Gennaio 23

Sud Sudan: l’ennesimo accordo di pace

Sud Sudan

In Sud Sudan la guerra civile  imperversa da ben 5 anni: abusi di diritti umani, violenze, una situazione umanitaria drammatica.

Un nuovo accordo di pace, firmato lo scorso anno, sembra essere l’unico strumento in grado di porre fine alla guerra. Tuttavia sono poche e fragili le speranze che questo accordo regga.

Il governo e l’opposizione hanno 5 mesi per implementare l’accordo e formare un governo transitorio.

Sulla carta, l’accordo di pace del Presidente del Sud Sudan Salva Kiir e dell’ex vice-Presidente, Riek Machar, che poi è diventato il leader dell’opposizione armata  (il 12 settembre 2018), ha fermato un conflitto che conta  383,000 morti e per cui la maggior parte della popolazione versa in condizioni di malnutrizione e severa insicurezza alimentare.

Nel 2015, un accordo di pace molto simile a quest’ultimo, tra gli stessi leader, è miseramente fallito nel luglio 2016, a causa di violente proteste che hanno devastato la capitale Juba e spinto Machar a lasciare il Paese e trovare ospitalità nella Repubblica Democratica del Congo. Nei due anni successivi Machar è stato agli arresti domiciliari in Sud Africa.

In quel periodo, il conflitto è peggiorato: i gruppi armati si sono moltiplicati, le condizioni umanitarie sono diventate tragiche. In questo quadro le forze governative e l’opposizione si sono rese colpevoli di atrocità nella più totale impunità.

L’accordo prevede che il governo transitorio assuma i poteri nel maggio di quest’anno prima che si tengano le elezioni nazionali tra tre anni.

Sud Sudan

Un accordo di pace implementato parzialmente aumenta i rischi di un ritorno al conflitto.

Sebbene questi rischi potrebbero essere mitigati, in qualche maniera, dalle continue misure di “costruzione della fiducia” e presumibilmente attraverso emendamenti all’accordo stesso allo scopo di concedere più tempo, ogni ritardo potrebbe introdurre incertezza in quella che già è una situazione volatile.

Gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali si sono mostrati molto più moderati nel promettere finanziamenti per l’implementazione dell’accordo. Tuttavia, se da una parte l’amministrazione Trump ha già dichiarato che rivaluterà molto attentamente l’intera assistenza al Sud Sudan, la Cina, dall’altra, resta il principale investitore nel settore petrolifero del Paese e la nazione che contribuisce maggiormente alla missione di peacekeeping nel Sud Sudan.

Fondamentalmente l’accordo resta un patto tra le elite politiche che proteggono coloro che sono i maggiori responsabili per la violenza in Sud Sudan e come tale la sua sostenibilità è discutibile.

Il governo, da parte sua, ha iniziato a ricalibrare i suoi sforzi allo scopo di attrarre investimenti esteri, soprattutto nel settore petrolifero. L’impresa russa Zarubezhneft ha firmato un Memorandum of Understanding per esplorare quattro blocchi petroliferi; mentre un Fondo del Sud Africa ha promesso di investire 1 miliardo di dollari incluso la costruzione di una nuova raffineria e il miglioramento dell’esistente infrastruttura dell’oleodotto. La Oranto Petroleum International della Nigeria ha accordato un investimento di 500 milioni di dollari, mentre la Petroliam Nasional Bhd della Malesia ha concordato di investire 300 milioni di dollari.

Tutto ciò è interessante, ma restano delle promesse e non vi è garanzia che tali investimenti si materializzeranno o, se sarà quello il caso, l’ammontare sarebbe identico.

Violazioni documentate all’embargo delle armi e continui abusi dei diritti umani, in particolar modo la violenza sessuale, contribuiscono a minare la probabilità che l’accordo regga. Gli Stati Uniti e le Nazioni Unite hanno imposto l’embargo sulle armi agli inizi dell’anno scorso, l’Unione Europea ne ha imposto uno nel 2011, l’anno in cui il Paese ha ottenuto l’indipendenza. Il governo del Sud Sudan ha lavorato con Paesi regionali, particolarmente l’Uganda, in un sistema che, allo scopo di fornire garanzie agli utilizzatori finali, permette la manifattura di armi in Romania, Bulgaria e Slovacchia in maniera tale da soddisfare i requisiti legali. Una volta che queste armi arrivano in Uganda, esse poi vengono “ri-trasferite” nel Sud Sudan. Anche i gruppi di opposizione hanno utilizzato questa tattica per acquisire armi.

Diversamente dal 2015, vi è un forte interesse regionale a porre fine alla guerra civile in Sud Sudan. I leader dell’Africa dell’Est sono sempre più stanchi del conflitto, così come dei flussi migratori che ne derivano e dell’instabilità che tali flussi creano.

Il Sudan e l’Uganda hanno forti incentivi economici per sostenere l’accordo, dal momento che il Sudan otterrebbe nuovamente il controllo delle preziose aree petrolifere nella Regione dell’alto Nilo, mentre l’Uganda godrebbe del quasi monopolio delle risorse naturali nell’Equatoria nel sud del Sud Sudan (la regione del Nilo Bianco).

Tutto è nelle mani dei leader del governo e dell’opposizione del Sud Sudan, ancora, come nel 2015.

 

Marzo 21

I russi fuori dalla Siria: sarà vero?

russi

L’intervento dei russi in Siria ha: addestrato le proprie truppe e ha dimostrato che Mosca è un attore importante nella regione. Il contingente russo che resta non solo è capace di sostenere una guerra, ma di ripristinare la campagna militare ad un cenno di Putin.

L’intervento militare dei russi in Siria ha due scopi fondamentali. Prima di tutto, prevenire la sconfitta militare di Assad e sostenere il regime. Inoltre, perché Mosca possa giocare un ruolo da attore principale nella soluzione della guerra civile in Siria e ancora di più all’interno della regione.

Ritiro russo solo parziale

e con una tempistica non specificata.
La base navale a Tartus e la base aerea a Khmeimim rimarranno pienamente operative, controllate dai russi e sorvegliate dai moderni sistemi di difesa aerea S-400. I consulenti ed istruttori militari russi resteranno nel paese e, secondo alcune stime, Mosca terrà fino a 1000 soldati sul terreno. La fornitura di armi al regime di Assad continuerà.
L’intervento russo ha significativamente indebolito l’opposizione. Assad ha solo ripreso una piccola parte del territorio che aveva perso l’anno prima dell’intervento russo e con le forze del regime impegnate in tanti fronti, sarebbe improbabile per Assad vincere la guerra.

russi

Un altro punto interessante del ritiro russo è la “relazione” tra Assad e Putin. Proprio perché è curiosa la circostanza per cui Assad, qualche settimana fa, dichiara che vuole riconquistare tutta la Siria e la Russia si ritira. Sembra proprio invece che Mosca voglia recapitare una busta ad Assad con un messaggio: “proteggiamo il territorio, ma non andremo oltre. Devi negoziare un accordo”. Una delle circostanze che ha indispettito Putin è stata l’emanazione del decreto presidenziale di Assad sulle elezioni parlamentari ad aprile. Questa azione è stata vista con tutta probabilità da Mosca come una decisione volta a rovesciare il cronogramma stabilito dagli accordi di Vienna. Il furbetto Assad si è dimostrato il tipo di alleato troppo costoso da mantenere nel lungo periodo.

Gli obiettivi russi

Il principale obiettivo dell’intervento dei russi in Siria è stato quello di garantire a Mosca ed al suo alleato Assad una sedia al tavolo di negoziazione. Prima dell’intervento russo l’occidente parlava della partenza di Assad come precondizione per i colloqui di pace. Se allarghiamo la nostra lente e guardiamo la situazione da un punto di vista più ampio scopriamo che con questo intervento militare i russi hanno dimostrato quanto siano importanti, decisivi, come attori nella regione. Mosca si presenta come l’attore che “risolve” e può incanalare i colloqui di Ginevra come meglio gli aggrada. Che si pensi che Putin è un opportunista tattico o che abbia una precisa strategia, ha raggiunto un obiettivo strategico: rendere la Russia geo – politicamente rilevante, forzando l’Occidente a tenere in considerazione gli interessi russi.

Un altro obiettivo raggiunto dai russi è stato quello di fornire un addestramento cruciale per le truppe di Mosca qualora Putin voglia condurre altre operazioni militari, che siano in Ucraina o in qualche vicino “scomodo”.

E, non da ultimo questo intervento e il conseguente ritiro possono essere venduti all’opinione pubblica russa come una vera e propria vittoria.

Il ritiro russo è solo formale

Alcuni aerei sono tornati in Russia, ma non sappiamo attualmente quanti ce ne siano perché arrivano altri, nuovi. Inoltre, non ci sono numeri di quanti erano all’inizio dell’intervento militare. È stato stimato che c’erano tra le 3 e le 6 mila truppe russe in Siria  e quello che sappiamo ora è che i russi hanno lasciato truppe a sufficienza per supportare logisticamente le loro forze  alla base aerea a Khmeimin e al porto di Tartus

Più importante: il dispiego di dispositivi d’arma così detti area denial weapon cioè quei dispositivi che servono a prevenire la creazione di corridoi umanitari o no – fly zone sono tutti rimasti. Le forze russe che monitorano e dominano lo spettro elettromagnetico sono rimaste.

russi

Anche i più avanzati velivoli SU – 35 e SU – 30 sono lì. I loro consulenti e l’artiglieria, i decisivi fattori sul terreno stanno ancora guardando il campo di battaglia siriano preparati a cosa debba avvenire dopo. 

Il contingente russo che resta non solo è capace di sostenere una guerra, ma di ricostruire la sua campagna militare ad un cenno d’ordine del presidente Putin. Mantenendo la sua capacità di area denial weapon contro l’occidente e la Turchia, si assicura che non ci siano sforzi per rovesciare il bilancio di potere sul campo di battaglia. Manda un chiaro messaggio alla Turchia e agli altri: la Russia continuerà ad assicurare che nessuno possa capovolgere la sua vittoria o minare il suo peso “riconquistato” nel sistema internazionale.
Un altro importante gruppo di attori non è definitivamente partito dal campo di battaglia siriano: le centinaia di truppe del Revolutionary Guard Corps iraniane, i combattenti di Hezbollah, un certo numero di milizie sciite provenienti dall’Iraq e dal Pakistan.

Se la vogliamo mettere proprio in termini semplici semplici: la presenza significativa di aerei russi non era più necessaria.
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Febbraio 19

Guerre civili: fallimento del sistema degli stati

guerre civili

Il problema principale nel Medio Oriente è il fallimento dei sistemi di stato arabi nel dopoguerra, lo scoppio delle guerre civili è diventato il secondo problema principale,  egualmente importante.

I conflitti in Libia, Siria, Iraq e Yemen, hanno preso una loro vita, diventando motori di instabilità che adesso pongono una più grande minaccia sia ai popoli della regione che al resto del mondo. Le guerre civili hanno la brutta abitudine di tracimare sui loro vicini. Vasti numeri di rifugiati attraversano le frontiere, come lo fanno, di meno, ma non meno problematici, un certo numero di terroristi e di altri combattenti armati. Così passano le frontiere anche le idee di promuovere la militanza, la rivoluzione e la secessione. In questo modo, gli stati vicini possono essi stessi soccombere all’instabilità o anche al conflitto interno. Studiosi ci indicano che il più grande predittore che uno stato farà esperienza di una guerra civile è se confina con un paese che ne è già coinvolto.

Le guerre civili hanno anche la brutta abitudine di estrarre qualcosa dai paesi vicini. Cercando di proteggere i loro interessi e per prevenire ripercussioni, gli stati, tipicamente, scelgono particolari combattenti da appoggiare. Ma questo li porta in un conflitto con altri stati vicini che sostengono a loro volta i loro favoriti. Anche se questa competizione rimane una guerra “proxy”, può assorbire energie politiche ed economiche, anche rovinose. Nel peggiore dei casi, il conflitto può dare vita ad una guerra regionale, quando uno stato è convinto che il suo proxy non sta facendo il proprio lavoro, manda le sue truppe. Per avere la prova di questa dinamica non bisogna andare tanto lontano quanto l’intervento a guida saudita nello Yemen o le operazioni militari iraniane o russe in Siria ed Iraq.

E come se il fallimento del sistema degli stati arabi del dopoguerra e lo scopguerre civilipio di 4 guerre civili non fosse stato abbastanza, gli Stati Uniti si sono allontanati dalla regione. Il Medio Oriente non è stato senza un grande potenza supervisore, di un tipo o di un altro, dalle conquiste ottomane del sedicesimo secolo.

Questo non suggerisce che l’egemonia esterna è sempre stata genuinamente buona; non lo era. Ma spesso ha giocato un ruolo costruttivo di mitigazione dei conflitti. Buono o cattivo, gli stati della regione sono cresciuti abituati ad interagire l’uno con l’altro con una terza parte dominante nella stanza, figurativamente o spesso letteralmente.

Il ritiro degli Stati Uniti ha forzato i governi ad interagire in un nuovo modo, senza la speranza che Washington avrebbe fornito una via cooperativa per i dilemmi della sicurezza seminati nella regione. Il disimpegno degli Stati Uniti ha fatto temere a molti stati che altri diventassero molto aggressivi senza gli Stati Uniti che li avrebbero frenati. Questa paura li ha fatti agire aggressivamente, che di conseguenza, ha dato via, a turno, a contro mosse, ancora con l’aspettativa che gli Stati Uniti non guarderanno né la mossa originale né la risposta. La dinamica è cresciuta in maniera più acuta tra l’Iran e l’Arabia Saudita, il cui scambio di diplomazia tit – for tat è cresciuto più vituperoso e violento. I sauditi hanno preso l’iniziativa di intervenire direttamente nella guerra civile nello Yemen conto la minoranza Houti, che loro considerano essere un proxy iraniano che li minaccia nel loro fianco a sud.

Anche se il Medio Oriente sbanda verso il fuori controllo, l’aiuto non è per via. Le politiche dell’amministrazione Obama non sono disegnate per mitigare i suoi problemi reali: la regione da quando Obama è in carica è scivolata sempre più verso il peggio e non c’è ragione di credere che andrà meglio prima che finisca il suo incarico.

La storia delle guerre civili ci dimostra che è estremamente duro contenere le ripercussioni ed il Medio Oriente di oggi non fa eccezione. L’eco della guerra in Siria ha aiutato a far tornare l’Iraq nella guerra civile. A turno, le ripercussioni delle guerre civili in Siria ed Iraq hanno generato una guerra civile di basso livello in Turchia e minaccia di fare lo stesso in Giordania ed in Libano. Le ripercussioni della  guerra in Libia stanno destabilizzando l’Egitto, il Mali e la Tunisia. Le guerre civili irachena, siriana e yemenita hanno risucchiato l’Iran e gli stati del Golfo in una feroce guerra proxy in tutti e tre i campi di battaglia. Rifugiati, terroristi e radicalizzazione traboccano da tutte queste guerre e creano nuovi dilemmi per l’Europa ed il nord America.

Guerra civile: curare le cause e non le conseguenze

E’ effettivamente impossibile eradicare i sintomi delle guerre civili senza trattare le malattie che sono alla base. Non importa quante migliaia di rifugiati l’Occidente accetti, finché le guerre civili si trascineranno, milioni ne scapperanno. E non importa quanti terroristi verranno uccisi, senza una fine alle guerre civili, molti più giovani uomini diventeranno terroristi. Negli ultimi 15 anni, la minaccia del jihadismo salafita è cresciuta in ordine e magnitudo malgrado i danni inflitti ad Al Qaeda in Afghanistan. Nei posti scossi dalle guerre civili, i rami del gruppo, incluso l’ISIS, trovano nuove reclute, nuovi santuari e nuovi terreni di jihad.

Contrariamente alla saggezza convenzionale, è possibile per una terza parte risolvere una guerra civile. Studiosi delle guerre civili hanno trovato che in circa il 20% dei casi dal 1945 e approssimativamente il 40%dei casi dal 1995, un attore esterno è stato in grado di rendere possibile un tale risultato. Farlo non è semplice, ovviamente, e non deve essere rovinosamente costoso come ad esempio l’esperienza degli Stati Uniti in Iraq.

Guerra civile: 3 passi per farla finire

Mettere fine ad una guerra civile richiede che la potenza che interviene realizzi tre obiettivi:

1) cambiare le dinamiche militari in modo che nessuna delle parti in guerra creda che possa vincere militarmente e nessuno abbia paura che i suoi combattenti siano uccisi una volta che depongano le armi;

2) deve forgiare un accordo di condivisione del potere tra i vari gruppi così che tutti abbiano una partecipazione equa nel nuovo governo;

3) deve porre in essere istituzioni che rassicurino tutte le parti che le prime due condizioni siano durature.

La storia però ci mostra che quando le potenze esterne si allontanano da questo approccio oppure gli dedicato risorse inadeguate, i loro interventi inevitabilmente falliscono e tipicamente rendono il conflitto più sanguinoso, lungo e meno contenuto.

Lguerre civili‘odierna campagna militare degli Stati Uniti contro l’ISIS in Iraq e in Siria condurrà allo stresso risultato della sua precedente contro al Qaeda in Afghanistan: possono danneggiarli molto, ma a meno che non finisca il conflitto che li sostiene, il gruppo si trasformerà e si diffonderà e alla fine avrà successo come il “figlio di ISIS”, come è successo all’ISIS che era figlio in qualche maniera di Al Qaeda.

Stabilizzare il Medio Oriente richiede un nuovo approccio, uno che attacchi le radici dei problemi della regione e sia sostenuto da risorse adeguate. La priorità dovrebbe essere far finire le odierne guerre civili. In ogni caso, sarà  necessario prima di tutto cambiare le dinamiche del campo di battaglia per convincere tutte le parti in lotta che la vittoria è impossibile. In tutte e quattro le guerre civili è necessario intraprendere maggiori sforzi politici indirizzati a forgiare accordi di equa distribuzione del potere.

Esempio siriano

In Siria, i colloqui di pace hanno fornito un punto d’inizio per una soluzione politica, ma non hanno fatto più di questo, perché le condizioni militari non favoriscono un reale compromesso politico. Né il regime di Assad né l’opposizione appoggiata dall’Occidente crede che possa permettersi di fermare i combattimenti e ognuno dei tre più forti gruppi di ribelli – Ahrar al – Sham, Jabhat al – Nusra e l’ISIS, rimane convinto che può raggiungere una vittoria totale. Così la realtà sui campi di battaglia cambia e poco può essere raggiunto ad un tavolo di negoziato. Se la situazione militare cambia, i diplomatici occidentali dovrebbero aiutare le comunità siriane a formare un accordo che distribuisce il potere politico ed economico che li benefici equamente.

E’ il fallimento dello stato – non gli attacchi esterni dell’ISIS, di Al Qaeda o dei proxy iraniani, che rappresenta la vera fonte dei conflitti che dilaniano il Medio Oriente oggi. Siria, Iraq, Yemen e Libia sono in disperato bisogno di assistenza economica e di infrastrutture. Ma prima di ogni cosa hanno bisogno di una riforma politica che eviti il fallimento dello stato. Qui, l’obiettivo non è la democratizzazione per se, ma dovrebbe essere una buona governance, nella forma della giustizia, della regola di legge, della trasparenza e dell’equa distribuzione dei servizi e dei beni pubblici.
Questi paesi sono in un disperato bisogno di aiuti economici, di incentivi finanziari, allora perché per una volta non si mette sul tavolo una proposta di aiuti economici che verranno dati SOLO quando sarà firmato un accordo di distribuzione del potere e cadenzati ad ogni risultato raggiunto per una buona governance? Se non si preme per le riforme: sociali economiche e politiche e non si mette in piedi un nuovo sistema statale, gli stessi vecchi problemi torneranno.

Settembre 20

Libia: situazione politica

La complessità della situazione politica in Libia tra colloqui di pace svolti fuori dalla Libia, un accordo di unità nazionale pieno di lacune e la crescente minaccia del radicalismo religioso.

Poco più di mille km da Roma, la situazione politica della Libia è di poco interesse per nostri politici e per la stampa italiana., sottovalutando enormemente  la minaccia che potrebbe emergere da una Libia permanentemente instabile.
La situazione in Libia, merita un sunto di quello che è successo finora perché evidentemente ci siamo dimenticati cosa accade in un paese che quando fa comodo è l’amico del cuore dell’Italia, quando non fa comodo perché i nostri politicanti non hanno neanche idea di cosa fare allora via, la mettiamo fuori da ogni tipo di informazione.
La guerra civile libica è iniziata con proteste contro il regime di Gheddafi, durate dal 15 febbraio al 23 ottobre 2011 e finite con la morte di Gheddafi e la vittoria delle forze pro – opposizione. Gruppi di attivisti denunciarono il numero delle persone uccise: da 30,000 a 50,000, molti di questi erano civili le cui morti erano state causate dalle forze di Gheddafi. Questi numeri sono stati dimenticati in fretta.
Dopo la fine delle guerra, fu formato un governo ad interim (National Transitional Council) nel novembre 2011 e nel luglio 2012 viene eletto il General National Congress (GNC). Tuttavia, quello che seguì fu un diffuso collasso dell’ordine e una cronica mancanza del rispetto della legge di cui approfittarono gli ex gruppi di ribelli che conquistarono il controllo a livello locale. Molti di questi gruppi rifiutarono di allearsi con un comando militare unificato, riferendo invece a consigli militari locali che divennero dei governi locali de facto. Le milizie rivali frequentemente si scontravano l’un l’altro per il controllo del territorio, mentre omicidi per rappresaglia, furti, travolgevano la popolazione locale. 7.000 persone accusate di essere sostenitori di Gheddafi, la maggior parte civili (compreso donne e bambini), rimasero in prigione e furono torturati. Si formò un gruppo armato pro – Gheddafi chiamato Green Resistance che combatteva contro altri gruppi di ribelli.
La proliferazione delle armi divenne un grande problema: molti dei depositi di armi dell’era Gheddafi furono saccheggiati. L’influsso di armi in mani private ebbe effetti ben al di là delle frontiere della Libia, contribuendo ad irrobustire le capacità dei separatisti che presero il controllo del Mali nel 2012, così come di estremisti religiosi.
In questo periodo, il radicalismo religioso cresce e l’11 settembre 2012, estremisti attaccano il Consolato americano a Benghazi, uccidendo 4 americani. Tra i morti l’ambasciatore americano Stevens e due agenti della CIA.
Le forze islamiste e non, si sono contestate a lungo su chi fosse il legittimo “cuore” della rivoluzione del 2011. Le fazioni islamiste come il Partito Justice and Construction legato alla Muslim Brotherhood e il Loyalty to the Martyrs Bloc hanno dominato il GNC fino all’estate del 2013, quando l’aver approvato forzatamente la Political Isolation Law che di fatto espelleva tutti i membri dell’ex regime di Gheddafi (anche quelli che avevano combattuto contro il regime) dalla partecipazione nel governo per 10 anni. Alcuni membri più secolari come l’Alliance National Forces furono susseguentemente cacciate dal GNC. Sia per strategia che per conseguenza, le forze armate furono costrette a rimanere ai margini mentre il GNC autorizzava le milizie islamiste, sia ufficialmente e che semi- ufficialmente, a mettere in sicurezza il paese. Milizie non – islamiste basate a Zintan che si opponevano al Political Isolation Law, minacciarono di dissolvere il GNC.
Il 23 dicembre 2013 l’autorità legislativa della Libia: il GNC, unilateralmente estese il suo mandato di un anno basandosi sull’ interpretazione della Dichiarazione Costituzionale del 2011. Così si rifiutarono di tenere nuove elezioni previste per il gennaio 2014. A seguito di ciò, ci furono proteste pubbliche contro il GNC. Il malcontento originava da una presunta dominanza all’ interno dello stesso dei religiosi conservatori, soppressione dei dibattiti “non convenienti” e l’imposizione della segregazione di genere, pressando per l’introduzione di leggi islamiche come base ufficiale della legge nazionale.
Entra ora prepotentemente sulla scena il Generale Haftar. Brevemente vi spiego chi è. Insieme a Gheddafi era parte dei quadri di giovani ufficiali dell’esercito che presero il potere al Re Idris nel 1969. Gheddafi ripaga la sua lealtà dandogli il comando del conflitto contro il Ciad. Nel 1987 Haftar e 300 dei suoi uomini furono catturati dai ciadiani. Avendo precedentemente negato la presenza di truppe libiche nel paese, Gheddafi rinnega il generale. Tradimento che è causa due decadi più tardi della dedizione del generale alla deposizione del leader libico. Di tutti i posti del mondo Haftar si dedicò alla causa dall’esilio nello stato americano della Virginia. La sua prossimità al quartier generale della Cia a Langley diede adito a parecchie voci circa uno stretto rapporto con i servizi di intelligence americani che pare gli diedero il supporto in diversi tentavi di assassinio di Gheddafi.
La mattina del 16 maggio 2014, le forze sotto il comando del generale Haftar (che lui chiamò Operation Dignity) attaccarono le milizie più radicali dentro e intorno a Benghazi, dando la scintilla a quella che ora qualcuno chiama la seconda guerra civile libica. Il 25 giugno, si tennero nuove elezioni legislative per il Consiglio dei Deputati (anche conosciuto come House of Representative). Nazionalisti e liberali vinsero la maggioranza dei seggi nelle elezioni. Tuttavia, il blocco dei religiosi conservatori si autoproclamo il nuovo GNC, formato da politici che erano la parte perdente delle elezioni e si approfittarono del supporto della coalizione di milizie conosciuta come Libya Dawn per prendere il controllo della capitale: Tripoli. Subito dopo, l’appena eletto Consiglio dei Deputati (HoR) mosse la sede nella città dell’est: Tobruk con il supporto del generale Haftar. Nel corso dell’anno successivo, il GNC mise la propria base di potere nella parte occidentale del paese, controllando Tripoli, Misrata e Zliten e altre città. Invece l’ HoR che “guadagnò” il riconoscimento internazionale si stabilì nell’est e nel sud del paese con la sua capitale de facto a Tobruk, controllando la maggior parte degli oleodotti del paese. Forze alleate controllano anche delle citta nelle montagne a sud ovest di Tripoli. Una forza di guerriglieri Tuareg, alleate a Libya Dawn, prese controllo del pezzetto sud occidentale della Libia, contestandosi la più grande città: Sabha con i combattenti Tebu allineati al governo di Tobruk. Forze locali presero il controllo della fortezza di Gheddafi: Bani Walid.
Lo Shura Council dei Rivoluzionari di Benghazi, una coalizione di milizie di gruppi religiosi radicali prese il controllo di parti est della città di Derna e continuarono a contestare Benghazi con le forze di Operation Dignity (Haftar). In questo periodo la Libia ha assistito all’entrata del così detto Stato Islamico, che inizialmente si è stabilito a Derna, ma fu successivamente cacciato dallo Shura Council. Poi presero il controllo della città di Sirte, la città di Gheddafi, e l’area che la circonda, dopo aver espulso le forze del GNC. L’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno condotto bombardamenti aerei in diverse occasioni sia contro il GNC che contro l’IS, in supporto del governo di Tobruk, mentre il Qatar e la Turchia danno il proprio supporto al GNC.
Ricapitoliamo quindi alcuni avvenimenti più significativi occorsi dal 2014 al 2015.
13.07.2014: i rappresentanti dei religiosi conservatori, il Libyan Central Shield con un milizia conservatrice alleata decisero di lanciare “Operation Libya Dawn”, una battaglia per il controllo dell’aeroporto di Tripoli (controllato dalle Zintan Brigade alleate ad Haftar). La battaglia continua per più di un mese, mentre la coalizione conservatrice cresce progressivamente, e acquisisce il supporto della Muslim Brotherhood e si fa chiamare Libya Dawn dal nome della sua missione “inaugurale”.
31.07.2014: lo Shura Council of Benghazi Revolutionaries, una nuova coalizione di milizie religiose radicali che include Ansar al – Sharia (il gruppo legato all’attacco del 2012 all’ambasciata Americana) prende il controllo di molta parte di Benghazi. Questo accade il giorno dopo che Ansar al – Sharia dichiara che Benghazi è un “emirato islamico”.
04.08.2014: il nuovo parlamento eletto si riunisce per la prima volta. A causa delle battaglie che si svolgevano a Tripoli e a Benghazi, il nuovo governo si riunisce nella città di Tobruk, ad est, una roccaforte del generale Haftar. Il numero dei rappresentanti nel parlamento scende da 200 a 115.
13.08.2014: il nuovo parlamento vota ufficialmente la revoca dell’appoggio a tutte le milizie, incluso le due parti coinvolte nella battaglia per l’aeroporto di Tripoli.
19-20.08.2014: le città occidentali di Nalut e Kabaw, seguite da Tarhouna, rifiutano l’autorità del nuovo parlamento, dichiarando il proprio supporto alle forze di Libya Dawn che assediavano l’aeroporto di Tripoli. I rappresentati delle maggiori città occidentali, incluso Misrata, Khoms e Zliten esprimono anche loro l’opposizione al nuovo parlamento.
23.08.2014: malgrado i duraturi bombardamenti di misteriosa origine, le forze di Libya Dawn ottengono pieno controllo dell’aeroporto di Tripoli dopo un mese di combattimenti. Il giorno dopo controllano l’intera città di Tripoli, dove esortano il GNC a tornare al potere.
01.09.2014: una settimana più tardi il GNC riconviene parzialmente a Tripoli con il supporto di Libya Dawn e nomina il suo primo ministro: Omar al – Hassi. Hassi diventa diretto rivale di Abdullah al – Thani che era stato scelto per guidare il nuovo parlamento a Tobruk. Il parlamento di Tobruk, appoggiato da Haftar rimane il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite (NU), mentre il parlamento in competizione a Tripoli ha il supporto di milizie che controllano molte parti del paese.
05.11. 2014: i combattenti Tuareg che supportano Libya Dawn, con l’aiuto da Misrata, prendono il controllo del oleodotto di Shararah.
07.01.2015: lo “Stato Islamico” stabilisce ufficialmente una sua branca in Libia.
16.01.2015: Libya Dawn (GNC) dichiara un cessate il fuoco con le forze allineate a Tobruk in vista dei colloqui di pace di Ginevra, supportati dalle NU.
27.01.2015: attacco al Corinthia Hotel di Tripoli da parte di un affiliato dello Stato Islamico.
08.02.2015: guerriglieri allineati allo Stato Islamico rivendicano la cattura di Nawfaliya, una città vicino al terminale dell’oleodotto di Sidra in un combattimento con le forze di Libya Dawn. Nei mesi successivi, il controllo della città resta conteso tra i due gruppi.
11.02.2015: colloqui di pace supportati dalle NU si tengono a Ghadames con l’obiettivo di formare un governo unificato tra il GNC di Tripoli e la HoR di Tobruk.
11-13.02.2015: guerriglieri che dicono di essere membri dello Stato Islamico muovono dentro Sirte, prendendo parti della città senza incontrare alcuna resistenza.
20.02.2015: milizie affiliate allo Stato Islamico fanno esplodere bombe all’interno di autovetture a Qubbah, presumibilmente per una rappresaglia per i bombardamenti egiziani nelle vicinanze di Derna, controllata dallo Stato Islamico.
02.03.2015: il parlamento di Tobruk nomina il generale Haftar come il comandante ufficiale delle forze armate libiche.
03.03.2015: gli impianti petroliferi di Mabrouk e Bahi sono controllati da combattenti religiosi estremisti, presumibilmente riconducibili allo Stato Islamico.
06.03.2015: rappresentanti da Tobruk e Tripoli s’incontrano in Marocco per un altro round di colloqui di pace con una sessione aggiuntiva in Algeria e in Belgio.
24.03.2015: guerriglieri dello Stato islamico attaccano soldati governativi a Sirte e Benghazi, uccidendo sia combattenti fedeli al governo di Tripoli che a quello di Tobruk.
12.04.2015: attacco all’ ambasciata del Sud Corea a Tripoli.
13.04.2015: attacco all ’ambasciata del Marocco a Tripoli da parte di miliziani affiliati allo Stato Islamico.
29.05.2015: militanti dello Stato Islamico prendono il controllo dell’aeroporto a Sirte.
09.06.2015: guerriglieri dello Stato Islamico catturano una centrale energetica a Sirte completando il controllo della città.
27.07.2015: il portavoce del governo di Tobruk asserisce che “tutti gli oleodotti” in Libia sono sotto il controllo delle forze militari governative. Nessuna specifica informazione viene data a proposito dei giacimenti di Mabrouk e Bahi presi a marzo dallo Stato Islamico.
13.08.2015: gruppi di ribelli sudanesi combattono a fianco del Generale Haftar a Kufra.

Agosto 24

L’insospettabile protagonista in Yemen

Gli Emirati Arabi Uniti insospettabili protagonisti di una campagna terreste in Yemen, si tolgono dallo schiaffo della monarchia saudita mostrandole chi ha i muscoli nella Regione. Alleati con gli Stati Uniti sono pronti a difendere la propria sicurezza in Yemen e dovunque sia necessario.

In Yemen  le forze fedeli al Presidente Abdrabbuh Mansour Hadi combattono contro i ribelli conosciuti come Houthi. Fosse solo così sarebbe una guerra civile come tante, ma la situazione è complicata dall’emergere verso la fine del 2014 di un affiliato yemenita del gruppo che si conosce con il nome di Stato Islamico (IS) , Wilayat al-Yemen, o Provincia dello Yemen, che cerca di eclissare la presenza di Al Qaida della Penisola Araba (AQAP). Sia Hadi che gli Houthi sono opposti ad AQAP e IS.  Dopo che a fine marzo di quest’anno i ribelli avevano preso d’assalto Aden, una coalizione, guidata dall’Arabia Saudita, ha risposto ad una richiesta di Hadi di intervenire e così è stato. La coalizione comprende 5 Stati del Golfo aArabo, Giordania, Egitto, Marocco e Sudan.

Il Re Salem e suo figlio Salman, avrebbero voluto guidare anche una coalizione di terra, ma dopo aver chiesto aiuto all’Egitto e nella visita al Cairo aver ricevuto un sonoro no, nonostante l’Egitto sia legato a Riyadh da finanziamenti per billioni di dollari. Altro paese indebitato con l’Arabia Saudita a cui è stato chiesto aiuto per un invasione di terra: il Pakistan, ha declinato un coinvolgimento in questo senso. L’azione in Yemen della monarchia saudita quindi si risolve in bombardamenti aerei, blocco navale, addestramento di soldati anti – houthi aiutati dall’Egitto e dal Senegal.

Ed ecco che sulla scena compare un insospettabile protagonista: gli Emirati Arabi Uniti, ma non come satellite di Riyadh ovvero al suo comando. Pur condividendo gli stessi interessi politici e di sicurezza, soprattutto per la minaccia Iran e dei gruppi islamisti e avendo lavorato fianco a fianco sostenendo el Sissi in Egitto ed ora contro gli Houthi in Yemen, le strategie politiche delle due potenze sembrano prendere decisamente due strade diverse.

Gli Emirati Arabi Uniti possiedono una delle più potenti aviazioni militari  della regione, con più di 60 versioni avanzate dell’F-16 fighter jet (prodotto in America), un numero simile di Mirage 2000 fighter (produzione francese). Nel 2011 hanno partecipato  alle operazioni contro il Col. Geddafi in Libia, a fianco degli Stati Uniti contro lo Stato Islamico in Libia e nello Yemen. Gli Emirati hanno intenzione di usare la forza contro i militanti islamisti molto di più di quanto abbia fatto l’Arabia Saudita. Quest’ultima s’era opposta alla Fratellanza Islamica in Egitto MA insieme alla Turchia supportano in Siria: Jaish – al – Fatah ovvero the Army of Conquest, una struttura di comando per gruppi jihadisti che include anche Jabhat al Nusra. Army of Conquest ha un centro di comando nelle provincia del nord siriano di Idlib. Ufficiali turchi hanno ammesso di fornire supporto logistico e di intelligence al quartier generale di Army of Conquest che ha al suo interno ben sette gruppi jihadisti. Materiale di supporto come armi e denaro invece arriva dai sauditi con i turchi che facilitano il passaggio attraverso i villaggi di frontiera di Guvecci, Kuyubasi, Hacipasa, Basalan, Kusakli, Bukulmez.

Abu Dhabi ha instaurato una forte relazione con gli Stati Uniti, inter alia, ospita gli F-22 Raptor e ad Al – Dhafra ospita l’Air Warfare Center dal 2004. La realtà è che gli Emirati hanno bisogno di partner fuori dalla regione per garantire la propria sicurezza: diventando militarmente utile per questioni di mutuo interesse, aumenta il proprio valore agli occhi degli Stati Uniti.

Agli inizi di agosto di quest’anno hanno deciso di fare di più inviando 3500 soldati in Yemen (sud del paese) con veicoli armati e armi pesanti. Sbarcati ad Aden si sono aggiunti alle 100 forze speciali che si trovano nel paese dallo scorso maggio. Ricordo che gli ostaggi inglesi sono stati liberati proprio dalle forze speciali degli Emirati. Notizia passata così un po’ sottotono. Ed invece la campagna terrestre del sud dello Yemen che ha cacciato gli Houthi da Aden e dalla provincia Lahj (sede della più grande base militare del paese)  pianificata e condotta  dagli Emirati segna la prima volta che uno Stato del Golfo manda propri cittadini in una guerra dopo l’esercito del Kuwait che fu sonoramente battuto da Saddam Hussein in Iraq nel 1990.

L’interesse di Abu Dhabi è che possa in questo modo forzare  la formazione di un governo a loro congeniale a Sanaa. Fatto più importante:  Abu Dhabi ha messo in chiaro una volta per tutte che  a) non ha paura a mandare proprie truppe in altri paesi per stabilizzare conflitti fucina di gruppi fondamentalisti e che non è affatto il fanalino di coda della monarchia saudita, ma è pronta ad allearsi con le potenze occidentali per la propria sicurezza e di altre parti della Regione. Per la serie : watch out!

 

 

*fonte foto: www.armyrecognition.com

Novembre 26

Della Siria non ci importa più

Non si parla più della Siria. Quei giorni in cui tutti erano concentrati sulle armi chimiche di Assad sono ormai un lontano ricordo, per non parlare delle migliaia di sfollati, di morti. Tutto dimenticato.

Invece la Siria oggi rappresenta uno dei più complicati scenari di guerra civile, con un coinvolgimento di diversi attori negativi che non si era mai visto prima.

Chi gioca in questo conflitto: Assad, il dittatore sanguinario e senza regole che non mostra alcun tipo di riluttanza nell’uccidere chiunque, persino i suoi stessi cittadini se ciò è necessario perché lui resti al potere. Scriviamolo il numero dei morti: CENTOMILA  vittime civili secondo le Nazioni Unite. Altri DUE MILIONI sono rifugiati negli stati confinanti e circa 4 MILIONI E MEZZO sono i cosiddetti internally displaced, cioè coloro che si spostano all’interno dei confini siriani alla ricerca di un posto sicuro. Per fare una percentuale questi numeri corrispondono a circa il 35% della popolazione siriana.

La Russia si rifiuta di fermare il rifornimento di armi ad Assad e continua ad usare il suo potere di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Putin promette a Damasco un sistema avanzato di difesa missilistica (s-300 per coloro che sono appassionati di armamenti) e sostiene che però è il momento di un accordo di pace con la Siria. Il governo saudita e il governo del Qatar finanziano ribelli con armamenti. Solo che Assad oltre che dai russi riceve finanziamenti anche dall’Iran che fornisce anche un training on the job ai militari. Il governo dell’Iraq che ha già i suoi problemi con il Califfato dello Stato Islamico si rifiuta di intercettare i voli iraniani che vanno in Siria. 

Jabhat al – Nusra il più grande gruppo armato in Siria è stato capace in pochissimo tempo di accedere ad una rete di finanziatori, principalmente negli emirati del Golfo e provveduto a garantire i servizi essenziali di base nelle aree devastate dagli attacchi del regime. E’ molto attivo alla frontiera con il Libano. Parallelamente cerca di sviluppare una roccaforte nel paese dei cedri, dove riscontra del terreno fertile tra alcuni settori della popolazione, specialmente nel nord e nel nord – est. Al – Nusra finora si è guadagnata le simpatie tra la popolazione locale in risposta agli attacchi degli Stati Uniti, i loro famigerati attacchi aerei chirurgici o attacchi mirati o come volete chiamarli sempre attacchi sono. Si è creata sul campo una rete, consolidata territorialmente e amministrativamente, che da sempre di più l’idea di un emirato. La pressione che il cosiddetto Stato Islamico sta esercitando sulla Siria potrebbe forzare Al- Nusra a scegliere se dare vita ad un emirato o accettare uno stato di partneriato con lo Stato Islamico, se non nell’ estrema ratio di confrontarsi apertamente con loro.

Non sono serviti né cessate il fuoco né attacchi mirati per mettere fine alla guerra civile siriana. Quello che potrebbe verosimilmente accadere è che il crescente ricorso degli Stati Uniti agli attacchi aerei porti ad una escalation nel confronto tra Al – Nusra e lo Stato Islamico. Anche se si sono rincorse le notizie di una probabile morte del leader dello Stato Islamico al – Baghdadi, la sua morte non è necessariamente la fine dell’intera organizzazione. Difficilmente gli americani imparano dalla storia, l’aver ucciso Bin Laden non ha decretato la morte di Al – Qaida, certo avrà avuto conseguenze sul morale di qualche componente dell’organizzazione, ma è rimasta in piedi. Il fatto di uccidere il capo forse da un punto di vista puramente militare ha senso, nell’ottica di decapitare l’organizzazione del vertice e quindi destabilizzare le truppe. Ma le organizzazioni estremiste, di base religiosa e soprattutto transnazionali difficilmente si sgretolano. Prima di tutto perché non sono puramente militari, ma nascono per motivi ideologico – religiosi e poi perché esse prevedono già nella propria struttura un secondo leader. Il carisma del leader porta avanti una missione, che per quanto possa essere crudele o cinica, viene seguita da persone non importa poi chi la conduce, proprio perché è strettamente interrelata a sentimenti religiosi. In un altro post parlerò delle ragioni fondamentali per cui una persona decide di diventare membro dello Stato Islamico.

La rimozione di Assad, potrebbe sembrare la giusta soluzione, un po come hanno pensato per Saddam Hussein o per Mubarak o per Gheddafi. Ebbene proviamo a vedere i risultati, si è creato un vacuum di potere talmente ampio che ha dato vita ad incontrollate frange che mosse da etnia, piuttosto che appartenenza religiosa non trovano un equilibrio. Il dittatore, per quanto possa sembrare cinico, riesce a mettere insieme più elementi della società che altrimenti non avrebbero modo di starci. Prendiamolo come il compositore di un puzzle. Non lo fa perché è un filantropo, ma perché ritiene nelle sue mani un enorme potere che da e toglie in maniera tale da tenere un equilibrio. In alcuni Stati è funzionato così per anni e poi arriva l’Occidente con il suo manto da supereroe ad esportare una democrazia che non garantisce nei propri confini. Dimenticando cosa sono le etnie, cosa sono le confessioni religiose e pensando che il caos che viene generato sia risolto da qualcun altro. In Siria non si interviene perché non c’è nessun interesse occidentale da difendere, semplice e lineare. L’unico interesse lo ha la Russia con il porto di Tartus. Dal 1971 affittato dalla Russia come parte di un multi – milionario debito siriano. Il porto essenzialmente serve per la manutenzione e il rifornimento della flotta russa. Queste navi da guerra non vengono anche dal Baltico o dai mari del nord ed hanno multiple missioni e eseguono compiti nel mediterraneo e operazioni di anti pirateria nel mar rosso nel golfo di aden in somalia. La Russia quindi ha un interesse nazionale nel mantenere il porto malgrado gli scenari che si potranno aprire con la guerra civile. Inoltre il porto di Tartus permette alla compagnia di esportazione di armi, Rosoboronexport, di fornire armi e rifornimenti direttamente al regime di Assad. Sicuramente Putin non ha nessun interesse a far cadere il regime mettere a rischio il porto. 

Gli attacchi aerei americani continuano il numero delle vittime civili continua e della Siria non importa più a nessuno.