Novembre 20

La fragile democrazia nell’Europa centrale e dell’est

Europa centrale

La democrazia è fragile nei Paesi post-comunisti dell’Europa centrale e dell’est, dove lo spettro dell’autoritarismo e della corruzione sta crescendo. Anche secondo le migliori delle condizioni, la “costruzione della democrazia” è difficile ed incerta.

L’esperienza storica mostra che il fallimento è molto più comune del successo, anche in periodi in cui la democrazia liberale ha pochi rivali.
Le trasformazioni dei Paesi dell’Europa centrale e dell’est successive al 1989,  dal comunismo alla democrazia, sono spesso presentate come un modello di democratizzazione di successo. Malgrado l’iniziale pessimismo circa la prospettiva di stabilire una democrazia liberale, diversi Paesi dell’Europa centrale e dell’est hanno sviluppato consolidati sistemi democratici, delle economie di mercato funzionanti, degli Stati democratici efficienti con politiche di benessere estese e con un grado di ineguaglianza relativamente basso.

Inoltre, le conquiste politiche ed economiche si sono poste in aspro contrasto con i fallimenti di altri Paesi post-comunisti. Malgrado le iniziali speranze e le reali vittorie politiche, una maggioranza di questi Paesi o sono ritornati all’autoritarismo o hanno perseverato in uno Stato semi-riformato e non consolidato.

Quali sono le cause di queste strade così divergenti?

Perché alcuni Paesi dell’Europa centrale e dell’est hanno avuto successo mentre altri incarnano i fallimenti delle politiche e delle economie dell’Europa dell’est?

I Paesi dell’Europa centrale e dell’est sono, ora, una cornice centrale nella battaglia globale tra la democrazia liberale e l’autocrazia.

Pochi Paesi hanno visto la democrazia perdere terreno costantemente come nel caso dell’Ungheria. È qui, con l’arrivo al potere del Primo Ministro Viktor Orban e del suo partito Fidesz, che le speranze per un’espansione inarrestabile della democrazie nei Paesi post-comunisti si è infranta in maniera decisiva. Orban ha costruito il sostegno per le sue politiche nazionaliste ponendo in risalto le questioni dell’identità e offrendo al suo pubblico una potente arma: “la paura per gli estranei”.
Nulla ha fortificato le credenziali nazionaliste del Primo Ministro ungherese più delle sue virulente filippiche anti-migranti e le politiche in risposta all’ondata di rifugiati (per la maggior parte musulmani) arrivati in Europa come conseguenza della guerra in Siria, che Orban chiama “invasori musulmani”.
Un’altra importante componente dell’erosione ininterrotta della democrazia liberale in Ungheria è stata la campagna (velata) di Orban di cooptazione dei media indipendenti. Un esempio esplicativo di come è stato possibile ciò è accaduto in un sabato mattina dell’ottobre del 2016, quando il sito web Nepszabadsag, il massimo quotidiano politico ungherese e una delle sue pubblicazioni di lunga data, sono state messe offline. Nel tardo pomeriggio di quello stesso giorno, il sito web è tornato online con un messaggio che annunciava la sospensione della pubblicazione. Due settimane dopo Nepszabadsag è stato venduto e il giornale è stato chiuso poco dopo. La chiusura di Nepszabadag è il momento di svolta per il panorama dei mezzi di comunicazione ungheresi.
Accanto all’Ungheria, vi è la Polonia, che è stata, recentemente, accusata di utilizzare le riforme giudiziarie e i regolamenti statali in materia di comunicazione per infrangere i principi della democrazia liberale.

L’Unione Europea ha iniziato a percorrere dei passi verso il contrasto alle ricadute anti-democratiche negli Stati membri dell’Europa centrale e dell’est. Nelmaggio di quest’anno, le proposte di budget di lungo termine, ampiamente anticipate, per il 2021-2027 includeva piani per un “legame rafforzato tra i finanziamenti dell’Unione Europea e lo Stato di diritto”. Sebbene non sia stato incluso un riferimento a Paesi specifici, la proposta è stata vista come avere esattamente ad obiettivo la Polonia e l’Ungheria, i cui governi populisti e nazionalisti si sono impegnati negli ultimi anni in ripetuti battibecchi con Bruxelles su tutto: dalla libertà di stampa al trasporto del legname. La Polonia e l’Ungheria, tra le altre nazioni nell’Europa centrale e dell’est, hanno beneficiato grandemente dei finanziamenti dell’Unione Europea, che li hanno aiutati a migliorare le infrastrutture e a sostenere gli investimenti.

Le ultime tensioni ci suggeriscono che ogni riavvicinamento conterrà dei limiti.

Febbraio 13

L’Africa tra due fuochi: il potere a vita e i regimi militari

Africa

L’Africa è una terra stretta tra due fuochi: uno è quello del potere a vita che detengono i Presidenti e i funzionari pubblici, l’altro è quello rappresentato dai regimi militari al potere in molti Paesi dell’Africa.

Per quale motivo in molti Paesi dell’Africa il potere resta nelle mani di pochi a vita?

Un primo tentativo di risposta potrebbe essere che mantenere il prestigio è una delle principali ragioni per cui i funzionari pubblici si aggrappano al potere. Tuttavia, la questione è molto più profonda di ciò.

Non è possibile comprendere pienamente l’ossessione di restare il potere senza analizzare innanzitutto la natura della politica in molti Paesi del continente africano.

Diverse economie nella Regione sono caratterizzate da amministrazioni dello Stato stracolme, un settore privato inefficiente e un ampio settore informale. In molte ex colonie francesi, i cittadini si sono trovati a fare i conti con un incremento del costo della vita fin dalla svalutazione del franco CFA nel 1994.

Con l’eccezione del Senegal, Benin e fino a poco tempo fa del Mali e della Costa d’Avorio, gli “esperimenti di democrazia” in questi Paesi sono falliti miseramente.

Gli Stati africani non solo sono incapaci di combattere la corruzione in maniera efficace, ma i loro leader sembrano avere una mancanza di volontà politica nel creare le condizioni per la crescita di un settore privato attivo, uno strumento essenziale per la creazione di lavoro e di benessere.
L’amministrazione pubblica è inadeguata, l’impiego privato e le opportunità di investimento sono estremamente limitati.

Coloro che hanno ricevuto un’istruzione superiore, in molti Paesi africani, sfruttano i giochi della politica per trarne vantaggio personale. I giovani disoccupati nella Repubblica Democratica del Congo e della vicina Repubblica del Congo,  finiscono per offrire i loro servizi – incluso lo spionaggio, il reclutamento di gang e la sollevazione popolare – a politici benestanti in cambio di denaro contante.

Molti partiti politici difficilmente possono essere considerati partiti, ma piuttosto organizzazioni di un solo uomo con nessuna reale base popolare. Quando non sono creati con l’aiuto di partiti stabiliti, essi sono di solito lanciati da uomini calcolatori la cui principale ambizione è la loro stessa prosperità finanziaria. Questi aspiranti politici hanno imparato come sfruttare il panorama politico, specialmente attraverso i mezzi di comunicazione. Appaiono spesso in talk show, dove rilasciano dichiarazioni alternativamente in favore o contro il governo – qualsiasi posizione che spinga in avanti la loro posizione. L’idea è quella di fare tanto rumore sufficiente ad essere notati, nella speranza di assicurarsi una posizione nel governo, o almeno un supporto finanziario per essere eletti a livello locale o nazionale. Come risultato questi politici con più probabilità oppongono resistenza al cambiamento politico per via dei loro interessi finanziari. Quindi lavorano duramente affinché venga preservato lo status quo, dal momento che è quasi impossibile per loro vivere al di fuori della politica.

La politica lucrativa, unitamente all’inabilità di molti Paesi nell’Africa centrale e occidentale dipendenti dalle risorse  a diversificare la loro economia, hanno creato un ambiente perfetto per la corruzione.

Di 167 Paesi, la RDC e la Repubblica del Congo sono classificare 147° e 146°, rispettivamente, nell’indice di Trasparency International del 2015.
L’incontrollato accesso ai fondi pubblici ha incoraggiato funzionari pubblici corrotti a condurre stili di vita insostenibili e stravaganti. Tuttavia, dal momento che i loro beni acquisiti illegalmente non sono produttivi, si trovano rapidamente senza soldi una volta decaduti dal loro incarico. Per cui è nel loro interesse aggrapparsi alle loro posizioni politiche redditizie con ogni mezzo necessario.

Nell’assenza di una vigilanza efficace e di meccanismi di responsabilità, molti funzioni pubblici di alto livello sono indotti a credere che fin tanto che essi restano al potere non verranno perseguiti. Questo è particolarmente vero per Paesi in cui sono consolidati i sistemi clientelari, come i due Congo, dove le nomine di posizioni di livello più elevato, incluso le autorità giudiziarie ed elettive, sono molto spesso basate sui servizi resi che sull’esperienza professionale. All’apice di questo sistema c’è il Presidente, che si sente in debito con coloro che l’hanno aiutato a prendere il potere. In queste condizioni, è incredibilmente difficile rimuovere o perseguire funzionari di governo corrotti e incompetenti. Così non è insolito che funzionari pubblici di alto livello commettano gravi crimini durante il loro mandato, malgrado siano pienamente coscienti che probabilmente sarebbero perseguiti una volta che decadranno dal loro mandato. Tuttavia, anche se finiscono per guadagnare qualche grado di immunità mentre sono in carica, rimangono un obiettivo per la giustizia vigilante dei cittadini ordinari, che sono stati a lungo perseguiti. Ciò spiega perché molti ex funzionari dell’Africa Centrale e Occidentale scelgono di vivere in esilio.

Date queste condizioni economiche e strutturali lo stile del “vincitore prende tutto” in politica è diventata un’alternativa fattibile per i politici disperati. Ma la soluzione va oltre il dialogo tra governi e partiti di opposizione sostenuti da inviti internazionali a rispettare la regola di legge.

Migliorare il clima finanziario per investitori locali e stranieri aiuterebbe il settore privato in molti Paesi dell’Africa centrale ed occidentale ed offrirebbe ai cittadini più opportunità economiche al di fuori della politica. I governi dovrebbero anche considerare di offrire dei benefici più grandi per il pensionamento di funzionari pubblici, specialmente per coloro che sono stati in carica per un esteso periodo di tempo, che potrebbe scoraggiare la continua frode dei fondi pubblici.

Il potenziamento di misure di sicurezza per gli ex funzionari pubblici potrebbe incoraggiare i funzionari di oggi a lasciare le loro posizioni senza paura di rappresaglie.

Infine, sforzi devono essere compiuti per ricomporre le tensioni tra le parti in guerra: la creazione di commissioni per la riconciliazione per la gestire dei conflitti, la formazione di governi di unità nazionale e l’emanazione di disposizioni legislative volte a regolamentare la condivisione del potere equa in tutte le più importanti istituzioni statali. Nel lungo periodo, è quasi impossibile raggiungere trasferimenti di potere democratici senza una riconciliazione politica concreta.

Il potere in mano ai regimi militari

È quasi indiscutibile che l’Africa fosse un continente di coup, dove i colpi di Stato militari erano il principale meccanismo di cambiamento di regime. I dati raccontano la loro storia, con oltre 200 coup e tentativi di colpo di Stato per l’indipendenza di molti Paesi nei primi anni 1960 e 2012. La narrativa post-indipendenza diventa stancamente familiare, con periodi di governo civile interrotti da prese di potere da parte dei militari.

Tuttavia c’è stato un cambiamento percettibile dagli anni 1990 in poi come risultato dell’ondata democratica che ha investito l’Africa a seguito della fine della Guerra Fredda. Sebbene fragile, incompleta e imperfetta, questa ondata ha prodotto una intolleranza popolare sia per i colpi di Stato che per i regimi militari esistenti. Ciò è stato rafforzato da due ulteriori fattori: una nuova ortodossia internazionale che caldeggiava per la democrazia liberale come nuova regola di governance e una robusta opposizione ai colpi di Stato da parte di varie organizzazioni africane inter-governative. Questa opposizione è diventata prima evidente nell’Organizzazione di Unità Africana, e poi si è sviluppata più robustamente nel suo successore: l’Unione Africana (UA) dal 2002. L’UA ha adottato la posizione per nulla ambigua che ogni regime che raggiungesse il potere attraverso un coup militare sarebbe stato immediatamente sospeso da membro dell’Unione. Questo è stato rafforzato dalle posizioni di varie organizzazioni sub-regionali guidate da ECOWAS, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale e dalla SADC la Comunità di sviluppo dell’Africa del Sud.

Sebbene i coup, nella politica africana, non siano stati ancora consegnati alla storia , come è evidente dalle prese di potere da parte dei militari in Mauritania, Guinea e Guinea – Bissau nel 2008, in Niger nel 2010 e in Mali nel 2012; un declino complessivo dei coup non ha significato esattamente una perdita d’influenza dei militari nel continente, dal momento che molti eserciti mantengono il potere in varie forme. La fragilità statuale, il conflitto intra-statale o il potenziale per il conflitto continuano ad assicurare ai militari un ruolo di alto profilo in molti Stati africani dove spesso i nuovi meccanismi e gli apparati statali sono stati creati per fare spazio all’influenza militare.

Infatti in Stati segnati dai conflitti, non è inconsueto che ai militari sia accordato un effettivo sebbene informale veto politico su temi come la strategia militare, i budget di difesa, i colloqui di pace con i ribelli e alleanze estere. In alcuni Stati come il Lesotho e il Sud Africa, ciò assomiglia ad una sorta di “democrazia di caserma”. L’influenza dei militari continua ad essere pervasiva e coercitiva, dal momento che sorveglia e appone pressioni sul processo politico, creando una costante minaccia di intervento militare qualora le proprie necessità non vengano soddisfatte.

L’assistenza militare americana è stata proporzionale alla crescita del potere e dell’influenza dei militari in Africa

Gli eserciti africani hanno visto la loro influenza ed il loro potere crescere con un’assistenza militare americana sempre più importante, come parte della “guerra globale al terrore” dopo l’11 settembre, coordinata dal comando americano per l’Africa AFRICOM. Sebbene l’assistenza americana può rafforzare la capacità di questi eserciti di intercettare e sgominare le reti terroriste, è una lama a doppio taglio, dal momento che essa rischia di spingere la loro capacità politica mettendosi contro il loro stesso governo e la popolazione. Il fatto che l’aiuto militare americano spesso ha molto più peso rispetto all’assistenza politica o di altro genere invia il messaggio che l’esercito è il principale agente di potere in molti Paesi.

Sebbene Paesi con una lunga storia di interventi militari stanno ora compiendo dei solidi progressi democratici – in particolare il Ghana, ma anche la Nigeria, il Benin, il Burkina Faso e la Guinea Bissau, c’è ancora motivo di preoccuparsi visto che i loro eserciti restano gli attori più potenti. Inoltre, i conflitti in atto in Stati come il Mali, il Sudan, il Sud Sudan aumentano lo spettro dell’intervento militare, particolarmente se le gerarchie militari sono persuasi che i fallimenti del governo civile siano la causa delle battute d’arresto sul campo di battaglia o delle perdite.

In Stati come il Sudan o il Gambia sono diventati la scenografia di regimi quasi-militari dove governi civili solo nominalmente, sono stati massicciamente popolati con – e spesso guidati da – ex personaggi militari. Questi “soldati in doppio petto” possono aver formalmente rassegnato le loro dimissioni come militari, ma mantengono dei legami stretti con i militari.

Non sorprende quindi che le linee tra le forme di governo civili e militari siano sempre più sfumate. Potrebbero non esserci dei regimi militari nel senso convenzionale, ma ci sono dei governi profondamente militarizzati che con più probabilità cercano di restringere lo spazio politico disponibile all’opposizione e alla società civile. I loro leader sono cresciuti con una cultura militare dall’alto verso il basso, radicata nell’ordine e nell’obbedienza piuttosto che nel dibattito, nella libertà di parola, dissenso e partecipazione pubblica che sono la linfa della democrazia liberale.

Infine, c’è il regime ibrido – formalmente civile, ma il partito al governo e la leadership militare si fondono e spesso impiegano le forze di sicurezza contro i loro oppositori.

Lo Zimbabwe è l’esempio più chiaro, dove il cosidetto Comando delle operazioni congiunte ha effettivamente guidato il Paese fin dal 2008. Costitutito da figure di altro livello del ZANU- PF (Unione Nazionale Africana di Zimbabwe – Fronte Patriottico), così come da elementi dell’esercito, delle agenzie di polizia. Il Comando ha bypassato il Parlamento dello Zimbabwe e sovvertito l’esito delle consultazioni elettorali rifiutandosi di abbandonare il potere.

La facciata esterna civile è un’illusione indispensabile, progettata per celare la realtà sottostante dove una élite politico-militare che non rende conto a nessuno ha stabilito se stessa come il centro nevralgico del governo.

Non esistono rimedi immediati per aiutare le forze democratiche in Africa per vincere queste nuove manifestazioni di potere militare. Invece la soluzione deve essere ricercata nelle riforme economiche e politiche di lungo termine, nella buona governance e nel promuovere le materie prime della democrazie. Queste ultime includono forti istituzioni per aiutare a costruire una cultura di costituzionalismo e ad assicurare la trasparenza e l’obbligo di rispondere per le azioni compiute. Una crescita inclusiva, uno sviluppo economico condiviso e l’aumento delle opportunità educative sono tutte condizioni necessarie; così come coltivare una classe media. Una sfida più ampia, ma vitale, è lo sviluppo di una vivace società civile che può aiutare a riallineare le relazioni civili-militari e consolidare concetti come la subordinazione dell’esercito all’autorità civile e la non-interferenza nella politica.

In società pluraliste complesse, con molti spazi di potere e autorità, il prospetto di colpi di Stato militari diventa sempre più remoto. Se si verifica un tentativo di coup, essi si rivelano fondamentalmente insostenibili, dal momento che essi sono tipicamente un sintomo di una cultura politica arretrata o repressa. Tuttavia i vai tipi di regimi militarizzati che resistono in Africa combatteranno duramente contro questi cambiamenti, dal momento che una robusta infrastruttura democratica pone una minaccia esistenziale al loro potere. L’autocrazia nelle sue varie forme cercherà di resistere, contenere e, dove possibile, capovolgere gli avanzamenti democratici. Questa battaglia con tutta probabilità diventerà una caratteristica distintiva della lotta continua per la democrazia in Africa, che è ancora in corso anche se il bilancio di potere si sta spostando gradualmente, sebbene non ancora in maniera irreversibile, in favore delle forze democratiche.

Febbraio 26

Polonia continua a marciare verso l’autoritarismo. Le risposte UE? Inefficaci!

Polonia

La Polonia continua la sua marcia verso l’autoritarismo e l’Unione Europea, tra l’incudine e il martello, risponde fievolmente. Perché?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo innanzitutto partire dagli ultimi accadimenti in Polonia, esattamente dal gennaio 2017.

Polonia: la situazione politica 

L’occupazione nell’intero mese di gennaio del Parlamento polacco da parte dell’opposizione è terminata, tuttavia le divisioni politiche, profonde, dietro l’ultima crisi polacca restano. Il sit-in nel Parlamento è iniziato a metà dicembre dello scorso anno, quando un parlamentare del principale partito di opposizione, “Piattaforma civica”, è stato espulso dalla Camera per aver utilizzato il dibattito sul budget per protestare contro i piani governativi di limitare l’accesso dei media al Parlamento, ignorando gli ordini del Presidente della Camera di lasciare l’aula.

La circostanza per cui l’opposizione sia ricorsa ad un’occupazione della legislatura è indicativo della sua debolezza politica, ma il governo populista di “Diritto e Giustizia” è emerso in tutta la sua oscurità.

L’occupazione del Parlamento si è conclusa quando il governo ha effettuato alcune concessioni  sull’accesso ai media al Parlamento.

Il timore è che la Polonia possa precipitare in un nazionalismo autoritario o anche peggio, minare l’UE in un momento cruciale.

Il governo polacco ha introdotto dei forti cambiamenti, incluso un controllo maggiore sui media statali e sul potere giudiziario.

La mossa più controversa del governo è stata la riforma della Corte Costituzionale, di cui vuole cambiarne la composizione e il funzionamento.

Accusato di voler demolire la democrazia e le regole di diritto, il governo polacco si difende insistendo che le riforme sono necessarie per indebolire la presa al potere di quella che in realtà, seppur lontana, resta un élite corrotta che ha perso il contatto con i bisogni dei cittadini polacchi e con i loro valori.

Malgrado la crisi parlamentare, il sostegno al governo si è rivelato particolarmente solido, sostenuto da una generosa spesa sociale e da manifestazioni del governo contro le “vecchie élite liberali”.

Nei piani del governo ci sono anche le riforme militari per rimuovere ufficiali di grado elevato, che, sempre a dire del partito “Diritto e Giustizia”, ingiustamente godono di benefici derivanti dal governo precedente. Inoltre il governo polacco intravede un potenziale cambiamento nella legge elettorale.

Più che un grande rischio per la democrazia o la libertà in Polonia, si sta assistendo ad uno spostamento nella ideologia al potere verso il conservatorismo.

La presa al potere di Jarosław Kaczyński, il Presidente e fondatore del partito al potere, sembra per altri versi essersi ammorbidita nella sua politica sui media in parlamento, sul quasi completo divieto dell’aborto e sulla riforma dei media statali.

Il presidente della Repubblica polacca, Andrzej Duda, esponente del partito “Diritto e Giustizia”, non ha firmato una legge controversa che potrebbe limitare la libertà d’assemblea. La legge aveva come obiettivo di fornire una base giuridica per rendere prioritarie le manifestazioni ritenute dalle autorità di importanza nazionale, come anniversari storici, rispetto ad altri tipi di manifestazioni o assemblee.
Criticata aspramente dalla Corte Suprema e da gruppi della società civile, il Presidente Duda ha dichiarato che la legge in questione è stata inviata alla Corte costituzionale per essere esaminata.

La risposta dell’UE alla marcia autoritaria della Polonia

Il ministro degli esteri polacco, Witold Jan Waszczykowski, all’inizio di questa settimana, ha risposto all’Unione Europea riguardo le raccomandazioni della Commissione Europea sullo stato di diritto nel paese.

I timori della Commissione Europea convogliano attorno alle decisioni del partito al potere, “Diritto e Giustizia”, che indeboliscono la capacità della Corte Costituzionale di agire come organo di controllo sul potere esecutivo.
Il vice Presidente dell’UE Frans Timmermas già l’anno scorso temeva un “rischio sistemico” rispetto al sistema di legge polacco. Nel dicembre 2016 aveva inviato delle raccomandazioni non vincolanti alla Polonia, in relazione al sistema giuridico nazionale polacco, accordando al paese due mesi di tempo  per inviare una replica. Scaduto il termine, il ministro degli esteri polacco dichiara di aver inviato alla Commissione Europea tutte le spiegazioni, peraltro di natura sostanziale, riguardo alle regole giuridiche relative alla Corte Costituzionale, in ottemperanza agli standard europei.

Tuttavia Waszczykowski si spinge molto più in avanti accusando Timmermans di voler marginalizzare la Polonia e di violare la sovranità nazionale polacca.

La Merkel rifiuta un confronto diretto con Kaczynski e le minacce di sanzioni da parte della Commissione Europea devono necessariamente sotterrare l’ascia di guerra o il rischio di un’intensificazione della tensione tra Polonia e UE aumenterà.

L’aspettativa generale, tuttavia, è che ogni mossa verso sanzioni europee sarebbe bloccata dall’Ungheria, un alleato tradizionale della Polonia. Il primo ministro ungherese, Viktor Orban, euroscettico che ha iniziato un corso autoritario nel suo paese, ha fatto fronte comune con Kaczynski.

La Gran Bretagna potrebbe essere tentata dal bloccare le sanzioni come parte della politica di costruzione di rapporti con il gruppo di Visegrad: Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, visti anche i legami del partito conservatore con quello “Diritto e Giustizia” a livello europeo.

Dato il valore geopolitico della Polonia in un momento storico di  accresciuto rischio globale, Berlino si rende conto che il partito “Diritto e Giustizia” è li per restare e nell’odierno dibattito sul futuro dell’Europa, la Merkel e Kaczynski hanno molto più in comune che la Merkel e Orban.

 

Il rapporto tra la Merkel e Kaczynski  potrebbe vedere la Germania in una posizione più “comprensiva” nei riguardi della Polonia, attenuando le diffidenze internazionali riguardo al partito “Diritto e Giustizia”, al momento giusto: vale a dire quando i suoi oppositori nel paese iniziano ad avvertire segni di debolezza del partito.

Novembre 24

Quando l’ignoto diventa una certezza nelle analisi: il caso Trump

ignoto

Il caso Trump stimola a riflettere che commentare l’ignoto di quello che sarà ci espone soltanto alla demagogia.

Quando si produce un’analisi di politica internazionale, ci si deve confrontare inevitabilmente con l’ignoto, con quello che non sappiamo del futuro. Si fanno supposizioni su quello che potrebbe ragionevolmente accadere. Uno dei segreti di ogni analista, professionista, di politica internazionale (di seguito solo analista n.d.r) è quello di attenersi ai fatti il più possibile e non cadere nella trappola della certezza dell’ignoto e scivolare inesorabilmente nella demagogia.

L’analista parte dai fatti e si attiene ai fatti e non c’è esempio migliore del “caso Trump” per stimolarci a riflettere su questa differenza fondamentale tra l’analista, il commentatore e il tuttologo .

In questo post quindi seguiremo il filo conduttore: “atteniamoci ai fatti” e partiamo proprio da due circostanze reali:

1. Donald Trump presterà giuramento come 45° presidente degli Stati Uniti il 20 gennaio 2017 alle 13 (ora locale). Il capo della Corte Suprema John Roberts amministrerà il giuramento sulla scalinata di Capitol Hill. Dopo il giuramento, Trump terrà un discorso, che passerà alla storia, sì, ma come tutti i discorsi inaugurali di tutti i 44 presidenti degli Stati Uniti prima di lui.
2. Non deve essere esagerata la grandezza dell’incertezza che circonda tutto quello che il Presidente Trump metterà in pratica realmente.

L’ultimo punto va preso in seria considerazione proprio perché gli Stati Uniti non sono una dittatura o una monarchia e neanche un regime autocratico. La Costituzione degli Stati Uniti unitamente al controllo e bilanciamento dei poteri garantiscono che Trump sia il Presidente di una Repubblica, dove la democrazia è assolutamente garantita e protetta.

L’analisi dell’incertezza

Ebbene sì, l’incertezza va analizzata. L’analista deve entrare nel profondo delle situazioni e cercare di comprendere da dove originano, perché nella radice quasi sempre risiede anche la causa. 

L’incertezza che circonda e oserei dire impernia il neoeletto Presidente degli Stati Uniti è costituita da diverse componenti.

Parte di questa incertezza è la diretta conseguenza dell’abilità straordinaria di Trump, di assumere ogni posizione per ogni argomento (ultimo caso, dopo che Trump ha ripetutamente criticato la NATO come sovrastimata e obsoleta nel corso della sua campagna, abbiamo appreso dal presidente Obama – ancora in carica – che Trump (il presidente eletto) lo ha rassicurato, nell’ufficio ovale, che “non c’è nessun indebolimento” nell’impegno americano “verso il mantenimento di una forte e robusta alleanza NATO”).

Un’altra parte di incertezza scaturisce dall’ “apparente” profondità dell’ignoranza stessa di Donald Trump su ciò che può o non può fare il potere esecutivo degli Stati Uniti.

Un ulteriore spicchio di incertezza è dato dalla burocrazia federale. Da quanto è stato raccontato dalla stampa, i funzionari, i professionisti del Dipartimento di Stato, della Difesa, della Giustizia, dell’Homeland Security, delle Agenzie di intelligence sono molto combattuti se restare a loro posto o andare via proprio per la straordinaria novità della nuova leadership.

Cambiare rotta alla nave americana non è così semplice

Alcuni presidenti americani hanno sperimentato giorno dopo giorno che l’apparato americano rende estremamente difficile che si possa cambiare rotta alla nave così con un occhiolino ed una stretta di mano anche per chi ha avuto intenzioni più chiare e le più grandi competenze burocratiche.

Ci sono pochissime indicazioni (per ora) che l’amministrazione entrante abbia intenzioni cristalline e alte competenze burocratiche.

Trump come potrebbe utilizzare i considerevoli poteri che ha a disposizione in politica estera?

A noi interessa la politica estera e quindi l’analisi ci spinge a chiederci in quale maniera il neoeletto presidente potrebbe utilizzare i suoi considerevoli poteri in politica estera in modi unici e senza precedenti.

  • Recedere dagli accordi sul commercio potrebbe essere un tema maggiore della sua amministrazione.
  • Ci sembra in un certo modo meno notata la possibilità che Trump adempia alle sue promesse di campagna elettorale e riconosca Gerusalemme come capitale di Israele.

La Corte Suprema degli Stati Uniti recentemente ha confermato nella sentenza Zivotofsky v Kerry che la Costituzione degli Stati Uniti accorda al Presidente il potere esclusivo di riconoscere nazioni estere e governi. Questo potere include, sostiene la Corte Suprema, il potere esclusivo di negare il riconoscimento di Gerusalemme come la capitale di Israele. Il Congresso non può violare questo potere richiedendo per esempio che il Presidente emetta passaporti che designano Gerusalemme come parte di Israele. Dunque, il potere di esclusivo riconoscimento si dilata fino a riconoscere quanto lontano una sovranità straniera si estende, come se Israele abbia o meno la sovranità su Gerusalemme.

È plausibile che Donald Trump porti a termine la sua promessa elettorale di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele e muovere l’ambasciata americana lì.

In questo modo però potrebbe violare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 242 e altre risoluzioni. Certamente, l’Autorità Palestinese è pronta a fare l’inferno se Trump adempisse alla sua promessa.

È altresì vero il fatto che molti presidenti americani hanno promesso di fare ciò durante le loro campagne elettorali e poi sono stati consigliati dal loro Dipartimento di Stato  (dopo essere entrati in carica) che fare ciò avrebbe minato il processo di pace nel Medio Oriente o qualcosa del genere. Questo però potrebbe essere meno probabile se l’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, pro-Israele verrà nominato Segretario di Stato.

Come avrete notato l’ipotesi che ciò avvenga si basa su dichiarazioni di Trump e sulla giurisprudenza americana. Quindi, tenendo fermo il punto che quello che avverrà realmente in questa situazione non lo sapremo mai con certezza finché non accadrà in pratica, si è analizzato quello che è in suo potere fare da un punto di vista estremamente fattuale, portando ad esempio le regole del diritto domestico e ciò che è accaduto in merito a questa situazione prima di lui.

Le implicazioni internazionali della presidenza Trump

Come detto all’inizio commentare l’ignoto ci farebbe cadere nel baratro della demagogia. Fermo restando che le implicazioni internazionali della sua presidenza potrebbero essere enormi: riconfigurazioni radicali e riallineamenti nelle alleanze degli Stati Uniti e ordini regionali in Europa e in Asia con effetti che contengono in sé il rischio di destabilizzazione. Non c’è dubbio che le sue posizioni minaccino i cardini dell’ordine liberalizzato, iniziando dal commercio globale, passando per il multilateralismo e la diplomazia.

Piuttosto ci sembra interessante inquadrare qual è una vera minaccia all’ordine internazionale liberale.

Il populismo nazionalista una vera minaccia all’ordine internazionale liberale.

A nostro avviso è più preoccupante che le stesse frustrazioni e tendenze che hanno dato potere alla vittoria di Trump – l’ineguaglianza dei redditi, la deindustrializzazione, l’esclusione politica e socio-economica e un senso di perduta identità nazionale, si siano manifestate ovunque, particolarmente in Europa.

In maniera più ampia, la generalizzata ansia che incarna il mondo fuori dalle frontiere nazionali come una minaccia piuttosto che come un’opportunità rende il populismo nazionalista una soluzione confortevole piuttosto che una tentazione pericolosa e fuorviante.

A meno che le cause di questi problemi reali siano spiegate effettivamente e i loro effetti efficacemente indirizzati, le narrative semplicistiche offerte dai Trump del mondo, Le Pens, Farages e Wilders continueranno a vincere.

L’ordine liberale è anche minacciato da grandi potenze  come la Russia e la Cina, potenze medie come la Turchia e l’Iran, e più generalmente dall’incremento della multipolarità del mondo.

Le parentesi chiuse del momento storico del dopo guerra fredda hanno dato via a un periodo dove le sfere regionali di influenza sono diventate l’oggetto di fiere rivalità e l’uso della forza ancora una volta è uno strumento accettabile di potere geopolitico. Questo solleva la vera, reale, possibilità che conflitti localizzati e limitati diventino una norma, specialmente se gli Stati Uniti da soli assumessero più le caratteristiche di una potenza “normale” trasformata al suo interno.

Ed è proprio qui che si possono ragionevolmente collegare, in maniera significativa, le implicazioni domestiche con quelle internazionali della presidenza Trump.

La presupposizione degli Stati Uniti come nazione indispensabile, guardiana e protrettrice dell’ordine globale e della sicurezza è basata sull’assunzione che essa si farà carico di un onere fuori misura. In cambio però gli Stati Uniti godono di grandi benefici per la loro posizione come “egemone globale”, non da ultimo riguardo ai suoi costi dei prestiti come emettitore di riserva mondiale di valuta.

Trumpxit: le implicazioni giuridiche della presidenza Trump

A questo punto l’analista esamina la situazione da un punto di vista estremamente reale: il diritto. Le regole di legge sono quello che di più concreto si ha a disposizione per chiarire quello che il Presidente neoletto degli Stati Uniti ha il potere di compiere in politica estera.

Da un punto di vista giuridico, non vi è dubbio che il Presidente Trump abbia il potere legale di terminare l’Accordo di Parigi e l’Accordo con l’Iran nel suo primo giorno di lavoro senza l’autorizzazione del Congresso. Entrambi questi due accordi sono stati conclusi come accordi di solo (unico) esecutivo e la maggior parte delle disposizioni sono legalmente accordi politici non vincolanti.

Non è in verità così chiaro se il Presidente possa unilateralmente recedere dal NAFTA e altri accordi di commercio perché questi accordi sono stati codificati da uno statuto. Questo potrebbe sollevare lo scenario “Brexit” dove si è impigliata oggi la Gran Bretagna.

Azioni militari in Siria

Gli Stati Uniti sono impegnati attualmente in una sorta di “conflitto armato” in Siria che non sembra chiaramente confarsi alle categorie della Convenzione di Ginevra perché possa configurarsi come un conflitto armato non internazionale oppure come un conflitto armato internazionale. Sul fronte giuridico domestico, il Congresso degli Stati Uniti non ha specificatamente autorizzato l’azione in Siria, rendendo la sua legalità domestica quantomeno discutibile.

Il Presidente Trump dovrà decidere come inquadrare  il conflitto in Siria secondo il diritto internazionale e secondo il diritto costituzionale americano.

All’analista viene sempre posta una domanda da un milione di dollari che in questo caso potrebbe essere: “Trump cosa farà riguardo alla Siria?“. Qui non si tratta di fare i maghi, ma di guardare i fatti fin qui.

Obama si è approcciato alla Siria considerandolo un conflitto armato non internazionale contro lo “Stato islamico” utilizzando l “Authorization for use of military force against terrorism” del 2001 come strumento di legalità dell’intervento. Trump potrebbe adottare lo stesso approccio avendo appunto questa autorizzazione del Congresso all’uso della forza contro i terroristi.

La questione però necessita di un’attenzione più seria e puntuale da parte dell’amministrazione Trump perché sono molti quelli che sollevano dei seri dubbi che le azioni americane siano legali da un punto di vista di diritto internazionale.

Qui la lezione da trarre, cari lettori è più ampia: le regole giuridiche e i processi contano più di quello che pensate. Un traguardo politico brillante che taglia gli angoli della legge avrà un costo.

Importante! Non esagerare la minaccia che Trump pone alla democrazia americana.

I controlli e i bilanciamenti costruiti nell’architettura costituzionale e istituzionale della nazione sono stati disegnati dai fondatori per contrastare le due minacce che porta in sé Trump: la tirannia e il potere mafioso. Hanno sempre funzionato per correggere gli sbilanciamenti anche se solo temporanei come il mccarthismo o gli eccessi fuori dalla legalità di Nixon oppure oltraggi come il razzismo ed il sessismo.

Non c’è ragione per credere che il sistema di controlli e bilanciamenti non sia aumentato ora, specialmente vista l’alta vigilanza di coloro che sono allarmati da Trump Presidente degli Stati Uniti.