Giugno 21

La politica internazionale non è la politica da comizio: migrazioni e diversità

diversità

Quando si tratta di soluzioni di lungo termine per le sfide che le migrazioni pongono all’Europa (e anche agli Stati Uniti), l’atteggiamento è scoraggiante e il compito di valutare le colpe e le responsabilità diventa più complicato.

Il flusso migratorio a cui spesso ci si riferisce come la “crisi europea dei rifugiati” raggiunse il culmine nel 2015, quando più di un milione di rifugiati e di migranti (per il significato di questi termini vi rimando ad un mio precedente post) scapparono a seguito dei conflitti nel Medio Oriente e per le condizioni disperate in Africa. Ma la migrazione di massa e le tensioni sottostanti che hanno investito gli Stati membri dell’Unione Europea (UE) sono iniziate un anno prima. L’UE è stata  incapace di formulare una politica che ridistribuisse quel carico.

I politici che giocano con le paure del pubblico demonizzando gli immigrati non sono più marginalizzati. Invece essi sono nella posizione di isolare le frontiere, come hanno promesso.

Ciò è accaduto, in parte, a causa della mancanza di priorità accordata a tale problema, prima del 2015 proprio in seno all’UE, che era molto più preoccupata di pasticciare la sua risposta alla crisi del debito europeo.

Fin qui potrebbe essere uno dei miei post abituali dove cerco di offrire al lettore degli spunti in più per guardare il mondo dalla prospettiva di politica internazionale. Ebbene, questo post invece sarà strutturato diversamente, perché i dibattiti che si svolgono in Italia sulle migrazioni, sull’Aquarius, e sulle etnie stanno raggiungendo dei toni davvero scoraggianti.

Se non mi spaventavano i commenti “avanti tutta!” alle dichiarazioni del Ministro dell’interno italiano  in merito alla chiusura dei porti, resto addirittura basita dagli attestati di stima, sempre indirizzati al Ministro dell’interno, su presunti censimenti dei rom. Ma procediamo con ordine. 

Se mi chiedete cosa ne penso della questione dell’Aquarius, vi argomenterei la risposta partendo da:

I limiti del diritto del mare

Gli oceani e i mari sono divisi in SRR (Search and Rescue Regions), la responsabilità di ciascuna di esse ricade nello Stato costiero. La Convenzione SAR (Search and Rescue) richiede agli Stati costieri di stabilire dei servizi di ricerca e recupero all’interno della loro propria SRR. Inoltre, essi debbono assicurare che avvenga il coordinamento e la cooperazione allo scopo di sbarcare le persone soccorse nella loro SRR, in un luogo protetto. Tuttavia non si è mai raggiunto un accordo su una norma generale che predeterminerebbe il porto specifico per lo sbarco per ciascun incidente. L’unico chiarimento introdotto dall’emendamento del 2004 alla Convezione, è che lo Stato nella cui SRR avviene l’operazione di soccorso, assume la giuda nel trovare uno Stato preparato ad accettare lo sbarco. Malta ha sempre obiettato all’emendamento del 2004 per cui non è obbligata da esso.

I 629 migranti a bordo dell’Aquarius sono stati soccorsi in una parte del Mar Mediterraneo e nessuno Stato si è assunto de jure la responsabilità per il coordinamento del SAR. La Libia, lo Stato più vicino, non ha ancora, ufficialmente, stabilito la sua SRR e neppure aperto il Centro di Coordinamento per il soccorso in mare. De facto, l’Italia ha riempito questo vuoto coordinando gli eventi SAR  nella “Regione libica di ricerca e soccorso”. Anche se ciò ha reso l’Italia lo Stato responsabile secondo la Convenzione SAR, ne consegue solo che avrebbe dovuto prendere la guida nel trovare un porto per lo sbarco. Non avrebbe, tuttavia, posto l’Italia nell’obbligo di permettere lo sbarco nel suo territorio.

Proseguirei con: 

I limiti del diritto internazionale dei diritti umani

Dati i limiti del diritto del mare, le 629 persone soccorse potrebbero ricorrere al diritto internazionale dei diritti umani, argomentando che non gli è stato consentito l’accesso ai porti e dunque che l’Italia e Malta abbiano violato il loro diritto alla vita.

Tuttavia, gli Stati hanno obblighi di protezione dei diritti umani solo nei confronti di quegli individui che si trovano all’interno della giurisdizione di quello Stato. In Alto mare, gli Stati hanno considerato di esercitare la giurisdizione quando funzionari dello Stato fossero fisicamente presenti in un particolare incidente e perciò esercitassero un controllo effettivo sugli individui in cerca di protezione. Alla luce di ciò, le navi statali italiane e maltesi hanno navigato verso l’Alto mare per prevenire fisicamente che l’Aquarius si avvicinasse ai loro rispettivi territori dove le persone a bordo si sarebbero trovate all’interno della loro giurisdizione.

Stabilire la giurisdizione per i diritti umani è molto più complicato quando gli agenti di uno Stato costiero non sono fisicamente presenti sulla scena di emergenza in Alto mare. In particolare, dando istruzione all’Aquarius di restare in attesa, l’Italia ha indiscutibilmente esercitato un controllo su di essa. Tuttavia non è chiaro se questo controllo sia sufficiente per gli scopi di portare coloro che si trovavano sulla nave all’interno della giurisdizione italiana; alcune istruzioni possono essere considerate solo delle richieste di cooperazione, non ordini giuridicamente vincolanti.

E aggiungerei:

il modo in cui l’incidente dell’Aquarius è stato condotto è emblematico della mancanza di solidarietà tra gli Stati membri dell’UE. L’incidente dell’Aquarius è il promemoria delle conseguenze umanitarie potenziali  di questa mancanza di solidarietà.

Chiarirei tuttavia, che “fare la voce” grossa o lanciare slogan tipo “chiudiamo tutti i porti” non è una strategia di politica internazionale, ma l’espressione della politica da comizio di cui è vittima l’Italia in questi ultimi anni.

Alla domanda: “che soluzione proponi?” direi che:

l’Europa deve correggere il Regolamento di Dublino che ora appone troppo peso sugli Stati periferici.

Qui ci fermiamo per un chiarimento. Andare ovunque voi (riferito ai nostri governanti) desideriate nell’ambito di consessi internazionali, vuol dire avere una conoscenza quantomeno basilare della politica internazionale innanzitutto, ma anche degli strumenti giuridici a disposizione. Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha questo grande peso a livello internazionale? Io me lo sono chiesta ed in parte ho avuto una risposta mentre svolgevo il mio lavoro, allorquando un americano mi disse: “sei sicura di essere italiana? No, perchè sei troppo preparata per esserlo e sai pure troppo bene l’inglese”. Dunque sarebbe opportuno che presentandosi nel consesso dell’Unione Europea fosse chiaro ai funzionari statali italiani che quello di Dublino NON è UNA CONVENZIONE, MA UN REGOLAMENTO!

Nell’ordinamento dell’UE, il regolamento è una fonte di diritto derivato dai Trattati comunitari, insieme con le decisioni e le direttive.

Più precisamente, il regolamento è un atto normativo avente portata generale, obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile negli ordinamenti degli Stati membri (art. 288, par. 2 del Trattato sul funzionamento dell’UE). La portata generale si estrinseca nel fatto che il regolamento (a differenza delle decisioni) non è indirizzato a specifici destinatari, bensì a una o più categorie di destinatari astrattamente determinate. Le norme contenute nei regolamenti sono obbligatorie in tutti gli elementi e, quindi, disciplinano direttamente la materia a cui si applicano. L’effetto diretto immediato dei regolamenti comporta che essi non richiedono (a differenza delle direttive) l’adozione di provvedimenti nazionali di attuazione da parte degli Stati membri, ma si applicano immediatamente in tali ordinamenti e sono efficaci nei confronti sia degli Stati che degli individui, senza necessità di ulteriori atti. (Formulazione che trovate in qualsiasi manuale di diritto dell’UE e anche sull’Enciclopedia Treccani e presumo anche su altri testi giuridici)

Le Convenzioni, o più precisamente i Trattati sono strumenti del diritto internazionale e per essere vincolanti per lo Stato è necessario che esso li ratifichi. (semplificando per i lettori più pigri)

Dunque se io mi reco in un consesso internazionale e mi presento confondendo Regolamento e Convenzione, la mia credibilità è già in discesa libera. Vedete, la politica internazionale, come pure la diplomazia, è il regno delle parole. Non nel senso che si chiacchiera chiacchiera e non si combina mai niente, è che le parole contano per il significato reale che hanno e sono pietre molto più potenti delle armi. Durante la negoziazione di un accordo di pace, ad esempio, si misurano tutte le parole e finanche le virgole, affinchè tutte le parti siano d’accordo.

Gli Stati della cosidetta comunità internazionale osservano come si comporta il governo di un altro Stato e se in Italia il Ministro dell’Interno grida al censimento dei rom (anche ricognizione peraltro è un termine inopportuno dato che stiamo comunque parlando di esseri umani e non di luoghi deumanizzati, giacchè la ricognizione di solito si usa in riferimento a luoghi fisici), non appare come un professionista, ma come uno strillone. Posto che coloro che appartengono all’etnia rom (vi rimando all’enciclopedia Treccani per la definizione di etnia) sono cittadini italiani, vale a dire (sempre per i più pigri) che sono cittadini italiani come Mario il meccanico di Bisceglie o Marta la parrucchiera di Varese, la discriminazione etnica è vietata dalla stragrande maggioranza degli strumenti giuridici internazionali e nazionali. Pur tuttavia questo divieto non spaventa tantissimi che in questo periodo quasi si sentono sollevati da questa grande ideona pubblicitaria del su citato Ministro dell’interno. Perchè come ho sentito giorni fa ad un telegiornale, i rom sono quelli che rubano che lavano i vetri che chiedono l’elemosina. Bene, io mi vergogno di tali affermazioni.

Si è arrivati ad un tale punto di approssimazione che si viaggia su luoghi comuni come pietre tombali. E quindi i rom rubano, gli africani ci invadono e puzzano e via discorrendo. Eppure mi sembrava che dalla storia fosse evidente che la discriminazione inizia con un gruppo obiettivo e finisce con i treni destinazione campi di concentramento.

Così come tanti si battono affinchè ognuno sia libero di esprimere la propria opinione, così io vi invito a riflettere sulla libertà in generale di essere rom, ebreo, tuareg, kalè e via dicendo.

Soprattuto desiderei che ciascuno riflettesse per conto proprio sulla realtà che vogliono proporvi: una realtà di solo bianco e solo nero, dove esistono i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Dove i buoni sono autorizzati ad usare armi e metodi disumani perchè i cattivi in fondo altrimenti non si piegano. Dove esiste una religione migliore di un’altra, dove esiste un Paese migliore di un altro. Dove non serve studiare perchè c’è google, dove il merito non esiste perchè basta digitare “se non sei d’accordo ritwitta” o “ricondividi se sei indignato”. Dove la specializzazione e la professionalità sono sostituiti dall’approssimazione e la tuttologia. Dove l’altro è un pericolo perchè non è uguale a noi, dove ci sono complotti persino nel riso basmati. Dove vi tengono legati alle vostre paure, pur di soggiogarvi. Fate attenzione.

 

 

 

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Gennaio 29

Sanzioni ed imbarazzi

sanzioni ed imbarazzi

I settori che beneficiano della cessazione del regime delle sanzioni all’Iran da parte dell’Europa e gli imbarazzi che l’Italia crea al mondo intero fin dal 1999.

L’alacrità con cui i nostri politici hanno buttato al vento i nostri valori e l’eredità storica nella speranza di ricevere qualche vantaggio dal post sanzioni ha imbarazzato gli italiani come popolo, ci ha messo in ridicolo agli occhi di tutto il mondo e purtroppo non è la prima volta.

Gli imbarazzi: la linea guida della politica estera italiana.

La condotta scellerata dei politici italiani, non nuova, ha la macro conseguenza di avverare le predizioni degli oppositori dell’accordo sul nucleare: quello che speravano di evitare è avvenuto. Che il mondo dovesse in un qualche modo adattarsi all’Iran perché “porta soldi”, che si facesse il clamoroso errore di placarsi dall’impulso di denunciare gli eccessi ideologici della Repubblica Islamica alla vista di un portafoglio pieno di miliardi di euro. Lasciar scivolare via l’impulso di criticare l’Iran per il supporto al terrorismo internazionale: l’utilizzo di Hezbollah come supporto di terra pro Assad in Siria.

La deferenza italiana a Rouhani ha un precedente con un altro presidente iraniano: Khatami, 1999, governo D’Alema.

Le foto della cena di stato offerta dall’Italia fanno il giro del mondo e fanno infuriare gli oppositori all’agenda riformista di Khatami: tavola imbandita con bicchieri pieni di vino!

sanzioni ed imbarazziIl presidente Khatami, all’epoca per evitare che il fiasco di Roma si ripetesse nelle successive visite negli stati europei, fece includere incontri a colazione, dove evidentemente era più possibile che non fosse servito dell’alcool.

Tuttavia gli imbarazzi a cui ci espone il presidente del Consiglio Renzi non sono nuovi. Nell’ottobre del 2015 in occasione della visita di Mohammed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan, principe di Absanzioni ed imbarazziu Dhabi, ha coperto con una barriera con il Fleur de Lis, l’icona di Firenze, l’opera dello scultore americano Jeff Stone: Gazing ball.

La statua raffigura un uomo nudo in stile greco – romano che tiene in equilibrio una sfera di vetro blu su una spalla.

 

Chi beneficia della cessazione del regime delle sanzioni all’Iran?

L’Iran è stato sottoposto ad un duro regime di sanzioni da diversi attori importanti nel panorama internazionale: Stati Uniti, Nazioni Unite, Unione Europea, imposte dal 1979 in risposta alla crisi degli ostaggi del ’79-’81; mentre il Consiglio di Sicurezza ha implementato le sue prime sanzioni nel 2006 e nel 2007 l’ha seguito l’UE. Molte delle sanzioni riguardavano la violazione dei diritti umani, il terrrorismo internazionale e non erano collegate con il programma nucleare iraniano. Quindi molte di queste sanzioni resteranno.
Gli uomini d’affari americani e cittadini ordinari, resteranno, per la maggior parte, incapaci di fare affari con l’Iran senza una specifica autorizzazione.

L’Europa, dall’altra parte, è molto più vogliosa di togliere le sanzioni all’Iran, perché ne beneficeranno il settore finanziario, le imprese assicurative, il settore energetico, il trasporto e le spedizioni.
Quindi, mentre molte delle sanzioni americane resteranno, la cessazione delle sanzioni europee sarà fonte di benefici per una serie di industrie, soprattutto energetiche e dei trasporti.
L’industria finanziaria ne beneficerà in larga misura, perché proprio negli ultimi 3 anni, hanno proibito l’uso dello SWIFT, il sistema globale dei pagamenti, per condurre affari con le banche iraniane. La riammissione dell’Iran nello SWIFT darà il via a nuove opportunità per la finanza internazionale. Siccome le transazioni finanziarie riguardano tutti i tipi di industrie ci saranno significative opportunità che arriveranno dall’accesso dell’Iran al sistema globale dei pagamenti.
L’Iran è il quarto paese con le più larghe riserve di greggio e il secondo per le riserve di gas naturale dunque la cessazione del regime sanzionatorio europeo rappresenta una grandissima opportunità per le compagnie energetiche globali. Mentre le compagnie americane energetiche avranno un periodo più difficile, le imprese europee come la Royal Dutch Shell o la Total SA vedranno un incremento delle opportunità di affari. Tuttavia altre compagnie collegate all’industria del petrolio come quelle che costruiscono i camion o che forniscono i servizi sul campo dovrebbero beneficiare dell’apertura del mercato iraniano.
Il trasporto è un altro settore che vedrà benefici, dal momento che l’aviazione civile è una delle eccezioni nella lista delle sanzioni americane ancora imposte all’Iran, i produttori di aeroplani americani, la Boeing Co., dovrebbero vedere un aumento dei guadagni, come ha dichiarato il ministro dei trasporti iraniano che ha reso noto che rimpiazzerà almeno 400 aerei commerciali in una decade.
I produttori di autovetture avranno dei guadagni ingenti dal grande mercato iraniano. La Peugeot, il produttore francese, rimosso nel 2012 dal mercato iraniano che era  il suo secondo mercato più grande, è al momento in negoziazioni con un partner per riprendere l’assemblaggio delle auto come parte di un progetto di joint – venture in Iran.

L’Iran si adatta al mondo e non viceversa

La Repubblica Islamica è di nuovo in affari: ed è proprio quello che Teheran voleva e quello per cui è stato eletto Rohani. Una specie di redenzione imperfetta, incompleta.
Il fatto che molte delle sanzioni unilaterali degli Stati Uniti restano intatte e l’esistenza di incertezze sulla longevità dell’accordo sul nucleare, restringerà gli orizzonti della reintegrazione economica e geopolitica dell’Iran nella comunità internazionale.
La reintegrazione dell’Iran può essere una forza di stabilizzazione, ma sono se Teheran si riconcilia con se stessa con il mondo e non il contrario.

*l’immagine della statua è tratta da “thelocal.it”

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Novembre 23

La Romania e il suo nuovo Presidente

Per chi non lo sapesse proprio in questo mese di novembre ci sono state le elezioni presidenziali in Romania. Perché ci interessa? Beh la Romania è la frontiera dell’est dell’Unione Europea (UE) e la sua politica estera è estremamente importante specialmente nelle sue relazioni con la Moldavia e l’Ucraina. Ci interessa perché la società civile romena ha iniziato a capire cosa sia la partecipazione democratica e la classe politica, malgrado i problemi di corruzione e le spinte alla conservazione dello status quo, hanno dato vita ad un cambiamento. Esattamente quello che non avviene in Italia, dove abbiamo un primo ministro che nessuno ha eletto e partiti che oggi ci sono domani no ed un presidente della Repubblica che è decisamente “agée”.  In Italia la parola “Repubblica” è rimasta solo sulla carta costituzionale. Ma torniamo alla Romania.

Il nuovo presidente è Klaus Iohannis. Non vi sembra strano questo nome? E’ un signore tedesco i cui parenti fanno parte della piccola comunità tedesca in Romania. Un talentuoso manager ex sindaco di Sibiu una cittadina della Trasilvania trasformata proprio da lui in una punta di diamante del turismo. Il “tedesco” come lo chiamano anche i suoi elettori nei suoi primi interventi come presidente della Romania asserisce che le relazioni con l’Ucraina e la Russia dovranno essere decise in accordo con l’UE e la Nato.

Un  tema che presto potrebbe essere riaperto nel parlamento romeno è sullo status del Kosovo. Un piccolo aiutino, Iohannis non ha mai tenuto segreti i suoi buonissimi rapporti con la famigerata e molto discussa leader tedesca Angela Merkel e il partito che sostiene il presidente non avrà problemi a schierarsi in favore del riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo.

Se Bucarest tenesse questa posizione sul Kosovo causerebbe un effetto domino tra coloro che non l’hanno riconosciuto e quindi avrebbe un impatto sull’ allargamento dell’UE nel suo insieme? A parte il fatto che il riconoscimento non è certo il più grande ostacolo né alla via del Kosovo né della Serbia nell’UE. La questione invece cambia se anche la Moldavia si mette nel cestone dell’allargamento (Chisinau intende sottoporre la documentazione come membro dell’EU nel 2015). Il futuro dell’allargamento dell’UE potrebbe essere più roseo delle previsioni, ma certo Putin avrebbe  qualche cosa da dire in proposito.

Cosa ci dice l’elezione del “Tedesco”: il potere della società civile. L’elezione ha visto un’incredibile mobilitazione sociale, malgrado i problemi di voto dei romeni[1] all’estero.

Per molti anni, i critici dell’UE hanno puntato il dito su paesi come la Romania e hanno usato questi stati come i “deficit democratici” come argomentazione contro l’allargamento dell’UE.  Con questa elezione però i cittadini della Romania hanno dimostrato di voler abbandonare il vecchio post – comunismo, il populismo, raggiungendo un grado di maturità in grado di poter discernere quale candidato offre le migliori policy e quali seguire. Questa elezione ci dimostra che gli elettori possono essere persuasi ad andare a votare in massa e che le elezioni possono produrre un risultato diverso da quello che ci aspetta.

Ma tutto questo ci dice una cosa ancora più importante: la democrazia in Romania funziona. I diversi gruppi etnici hanno votato Iohannis malgrado i tentativi del primo ministro Ponta di usare la macchina statale contro le elezioni presidenziali. Il Presidente è eletto con voto diretto, ma condivide il potere esecutivo con il primo ministro e quando i due appartengono a partiti politici differenti allora si crea una rivalità ancora più ampia.

La mobilitazione ha dimostrato che la società romena è in grado di punire ogni tentativo di usare l’apparato statale per gli interessi partitici e che il consolidamento del pensiero democratico è iniziato.

Le elezioni presidenziali in Romania parlano anche di noi italiani: malgrado i sistemi diversi, in Italia non eleggiamo il presidente della Repubblica direttamente, abbiamo un sistema elettorale desueto che non si decidono a cambiare, non abbiamo un presidente del consiglio espressione di libere elezioni; ci dicono che critichiamo spesso gli altri Stati con stereotipi : “ i romeni sono tutti ladri” confondendo etnia con popolazione. Ebbene il popolo romeno si è mobilitato ha fatto sentire la sua voce è ha eletto il presidente che voleva per cambiare, noi che facciamo?

[1] Venuta meno l’ideologia che vedeva nella comune discendenza dall’impero romano un motivo per sostenere romeno, la scelta fra le due varianti può essere ricondotta al solo piano formale per cui, di contro alla ragione etimologica e alla tradizione letteraria a sostegno di rumeno, si pongono a favore di romeno la simmetria con Romania e la maggiore adesione alla lingua romena. Si può scegliere: in questo stesso sito potete trovare usate entrambe le forme. (dall’Accademia della Crusca: si dice romeno o rumeno?)

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