del diritto internazionale dei diritti umani

Dati i limiti del diritto del mare, le 629 persone soccorse potrebbero ricorrere al diritto internazionale dei diritti umani, argomentando che non gli è stato consentito l’accesso ai porti e dunque che l’Italia e Malta abbiano violato il loro diritto alla vita.

Tuttavia, gli Stati hanno obblighi di protezione dei diritti umani solo nei confronti di quegli individui che si trovano all’interno della giurisdizione di quello Stato. In Alto mare, gli Stati hanno considerato di esercitare la giurisdizione quando funzionari dello Stato fossero fisicamente presenti in un particolare incidente e perciò esercitassero un controllo effettivo sugli individui in cerca di protezione. Alla luce di ciò, le navi statali italiane e maltesi hanno navigato verso l’Alto mare per prevenire fisicamente che l’Aquarius si avvicinasse ai loro rispettivi territori dove le persone a bordo si sarebbero trovate all’interno della loro giurisdizione.

Stabilire la giurisdizione per i diritti umani è molto più complicato quando gli agenti di uno Stato costiero non sono fisicamente presenti sulla scena di emergenza in Alto mare. In particolare, dando istruzione all’Aquarius di restare in attesa, l’Italia ha indiscutibilmente esercitato un controllo su di essa. Tuttavia non è chiaro se questo controllo sia sufficiente per gli scopi di portare coloro che si trovavano sulla nave all’interno della giurisdizione italiana; alcune istruzioni possono essere considerate solo delle richieste di cooperazione, non ordini giuridicamente vincolanti.

E aggiungerei:

il modo in cui l’incidente dell’Aquarius è stato condotto è emblematico della mancanza di solidarietà tra gli Stati membri dell’UE. L’incidente dell’Aquarius è il promemoria delle conseguenze umanitarie potenziali  di questa mancanza di solidarietà.

Chiarirei tuttavia, che “fare la voce” grossa o lanciare slogan tipo “chiudiamo tutti i porti” non è una strategia di politica internazionale, ma l’espressione della politica da comizio di cui è vittima l’Italia in questi ultimi anni.

Alla domanda: “che soluzione proponi?” direi che:

l’Europa deve correggere il Regolamento di Dublino che ora appone troppo peso sugli Stati periferici.

Qui ci fermiamo per un chiarimento. Andare ovunque voi (riferito ai nostri governanti) desideriate nell’ambito di consessi internazionali, vuol dire avere una conoscenza quantomeno basilare della politica internazionale innanzitutto, ma anche degli strumenti giuridici a disposizione. Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha questo grande peso a livello internazionale? Io me lo sono chiesta ed in parte ho avuto una risposta mentre svolgevo il mio lavoro, allorquando un americano mi disse: “sei sicura di essere italiana? No, perchè sei troppo preparata per esserlo e sai pure troppo bene l’inglese”. Dunque sarebbe opportuno che presentandosi nel consesso dell’Unione Europea fosse chiaro ai funzionari statali italiani che quello di Dublino NON è UNA CONVENZIONE, MA UN REGOLAMENTO!

Nell’ordinamento dell’UE, il regolamento è una fonte di diritto derivato dai Trattati comunitari, insieme con le decisioni e le direttive.

Più precisamente, il regolamento è un atto normativo avente portata generale, obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile negli ordinamenti degli Stati membri (art. 288, par. 2 del Trattato sul funzionamento dell’UE). La portata generale si estrinseca nel fatto che il regolamento (a differenza delle decisioni) non è indirizzato a specifici destinatari, bensì a una o più categorie di destinatari astrattamente determinate. Le norme contenute nei regolamenti sono obbligatorie in tutti gli elementi e, quindi, disciplinano direttamente la materia a cui si applicano. L’effetto diretto immediato dei regolamenti comporta che essi non richiedono (a differenza delle direttive) l’adozione di provvedimenti nazionali di attuazione da parte degli Stati membri, ma si applicano immediatamente in tali ordinamenti e sono efficaci nei confronti sia degli Stati che degli individui, senza necessità di ulteriori atti. (Formulazione che trovate in qualsiasi manuale di diritto dell’UE e anche sull’Enciclopedia Treccani e presumo anche su altri testi giuridici)

Le Convenzioni, o più precisamente i Trattati sono strumenti del diritto internazionale e per essere vincolanti per lo Stato è necessario che esso li ratifichi. (semplificando per i lettori più pigri)

Dunque se io mi reco in un consesso internazionale e mi presento confondendo Regolamento e Convenzione, la mia credibilità è già in discesa libera. Vedete, la politica internazionale, come pure la diplomazia, è il regno delle parole. Non nel senso che si chiacchiera chiacchiera e non si combina mai niente, è che le parole contano per il significato reale che hanno e sono pietre molto più potenti delle armi. Durante la negoziazione di un accordo di pace, ad esempio, si misurano tutte le parole e finanche le virgole, affinchè tutte le parti siano d’accordo.

Gli Stati della cosidetta comunità internazionale osservano come si comporta il governo di un altro Stato e se in Italia il Ministro dell’Interno grida al censimento dei rom (anche ricognizione peraltro è un termine inopportuno dato che stiamo comunque parlando di esseri umani e non di luoghi deumanizzati, giacchè la ricognizione di solito si usa in riferimento a luoghi fisici), non appare come un professionista, ma come uno strillone. Posto che coloro che appartengono all’etnia rom (vi rimando all’enciclopedia Treccani per la definizione di etnia) sono cittadini italiani, vale a dire (sempre per i più pigri) che sono cittadini italiani come Mario il meccanico di Bisceglie o Marta la parrucchiera di Varese, la discriminazione etnica è vietata dalla stragrande maggioranza degli strumenti giuridici internazionali e nazionali. Pur tuttavia questo divieto non spaventa tantissimi che in questo periodo quasi si sentono sollevati da questa grande ideona pubblicitaria del su citato Ministro dell’interno. Perchè come ho sentito giorni fa ad un telegiornale, i rom sono quelli che rubano che lavano i vetri che chiedono l’elemosina. Bene, io mi vergogno di tali affermazioni.

Si è arrivati ad un tale punto di approssimazione che si viaggia su luoghi comuni come pietre tombali. E quindi i rom rubano, gli africani ci invadono e puzzano e via discorrendo. Eppure mi sembrava che dalla storia fosse evidente che la discriminazione inizia con un gruppo obiettivo e finisce con i treni destinazione campi di concentramento.

Così come tanti si battono affinchè ognuno sia libero di esprimere la propria opinione, così io vi invito a riflettere sulla libertà in generale di essere rom, ebreo, tuareg, kalè e via dicendo.

Soprattuto desiderei che ciascuno riflettesse per conto proprio sulla realtà che vogliono proporvi: una realtà di solo bianco e solo nero, dove esistono i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Dove i buoni sono autorizzati ad usare armi e metodi disumani perchè i cattivi in fondo altrimenti non si piegano. Dove esiste una religione migliore di un’altra, dove esiste un Paese migliore di un altro. Dove non serve studiare perchè c’è google, dove il merito non esiste perchè basta digitare “se non sei d’accordo ritwitta” o “ricondividi se sei indignato”. Dove la specializzazione e la professionalità sono sostituiti dall’approssimazione e la tuttologia. Dove l’altro è un pericolo perchè non è uguale a noi, dove ci sono complotti persino nel riso basmati. Dove vi tengono legati alle vostre paure, pur di soggiogarvi. Fate attenzione.

 

 

 

Novembre 30

Qual è la vera frontiera in pericolo a sud dell’Europa?

Fezzan

La risposta è:

Il Fezzan

F

Un’area di circa 549,0775 chilometri quadrati con una popolazione per la maggior parte tribale di meno di 500,000 che vivono in oasi isolate o wadis (letti di fiume aridi spesso con acqua sotto la superficie). Nascosta da mari di sabbia e deserto roccioso il Fezzan è strategicamente rilevante per i giacimenti petroliferi vitali, l’accesso a enormi falde acquifere e importanti basi aeree dell’era Gheddafi.

La situazione della sicurezza nel Fezzan e nella maggior parte della Libia è divenuta terribilmente complicata dall’assenza di una ideologia unica rispetto  a quella dell’anti-Gheddafismo presente durante la rivoluzione libica del 2011. Ogni tentativo di creare un governo di unità nazionale da allora è miseramente fallito.

Competizione politica come ostacolo alla sicurezza

Al cuore del caos politico in Libia vi è l’Accordo politico libico mediato dalle Nazioni Unite del 17 dicembre 2015, che prevedeva un governo tripartito composto da un Consiglio di presidenza i cui 9 membri avrebbero avuto il compito di supervisionare le funzioni di Capo di Stato, un governo di accordo nazionale come organo esecutivo e la Camera dei Rappresentanti quale organo legislativo con un Alto Consiglio di Stato con funzioni consultive.

In pratica, la maggior parte di questi organi sono in conflitto tra loro o presentano alti livelli di dissenso interno, lasciando il Paese  governato dal caso e da milizie etniche, tribali e religiose, ben armate, spesso raggruppate in coalizioni instabili.

A contribuire al disordine c’è il governo di salvezza nazionale di Khalifa Ghwell che rivendica di essere il legittimo successore del governo del Congresso nazionale generale libico (2014-2016). Il governo di salvezza nazionale compie  periodici tentativi  di prendere il potere a Tripoli, il più recente nel luglio del 2017.

La più potente delle coalizioni militari libiche è quella denominata Esercito nazionale libico, una coalizione di milizie che nominalmente fanno capo alla Camera dei Rappresentanti che è locata a Tobruk, comandata da Khalifa Haftar, un potente cirenaico vissuto in Virginia (Stati Uniti) dopo essersi posto in contrapposizione a Gheddafi; ora  sostenuto ampiamente dalla Russia, Egitto, e gli Emirati Arabi Uniti.

Il Consiglio presidenziale di Tripoli, che, secondo l’Accordo politico libico dispone dell’autorità militare, sta ancora cercando di organizzare un esercito nazionale.

Nel frattempo, il Consiglio è sostenuto da varie milizie le cui sedi sono a Misurata e a Tripoli.

Il Consiglio presidenziale assieme al governo di unità nazionale, forma il governo della Libia riconosciuto internazionalmente, ma esso necessita ancora del voto di maggioranza dalla Camera dei Rappresentanti di Tobruk per essere pienamente legittimo secondo quanto previsto dell’Accordo politico libico.

Vi sono addirittura divisioni tra i membri del Consiglio Presidenziale: tre membri si oppongono a Fayez Serraj (Presidente del Consiglio) e sostengono la Camera dei Rappresentanti e Haftar.

Contesto tribale del Fezzan

Il Fezzan consiste sostanzialmente di un mosaico di entità etniche e tribali che spesso si sovrappongono, inclini ai feudi e ad alleanze mutevoli. È possibile distinguere tre gruppi principali:

  • Gli arabi e i berberi-arabi, dei gruppi Awlad Buseif, Hasawna, Magarha, Mahamid, Awlad Sulayman, Qaddadfa, Warfalla. Gli ultimi tre comprendono migranti dal Sahel, discendenti dei membri tribali che scapparono dal dominio ottomano o italiano e tornarono dopo l’indipendenza. Sono collettivamente noti con il come di Aïdoun (coloro che sono tornati);
  • I Tuareg berberi i Tuareg Ajjar una confederazione libico-algerina e i Tuareg saheliani, tipicamente migranti dal Mali e dal Niger che arrivarono durante l’era Gheddafi;
  • I Tebu nilo-sahariani formati dai Tebu indigeni con piccole componenti di migranti di Teda e Daza dal Ciad e dal Niger.

Gli estremisti islamici

I jihadisti nord-africani con tutta probabilità utilizzeranno il caos politico a Fezzan per creare una profondità strategica per le operazioni in Algeria, Niger e Mali. I militanti fedeli ad Al Qaeda uniti il 2 marzo 2017 in Jama’at Nusrat al-Islam wa’l-Muslimin (JNIM) a seguito della fusione di Ansar al-Din, al-Mourabitoun, il Fronte di liberazione nazionale Macina, la branca sahariana di AQIM. Il leader del gruppo (un Tuareg) Iyad ag Ghali, cercherà di sfruttare le connessioni libiche nel Fezzan già stabilite dal capo di al-Mourabitoun: Mokthar Belmokhtar. Per adesso sembra che Ag Ghali possa contare solo sul supporto minimo della comunità Tuareg del Sahel a Fezzan.

IS (Islamic State) e Fezzan

L’IS ha annunciato nel novembre del 2014 la creazione della provincia del Fezzan. Dalla loro espulsione da Sirte lo scorso dicembre, i militanti dell’IS si sono schierati nel terreno irregolare del sud della costa, presentando una minaccia sfuggente. Il procuratore generale della Libia, dal suo ufficio a Tripoli ha annunciato che a seguito degli interrogatori di detenuti appartenenti all’IS, i libici erano una minoranza nel gruppo, con il numero più grande rappresentato da coloro che sono arrivati in Libia dal Sudan, altri dall’Egitto, Tunisia, Mali, Ciad e Algeria.

Alcuni militanti sudanesi dell’IS sono discepoli del predicatore sudanese Masa’ad al-Sidairah, il cui “Gruppo di devozione al Corano e alla Sunnah” ha sostenuto pubblicamente l’IS ed il suo leader fino a quando una serie di arresti lo hanno spinto a giurare di abbandonare il reclutamento per i campi di battaglia siriani e libici per conto dell’IS in Sudan. Molti dei militanti sudanesi dell’IS sono entrati in Libia attraverso le rotte dei trafficanti che passano per il punto di incontro Jabal ‘Uwaynat di Egitto, Sudan e Libia. Altri militanti dell’IS che sono fuggiti da Sirte si sono spostati nel Fezzan dove pare che si siano concentrati nella città al-‘Uwaynat, a nord di Ghat e vicino alla frontiera con l’Algeria. Questo gruppo si ritiene essere responsabile per gli attacchi del febbraio 2017 alle infrastrutture elettriche, inclusa la distruzione di circa 160 chilometri di tralicci dell’elettricità tra Jufra e Sabha.

Gli investigatori libici asseriscono che l’IS ha ricostruito l’ “esercito del deserto” composto da tre brigate sotto il comando di al-Mahdi Salem Dangou, conosciuto con lo pseudonimo di Abu Barakar, un libico islamista.

Riportare la sicurezza nel Fezzan

Il controllo delle rotte commerciali  nel Fezzan era basato su una tregua che risaliva al 1893. Essa concedeva ai Tuareg il controllo esclusivo di tutte le rotte che entravano dall’ovest Fezzan (Passaggio Salvador), mentre i Tebu avrebbero controllato tutte le rotte dal Niger e dall’est Ciad (Passaggio Toumou). L’accordo è stato sciolto a seguito delle battaglie Tebu-Tuareg nel 2014, alimentate dagli scontri per il controllo delle operazioni di traffici illeciti e dalla percezione popolare dei Tuareg come oppositori alla rivoluzione libica.

Oggi entrambi i valichi sono monitorati dai droni americani e dalle pattuglie della Legione straniera francese.

Il Ciad ha chiuso la sua porzione di frontiera con la Libia agli inizi del gennaio 2017 per prevenire che i militanti dell’IS in fuga da Sirte si infiltrassero nel nord del Ciad e da allora ha aperto solo un singolo passaggio.

Alcune milizie del sud si sono dimostrate efficaci nel “pattugliare” la frontiera quando si trattava di proteggere i propri interessi

Le idee “particolari” prodotte dai paesi dell’Unione Europea

Allarmati dai crescenti numeri di migranti che cercano di raggiungere l’Europa dalla Libia e dall’incapacità della Libia di controllare le sue frontiere, l’Italia e la Germania nel maggio 2017 hanno proposto la creazione di una missione dell’Unione Europea che pattugli la frontiera Libia-Niger.

Ignorando la sua reputazione in Libia, l’Italia ha suggerito finanche di impiegare i Carabinieri per addestrare le forze di sicurezza del sud ed aiutare a mettere in sicurezza la regione dai militanti dell’IS che presumibilmente fuggono in Libia dal Nord Iraq.

Un intervento europeo di questo tipo è fallito in partenza per il governo di accordo nazionale libico, il quale ha reso cristallino che esso non considera la Libia come un potenziale calderone di migranti illegali e che non ha alcun interesse in qualsiasi piano che preveda l’insediamento dei migranti in Libia.

Nel Fezzan, i migranti sono trafficati illegalmente attraverso la frontiera sud in città come Sabha, Murzuq, ‘Ubari, Qatrun in cambio di pagamenti in contanti ai gruppi armati Tebu e ai Tuareg che controllano quei Passaggi. In questo anno si ritiene che i gruppi più grandi di migranti provengano da Nigeria, Bangladesh, Guinea, Costa d’Avorio. Il principale centro del commercio di esseri umani è Sabha, dove si verificano comunemente scontri in strada tra fazioni di trafficanti in conflitto

L’Italia ha firmato un accordo di cooperazione militare con il Niger che permetterà al Niger di dispiegarsi a fianco delle forze del cosiddetto SG5 il Gruppo di 5 del Sahel – una coalizione anti-terrorista e di sviluppo economico di cinque nazioni del Sahel- con il supporto della Francia, di altri Paesi tra cui la Germania, con l’obiettivo di stabilire un controllo effettivo della frontiera con la Libia.

Khalifa Haftar: l’uomo forte della Libia e i suoi giochi di potere

L’uomo forte della Libia Khalifa Haftar asserisce che le sue forze ora controllano 1,730,000 chilometri quadrati dei 1,760,000 dell’intera Libia.

Per controllare Tripoli e ottenere una qualche legittimità, Haftar si prefige innanzitutto di controllare il fronte sud attraverso il Fezzan.

Qual è il problema in due parole? Sebbene l’Europa e le Nazioni Unite riconoscano il Consiglio Presidenziale/Governo di Accordo Nazionale come il governo ufficiale della Libia (quello di Tripoli per intenderci), dal momento che tale riconoscimento non ha avuto alcun effetto nel limitare il flusso di migranti verso l’Europa, chiunque possa controllare questi flussi sarà il destinatario della gratitudine europea e dell’approvazione diplomatica.

Garantire la sicurezza di Tripoli significa prevenire che elementi armati che sostengono il Governo di Accordo Nazionale scappino nel deserto a sud.

Haftar vuole controllare gli acquedotti e gli oleodotti dal sud, mettere in sicurezza le frontiere e prevenire che i militanti dell’IS (Stato islamico), le milizie islamiste e i mercenari stranieri ritornino nel Fezzan ed alimentare un generatore di continua instabilità per la Libia.

Il punto di svolta del tentativo di Haftar di ottenere il controllo della Libia si è verificato con la presa del potere nel distretto Jufra del nord Fezzan, una regione con tre importanti città nel suo settore sud (Hun, Sokna, e Waddan), così come la base aerea di Jufra. La campagna militare condotta dall’esercito nazionale libico con l’ausilio degli aerei egiziani ha permesso ad Haftar di ottenere il controllo della città di  Bani Walid, un centro importante, a livello strategico, della rete libica di traffico di esseri umani a 100 chilometri a sud-ovest di Misurata e 120 chilometri a sud-est di Tripoli. Il luogo offre accesso via strada ad entrambe le città. Il controllo di Bani Walid potrebbe permettere all’esercito nazionale libico di separare il governo di accordo nazionale a Tripoli dai suoi sostenitori militari più forti a Misurata.

A settembre 2017, nella sua visita a Roma, Haftar ha insistito affinché si ponga fine all’embargo di armi sulla Libia solo per l’esercito nazionale libico, aggiungendo che egli avrebbe potuto fornire il personale necessario per rendere sicura la frontiera sud della Libia, ma che avrebbe avuto la necessità di avere droni, elicotteri, visori notturni e veicoli.

Ricapitoliamo:

La strategia militare di Haftar appare essere quella di mettere in sicurezza le basi aeree del deserto a sud di Tripoli e inserire le forze dell’esercito nazionale libico nella costa occidentale di Tripoli, spingendo i suoi oppositori in un angolo della capitale e a Misurata prima di lanciare un’offensiva sostenuta anche da una forza aerea, con tattiche simili a quelle che gli hanno reso possibile la cattura di Jufra. Haftar cerca di “vendere” la conquista di Tripoli come un passo necessario per porre fine alla migrazione illegale dai porti libici verso l’Europa. Tale strategia gode di un sostegno politico: il Primo Ministro della Camera dei Rappresentanti Abdullah al-Thinni ha rifiutato in maniera consistente le proposte internazionali per un accordo mediato alla crisi libica, insistendo, come ex militare professionista, che solo uno sforzo militare può unire il Paese.
Il prolungato tentativo dell’esercito nazionale libico di ottenere il controllo di Benghazi ci suggerisce sia la difficoltà della guerra urbana sia la debolezza dell’esercito nazionale libico relativamente alle sue ambizioni di potere nelle più grandi città della Libia.

Il ritiro delle milizie alleate al Consiglio Presidenziale/governo di accordo nazionale da Jufra potrebbe essere visto come un’azione preparatoria di una posizione/campagna più consolidata contro Haftar. Peccato che questa strategia avrebbe come effetto l’indebolimento della sicurezza nel sud, aprendo verosimilmente nuovi spazi ad attori non-statali violenti.

Il Fezzan resta un obiettivo allettante e di lungo periodo per i jihadisti che potrebbero trovarvi delle opportunità per sfruttare o anche rubare la direzione di una resistenza protratta nel Fezzan e l’imposizione di un governo di un nuovo uomo libico forte. Nell’assenza di un singolo gruppo forte abbastanza per resistere all’esercito nazionale libico di Haftar, tutti i tipi di alleanza anti-Haftar sono possibili, con la possibilità aggiuntiva di un eventuale intervento straniero da parte dell’occidente o dai partner di Haftar.

Immagine del Fezzan: “Diplomacy”

Luglio 5

Rifugiati: occhi chiusi per 6 anni e poi la colpa è del maggiordomo

rifugiati

I numeri sono questi:

65.6 milioni di persone nel mondo sono state dislocate forzosamente alla fine del 2016, di questi 40.3 milioni dislocate all’interno dei loro stessi paesi, mentre 22,5 milioni hanno varcato frontiere internazionali come rifugiati. Un ulteriore 2,8 milioni sono richiedenti asilo.

Un campo rifugiati può essere molto utile quando le persone immediatamente abbandonano la guerra o la persecuzione. È un modo per fornire cibo, vestiti e riparo. Ma la tragedia è che queste persone restano bloccate in un limbo per molti molti anni.
Oggi, circa il 54% dei rifugiati nel mondo sono in quelle che vengono definite situazioni di rifugiati protratte. Sono state in esilio per almeno 5 anni. Secondo le Nazioni Unite, la media di durata di un un esilio è di 26 anni.

Dalla prospettiva di un rifugiato, il sistema internazionale dei rifugiati di fatto dispone di tre opzioni.

  • La prima è di andare in un campo, dove usualmente non lavori. E sì, hai un grado di assistenza umanitaria, ma la tua vita è messa in attesa. E comprensibilmente, una proporzione in diminuzione di rifugiati intraprende questa opzione. Circa il 10% dei siriani, per esempio sono nei campi di rifugiati.
  • L’opzione due è spostarsi in un’area urbana. Oggi i rifugiati sono  in aree urbane che in altri posti. Circa più del 50% sono nelle città. Ma la sfida nelle città è che i rifugiati spesso non hanno il diritto di lavorare e spesso non hanno alcuna assistenza umanitaria.
  • La terza opzione è di imbarcarsi in pericolosi viaggi in Europa.

Queste opzioni sono scelte impossibili.

Un modello di sviluppo economico realizzato da rifugiati insieme ai cittadini della nazione che li ospita

Il governo inglese ha aperto la strada a questo tipo di modello con un’iniziativa per la Giordania chiamata “Jordan Compact” che è iniziata nel febbraio del 2016 al summit di Londra per la Siria.

Le basi di questo modello: il sostegno ad opportunità di lavoro simultaneamente per i rifugiati siriani e per i cittadini giordani in parte attraverso l’autorizzazione ad entrambi a lavorare nelle zone economiche speciali. Il governo inglese ha incoraggiato l’Unione Europea a fornire un segmento nel commercio a 52 categorie di prodotti per compagnie manifatturiere che operano in 18 zone economiche speciali che impiegano una certa proporzione di rifugiati siriani. Un certo numero di aziende siriane, che precedentemente operavano in Siria, stanno impiegando rifugiati siriani e cittadini giordani, dando loro accesso a permessi di lavoro assegnati in modo conveniente dal governo, che fornisce accesso alla sicurezza sociale, un salario minimo e protezione dei diritti dei lavoratori.
Quello che manca a questo progetto, al momento, è un sufficiente investimento da parte di imprese multinazionali e di imprese in Europa preparate a lavorare con queste imprese che permetterebbe un modello di crescita industriale. Il governo della Giordania e i maggiori donatori si sono impegnati a creare 200,000 posti di lavoro per i siriani dai 3 ai 5 anni. Fin’ora i permessi di lavoro sono stati concessi a 51,000 persone in solo un anno o poco più. Sebbene sia un grande passo in avanti è necessario un investimento che raggiunga il livello di sostenibilità che permetta alla Giordania, che deve affrontare grandissime sfide di sviluppo e sicurezza, di convincere il suo elettorato che la presenza di rifugiati può essere un beneficio per la società giordana e per la sua economia.

La noncuranza dell’Unione Europea rispetto ai conflitti e alle crisi nei paesi al di là del mare

È molto interessante che i movimenti dei rifugiati siriani siano iniziati intorno al 2011 e fino all’ottobre del 2014 quasi tutti i siriani sono rimasti nei paesi vicini. Ma intorno ad ottobre 2014, tutti e tre i paesi ospitanti: Turchia, Libano e Giordania, hanno introdotto restrizioni. Queste ultime e la riduzione dell’assistenza umanitaria in questi paesi ha fatto sì che per i rifugiati diventasse molto più necessario muoversi altrove o imbarcarsi in pericolosi viaggi.

Questo era evitabile.

Se i paesi europei non avessero incrociato le braccia, chiuso gli occhi e non si fossero letteralmente girate dall’altra parte e fatto così poco per aiutare questi tre paesi, si sarebbero create molte più opportunità rispetto ad oggi, opportunità per i rifugiati insieme al sostegno per i paesi ospitanti.

Del resto le politiche UE sull’asilo e l’immigrazione sono state fangose fin dall’inizio della così detta “crisi dei rifugiati” e gli stati membri continuano ad avere difficoltà nel trovare una azione collettiva sostenibile. Ovviamente è corretto che i paesi europei e i loro elettorati siano preoccupati di una migrazione irregolare non gestita, ma hanno responsabilità quando si tratta di protezione dei rifugiati.
Molte delle odierne politiche riguardano la costruzione di muri de facto e la creazione di partneriati puramente con l’obiettivo di controllare l’immigrazione. Così molti di questi partneriati con paesi terzi in Africa, Sudan Niger e Libia, per esempio, sono con regimi che hanno realmente gravi problemi con i diritti umani e che sono progettate per implementare restrizioni alla mobilità e nessuna opzione per la riammissione di migranti economici. Questa è una strada insostenibile per gestire questo movimento di persone. Se realmente vogliamo aiutare i rifugiati e fermarli nei viaggi verso l’Europa, dobbiamo creare ancore. Noi dovremmo creare ragioni per cui le persone scelgono di restare nelle loro regioni e questo vuol dire creare opportunità sostenibili per una protezione effettiva, accesso ai diritti umani ma anche opportunità socio-economiche.

Marzo 18

I migranti diventano merce

Migranti

I migranti diventano merce secondo l’accordo dell’Unione Europea che possiamo tranquillamente chiamare l'”Accordo della Turchia”.

Una pagina imbarazzante della storia dell’Unione Europea e per la dignità della persona umana, soprattutto per coloro che sono stati costretti a scappare dalle loro case a causa di conflitti, persecuzioni. 

L’Unione Europea (UE) e la Turchia hanno raggiunto, all’unanimità, l’accordo sui migranti, parola di Donald Tusk intorno alle 17, 15 circa di venerdì 18 marzo 2016.
Come ha scritto il primo ministro finlandese su Twitter: “The Turkey deal has been approved”. E sì.

Migranti: la Turchia detta le regole

La Turchia ha dettato le sue regole. Tutti i rifugiati e migranti che arriveranno in Grecia da domenica saranno rimandanti in Turchia. L’accordo sembra più un contratto di scambio merce che un’azione volta alla soluzione del problema del flusso massiccio di migranti. La Turchia in cambio avrà la riapertura dei colloqui per l’accesso all’Unione Europea con la promessa che le negoziazioni saranno riaperte prima di luglio.
Ma il pezzo forte è questo, l’UE ha accordato la velocizzazione dell’esborso di ben 3 miliardi di euro alla Turchia per aiutare i rifugiati siriani in Turchia. Ulteriori 3 miliardi per il 2018 una volta che Ankara abbia compilato una lista di progetti che si possano qualificare per l’assistenza dell’UE. Quello che fa gola a Davutoglu oltre al denaro è il viaggiare in Europa senza visto, per i suoi 78m di cittadini. Grande vittoria, l’abolizione dei visti per la leadership turca. La rimozione del processo di visto è un gran salto in avanti della popolarità del Justice and Development Party al governo.
La Turchia ha promesso che tutte le persone che torneranno saranno trattate in linea con il diritto internazionale, inclusa la garanzia che non saranno rispedite nei paesi da cui provengono. Turchia, paese che da sempre ha eccelso nella protezione dei diritti umani!
Il controverso accordo 1 a 1 rimane intatto: per ogni rifugiato siriano che l’UE rimanda in Turchia, un siriano in Turchia avrà una nuova casa in Europa.

Il diavolo è nei dettagli

Il numero dei siriani che possono essere rilocati in Europa dalla Turchia è di circa 72,000 molto meno di quello che le agenzie internazionali hanno Migrantiraccomandato: 108,000. Lo schema di rilocazione sarà fermato quando 72,000 persone saranno rilocate in Europa. E dopo? NON SI SA!
L’alto commissario per i rifugiati delle Nazioni Unite ha sollevato preoccupazioni sulla legittimità nel diritto internazionale e nel diritto dell’Unione Europa, esprimendo disagio sul generalizzato ritorno di stranieri da un paese all’altro. Amnesty International ha definito la proposta “colpo mortale” per i diritti dei rifugiati. Mentre i leader europei credono che le questioni legali possano risolversi dichiarando la Turchia un “terza parte sicura”, questo concetto fa venire i capelli dritti non solo ad Amnesty, ma a tutti noi!
In principio, il diritto internazionale, “rinforzato” dall’Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite, fornisce un quadro per affrontare questo tipo di crisi. La Convenzione sui rifugiati del 1951 identifica sia gli individui legittimati alla protezione internazionale – coloro con delle ben fondate paure di persecuzione – e quali sono le minime responsabilità degli stati verso questi individui, in particolare il dovere di non ritorno in quei posti dove sarebbero perseguitati. Quando si è scritta la Convenzione del 1951, gli stati si sono esplicitamente impegnati in un principio chiave: avrebbero agito insieme in un “vero spirito di cooperazione” che avrebbe fornito delle soluzioni durature per la difficile situazione dei rifugiati.
Com’è stata la risposta dell’Europa nei termini di questo quadro?
In relazione all’identificazione di coloro che hanno bisogno di protezione, la risposta dell’UE è stata, nel migliore dei casi, mista. Da una parte, c’è stato un consenso, che, dati i violenti conflitti religiosi e politici che scuotono la Siria, coloro che lasciano il paese sono rifugiati secondo i termini della convenzione. Tuttavia, questa identificazione non ha incoraggiato gli stati ad aprire delle rotte legali per i siriani che viaggiano verso l’Europa, non ha prevenuto stati come la Danimarca di minacciare di sequestrare i beni dei rifugiati che arrivano come misura di deterrenza per  nuovi arrivi.
Malgrado le istituzioni comuni, gli stati dell’UE hanno agito in radicali contrastanti vie. L’entità della difficile situazione dei siriani ha teso a legittimare pratiche degli stati per cui si chiude un occhio alle rivendicazioni di protezione di persone di altre nazionalità. E’ evidente dalla chiusura della frontiera macedone: ai siriani e agli iracheni; nell’impegno della Gran Bretagna a ricollocare solamente i siriani – e solo quelli dei campi di rifugiati nella regione. Identificare coloro che hanno bisogno di protezione solo come rifugiati da specifici paesi rischia di violare le norme sui rifugiati, perché ignora i pericoli in cui particolari individui possono incorrere.
Molti stati europei, ansiosi di non vedere più nuovi arrivi, hanno argomentato che la protezione deve essere fornita in qualunque posto fuorché al loro uscio. Alcuni hanno dichiarato che coloro che cercano protezione dovrebbero stare nel paese di primo arrivo in Europa, tipicamente Grecia o Italia.

Migranti
Questo approccio europeo che ha dato vita a questo accordo è problematico moralmente e legalmente. La Turchia non è firmataria di tutta la Convenzione sui rifugiati; ha una dubbia storia di protezione dei diritti umani e prevenire i rifugiati dal lasciare il paese sembra proprio violare il diritto dei rifugiati di cercare asilo.
Finora abbiamo visto quanto poveramente l’Europa si è adoperata per lo “spirito di cooperazione” che è stato immaginato dai firmatari della Convenzione sui rifugiati. Svezia e Germania hanno mostrato livelli di apertura senza precedenti, mentre Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia, hanno agito in vie che vanno dal filo spinato alla selezione delle richieste di asilo. Il principio di non refoulement, che proibisce espressamente di rimandare i rifugiati verso un un paese dove le loro vite sarebbero minacciate, sancito dalla Convenzione sui rifugiati, sostiene il diritto internazionale dei diritti umani e sembra essere stato messo da parte.

Un giorno triste per l’umanità.

Settembre 4

La crisi dei migranti in Europa: non esiste

L’afflusso dei migranti in Europa nel 2015 è dello 0.068% della popolazione europea. Esiste la crisi politica dell’Unione Europea dovuta all’incapacità di gestione dell’afflusso dei migranti da parte dei politicanti nostrani ed europei.

La retorica apocalittica, la foto di corpi alla deriva, di bimbi morti, ha preso la mano a molti, soprattutto ai populisti, ai giornalisti in cerca di un momento di gloria. Ignoranti, nel senso che ignorano se veramente esiste una crisi di migranti. Dopo aver pubblicato su facebook, su twitter, la foto del piccolo Aylan Kurdi e commentato con frasi strappa lacrime, vi siete chiesti se questa crisi esiste davvero?  Esiste solo una crisi politica e basta!

I numeri ci suggeriscono che molti dei migranti in Europa provengono da Afghanistan, Iraq, Siria, Somalia ed Eritrea. Un flusso che è più simile ad una goccia nella terra  che dovrebbe assorbirla. La popolazione europea è di circa 500 milioni, l’ultima stima del numero di coloro che entrano attraverso mezzi illegali in Europa (quest’anno), via Mediterraneo o Balcani, è approssimativamente di 340.000. In altre parole l’afflusso di quest’anno è solo dello 0.068 % della popolazione europea. Facciamo un parallelo: gli Stati Uniti. Popolazione di 320 milioni, ha qualcosa come 11 milioni di immigrati senza documenti, circa il 3,5 % della popolazione. Per contro, l’Unione Europea (UE) ha tra 1.9 e 3.8 milioni si immigrati senza documenti  (dati 2008  gli ultimi disponibili, secondo uno studio sponsorizzato dalla Commissione Europea), meno dell’1% della sua popolazione.

Quindi perché questo panico in Europa? Molti paesi europei affrontano un profondo problema di calo delle nascite, con pochi giovani lavoratori a cui è chiesto di supportare troppi pensionati. Un afflusso di persone con una provata perseveranza sembrano fornire un’ iniezione di energia di cui l’Europea sinceramente ne ha bisogno. Ci sono diversi argomenti che fomentano il populismo della crisi dei migranti in Europa. Parlano (impropriamente) di “terrorismo”.  I gruppi estremisti ci hanno ampiamente dimostrato che sono capaci da soli e anche parecchio bene, di inviare i loro affiliati/seguaci in Europa o addirittura di reclutarli direttamente in Europa attraverso mezzi molto più convenzionali. Come nessun rifugiato sarebbe così coraggioso da attraversare il mediterraneo o negoziare una via di terra attraverso i Balcani se ci fosse stata un’alternativa disponibile, queste rotte sono del tutto improbabili come miglior passaggio per gruppi che godono di ingenti finanziamenti.

Cultura. Molti europei hanno paura che l’afflusso di stranieri mini la loro “confortevole cultura”. Ricerche ci suggeriscono che questo è il maggior argomento di cui si servono i partiti populisti in molti paesi Europei. In Francia hanno Marine Le Pen, in Olanda Geert Wilders, noi Matteo Salvini, la Repubblica Ceca Milos Zeman, il partito UKIP in Gran Bretagna. Paura che viene accentuata dalla grande “Europa Cristiana” contrapposta alla religione musulmana: Polonia, Bulgaria e Slovacchia hanno espresso una forte preferenza per soli rifugiati cristiani.

È una sfida politica, che richiede una leadership politica, non è una questione della capacità di assorbire i recenti immigrati. Dovrebbero ricordarsi quando altri hanno risposto generosamente durante la Seconda Guerra Mondiale, quando molti europei vittime di persecuzione sono diventati rifugiati. L’UE ha fallito nella responsabilità di gestione delle crisi e il suo Common Security and Defence Policy è solo un enorme distributore di fumo dietro il quale soldi e consulenze sostituiscono un pronto, deciso e robusto intervento nelle aree di crisi. Si sono seduti nelle loro confortevoli sedie e hanno aspettato che qualcun’altro facesse qualcosa. Gli stati membri dell’UE pagano i 2/5 del budget delle missioni di peacekeeping; la European Commision African Peace Facility è stata una fonte cruciale per il finanziamento delle missioni dell’Unione Africana negli ultimi 10 anni, fornendo circa 1 miliardo di euro principalmente per Darfur e Somalia. Pianificano sì, quanto so bravi a fare i Joint Plan UE/ONU e poi in pratica? In Libia aspettiamo che Leon (rappresentante ONU) porti a termine dei negoziati a cui una volta sì e una no una delle due parti non partecipa. In Siria, figuriamoci, l’Africa ce la siamo dimenticata, il Mali boh e poi ci chiediamo: “ma perché arrivano?”

Si sente poi parlare di frontiera al flusso migratorio...no, mi dispiace il Mediterraneo o i Balcani non sono la frontiera. Visto che ho iniziato con i numeri che contano più del populismo: secondo le Nazioni Unite, alla fine di maggio c’erano circa 4 milioni di rifugiati siriani (la popolazione, pre – guerra di Damasco era di 1,7 milioni). Molti sono ospitati dai paesi vicini e l’impatto è qualcosa di sconvolgente. In Libano la popolazione prima della crisi siriana era di 4.4 milioni adesso ospita 1.1 milioni di siriani. Persino il paese più ricco del mondo avrebbe difficoltà ad assorbire e gestire questo tipo di afflusso. La Turchia ne ospita 1.7 milioni e la Giordania 628.000. Ricordiamo che la terra del Medio Oriente è arida e spesso inabitabile con una cronica mancanza di sviluppo di infrastrutture per cui molte delle popolazioni dei paesi arabi tendono a concentrarsi in aree urbane e dipendono da beni di prima necessità importati. La Giordania importa l’87% del suo cibo e all’improvviso ha centinaia di migliaia di bocche da sfamare. L’ esodo siriano è arrivato dopo la crisi dei rifugiati iracheni. Nell’aprile 2007 UNHCR ha riportato che c’erano più di 4 milioni di iracheni in giro per il mondo di cui 2 milioni nel Medio Oriente. La Giordania ne ha ospitato 750.000. La Siria ne ospitava 1.1 milioni, cifra che è scesa nel 2013 a 146.000. L’anno scorso il consiglio dei ministri turco ha approvato il rilascio ai rifugiati siriani di carte d’identità che gli consentono l’accesso al sistema sanitario e ai servizi di educazione, offrendo una speranza per un permesso di lavoro condizionale. Ma questo è un’ eccezione nella Regione perchè la Turchia vuole entrare nell’UE anche se poi ultimamente li ha colpiti con i cannoni ad acqua. Gli altri stati li tollerano: sono l’intera frontiera della crisi siriana per la loro collocazione geografica e non fanno molto altro.  L’ UNHCR ci dice che i donatori governativi internazionali hanno contribuito solo per il 20% sulla cifra di 4.5 miliardi di dollari di cui hanno bisogno i rifugiati siriani in questi paesi.

Quindi cosa abbiamo? Una crisi di retorica, di populismo, di ignoranza. L’Unione Europea con i suoi valori predicati ai quattro venti con un carrozzone per miliardi di milioni di euro che non è capace di gestire l’afflusso di migranti e inetta nel rivedere la sua politica di sicurezza e di difesa. Inappropriata nel gestire le crisi ai suoi confini, quelle vere, di conflitti che non risparmiano nessuno e le cui foto non commuovono nessuno. Poi ci sono gli Stati del Golfo che tollerano milioni di persone senza fornire servizi e neanche speranza. Ma perchè credete che queste persone fuggano da paesi molto più vicini e attraversino l’inferno per venire in Europa? L’Europa dei diritti, della Commissione Europea dei diritti umani, l’Europa della pubblicità: non esiste. Quello che esiste è un nuvolo di politicanti e di funzionari ignoranti, questa è la vera tragedia.

Giugno 24

EUNAVFOR Med: solo una pezza a colore

La gestione del flusso  dei migranti mi fa venire in mente le “toppe”, le “pezze a colori” che si mettono su un buco, uno strappo. L’altro giorno sono stata alla stazione Tiburtina, non ho visto nessun campo, ma ho pensato che quest’allestimento super pubblicizzato, quando per anni e anni alla stazione ci sono stati migliaia di senza tetto, di ogni colore che si addormentavano li, chi chiedeva l’elemosina, chi vendeva gli asciugapiatti, chi i calzini; e mi è parso proprio che l’intento dietro l’allestimento di questo campo sia quello di mettere la polvere sotto il tappeto e di fare dei gran bei spot pubblicitari per la Croce Rossa che non ho mai visto alla stazione Tiburtina quando per esempio pioveva e si bagnavano i cartoni dei barboni e le coperte tutte zuppe, non ho mai visto distribuire pasti gratis…che strano, davvero. Vado da anni tutte le settimane a Roma e non ho mai visto tutta questa carità prima d’ora…INCREDIBILE!

A parte questa riflessione di morale, che chiaramente non hanno tutti quei giornalisti che sono li a fare domande del tipo: “ma ti hanno sparato?”; “vieni dall’Eritrea e hai preso il barcone in Libia?”, ” ti hanno picchiato?”, cerchiamo di fare un po di chiarezza sull’operazione EUNAFOR MED.

Quest’operazione così pubblicizzata come la migliore idea per risolvere il problema è in assoluto l’operazione più ridicola che si potesse mai ideare e peggio ancora realizzare. Consta di tre fasi sequenziali. La prima: sorveglianza e valutazione del traffico di esseri umani, delle sue reti, la seconda e la terza: individuazione e distruzione degli assetti dei trafficanti sulla base del diritto internazionale e di una partnership con le autorità libiche. Vediamo quindi punto per punto l’idiozia insita in questo programma. Prima vorrei portare alla vostra attenzione quanto accaduto in sede di redazione del testo di questa operazione che ci viene spiegato dal nostro ministro della difesa: “in vista di un eventuale risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (non si sa bene poi cosa dovrebbe decidere) la parola “affondamento dei barconi” è stata modificata in “eliminazione”. Ovviamente è chiaro a tutti che affondare una barca è diverso da eliminare. Questo perchè evidentemente anche il nostro ministro della difesa è colto da quel disturbo cognitivo e comportamentale per cui se uno mette una parola più figa tutto suona molto meglio. Perchè chiaramente distruggere (disrupt) come recita il testo inglese vuol dire che sul barcone non rimane più nessuno se fosse in mare e invece ancorato al porto, è oltremodo palese che sulla barca del trafficante c’ ha scritto: “trafficante” e quindi sono in grado di effettuare un eliminazione selettiva rispetto a tutte le barche ancorate in un porto, sapendo che i porti della Libia sono talmente piccoli che ci saranno solo le barche dei trafficanti. Probabilmente saranno tutte quelle con scritto “Caronte”. Quindi il problema si risolve eliminando il mezzo di trasporto. Allora facciamo un esempio: io elimino tutte le imbarcazioni dei trafficanti e tutti coloro che hanno attraversato almeno altri due Stati per arrivare in Libia tornano indietro.

Altro punto del tutto trascurato: le autorità libiche. Mi sorge spontanea una domanda: “quali”? Non ci sono forse due compagini governative che pensano di essere entrambe le rappresentanti del popolo libico, non ci sono forse una serie innumerevole di schieramenti, più di 300 partiti politici e soprattutto l’ambasciatore alle Nazioni Unite del governo riconosciuto dalla comunità internazionale (e qui evito in questo post di parlare del riconoscimento degli stati perchè anche qui ci sarebbero una serie di argomentazioni che sconfesserebbero tutti quei luminari che insistono che siccome tre paesi l’hanno riconosciuto allora è un governo legittimo) ha dichiarato proprio mentre si redigeva il testo di EUNAVFOR MED che non avrebbe mai dato il consenso per eliminare le barche nel territorio libico (quindi anche nelle acque territoriali). Il governo di Tobruk dalla parte sua non ha assunto finora nessuna posizione ufficiale. Saranno ottimisti e penseranno che prima o poi lo daranno o ne faranno a meno come tante volte si fa per un Bene Superiore, quello di mettere le pezze ovviamente.

La parte che più mi fa ridere è la frase :”in accordo con il diritto internazionale”, che evidentemente nessuno conosce. L’uso della forza previsto dall’operazione viola la proibizione dell’uso della forza sancita dall’art. 2 (4) della Carta Nazioni Unite, a meno che non si applichi una di queste eccezioni. L’attacco alle navi potrebbe essere qualificato come “law enforcement” piuttosto che “uso della forza” (Guyama v Suriname), ma sarebbe ugualmente illegale nel territorio ovvero nelle acque territoriali di uno stato in assenza di queste eccezioni: l’auto – difesa e l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. L’eccezione dell’auto – difesa non è applicabile perchè non c’è un attacco armato contro un paese dell’UE da parte di Stati Africani o dai trafficanti (punto che sarebbe rilevante se si riconoscesse un diritto all’auto – difesa contro attori non – statali). Si potrebbe verificare il diritto degli Stati all’uso della forza per proteggere i propri cittadini, peccato che i cittadini europei non siano nè minacciati nè coinvolti nei traffici. L’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza secondo il capitolo settimo della Carta NU. Il Consiglio di Sicurezza concesse l’autorizzazione per l’Operazione Atalanta (anti pirateria, coste somale); tuttavia l’autorizzazione fu data a condizione che ci fosse il consenso del governo somalo. Altro problema: i 5 membri permanenti ed in particolare la Russia. La vedo difficile che non apponga il veto soprattutto dopo l’abuso che i paesi occidentali hanno perpetrato quando fu concessa l’autorizzazione del 2011 proprio in Libia. Il Consiglio di Sicurezza però emana l’autorizzazione all’uso della forza quando è necessario per “mantenere la pace e la sicurezza internazionale (art.42) ovvero in presenza di una minaccia o violazione della pace ovvero per un atto di aggressione (art. 39). Una via plausibile sarebbe quella di arguire che la situazione nel Mediterraneo costituisca una minaccia alla pace; con la Risoluzione 668 (Iraq: trattamento della popolazione curda) il Consiglio di Sicurezza stabilì che un massiccio flusso di rifugiati verso e oltre le frontiere internazionali costituisse una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale.

Inoltre se si concedesse l’applicazione delle norme di diritto internazionale umanitario, le navi dei trafficanti sarebbero intitolate alla protezione come “oggetti civili”. Le attività dei trafficanti non si qualificano come pirateria secondo l’articolo 101 della Convenzione sul diritto del Mare (UNCLOS) e in ogni caso secondo l’art. 105 la forza può essere utilizzata sono nelle acque internazionali.

Concludendo, l’uso della forza non avrà granchè di basi giuridiche e non risolverà il problema. Resta più facile far andare avanti il carrozzone così perché affrontare le condizioni degli Stati da cui provengono i migranti richiederebbe uno sforzo molto più grande e non di denaro giacché il costo di EUNAFOR MED è di 11, 82 milioni di euro solo per i due mesi di start up, ma uno sforzo di politica estera europea che richiederebbe una serie di expertise di cui evidentemente il carrozzone europeo non è assolutamente dotato ed avendo alla guida proprio della politica estera la persona più inadatta della storia di tutti i tempi: la Mogherini.