Gennaio 29

In Gambia carri armati risolvono una crisi politica: e le regole della sicurezza globale?

Gambia

La crisi politica in Gambia si è chiusa tra soldati di ECOWAS  per le strade del paese, un Presidente eletto che giura nell’ambasciata del Gambia in Senegal ed un Presidente uscente che va via con 11 milioni di dollari nel portafoglio.

Questa crisi politica ci interessa (e avrebbe dovuto interessare molti altri) per due motivi: il potere crescente di ECOWAS in Africa Occidentale e il ricorso all’intervento militare che pone una sfida al sistema di sicurezza globale.

Intanto iniziamo con il riassumere i fatti:

Il nuovo Presidente del Gambia, Adama Barrow, finalmente è tornato nel paese, il suo arrivo formalmente segna la fine di una crisi politica durata 6 settimane. Barrow è stato eletto Presidente il 1 dicembre 2016; il suo oppositore Yahya Jammeh, al potere dal 1994,  rifiutava di dimettersi, anzi  ha tentato, in varie maniere, di manovrare lo stato d’emergenza, cercando di estendere, attraverso il Parlamento, i suoi poteri: tutto allo scopo di bloccare la transizione.

Inaspettatamente per un leader eccentrico autoritario stile Gheddafi, che prometteva di governare il Gambia per un miliardo di anni, rivendicando l’abilità di curare l’AIDS e l’infertilità, la presa al potere del Presidente Jammeh era stata condannata dalla comunità internazionale. In un incontro dei leader del blocco regionale dell’Africa Occidentale, la comunità economica degli stati dell’Africa occidentale – ECOWAS–  adotta una risoluzione il 17 dicembre che riconosce i risultati dell’elezione del 1° dicembre, impegnandosi a partecipare alla cerimonia d’insediamento del Presidente eletto Barrow il 19 gennaio e decidendo di adottare tutte le misure necessarie per far applicare i risultati elettorali.

A seguito del fallimento degli sforzi di mediazione, ECOWAS lancia un ultimatum al Presidente Jammeh: o lascia il potere per la mezzanotte del 19 gennaio oppure ECOWAS interverrà con la forza per mettere al potere il Presidente eletto Barrow. Per dimostrare che si faceva sul serio, forze ECOWAS dal Senegal e dalla Nigeria si mobilitano alla frontiera con il Gambia e avvertono che interverranno se Jammeh non si sarebbe conformato all’ultimatum. Il 21 dicembre una dichiarazione del Presidente del Consiglio di Sicurezza indica che il Consiglio accoglie ed è incoraggia le decisioni di ECOWAS. Similmente l’African Union Peace and Security Council sostiene i risultati elettorali e annuncia che non riconoscerà Jammeh come Presidente del Gambia dopo il 19 gennaio.

La scadenza dell’ultimatum per il 19 gennaio passa senza risultato. Barrow giura nell’ufficio dell’ambasciata del Gambia a Dakar e le forze senegalesi attraversano la frontiera per far rispettare la risoluzione di  ECOWAS del 17 dicembre, apparentemente a seguito di una richiesta del Presidente Barrow, e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotta all’unanimità la risoluzione 2337, la sua prima del 2017. La risoluzione prospettata dal Senegal, non autorizza l’uso della forza da parte di ECOWAS. Piuttosto, agendo secondo il Capitolo VI (della Carta delle Nazioni Unite), il Consiglio di Sicurezza appoggia la decisione di ECOWAS e dell’Unione Africana di riconoscere Barrow come Presidente, accoglie la decisione di ECOWAS del 17 dicembre ed esprime sostegno per l’impegno di ECOWAS nell’ “assicurare, innanzitutto attraverso mezzi politici, il rispetto del volere del popolo del Gambia”. Con le truppe di ECOWAS già nel paese, il 21 gennaio il Presidente Jammeh lascia il Gambia, apparentemente con 11 milioni di dollari nel portafoglio.

Il potere crescente di ECOWAS nel comporre le crisi politiche dell’Africa occidentale.

Sebbene le azioni di ECOWAS nella crisi del Gambia non mostrino esplicitamente una volontà crescente da parte del blocco di utilizzare la forza contro i leader dell’Africa occidentale che non vogliono lasciare il potere dopo moltissimi anni, nondimeno nel caso del Gambia hanno sfidato le regole fondanti della sicurezza globale.

La linea generale, in Africa Occidentale, rispetto alla passata decade, suggerisce che ECOWAS esamina le crisi politiche caso per caso.  Eppure le azioni di ECOWAS sono  dettate dall’opportunità politica del blocco come tale nel non perdere credibilità all’esterno e non minare la coesione interna.

In Senegal nel 2012, l’allora Presidente Abdoulaye Wade correva per il terzo mandato. Wade sosteneva che il limite, in Senegal, dei due mandati non si applicava a lui, dal momento che il suo primo mandato era iniziato prima che il limite fosse imposto; i suoi oppositori videro la sua candidatura come incostituzionale. ECOWAS propose un compromesso: se eletto, Wade doveva servire un periodo di due anni e poi tenere nuove elezioni. Tuttavia, fortunatamente per ECOWAS, Wade perse l’elezione.

In Mali, 2012, ci fu una crisi complessa che includeva un coup contro il presidente uscente, una ribellione di separatisti e un’occupazione jihadista delle città del nord. Dopo il coup, ECOWAS repentinamente impose sanzioni che spinsero i leader del coup a dimettersi in cambio dell’amnistia. Rimettere il Mali assieme, tuttavia era molto più difficile. I leader del coup inizialmente esercitavano una certa influenza in politica e il nord del paese rimaneva da mesi in mano ai jihadisti. ECOWAS piano piano prepara l’intervento militare, ma nel gennaio del 2013, quando i jihadisti si spingono nel Mali centrale furono i francesi ad intervenire.

Perchè dunque ECOWAS ha agito in maniera differente in Gambia?

Una prima motivazione risiede nella reputazione estremamente scarsa  a livello internazionale di Jammeh. Visto come un pazzoide e criticato aspramente per la violazione dei diritti umani, Jammeh era oramai isolato internazionalmente negli ultimi anni. Nel 2013, ritira il Gambia dal Commonwealth, un gruppo di 54 paesi composto principalmente da ex colonie britanniche, forse per protestare contro le preoccupazioni della Gran Bretagna sui diritti umani. Nel tardo 2016, gli Stati Uniti impongono un divieto di visa per i funzionari del governo del Gambia.

L’isolazionismo di Jammeh si estende ad ECOWAS. Prima delle elezioni in Gambia del 2011, ECOWAS si rifiuta di mandare osservatori, statuendo che “le preparazioni e l’ambiente politico non contribuivano alla condotta di libere eque e trasparenti votazioni”. ECOWAS si era stancata del comportamento negli anni di Jammeh che aveva pochi amici in occidente.

Un’altra ragione per il comportamento deciso di ECOWAS in Gambia è la dimensione del paese. 4000 miglia quadrate, il Gambia è il più piccolo membro del blocco dell’Africa occidentale, salvo l’isola di Capo Verde. Contemplare la logistica di un intervento militare in Gambia era molto meno spaventosa che quella nel nord del Mali o per gli interventi militari in Liberia ed in Sierra Leone negli anni 90.

E non da ultimo la motivazione dell’intervento risiede nella credibilità stessa dell’organizzazione che se si fosse “piegata” a Jammeh, sarebbe stata inesorabilmente minata.

Il ricorso all’intervento militare di ECOWAS potrebbe minare l’ordine e la sicurezza globale.

La sicurezza globale è assicurata anzitutto dal divieto generale dell’uso della forza e della minaccia dell’uso della forza sancito dall’art. 2,4 della Carta delle Nazioni Unite e dal diritto internazionale generale. I singoli Stati non possono ricorrere all’uso unilaterale della forza militare a meno che non dimostrino la sussistenza di una giustificazione prevista dal diritto internazionale vigente.

La situazione in Gambia e le reazioni internazionali sfidano alcuni aspetti dello jus ad bellum*.  La Carta delle Nazioni Unite ammette due eccezioni al divieto generale dell’uso della forza e della minaccia dell’uso della forza: la forza utilizzata in legittima difesa contro un attacco armato e l’uso della forza autorizzata dal Consiglio di Sicurezza secondo il Capitolo VII della Carta.

Se basato su una richiesta del Presidente Barrow, l’intervento ECOWAS a guida senegalese, iniziato il 19  gennaio si confà, sebbene imperfettamente, con le regole stabilite dallo jus ad bellum. Come confermato dalla Corte Internazionale di Giustizia nel caso “attività armate sul territorio del Congo”, lo jus ad bellum permette ai governi di invitare stati stranieri ad intervenire militarmente sul loro stesso territorio. Infatti, precedenti interventi di ECOWAS, come quello in Sierra Leone e in Liberia erano giustificati dalla richiesta dei governi di questi Stati. Il problema potenziale con questo intervento di ECOWAS in Gambia, tuttavia, è che è stato intrapreso a seguito di una richiesta da quello che era essenzialmente un governo in esilio. Adama Barrow probabilmente non si qualifica neanche come governo in esilio, ma piuttosto, come un Presidente in esilio. Il diritto di un Presidente in esilio, che non ha mai esercitato l’autorità di governo o l’effettivo controllo sul territorio di uno Stato, di autorizzare l’intervento armato straniero è discutibile e non sostenuta da ampi, sufficienti precedenti.

Inoltre, la rapidità dell’intervento di ECOWAS in Gambia pone una sfida anche al divieto della minaccia dell’uso della forza**.

La decisione di ECOWAS del 17 dicembre, che chiedeva a Jammeh di lasciare il potere e autorizzava l’uso di tutte le misure necessarie per far rispettare il risultato elettorale, unitamente alla mobilitazione delle forze ECOWAS nelle settimane precedenti al 19 gennaio, costituisce una minaccia all’uso della forza.

Il problema qui è che far rispettare i risultati elettorali o insediare un leader democraticamente eletto non sono basi legittime per l’uso della forza secondo lo jus ad bellum. Malgrado tentativi di pochi governi e di alcuni studiosi di sostenere la cosidetta “dottrina dell’intervento democratico”, che permette il ricorso alla forza per promuovere il governo democratico o prevenire prese di potere illegittime, l’opinione prevalente è che questa pratica viola la Carta delle Nazioni Unite. Curiosamente, tuttavia, il Consiglio di Sicurezza appare aver avallato questa minaccia dell’uso della forza da parte di ECOWAS contro il Presidente Jammeh.

Come detto sopra, la dichiarazione del Presidente del Consiglio di Sicurezza del 21 dicembre accoglie le azioni di ECOWAS, la risoluzione 2337, mentre non autorizza l’uso della forza ed esprime la sua preferenza per l’uso di mezzi politici per comporre il conflitto, accoglie la decisione di ECOWAS del 17 dicembre.

La catena di eventi e di risultati  di un singolo conflitto probabilmente non sono sufficienti ad alterare fondamentalmente regole che sono fondanti dell’ordine legale internazionale come i divieti della minaccia e dell’uso della forza.

La crisi in Gambia, tuttavia, pone alcune questioni giuridiche difficili e sfida alcuni aspetti dello jus ad bellum.

La volontà di ECOWAS e la prontezza di minacciare e usare la forza per promuovere la democrazia è solo uno degli esempi della pratica africana che sfida le regole che sono alla base dell’ordine e della sicurezza internazionale.

 

 

* jus ad bellum cioè il diritto di ricorso alla guerra, e così distinto dallo jus in bello, che è il diritto internazionale umanitario applicabile durante il conflitto.

** L’art. 2,4 della Carta NU vieta la stessa “minaccia” dell’uso della forza, ma non chiarisce cosa debba intendersi per “minaccia” vietata. La Corte Internazionale di Giustizia si è soffermata sulla questione nel parere sulle Armi nucleari del 1996 sostenendo che le nozioni di minaccia e di uso della forza dell’art.2,4 vanno insieme nel senso che è vietata ogni “minaccia” della forza il cui “uso” è vietato. In altre parole: se l’uso della forza in se stesso in un dato caso è illegale, per qualsiasi ragione, la minaccia all’uso di tale forza sarà anch’esso illegale.

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Dicembre 3

America Latina: la sua lezione sul populismo politico

America Latina

Il populismo politico dell’America Latina si presenta come una vera e propria lezione. Un avvertimento per gli Stati Uniti del neo eletto Trump e per il vecchio Continente.

Il populismo politico dell’America Latina è un fatto reale che consegna agli Stati Uniti del neo eletto Trump e al vecchio Continente un vero e proprio avvertimento.

Negli Stati Uniti, i politici populisti hanno raggiunto la maggior parte dei votanti, in America Latina sono passati di moda.

Cosa ci insegnano le esperienze del populismo politico dei paesi dell’America Latina.

In Venezuela, la vittoria di Trump ha richiamato alla memoria l’ascesa di Hugo Chavez, un maestro nell’arte della politica populista.

Chiaramente Chavez e Trump sono diametralmente opposti in molti ed importanti modi.

Tuttavia, i considerevoli paralleli che esistono ci sono d’aiuto come schema del populismo del 21° secolo: un movimento che si sta appassendo in America Latina, ma che sta fiorendo velocemente nel cosiddetto “mondo sviluppato”.

Il contrassegno del populismo che ha letteralmente ingoiato parti dell’America Latina alla fine degli anni ’90 e nel 2000 era, principalmente una spinta alla sinistra, in contrasto con quello che vediamo negli Stati Uniti e in Europa, dove la maggior parte dei leader populisti arrivano dalla destra dello spettro politico.

Pur tuttavia, ci sono forti similarità tra le spinte a compiacere la folla, il culto della personalità e ed il consolidamento di movimenti di opposizione che si pongono come una sfida “al sistema”.

Il populismo che sia a nord o a sud della frontiera, ad est o ad occidente dell’Atlantico, tende ad arrivare avvolto in una bandiera ed accompagnato dalla nostalgia di una gloria nazionale passata.

È sospinto da spiegazioni approssimative per problemi complicati e promesse di soluzioni semplicistiche per sfide spaventose. Fa affidamento su sostenitori carismatici, spesso appariscenti che imputano la colpa di sofferenze reali o immaginarie ad una massa di cattivi preconfezionati.

La gloria passata non è completamente immaginata, così come le soluzioni proposte non sono totalmente vuote. I cosiddetti cattivi non sono mai angeli innocenti. Persone, paesi, gruppi, idee sono o grandi o sono malvagi. Non c’è molto spazio per la sottigliezza nel programma di un populista.

Come Chavez, Trump è stato capace di fare leva sul potere delle moderne comunicazioni per scavalcare l’establishment e far passare il suo messaggio direttamente alle masse.

Chavez scoprì il potere dei mass media dopo essere apparso in televisione all’indomani del fallito coup nel 1992. Come presidente, brillò nello show televisivo “Hello President” dove trascorreva ore infinite a parlare direttamente al pubblico.

Trump deve qualcosa del suo successo alla sua presenza su Twitter e alla sua promessa che continuerà ad usarlo come presidente.

Che sia in America Latina o altrove, il leader populista tende ad essere un outsider che si confeziona come un indispensabile ingrediente per il successo

Il populismo dipende dal persuadere le masse che, la persona al centro del “movimento”, a prescindere dalla sua base ideologica, è quello di cui c’è bisogno per raggiungere la missione. L’agghiacciante mantra di Trump alla Convention repubblicana “I alone can fix it” condensa il culto della personalità: il cuore del moderno populismo.

L’ideologia non è indispensabile; l’uomo lo è.

Ironicamente la più vaga ideologia può fornire un grado di flessibilità al governo. Questo è il motivo per cui i socialisti populisti possono permettere ai mercati liberi di funzionare e la ragione per cui il presidente del Nicaragua: Daniel Ortega, può guidare un paese dove il capitalismo è molto più visibile del socialismo.

Così come Trump ha promesso di “make America great again”, Chavez prestava attenzione alla gloria passata, non solo per il suo paese, ma per la regione, costruendo la sua rivoluzione sull’incantesimo di Simon Boliva, l’eroe delle guerre d’indipendenza dell’America Latina dal governo coloniale spagnolo. Tutto questo forniva un amabile contesto per la demonizzazione di coloro che Chavez reputava colpevoli di tutti i problemi del paese, per non menzionare le sue ambizioni di diffondere la rivoluzione in altre parti del Sud America.

Chavez si appropriò di ogni leva di potere e smantellò la democrazia in Venezuela, ma il colpevole di tutti mani rimaneva per lui sempre e solo l’ “impero” (il nome con cui Chavez chiamava gli Stati Uniti). Attaccò la vecchia guardia e gli oligarchi che avevano fatto la ricchezza del Venezuela strigliando i media, fino a minare la sua stessa credibilità.

Chiunque fosse in disaccordo con lui era immediatamente dichiarato nemico e la retorica della dannazione politica varcava ogni frontiera per demonizzare tutti coloro che lui voleva fossero colpevolizzati per i problemi del Venezuela.

In sintesi i populisti latino americani attribuivano la colpa dei problemi del paese all’intero establishment che li aveva preceduti, perché, a loro dire, i problemi potevano essere facilmente risolti, ma…solo da loro!

Il ricco, il ben connesso, i media, il Fondo Monetario Internazionale, i banchieri: tutti diventavano il nemico a mano a mano che il culto della personalità di questi leader veniva costruito.

Comune alle ideologie del culto: il potente presidente riceveva merito per ogni sviluppo positivo e non era mai colpevolizzato per qualcosa di negativo.

In America Latina, gli uomini che venivano eletti come populisti iniziavano il percorso di governo smantellando molte delle norme democratiche con cui loro stessi erano arrivati al potere.

Erosione delle istituzioni democratiche in Nicaragua

Ortega in Nicaragua è stato da poco rieletto per il suo terzo mandato consecutivo, il suo quarto incarico come presidente nel complesso della sua carriera.

La strada di Ortega alla rielezione è stata costellata da controversie. I critici puntavano il dito all’erosione delle istituzioni democratiche avvenuta durante le sue due passate amministrazioni.

Nel 2010, la Corte Suprema del paese spianava la via per la sua rielezione dichiarando il divieto costituzionale sulla rielezione “inapplicabile”.

Nel 2014, un emendamento costituzionale disponeva per rielezioni indefinite, mentre le vittorie alle urne nel 2011 e nel 2012 assicuravano al FSLN (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale – il partito di Ortega) il controllo delle istituzioni del paese.

Quest’anno la Corte decide di trasferire la leadership del principale partito di opposizione ad una storica fazione all’interno del partito stesso; i membri della vecchia leadership, dopo essersi rifiutati di riconoscere i nuovi vertici di partito o finanche incontrarli, vengono invitati a lasciare liberi i loro seggi nell’Assemblea Nazionale.

Il colpo di grazia, secondo l’opposizione, alla democrazia in Nicaragua arriva quando la moglie di Ortega, Rosario Murillo, viene nominata vice presidente.

In tutto questo però l’immensa popolarità di Ortega è rimasta sempre alta, godendo, quotidianamente di un tasso di approvazione pari a più del 70%; una delle percentuali più alte per un presidente nel mondo.

Se Ortega riuscirà a tenere alta la sua popolarità questo è tutto da vedere. Alcuni fattori sono fuori dal suo controllo: la crisi in Venezuela, per esempio, che minaccia l’accesso ai prestiti a basso interesse utilizzati per finanziare programmi sociali popolari e vitali. Mentre le previsioni finanziarie e di investimento rimangono positive per il Nicaragua, i tagli a questi programmi potrebbero minare la popolarità di Ortega.


In America Latina molti cittadini vedono le legislature come impedimenti per il progresso, per alcuni esse sono addirittura sacrificabili.

L’esperienza dell’America Latina ci rivela qualcosa:

le persone nel lungo periodo si stancano dei demagoghi populisti, ma trovano molto più difficoltoso ribaltare i danni che questi leader hanno prodotto,

anche in considerazione del fatto che le persone che li hanno portati al potere non si sarebbero mai aspettate che le circostanze si modificassero a loro danno.

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Marzo 1

Supertuesday: chi è costui?

Supertuesday

1 marzo 2016: nella corsa alla Casa Bianca oggi è il giorno del Supertuesday. Noi cerchiamo di capire cos’è.

Noi non chiameremo Supertuesday: Supermartedì, abbiamo adottato nella nostra lingua italiana termini in inglese di ogni genere e ora non ci metteremo a tradurre un giorno della settimana. E lo scriveremo tutto attaccato, perché in fondo è un martedì super!

Supertuesday per tutti

Estraggo dal mio quaderno qualche pagina che ci aiuta a capire brevemente e chiaramente cosa è questo giorno nel processo elettorale per la presidenza degli Stati Uniti.

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In questo ciclo elettorale l’inclusione di così tanti stati del Sud nel Supertuesday ha cambiato le dinamiche delle primarie dei Repubblicani e dei Democratici. Ted Cruz che vuole vincere il sostegno dei conservatori e degli evangelici, ha chiamato le SEC primary il suo “firewall”.

Nel campo dei democratici, la Clinton potrebbe accumulare un alto numero di delegati negli stati del sud, grazie al forte supporto che viene accordato dagli afro – americani.

 

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Come si decidono i delegati nel Supertuesday?

Questo giorno elettorale potrebbe essere cruciale per candidati come la Clinton e Trump, ciò dipende dal numero di delegati che riescono ad assicurarsi. I repubblicani nel Supertuesday hanno l’opportunità di vincere metà dei 1,237 delegati di cui si ha bisogno per rivendicare la nomination. I democratici Hillary Clinton e Sanders si batteranno su più di 800 delegati, circa 1/3 dei delegati necessari per vincere la nomination.
Il Cominato Nazionale Repubblicano decise, nel 2014, che tutti gli stati che tenevano le competizioni per la nomination prima del 15 marzo assegnavano i delegati ai candidati proporzionalmente, piuttosto che sulle basi del “il vincitore prende tutto”. Questo significa che, nella maggior parte degli stati, saranno decisi basandosi sul voto complessivo di tutto lo stato oppure su chi vince in ogni distretto congressuale. I democratici seguono un’assegnazione dei delegati proporzionale.

Quali candidati partecipano?

Repubblicani: l’uomo d’affari Donald Trump, il senatore della Florida Marco Rubio, il senatore del Texas Ted Cruz, il governatore dell’Ohio John Kasich e il neurochirurgo in pensione Ben Carson.

Democratici: Hillary Clinton, ex segretario di stato e il senatore del Vermont Bernie Sanders.

Cosa ci dicono i sondaggi sul SuperTuesday?

Trump e la Clinton sembrano essere in testa in un certo numero di stati. Per i repubblicani Trump sembra che sia in testa in Virginia, Georgia, Oklahoma e Vermont. Come per il Texas, Cruz è in testa in alcuni sondaggi mentre Trump in altri quindi sembra essere una battaglia molto agguerrita. La Clinton è in testa in molti stati che voteranno oggi: Texas, Virginia, Georgia, Arkansas e Alabama. Sanders chiaramente è in testa nel suo stato il Vermont ed è vicino oppure un pochino più avanti in Massachusetts e Oklahoma.

Cosa vuol dire per i candidati questo SuperTuesday?

Una prestazione forte in questo giorno elettorale, specialmente in Texas, è assolutamente critica per Ted Cruz che ha fondato la sua campagna elettorale sul supporto dei conservatori e degli evangelici. Se Cruz non vincesse in Texas, ci sarebbero seri dubbi sulla sua possibilità di sopravvivenza nella corsa alla nomination.

Per la parte democratica, il SuperTuesday potrebbe essere il giorno in cui la Clinton sarà in grado di cementare un grande numero di delegati rispetto a Sanders.

E dopo il SuperTuesday che si fa?

Altri stati andranno al voto. Sabato sarà la volta del Kansas e della Lousiana per entrambi i partiti: poi nel Kentucky e nel Maine si terrà il caucus repubblicano e nel Nebraska il caucus repubblicano. Il Michigan e il Mississippi terranno le primarie e le Hawaii e l’Idaho il caucus l’8 marzo. Occhi puntati su grandi primarie il 15 marzo in Florida e nell’Ohio, gli stati di Marco Rubio e John Kasich.

Ed infine:

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Febbraio 24

Majlis – Iran elezioni 2016

Majlis

Il 26 febbraio gli iraniani inizieranno il processo di elezione del loro decimo parlamento: il Majlis.

Molti discutono delle elezioni iraniane per le possibili implicazioni sulla politica estera iraniana. Sebbene il processo elettorale in sé stesso resta un mistero per molti; noi ci accontentiamo di avere le basi e quindi di capire cos’è il Majlis. Iniziamo innanzitutto con un foglio di appunti del mio quaderno per vedere quali sono i passaggi temporali che portano al 26 febbraio, per l’elezione del Majlis.

Majlis

Majlis: poteri e composizione

Ufficialmente: Islamic Consultative Assembly (Majlis-e shoura-ye eslami), per dirla in termini più vicini a noi  è un parlamento eletto con voto popolare, stabilito nella scia della rivoluzione iraniana del 1979. Mentre il Majlis è istituzionalmente separato dal Consiglio dei Guardiani, un organo di 12 giuristi islamici, il Consiglio gioca un ruolo più esteso nelle elezioni parlamentari e nel suo ruolo legislativo. I 290 membri del Majlis rappresentano i 207 distretti elettorali dell’Iran. Trenta seggi sono dedicati ai rappresentanti provenienti da Teheran, il più grande distretto. Il secondo distretto più grande ha solo 6 seggi.

Successivamente al dibattito svoltosi nel Majlis la legge passa al Consiglio dei Guardiani, il quale deve confermare che la legge sia conforme alla Costituzione e all’Islam. Il potere di veto del Consiglio dei Guardiani sulla legislazione ha significato che sostanziali riforme politiche ed economiche, anche se supportate dal Majlis – sono state spesso ostruite. Siccome, quasi metà delle leggi approvate dal parlamento erano poi ricusate dal Consiglio dei Guardiani, nel 1989 fu stabilito un terzo organo legislativo: Expediency Council (Consiglio dell’opportunità in italiano n.d.a) che ha il potere di mediare tra i due organi e di annullare le loro decisioni. Se approvato dal Consiglio dei Guardiani, la legge deve essere firmata dal presidente prima di entrare in vigore. Il Majlis approva e rivede il budget annuale, può approvare e mettere in stato d’accusa ministri, emettere questioni formali al governo. Approva i trattati internazionali.

Ogni rimostranza pubblica contro organizzazioni governative è gestita dal Majlis. In ogni caso è necessario il consenso del Leader Supremo affinché il Majlis possa entrare nel merito di un’ istituzione.

I membri sono eletti ogni 4 anni dal voto popolare diretto. Sebbene siano soggetti a considerevoli restrizioni, le elezioni parlamentari si sono tenute regolarmente dal 1980. Per essere qualificati a concorrere per un seggio, i candidati sono soggetti a numerosi cicli di controlli accurati. Il Ministro dell’Interno supervisiona l’iniziale esame delle credenziali, ma il Consiglio dei Guardiani ha l’ultima parola e statuisce chi è qualificato a concorrere. Secondo l’art. 28 dell’Atto elettorale dell’Assemblea Consultativa islamica i candidati devono soddisfare i seguenti criteri al momento della registrazione:

  1. Credere e praticare obbligatoriamente l’Islam e il Sistema sacro della Repubblica Islamica dell’Iran.
  2. Essere cittadini della Repubblica Islamica dell’Iran.
  3. Espressa fedeltà alla Costituzione e al principio di assoluto custode della giurisprudenza.
  4. Un documento che provi il possesso di almeno un diploma ed equivalente.

Nel 2006, il parlamento ha approvato una legge che richiede a tutti i candidati essere in possesso di un Master. Questa valutazione della formazione educativa va in parallelo con il declino dei membri del parlamento che sono religiosi, da un picco di 131 nel primo parlamento ai 33 in quello odierno.

  1. Non avere una cattiva reputazione nel distretto elettorale.
  2. Salute fisica tale per cui almeno godano della benedizione della vista, udito e parola.
  3. Almeno 30 anni e non più di 75.

Ai candidati delle minoranze religiose non è richiesto di soddisfare il primo criterio. Anche se il candidato ha tutti i requisiti elencati, il Consiglio dei Guardiani può trovare (come già accaduto) una scusa per squalificare il candidato.

La manipolazione del Sistema elettorale iraniano si è guadagnata un significativo criticismo internazionale.

Freedom House ha dichiarato che sebbene non ci siano state accuse di frode sistematica  nelle elezioni del 2012, “molti legislatori in carica hanno accusato Islamic Revolutionary Guard Corps di manovrare le attività elettorali”.

I candidati approvati possono fare campagna elettorale ufficialmente solo per 7 giorni. La campagna elettorale è iniziata il 18 febbraio.

Un candidato è dichiarato vincitore se lui (o lei) ottiene la maggioranza dei voti in un distretto  cioè il 25% di tutti i voti raccolti. Nel sistema iraniano chiamato: Two-Round System entra in gioco se nessun candidato riesce ad ottenere la maggioranza dei voti, per cui viene indetto un altro election day dove i primi due candidati competono in quel distretto.

Un certo grado di rappresentanza è garantito alle minoranze religiose: 2 seggi agli armeni cristiani, o uno ai cristiani assiri e caldei, uno agli ebrei e uno ai credenti dello Zoroastrianesimo o Mazdeismo. La più grande minoranza iraniana, Baha’i, non è ufficialmente riconosciuta e non gli è garantito un seggio (peraltro i loro diritti sociali e politici sono severamente ristretti dal regime).

Verso la fine di gennaio solo la candidatura una donna, una delle maggiori riformiste del paese, è stata approvata dal Consiglio dei Guardiani, nel parlamento in carica ci sono 9 donne, il 3%. Molti credono che la squalifica dei candidati donna è legata al fatto che molte delle donne che si sono registrate hanno esperienza come attiviste dei diritti umani o femministe.

Correnti politiche e non partiti politici

Come spiega il sito Majlis Monitor affiliato all’Università di Toronto, i gruppi politici che si mobilitano per competere nelle elezioni iraniane possono essere descritti più accuratamente come “correnti politiche” piuttosto che come partiti politici nel senso occidentale del termine. Le “correnti politiche”, secondo Majlis Monitor, “usualmente emergono come alleanze di comodo per perseguire agende politiche – ideologiche comuni, interessi economici”.

Per saperne di più: leggi l’Assemblea degli esperti – Iran elezioni 2016.

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Febbraio 23

Assemblea degli esperti – Iran elezioni 2016

assemblea degli esperti

Il 26 febbraio ci saranno le elezioni in Iran. Arriviamoci preparati! Si eleggerà l’Assemblea degli Esperti ed il Majlis.

Iniziamo dall’Assemblea degli esperti

L’assemblea degli esperti (Majlis-e Khobregan) è uno degli organi più importanti nel governo iraniano. Per questa ragione, le prossime elezioni dell’Assemblea degli esperti, stanno attirando una grande attenzione(in Italia ovviamente dato il peso che si dà alla politica internazionale probabilmente se ne accorgeranno il 27 sera), perché la prossima Assemblea è il giocatore chiave nella selezione del successore del 76enne Leader Supremo Ayatollah Ali Khamenei.

Cos’ è l’Assemblea degli esperti?

Assemblea degli Esperti

L’Assemblea degli esperti è un organo di 88 membri formato da giuristi islamici, eletto direttamente dal voto popolare ogni 8 anni. Secondo la costituzione, l’Assemblea ha il mandato di nominare, monitorare e far decadere (se é il caso) il leader supremo. In pratica l’Assemblea non ha mai realmente messo in discussione il leader supremo. Quest’organo è formato da un consiglio di leadership e sei comitati, che si incontrano due volte l’anno.

L’Assemblea fu stabilita per la prima volta dopo la rivoluzione iraniana del 1979 per scrivere la nuova costituzione. Dopo aver adempiuto a quel compito, fu sciolta per poi essere ristabilita nel 1982. Basato su un ciclo elettorale di 8 anni, la quinta Assemblea doveva essere eletta nel 2015, ma nel 2009 una legge ne ha posposto l’elezione per farla coincidere con le elezioni parlamentari del 2016.

Per essere qualificati a competere, i candidati devono essere specialisti della giurisprudenza islamica, passare diversi esami scritti ed orali, e approvati dal Consiglio dei Guardiani, un organo di 12 membri nominato dal Leader Supremo e dal Parlamento. Cinque dei dodici membri del Consiglio dei Guardiani sono anche membri dell’Assemblea degli esperti.

Sebbene la costituzione assegni all’Assemblea degli Esperti il compito di monitorare il leader supremo, non ci sono meccanismi formali, costituzionalmente regolati, attraverso cui l’Assemblea può “sfidare” il Leader Supremo.

La corsa 2016 per l’Assemblea degli Esperti ha visto un record nel numero delle domande. Si sono registrati 800 candidati di cui 16 donne. E’ molto probabile che il prossimo leader supremo esca proprio dalla quinta Assemblea di Esperti. Anche se l’Assemblea ha il compito di selezionare il prossimo leader supremo, altre figure molto potenti ed istituzioni come il Corpo delle Guardie rivoluzionarie, presumibilmente influenzeranno la selezione.

Concludo con una curiosità: il Presidente Rouhani è stato due volte membro dell’Assemblea degli Esperti.

Per saperne di più sulle elezioni in Iran, clicca qui:  Majlis – elezioni Iran 2016

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Dicembre 8

Le elezioni in Venezuela e in Francia: il populismo non dura per sempre

populismo

Le Pen, come Chavez prima di lei, nutrono la speranza che elettori ansiosi siano la facile risposta per tutti i problemi. Le elezioni in Venezuela ci servono come promemoria: la governance populista alla fine delude e raramente fa sopravvivere il suo leader carismatico.

In Venezuela, l’ opposizione vince le elezioni parlamentari. In Francia, il partito di Marine Le Pen, il National Front  (FN) arriva al punto più alto nel primo round delle elezioni, per i governi regionali, confermando l’ingresso del partito nella tradizione della politica francese.

Cambiamenti storici

Questi risultati riflettono, tuttavia, cambiamenti storici, non solo in politica, ma anche nello stile della politica. La sconfitta del PSUD in Venezuela, che viene dopo l’elezione di Mauricio Macri a presidente dell’Argentina, ci rivela la fine di 15 anni di dominazione della sinistra in Sud America.

L’impressionante risultato ottenuto da FN può essere visto sia come un segno di attenzione per la Francia che per l’Europa: i loro partiti tradizionali di centro – sinistra e centro – destra sono attaccati al respiratore ed hanno disperatamente bisogno di nuove idee e nuovi approcci. Pur tuttavia, laddove il Venezuela ha votato per cambiare pagina rispetto allo stile populista di Chavez, l’ascesa di Le Pen in Francia ci illustra il grado in cui il populismo ora pone una seria sfida all’ortodossia del liberalismo politico che è emerso nel periodo immediatamente successivo alla Guerra Fredda.
In questo, Chavez fu come un precursore, irrompendo nella scena politica nel 1998, come una caricatura dell’anti – liberale, uomo forte anti – americano, in un tempo in cui la democrazia liberale e l’ordine globale unipolare guidato dagli Stati Uniti, erano in ascesa. Successivamente scrisse diverse pagine di politica che descrivono come abbinare la “cattura” di uno stato alle riforme costituzionali graduali per raggiungere un insidioso autoritarismo democratico, un modello che fu copiato con successo in Boliva, in Ecuador e in Nicaragua.
Il suo modello di riduzione della povertà, tuttavia, faceva affidamento troppo sull’intervento dello stato, piuttosto che su riforme strutturali e una durevole redistribuzione della ricchezza. Questo modello diventato insostenibile ebbe la conseguenza di una frattura profonda nell’ economia del paese che diede il via ad una disaffezione popolare. E’ proprio quest’ultima che ha deciso il risultato delle elezioni del 6 dicembre 2015.
Il successo di Chavez ha cambiato le vite e migliorato il benessere sociale, al prezzo del liberismo politico. Il suo fallimento è utile per imparare la cautela nell’adozione di modelli alternativi di sinistre regionali, particolarmente per gli approcci più riformisti adottati in Brasile, Cile ed Uruguay.

Il rebrand di Marine Le Pen

In Francia, il partito socialista perde gli elettori della classe lavoratrice che si uniscono al FN, cosa che fa porre interrogativi sull’etichetta del partito come di “estrema destra”. Populista sarebbe una descrizione più adatta per Marine Le Pen, segnalando che, se la politica di Chavez è declinata, lo stile politico di Marine ci sembra essere passato sotto la ceretta di una bravissima estetista. Tuttavia anche la sua vittoria ci svela il declino verso l’ irrilevanza di partiti stagnanti, non solo di centro sinistra, ma anche di centro – destra. Entrambi hanno fallito nel fornire agli elettori i concreti benefici dell’Unione Europea così come è attualmente configurata. Non hanno neanche fornito l’Unione Europea di strumenti in grado di fronteggiare le crisi che hanno colpito il continente negli ultimi 6 anni. E’ la combinazione di questi fallimenti che spiega il successo del FN nelle recenti elezioni francesi e di partiti simili in tutta Europa negli anni recenti.
Il rimarchevole risultato del FN ha beneficiato dell’impatto degli attacchi terroristici del 13 novembre. Il FN si è sottoposto gradualmente e con successo ad un rebrand come un partito tradizionale in tutti i precedenti cicli elettorali.  Il primo turno elettorale per i governi regionali ha visto la sua vittoria; il secondo turno presumibilmente terrà il partito fuori dalla scena, eccetto che per qualche roccaforte. Per contro la vittoria di FN rivela molto circa le profonde fratture sociali ed economiche della Francia che la rendono quindi così vulnerabile agli appelli di demagoghi di tutti i generi, che sostituiscono facili panacee in un lento annoiarsi alla politica piuttosto che affrontare i difficili temi e l’assunzione di responsabilità compiendo azioni efficaci che la politica richiede.
Non soprende che Le Pen abbia usato una delle sue ultime dichiarazioni per avvertire che il FN è l’ultimo baluardo contro l’avvento della Shari’a in Francia. Dopo tutto il suo appello, come quello dell’ISIS in riferimento all’Islam, è alla nostalgia per la purezza di un passato inventato che è più come un mito che una vera storia. Se la Francia fosse una religione, Le Pen sta offrendo quello che sarebbe l’equivalente della sua Shari’a, una chiusura ortodossa della mente che inevitabilmente conduce alla chiusura delle frontiere. Le implicazioni per l’Europa sono ovvie.

L’Unione Europea è inadeguata.

L’inabilità dell’Unione Europea nel dirigere le crisi: dal debito greco alle ondate di rifugiati che arrivano sulle sue coste, riflette il fatto che esso è un edificio che era stato costruito per la pace e la prosperità, inadatto per un momento in cui piccoli e grandi conflitti letteralmente bussano alle sue porte. Invece di continuare a creare pazientemente i necessari meccanismi per la governance fiscale e monetaria, l’Unione dovrebbe  mettere in campo una sorta di meccanismo di gestione delle crisi che acceleri il processo decisorio quando si verificano eventi urgenti che hanno implicazioni per l’intero continente. La natura della politica dell’Unione Europea è laboriosa quando tutto va benissimo, per via dell’architettura istituzionale dell’Unione stessa. Gli svantaggi sono esacerbati nelle situazioni di crisi, dove la politica del rischio calcolato come tattica negoziale crea l’incentivo per fare leva sulle crisi per tornaconto politico piuttosto che risolverle.

Il populismo non dura per sempre

Le elezioni in Venezuela e in Francia sottolineano anche che le strategie adottate sia in Sud America che in Europa hanno fallito nel trarre vantaggio dagli anni di crescita e prosperità per prepararsi all’inevitabile declino dell’economia di cui fanno esperienza ora. Ci mostrano soprattutto che il populismo, il nutrire la speranza che gli elettori siano sempre guidati dall’ansia, dall’incertezza, che si sentano minacciati, non dura per sempre ed anzi la frustrazione che si genera successivamente proprio in questi stessi elettori, condannerà il populismo sacrificando proprio il suo leader carismatico.  Far leva sul senso di insicurezza delle popolazioni non risolve i problemi strutturali di uno stato, ed è questo che condanna il populismo.

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Novembre 23

La Romania e il suo nuovo Presidente

Per chi non lo sapesse proprio in questo mese di novembre ci sono state le elezioni presidenziali in Romania. Perché ci interessa? Beh la Romania è la frontiera dell’est dell’Unione Europea (UE) e la sua politica estera è estremamente importante specialmente nelle sue relazioni con la Moldavia e l’Ucraina. Ci interessa perché la società civile romena ha iniziato a capire cosa sia la partecipazione democratica e la classe politica, malgrado i problemi di corruzione e le spinte alla conservazione dello status quo, hanno dato vita ad un cambiamento. Esattamente quello che non avviene in Italia, dove abbiamo un primo ministro che nessuno ha eletto e partiti che oggi ci sono domani no ed un presidente della Repubblica che è decisamente “agée”.  In Italia la parola “Repubblica” è rimasta solo sulla carta costituzionale. Ma torniamo alla Romania.

Il nuovo presidente è Klaus Iohannis. Non vi sembra strano questo nome? E’ un signore tedesco i cui parenti fanno parte della piccola comunità tedesca in Romania. Un talentuoso manager ex sindaco di Sibiu una cittadina della Trasilvania trasformata proprio da lui in una punta di diamante del turismo. Il “tedesco” come lo chiamano anche i suoi elettori nei suoi primi interventi come presidente della Romania asserisce che le relazioni con l’Ucraina e la Russia dovranno essere decise in accordo con l’UE e la Nato.

Un  tema che presto potrebbe essere riaperto nel parlamento romeno è sullo status del Kosovo. Un piccolo aiutino, Iohannis non ha mai tenuto segreti i suoi buonissimi rapporti con la famigerata e molto discussa leader tedesca Angela Merkel e il partito che sostiene il presidente non avrà problemi a schierarsi in favore del riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo.

Se Bucarest tenesse questa posizione sul Kosovo causerebbe un effetto domino tra coloro che non l’hanno riconosciuto e quindi avrebbe un impatto sull’ allargamento dell’UE nel suo insieme? A parte il fatto che il riconoscimento non è certo il più grande ostacolo né alla via del Kosovo né della Serbia nell’UE. La questione invece cambia se anche la Moldavia si mette nel cestone dell’allargamento (Chisinau intende sottoporre la documentazione come membro dell’EU nel 2015). Il futuro dell’allargamento dell’UE potrebbe essere più roseo delle previsioni, ma certo Putin avrebbe  qualche cosa da dire in proposito.

Cosa ci dice l’elezione del “Tedesco”: il potere della società civile. L’elezione ha visto un’incredibile mobilitazione sociale, malgrado i problemi di voto dei romeni[1] all’estero.

Per molti anni, i critici dell’UE hanno puntato il dito su paesi come la Romania e hanno usato questi stati come i “deficit democratici” come argomentazione contro l’allargamento dell’UE.  Con questa elezione però i cittadini della Romania hanno dimostrato di voler abbandonare il vecchio post – comunismo, il populismo, raggiungendo un grado di maturità in grado di poter discernere quale candidato offre le migliori policy e quali seguire. Questa elezione ci dimostra che gli elettori possono essere persuasi ad andare a votare in massa e che le elezioni possono produrre un risultato diverso da quello che ci aspetta.

Ma tutto questo ci dice una cosa ancora più importante: la democrazia in Romania funziona. I diversi gruppi etnici hanno votato Iohannis malgrado i tentativi del primo ministro Ponta di usare la macchina statale contro le elezioni presidenziali. Il Presidente è eletto con voto diretto, ma condivide il potere esecutivo con il primo ministro e quando i due appartengono a partiti politici differenti allora si crea una rivalità ancora più ampia.

La mobilitazione ha dimostrato che la società romena è in grado di punire ogni tentativo di usare l’apparato statale per gli interessi partitici e che il consolidamento del pensiero democratico è iniziato.

Le elezioni presidenziali in Romania parlano anche di noi italiani: malgrado i sistemi diversi, in Italia non eleggiamo il presidente della Repubblica direttamente, abbiamo un sistema elettorale desueto che non si decidono a cambiare, non abbiamo un presidente del consiglio espressione di libere elezioni; ci dicono che critichiamo spesso gli altri Stati con stereotipi : “ i romeni sono tutti ladri” confondendo etnia con popolazione. Ebbene il popolo romeno si è mobilitato ha fatto sentire la sua voce è ha eletto il presidente che voleva per cambiare, noi che facciamo?

[1] Venuta meno l’ideologia che vedeva nella comune discendenza dall’impero romano un motivo per sostenere romeno, la scelta fra le due varianti può essere ricondotta al solo piano formale per cui, di contro alla ragione etimologica e alla tradizione letteraria a sostegno di rumeno, si pongono a favore di romeno la simmetria con Romania e la maggiore adesione alla lingua romena. Si può scegliere: in questo stesso sito potete trovare usate entrambe le forme. (dall’Accademia della Crusca: si dice romeno o rumeno?)

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