Gennaio 13

Il nemico del nemico. Il nemico interno nella galassia estremista islamica.

nemico

La Siria, l’Egitto, l’Iraq, lo Yemen, la Libia, la Nigeria, la Regione del Sahel, la Somalia, la Cecenia, le Filippine, la Regione Afghanistan-Pakistan hanno tutti subito operazioni ovvero attacchi ad opera di organizzazioni estremiste islamiche, di differente intensità, ma con una caratteristica comune: il nemico principale è il governo nazionale e i gruppi religiosi opposti.

Curiosamente, l’intensificazione della lotta jihadista contro sia obiettivi occidentali che governi nazionali nel mondo islamico si pone in correlazione con la comparsa del più importante esempio di contesa e di competizione intra-jihadista nei tempi moderni tra Al Qaeda e l’Islamic State (IS)

La categoria del nemico interno

La competizione jihadista ha sottolineato l’importanza di una categoria di nemico frequentemente trascurata: il nemico interno, in riferimento ad altri gruppi all’interno della corrente jihadista.
Sia per Al Qaeda che per l’IS il nemico interno ha assunto un’importanza crescente, tuttavia i due gruppi hanno affrontato questa delicata questione in molti modi diversi.

La competizione inter-gruppo ha colpito la gerarchia degli obiettivi del nemico delle due organizzazioni estremiste islamiche.

La contesa e la competizione tra gruppi jihadisti non è una situazione nuova. Donatella dalla Porta ci spiega che « le organizzazioni radicali, come altre organizzazioni politiche, mirano ad attrarre simpatizzanti attraverso struttura, azioni e cornici che sono appropriate per la propaganda. Nel fare ciò, le organizzazioni clandestine competono in un campo affollato di organizzazioni dove hanno la necessità di offrire di più dei loro competitori».

Dal 2014 in poi in quasi tutte le riviste di Al Qaeda e IS è stata pubblicata una condanna implicita o esplicita all’altro gruppo.

Agli occhi dell’IS, Al Qaeda aveva deviato dalla corretta metodologia jihadista di Osama bin Laden; i suoi membri venivano chiamati addirittura gli “ebrei del jihad” mentre venivano diffusi i poster di “wanted dead” che ritraevano Zawahiri e altre figure di spicco di Al Qaeda.

Dalla prospettiva di Al Qaeda, l’IS è un gruppo di estremisti che senza alcun diritto hanno rivendicato di essere i soli legittimi sostenitori del jihad senza alcuna autorità. Quando Al Qaeda, nel gennaio del 2014 ha stabilito AQIS (Al Qaeda nel subcontinente indiano) l’emergente competizione con l’IS sicuramente ha giocato un ruolo importante.

L’introduzione della categoria “nemico interno” nella gerarchia del nemico dei gruppi jihadisti è una testimonianza della natura competitiva ed esclusivista dell’attuale jihadismo. Essa ha spinto i gruppi jihadisti a trovare ragioni fondamentali che legittimassero la lotta contro attori che naturalmente e storicamente erano considerati alleati e, in casi estremi, ha anche comportato l’etichettare altri jihadisti come apostati.

I gruppi jihadisti solitamente, quando si tratta di affermare chi combattono, vengono rinchiusi in caselle e spesso le conclusioni a cui giungono questo tipo di classificazioni non sono il risultato di una ricerca approfondita.

Fino a poco tempo fa, Al Qaeda era conosciuta come il più noto sostenitore del jihad globale, mentre l’ISI (Islamic State in Iraq) era conosciuto semplicemente come il nemico vicino dei regimi locali.

La competizione intra-jihadista che è comparsa nei primi mesi del 2014 ha cambiato significativamente questa percezione stereotipata. Il risultato è stato un importante cambiamento nelle gerarchie del nemico di questi due  gruppi jihadisti.

La crescente “ibridizzazione” della gerarchia del nemico dell’IS ha avuto come conseguenza l’adozione da parte dell’organizzazione estremista di un forte focus sul nemico lontano (l’Occidente) sia nei discorsi che nell’azione.
La diminuzione dell’ “ibridizzazione” di Al Qaeda ha avuto come conseguenza che tale organizzazione si astenesse da attacchi contro l’Occidente, fatta eccezione per i discorsi.
Il nemico interno è diventato un obiettivo legittimo.

Chi offre di più?

Nella letteratura sul terrorismo, il concetto di “offrire di più” ha ricoperto un ruolo dominante nella teoria che spiega l’effetto della competizione tra i gruppi terroristici sul loro comportamento. La logica dell’offrire di più dimostra le capacità del gruppo, la dedizione e le intenzioni del gruppo agli altri gruppi.
La competizione si verifica quando gruppi che condividono un’ideologia (o quasi la stessa ideologia) iniziano a prendersi di mira l’un l’altro attraverso parole ovvero azioni o quando adottano nuove strategie ovvero tattiche determinate dal successo del gruppo rivale.
Sembra plausibile poter sostenere che la competizione tra Al Qaeda e l’IS è emersa realmente dal febbraio del 2014 in poi quando iniziarono a verificarsi delle lotte interne in maniera regolare.

La crescita dell’IS, senza dubbio ha influenzato come gli altri gruppi jihadisti, incluso Al Qaeda, vengono percepiti sia riguardo all’essere “estremisti” sia in termini di minaccia. Ciò ha rappresentato per Al Qaeda un’opportunità di posizionarsi in una luce positiva in contrasto alla barbarie dell’IS. Il rischio per Al Qaeda, tuttavia, è che sia superata e considerata obsoleta.

Dalla prospettiva della lotta per il potere all’interno del movimento jihadista globale, sembra che si siano attivati due meccanismi:

  1. per l’IS il processo di offrire di più inizia attorno al 2014 come modo per sfidare la supremazia di Al Qaeda. L’intensificazione di tattiche raccapriccianti come la registrazione video delle decapitazioni e il bruciare i prigionieri possono essere considerati esempi dell’offrire di più a livello tattico mentre il suo concentrarsi sempre di più su obiettivi internazionali equivale ad un offrire di più a livello strategico.
  2. Già preoccupata della sua immagine popolare molto prima della nascita dell’IS, Al Qaeda ha esitato a seguire l’esempio del suo competitore più violento, malgrado il suo iniziale successo, e si è bloccato su un approccio basato sulla diversificazione del rischio. Per diversificazione del rischio s’intende un approccio più conservatore per cui un attore si astiene dal prendere una posizione chiara con l’obiettivo di non compiere un errore futuro. Nel caso di Al Qaeda, come parte della sua mutata strategia si è per lo più astenuta dall’organizzare o dirigere attacchi in Occidente con l’obiettivo di vincere il sostegno delle popolazioni locali nelle sue aree di operazioni. Allo stesso tempo Al Qaeda continua a porre enfasi sull’Occidente nei suoi discorsi allo scopo di non perdere il supporto dalla sua base più radicale.

Quale nemico combattono?

Il nemico interno è una questione molto delicata sia da un punto di vista giurisprudenziale islamico, dal momento che riguarda l’illegalità di spargere sangue musulmano che dovrebbe essere evitato perché potrebbe dare luogo ad una dissidio interno (fitna), sia da una prospettiva strategica.

Combattere il nemico interno inteso come altri gruppi che sono considerati parte della comunità jihadista sunnita e che condividono in una qualche maniera una simile ideologia, è una circostanza che raramente si è verificata prima della contesa esplosa tra Al Qaeda e l’IS.

Le lotte interne tra i gruppi jihadisti si verificano ora su base regolare in Siria e  in altre aree dove entrambi i gruppi sono presenti. Ad esempio dopo aver annunciato la creazione della provincia Khorasan nel gennaio del 2015, l’IS ha iniziato a combattere contro i Talebani.

Il contesto

L’ideologia esercita un’influenza enorme nella definizione delle gerarchie nemiche, tuttavia è altrettanto importante  il contesto in cui questi gruppi si trovano.

Un elemento importante del contesto è il grado di dissenso intra-jihadista e la potenziale, successiva, competizione.
Il conflitto all’interno del movimento jihadista ha conseguentemente invaso e dominato le dinamiche del jihadismo sunnita.

Gli attacchi a Parigi del gennaio del 2015: uno ad opera dei fratelli Kouachi contro Charlie Hebdo e rivendicato da Al Qaeda e l’altro ad opera di Coulibaly, che giurava alleanza all’IS, sono interessanti in questo contesto dal momento che Coulibaly presumibilmente aiutò i fratelli Kouachi.

Ciò mostra che ci è voluto un po’ di tempo affinché la rivalità jihadista si manifestasse al di fuori della Regione del Medio Oriente. Una simile cooperazione oggi è altamente improbabile se non impensabile.

In conclusione:

In maniera interessante, le dinamiche che si sono scatenate dalla relazione competitiva all’interno del movimento jihadista hanno colpito enormemente la gerarchia del nemico sia in termini di scopo che di priorità e di categorie. Non solo l’IS ha superato Al Qaeda come principale perpetratore di attacchi in Occidente, ma la sua aggressività contro altri gruppi jihadisti ha dato vita all’introduzione di una nuova categoria estremamente delicata: il nemico interno.
Per l’IS il processo di “offrire di più” intra-jihadista ha condotto all’espansione strategica del focus sull’Occidente, il cosidetto “nemico lontano”; mentre per Al Qaeda la logica della diversificazione del rischio ha rafforzato la sua nuova strategia, già adottata, per vincere i cuori e le menti dei musulmani distanziandosi essa stessa dall’eccessiva violenza dell’IS.
Le gerarchie del nemico sono tuttavia dinamiche per cui la diminuzione degli attacchi di Al Qaeda in Occidente non deve portarci alla conclusione che esso non è più un gruppo jihadista globale, ma piuttosto deve condurci a considerare che le preferenze, le capacità, hanno subito, temporaneamente, un cambiamento come risultato di un contesto.

Settembre 3

Zawahiri: cogito ergo sum.

Zawahiri

Zawahiri c’è! E con lui anche Al Qaeda, malgrado molti l’abbiano dimenticata, forse pensando che si sarebbe disintegrata per lasciare il passo allo “Stato islamico”. I nuovi messaggi di Zawahiri ci raccontano cosa pensa l’ “altra metà del cielo del jihad”.

Sebbene alcuni pensassero che Al Qaeda (AQ) sarebbe letteralmente implosa dopo la morte di Bin Laden, Ayman al-Zawahiri è riuscito a tenerla insieme e in qualche maniera ha migliorato la sua posizione, malgrado la campagna di contro-terrorismo condotta incessantemente dagli Stati Uniti.

Dopo un lungo periodo di silenzio, talmente lungo che qualcuno ha addirittura pensato che Zawahiri fosse morto, nel gennaio del 2016 vengono diffusi dei nuovi messaggi di AQ. Prima però di dare un’occhiata veloce al contenuto, poniamoci questa domanda:

ZAWAHIRI è CAPACE A COMANDARE AL QAEDA?

Ayman al-Zawahiri nasce nell’élite egiziana, da padre medico, uno zio Grand Imam di al-Azhar (il centro di studi islamico in Egitto), il nonno materno presidente dell’Università del Cairo. In un tempo in cui molti dell’élite egiziana abbracciavano una identità più secolare, la famiglia di Ayman rimaneva una famiglia di pii musulmani. Ayman era uno studente brillante ma anche disinteressato a proseguire la tradizione di famiglia e diventare un dottore. Si fa coinvolgere subito dalla politica e forma la sua prima cellula rivoluzionaria all’età di 15 anni. Ispirato dall’esecuzione di Sayyd Qutb, Zawahiri si unisce ad altri giovani egiziani radicali che volevano far diventare il paese uno Stato islamico, critici dell’accordo con Israele del presidente egiziano Sadat formano l’Egyptian Islamic Jihad (EIJ). I membri di questo gruppo assassinarono Sadat nel 1981, provocando non solo una massiccia repressione ma anche l’arresto di Zawahiri stesso. Ayman fu torturato in prigione e svelò informazioni sui suoi compagni.

Per molti anni Zawahiri si focalizzò sul rovesciare il governo egiziano, appariva come il più improbabile leader di AQ. Nel 1993 dichiarò che l’obiettivo primario del gruppo era quello di stabilire uno Stato islamico in Egitto, asserendo che le finalità di EIJ si concentravano essenzialmente sul nemico vicino: i regimi apostati del Medio Oriente, e non sul nemico “lontano”: gli Stati Uniti. Avendo visto come gruppi egiziani ripetutamente fallivano nell’orchestrare un coup, scatenare una rivoluzione popolare o creare un gruppo rivoluzionario, Zawahiri sviluppa una sorta di sacro rispetto per la segretezza, la pianificazione e l’addestramento considerandole come le chiavi per il successo.

Attraverso AQ, EIJ otteneva l’accesso al denaro di Bin Laden e ai campi di addestramento, soprattutto ai cosiddetti safe heaven.

Quando EIJ si trovò sotto forte attacco da parte del governo egiziano, per Zawahiri diventò difficile pagare gli operativi, prendersi cura delle loro famiglie o più generalmente sostenere il gruppo. Coltivare legami con Bin Laden permetteva alla sua organizzazione di vivere e combattere ancora. Quando EIJ sembrava sbiadirsi, Zawahiri si associò sempre di più con AQ, prima come scusa per sfruttare Bin Laden poi per necessità e infine per convinzione. Un jihadista egiziano riporta che Bin Laden sostenne che gli attacchi in Egitto erano troppo costosi in termini di vite, di denaro e che Zawahiri avrebbe dovuto rivolgere le armi della sua organizzazione sugli Stati Uniti ed Israele. Nel corso del tempo Zawahiri abbracciò questo tipo di ragionamento. Parte di questo cambiamento potrebbe essere stato determinato da un mutamento ideologico genuino, ma il collasso degli sforzi in Egitto, unitamente all’aggressiva assistenza americana per distruggere la rete EIJ al di fuori dell’Egitto, spingono Zawahiri a cambiare l’obiettivo della sua vita. Così nel 1998 EIJ si allea con AQ, cambia le finalità organizzative per accordarle con quelli di Bin Laden e interrompe tutti gli attacchi in Egitto, nel 2001 formalmente i due gruppi si uniscono.

QUAL è LA DIFFERENZA CON BIN LADEN?

Al contrario di Bin Laden, Zawahiri non è carismatico. Nella sua persona e nella retorica che utilizza è più “laborioso” che stimolante. Non ha neppure la stessa storia personale di Bin Laden per ispirare altri. Sebbene sia rispettato per la sua dedizione al jihad, non ha direttamente combattuto i sovietici ed il suo tradimento per altri membri del EIJ (sotto tortura) diminuisce ulteriormente ogni tentativo di coltivare il mito dell’eroe. Sebbene sia differente nello stile rispetto a Bin Laden, condivide il suo pragmatismo. Più pedante e dogmatico dell’ex leader di AQ, Zawahiri ha ripetutamente mostrato che può imparare dai suoi errori e si è dimostrato capace di lavorare con gruppi che non sono ideologicamente alleati.

Cogito ergo sum. Il pensiero di Zawahiri attraverso i suoi video messaggi.

Gennaio 2016: quello che potremmo chiamare l’ufficio stampa di AQ: Sahab, diffonde tre nuovi messaggi di Ayman al Zawahiri: due messaggi audio e una dichiarazione di 7 pagine.

Nel primo messaggio audio, di 7 minuti, dal titolo: “Al Saud, assassini dei mujahideen”, Zawahiri incoraggia il popolo saudita ad insorgere contro la monarchia e critica il governo saudita per l’esecuzione di più di 40 prigionieri agli inizi del mese di gennaio. Il leader di Al Qaeda asserisce che l’uccisione di più di 40 mujahideen e del prominente religioso sciita Nimr al Nimr è stata eseguita per servire gli interessi degli Stati Uniti e dei “crociati”. Il messaggio di Zawahiri è preceduto dal filmato di una riflessione di Anwar al Awalaki, un ideologo di Al Qaeda nella penisola arabica che fu ucciso da un drone americano nel 2011. Il video serve ad enfatizzare l’importanza del martirio sulla scia delle esecuzioni del governo saudita. Awlaki afferma: “il martirio è come un albero, frutti crescono e maturano e poi arriva il tempo per raccogliere questi frutti. Questo accade in stagioni specifiche. E’ cosi che gli schiavi di Allah passano attraverso stadi fino a quando raggiungono la fase in cui è tempo per loro diventare martiri”.

Il video si conclude con un’ultima frase di Awlaki: “perciò l’albero del martirio nella Penisola Arabica ha già frutti maturi su di esso ed il tempo per raccoglierli è venuto, così l’Onnipotente Allah prenderà da questi martiri”. Queste parole, anche se sono state utilizzate in precedenza, servono a spiegare il presunto valore dei martiri di Al Qaeda.

Il secondo messaggio audio è l’episodio 8 della serie di Al Qaeda “Primavera islamica”, lungo più di 24 minuti. Zawahiri si concentra fondamentalmente sul Sud Est Asia, specialmente l’Indonesia, Malesia e le Filippine. Statuisce che la regione ha bisogno di un risveglio jihadista come le altre parti del mondo. Il messaggio si apre con un video di un’intervista rilasciata alla CNN di Amrozi Nurhasyim, indonesiano imprigionato e giustiziato per il suo ruolo negli attentati di Bali nel 2002 in cui furono uccise 202 persone di cui 88 turisti australiani. La fine del video ritrae gli autori dell’attacco a Bali e Abu Bakar Bashir, un religioso radicale jihadista.

La terza dichiarazione include la condanna scritta di Zawahiri dell’Arabia Saudita per il suo ruolo nella guerra siriana.

L’ultimo messaggio viene diffuso da Sahab il 25 agosto; è il terzo episodio della serie: “brevi messaggi per una Ummah vittoriosa”. Nel primo episodio della nuova serie Zawahiri maledice i Fratelli Musulmani egiziani, nel secondo chiama i musulmani al supporto dei talebani afghani e respinge la recente presenza dello “stato islamico” in Afghanistan. Nell’episodio: “Abbiate timore di Allah in Iraq”. Il leader di AQ si aspetta chiaramente che lo “Stato islamico” continui a perdere terreno, argomentando che i sunniti dell’Iraq dovrebbero riorganizzarsi per una guerriglia protratta allo scopo di sconfiggere l’occupazione iraniana delle regioni, cosa che hanno già fatto in precedenza.

Le critiche di Zawahiri sull’approccio dello “Stato islamico” nel dichiarare il jihad in Iraq durano in tutto 4 minuti. Ayman sottolinea come AQ e lo “Stato islamico” abbiano sviluppato strategie molto differenti nell’intraprendere il jihad. Dove AQ vuole essere vista come una forza popolare rivoluzionaria, servendo gli interessi dei musulmani, lo “Stato islamico” si propone come un regime autoritario che cerca apertamente di imporre il suo volere alla popolazione.

I leader di AQ ritengono che la metodologia dello “Stato islamico” nel portare avanti il jihad aliena le popolazioni musulmane, situazione che facilita i nemici nel distruggere i sunniti.

Zawahiri ritiene che gli jihadisti in Iraq debbano rivedere le proprie esperienze per evitare di commettere gli errori che li hanno portati alla separazione dalla comunità islamica. Questi errori hanno portato i jihadisti a cadere negli abissi dell’estremismo e del “takir” (la pratica di dichiarare altri musulmani come non credenti)”.

Zawahiri afferma che “la battaglia è una”

Il leader di AQ collega il jihad in Iraq con quello in Siria rilevando che i mercenari e le milizie appoggiate dall’Iran combattono in entrambi i paesi. Afferma, inoltre, che l’Iran e i suoi alleati cercano di annientare i sunniti in tutto il Medio Oriente. Sostiene che i sunniti sono stati torturati e decapitati in Iraq con il pretesto di combattere lo “Stato islamico” di Baghdadi, ma la vera ragione è da ritrovarsi nell’espansionismo dell’Iran.

Zawahiri afferma che gli iraniani e gli americani hanno raggiunto un accordo che permetterebbe alla “coalizione crociata-iraniana-alawita (l’alleanza occidentale, l’Iran e le forze del regime di Assad) di inghiottire l’intera regione.

Sebbene Sahab abbia sofferto di ritardi nella produzione dei comunicati negli ultimi due anni, la recente diffusione di tre episodi della serie di Zawahiri: “brevi messaggi per una vittoriosa Ummah”, indica che l’apparato ufficiale di comunicazione della leadership di AQ è tornato in pista, in grado di diffondere regolarmente contenuti.

 

Gennaio 31

Wars of terror: dynamics and affiliates

guerra del terrore

The rise of the Islamic state together with the resilience of Al Qaeda has a lot to do with local dynamics that lead the choices of the affiliate of both groups, much more than  ideology.

The ideology is important when it is necessary to assess a threat, it steers the group’s relations, it drives the trajectory of the attacks and the motivations of individual actors, as the history of the militant Salafism has shown. As these kind of groups offer the ideology as a rationale for activities and actions, the ideological explanation can be sometimes preferred to less esoteric realities. As result, factors as money, infrastructure, people, resources, sense of legitimacy and benefit real and perceived – all can lead to political alliances – are often overlooked. Less attention is given to the sustainability of the alliances even though militant Salafist groups compete more often one against the other.

Wars of terror: local dynamics

Wars of the terror which sees the rise of the Islamic state and the resilience of Al Qaeda, the struggle for the leadership of the global jihad movement, has much to do with local factors.
Conversely from Al Qaeda, the Islamic state cannot rely on a longstanding network of emissaries or funder through which it can build favor in a region or fund itself in dark times.
The relations between individuals and longstanding connections in particular regions are important, not only for funding, but also to maintain the authority and the influence network. Al Qaeda, for example, is resilient in Yemen and in Somalia because its links and its presence in both countries, in terms of people and infrastructures, go back 20 years ago. The emissaries of Al Qaeda have generally operated in both countries without much interference.
The “localism” is the heart of the ISIS state building model. To avoid that jihadist movements, continue to exploit the internal anger, frustration, disenchantment and offer to punish the authorities perceived as oppressive, trying to substitute the control system, the regional powers, as Iran and Saudi Arabia, should break the borders of their old politics and pursue the multilateralism. Despite the nuclear deal, it should be not permitted to Iran to freely continue so support dictators or make operative armed militias to strengthen its interest in the Middle East and obstruct the sunni influence.
Al Qaeda from its side, covertly, but always in an increasingly way, has used the “localism” to develop its roots in the communities ripped by conflicts facing the absence of a governance. However, the loss of the senior leadership could catalyse a process of internal disintegration. The decline of the loyalty on a new leadership could push the lower ranks of the organization in a competition with ISIS imitating the more brutal practices.
These internal processes of transformation should, in my opinion, be exploited, because they could increase the internal debate which has the potential to catalyse on opposite positions and lead the disintegration of the affiliates in small factions thus more vulnerable targets.
On the other side, the strategy of the Islamic state moves on the loss of the Al Qaeda central leadership, especially after the Mullah Omar death, and it will continue to challenge the credibility of Al Qaeda as traditional leader of the lesser jihad. The Islamic state could try to acquire more affiliate than Al Qaeda or dismantle them encouraging the defection. Al – Shabab appears to be the more vulnerable and the resilience of Al Qaeda in Arabian Peninsula, despite the al – Wuhayshi death could be tested, intensifying the sectarian dynamics in Yemen. Wars of terror in the global jihadist movement move exploiting the local dynamic of the region.

The dynamics of ISIS and Al Qaeda affiliates

The pledge of loyalty of jihadist groups should not be seen as compulsory or durable, rather as a temporary condition. When the fortune of a group disappears or the leadership change, the alliances shift rapidly toward new formations that prove to be more convenient to the group or to the leader. Prestige, money, manpower: there are the forces that drive the alliances more than the ideology.

The problem with the affiliates of both groups is that as long as Al Qaeda and the Islamic state can distribute money to their affiliates, these would follow them, but when the money would fall short, the affiliates would look elsewhere to sustain themselves: the distant ones would search for new sponsors or they would create new enterprises.
Inevitably, some affiliates would look at states willing to fund them in proxy war against their enemies. Iran, instead of fighting Islamic state in Syria, could be much more interested in supporting terrorism of the Islamic state within the borders of Saudi Arabia. It is worth considering that Iran uses Hezbollah as proxy to support and maintain the Assad regime. Saudi Arabia can easily use AQAP as ally against the Houthi (supported by Iran) in Yemen. The African states could find more easy to pay jihadist groups that threat their countries rather than face persistent attacks in their cities. When the money falls short, Al Qaeda and Islamic state affiliates would take money from their ideological enemies without hesitation if they share the same interests in the short term.
It remains essential to keep in mind that focusing on global assessment on a wide range lead to the exclusion of regional nuances and local dynamics and these are the factors that can determine the rise and fall of organizations as Al Qaeda and ISIS; these aspects drive wars of the terror.

Gennaio 31

Guerra del terrore: dinamiche locali e affiliati

guerra del terrore

L’ascesa dello stato islamico e la capacità di recupero di Al Qaeda hanno molto a che fare con fattori e dinamiche locali che guidano anche le scelte degli affiliati dei due gruppi, molto più dell’ideologia.

L’ideologia è importante quando si tratta di valutare una minaccia, guida le relazioni del gruppo, così come le traiettorie degli attacchi e finanche le motivazioni di attori individuali, come ci mostra la storia del salafismo militante. Dal momento che questi gruppi spesso offrono l’ideologia come un razionale per le loro attività e azioni, le spiegazioni ideologiche possono alle volte essere preferite a meno esoteriche realtà. Come risultato, fattori come denaro, infrastrutture, persone, risorse, senso di legittimazione e beneficio percepito e reale – tutti possono condurre ad alleanze politiche – sono spesso trascurati. Meno attenzione è data alla sostenibilità delle alleanze, anche se gruppi militanti salafisti competono molto più spesso l’uno contro l’altro.

Guerra del terrore: dinamiche locali

Nella guerra del terrore che vede l’ascesa dello stato islamico e la resilienza di Al Qaeda, la lotta per la leadership del movimento jihadista globale, ha molto a che fare con fattori locali.
Diversamente da Al Qaeda, lo stato islamico non ha una rete di emissari di lunga data e di finanziatori attraverso cui può costruire favori in una regione o finanziarsi in tempi bui.
Le relazioni tra individui e le connessioni di lunga durata in particolari regioni sono importanti non solo per il finanziamento, ma anche per mantenere l’autorità e la rete d’influenza. Al Qaeda, ad esempio, è resiliente in Yemen ed in Somalia perché i suoi legami e la sua presenza nei due paesi, in termini di persone ed infrastrutture, risale a 20 anni fa. Gli emissari di Al Qaeda hanno generalmente operato in entrambi i paesi senza molta interferenza.
Il “localismo” è il cuore del modello di state building dell’ISIS. Per evitare che i movimenti jihadisti continuino a sfruttare la rabbia interna, la frustrazione, il disincanto, offrendosi di punire le autorità percepite come oppressive e cercando di sostituire il loro sistema di controllo, le potenze regionali, come l’Iran e l’Arabia Saudita, dovrebbero rompere le frontiere della loro politica vetusta e perseguire il multilateralismo. Malgrado l’accordo per il nucleare, non deve essere consentito all’Iran di continuare liberamente a sostenere dittatori e a render operative milizie armate per rafforzare i suoi interessi nel Medio Oriente e contrastare l’influenza sunnita.

Al Qaeda dal canto suo, pur in maniera nascosta, ma sempre crescente, ha usato il “localismo” per sviluppare le sue radici tra comunità lacerate dai conflitti, nell’assenza di una governance, tuttavia la perdita dei ranghi più anziani della leadership potrebbe catalizzare un processo di disgregazione interna. Questo perché la perdita della fedeltà nella nuova leadership potrebbe spingere i gradi inferiori dell’organizzazione ad una competizione con l’ISIS imitandolo nelle pratiche più brutali.

Sono questi processi interni di trasformazione, a mio avviso, che vanno sfruttati, perché potrebbero incrementare il dibattito interno che si catalizzerebbe su posizioni opposte e dare il vita alla disintegrazione degli affiliati in fazioni più piccole e quindi obiettivi più vulnerabili.

Dall’altra parte, la strategia dello stato islamico si muove proprio dalla perdita della leadership centrale di Al Qaeda, soprattuto dalla morte del Mullah Omar, e continuerà a sfidare la credibilità di Al Qaeda come leader tradizionale del lesser jihad. Lo stato islamico potrebbe tentare di acquisire più affiliati di Al Qaeda o smantellarli incoraggiando la defezione. Al – Shabab appare il più vulnerabile, e la resilienza di AQAP malgrado la morte di al – Wuhayshi potrebbere essere messa alla prova, intensificando le dinamiche settarie nello Yemen. La guerra del terrore all’interno del più grande movimento jihad si muove quindi sfruttando le dinamiche locali in ogni regione.

Le dinamiche degli affiliati dell’ISIS e di Al Qaeda

La promessa di fedeltà dei gruppi jihadisti non deve essere vista come vincolante o durevole, piuttosto come una condizione temporanea. Quando la fortuna di un gruppo svanisce o la leadership cambia, le alleanze si muovono rapidamente verso formazioni che si provano più vantaggiose al gruppo o al suo leader. Prestigio, soldi, manodopera sono queste le forze che guidano le alleanze molto più dell’ideologia.
Il problema degli affiliati di entrambi i gruppi è che finché sia Al Qaeda che lo Stato islamico possono erogare denaro ai gruppi affiliati, questi li seguiranno, ma quando i soldi verranno a mancare, essi guarderanno altrove per sostenersi: per cui affiliati distanti cercheranno nuovi spasimanti o creeranno nuove imprese.
Inevitabilmente, alcuni affiliati guarderanno agli stati desiderosi di finanziarli in guerre proxy contro i loro avversarsi. L’Iran invece di combattere lo stato islamico in Siria, potrebbe essere interessato nel supportare la tattica del terrorismo dello stato islamico nelle frontiere dell’Arabia Saudita. Attenzione non ci confondiamo: l’Iran usa Hezbollah come proxy – da sempre – per tenere in piedi il regime di Assad. L’Arabia Saudita potrebbe usare facilmente AQAP come un alleato contro gli Houthi (supportati dall’Iran) nello Yemen. Le nazioni africane potrebbero trovare più semplice pagare i gruppi jihadisti che minacciano i loro paesi piuttosto che affrontare i persistenti attacchi nelle loro città. Quando il denaro scarseggia, gli affiliati di Al Qaeda e dello stato islamico si faranno sicuramente ben pochi scrupoli nel prendere i soldi dai i loro nemici ideologici se questi condividono gli stessi interessi a breve termine.

Resta essenziale tenere bene a mente che concentrarsi sulle valutazioni globali di ampio raggio fanno trascurare le sfumature regionali e locali; e sono proprio queste ultime che guidano l’ascesa o la caduta di organizzazioni come Al Qaeda o l’ISIS e che delineano i contorni della guerra del terrore.

Novembre 21

Al Qaeda versus ISIS: guerra del terrore

guerra

L’attentato in Mali ci rivela che è in corso una guerra intestina tra Al Qaeda e l’ISIS per la leadership del movimento jihadista globale.

Il gruppo che ha rivendicato, ieri, l’ attacco al Radisson Blue Hotel di Bamako, Mali è al-Mourabitoun.

Chi sono?

Il gruppo si è formato nel 2013 dalla fusione tra  al-Mulathamun (“The Masked Men”) Battalion (AMB) e Movement for Unity and Jihad in West Africa (MUJAO), dichiarando immediatamente che il movimento estremista della regione era ora più forte che mai. Al – Mourabitoun annuncia quindi le sue intenzioni di voler cacciare la Francia e i suoi alleati dalla Regione. Il gruppo ha condotto sistematicamente attacchi contro gli interessi francesi nella regione ed unità militari africane.

Belmokhtar è il suo leader ufficiale dal luglio 2015. Secondo il dipartimento di stato americano, Al – Mourabituoun è il gruppo che pone “la più alta minaccia medio termine agli interessi americani ed occidentali nel Sahel. Nel luglio del 2015 si allea ufficialmente con Al Qaeda rinominandosi: “Al Murabitoon – Al Qaeda in West Africa. Questo gruppo accusa la Francia di uccidere innocenti bambini, donne e anziani fin dal suo intervento in Mali nel 2013.

Cosa ci indica questo attentato?

Che è in atto una guerra intestina tra Al Qaeda e l’ISIS per la leadership del movimento jihadista globale. La guerra interna al terrore è iniziata quando il 31 agosto 2015 i Talebani confermano la morte del loro leader: il mullah Omar. Quest’ultimo era la colonna portante del rifiuto di alleanza con l’ISIS. La morte di Omar lascia liberi tutti coloro che avevano giurato alleanza a lui.  Il suo successore non eredita automaticamente nè il titolo di Amir al Mumineen (Commander of the Faithful) né le alleanze finora dichiarate. Visto che la morte di Omar risale al 23 aprile 2013 (fu dichiarata dai Talebani ufficialmente due anni più tardi), vuol dire che il titolo di Commander of the Faithful era presumibilmente vacante quando Abu Bakr al – Baghdadi ha rivendicato il titolo in concomitanza con la dichiarazione di califfato. Distruggendo in questo modo le argomentazioni pro – al Qaeda che l’ISIS aveva usurpato l’autorità legittima di Omar. Da questo punto in poi l’ISIS ha condotto la sua guerra interna contro al Qaeda diffondendo messaggi in cui si dipingeva al Qaeda come un’organizzazione mendace da cui provenivano ordini da un leader oramai morto da due anni. Argomenti che evidentemente hanno fatto leva su gli affiliati di Al Qaeda che quindi hanno spostato l’alleanza  (bayah) all’ISIS, ma ha sicuramente dato il via ad una guerra intestina che si gioca sugli assi del terrore.

Dov’è finito Zawahiri?

Se Zawahiri è ancora vivo, cosa fa in proposito? Finora abbiamo visto una sua guida che potremmo definire letargica, forse sperando che l’ISIS implodesse e che la situazione si risolvesse da sola. Presumibilmente non è più così. Questo attentato in Mali ci rivela molto di più di quanto sembra. La leadership di Al Qaeda non si tira in dietro nella guerra al terrore, ma questa volta la combatte contro il terrore interno che mina la sua stessa vita.

L’ISIS ha già eroso il territorio controllato da Al Qaeda.

Anche se nessuno ne parla l’ISIS ha tolto ad Al Qaeda 4 delle sei suddivisioni che formavano l’Emirato Islamico del Caucaso. (ISIS raggiunge il Nord Caucaso) Approfittando del vuoto di leadership dell’Emirato islamico, dopo l’uccisione del leader, Kebekov, da parte delle forze speciali russe, ha preso il controllo di 4 province e presumibilmente faranno da leva per le altre.

Questo è solo l’inizio della lotta del terrore nel terrore.

 

 

 

Ottobre 18

L’Afghanistan oggi: seconda parte

Afghanistan

L’Afghanistan è oggi territorio di scontro tra i Talebani e l’ISIS per la supremazia della jihad globale.

Akhtar Mohammed Mansoor leader dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan (che conosciamo come i “talebani”), successore del Mullah Omar ex ministro dell’aviazione civile e dei trasporti durante il regime talebano dal 1996 al 2001, ex “governatore ombra” della provincia di Kandhar, manda un messaggio al leader dell’ISIS: Abu Bakr al – Baghdadi chiedendo che lo Stato Islamico combatta sotto la bandiera dei talebani in Afghanistan e porre fine alle divisioni tra i jihadisti in tutto il mondo.

ISIS in Afghanistan

Baghdadi ha stabilito lo Stato Islamico nella provincia di Khorasan lo scorso anno accogliendo tra le proprie fila talebani delusi e comandanti jihadisti. La cosidetta Khorasan region comprende: Afghanistan, Pakistan e parti dell’area circostante queste due nazioni. L’ISIS ha minacciato recentemente i Talebani, ma non si è limitato solo a questo, ci sono stati attacchi ai Talebani nella provincia di Nangarhar in Afghanistan. Recenti dati ci mostrano che più di 17.000 famiglie nel Nangarhar sono andate via a causa della violenza dell’ISIS. Alcune delle peggiori atrocità sono state perpetrate nel distretto di Achin. Entrano nei villaggi chiedendo una lista delle vedove e delle donne non sposate. In alcuni villaggi, l’ISIS ha dichiarato che i matrimoni celebrati e riconosciuti dal governo dell’Afghanistan sono invalidi.

Continuo conflitto tra Al Qaeda e l’ISIS in Afghanistan esacerbato dalla morte del Mullah Omar.

Quando il leader dell’ISIS ha rifiutato l’autorità di Al Qaeda e ha poi dichiarato il Califfato, ha diviso il già frammentato movimento jihadista.

Le 1500 Ulema (i consigli religiosi in Afghanistan) hanno scelto e promesso alleanza alla leadership dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan secondo la sharia. L’argomentazione di Mansoor sull’unità dei jihadisti in Afghanistan prende spunto dal Corano che secondo la sua tesi richiama fortemente all’unità tra i mussulmani e che l’Emirato islamico dell’Afghanistan è stato appoggiato dalla leadership mussulmana così come dal fondatore di Al Qaeda.

La conferma della morte del  Mullah Mohammed Omar alza la posta in gioco per la battaglia per la supremazia jihadista globale tra Al Qaeda e l’ISIS. Omar era la colonna portante del rifiuto di Al Qaeda delle richieste dell’ISIS di alleanza. Primo, perché Al Qaeda aveva già garantito alleanza ad Omar e quindi non poteva farlo anche al leader dell’ISIS. Secondo: Abu Bakr al Baghdadi aveva illegittimamente usurpato il titolo di Amir al Mumineen (comandante del fedele)ad Omar. La morte di quest’ultimo lascia libero chi ha promesso alleanza a lui. Tuttavia né la promessa né il titolo di Amir al Mumineen sono automaticamente ereditati dal suo successore. Il 31 agosto 2015 i Talebani confermano la morte del Mullah Omar ( Taliban officially announce Mullah Omar death), dopo aver celato di fatto la sua morte per ben due anni: Omar era morto il 23 aprile 2013.

Questo fatto aggiunge un altro fattore di attrito. Se è morto due anni fa, la posizione di Amir al Mumineen potrebbe essere stata verosimilmente vacante quando Baghdadi la rivendicò subito dopo la dichiarazione del califfato, distruggendo eleoquentemente l’argomentazione pro – Al Qaeda che l’ISIS ha usurpato l’autorità legittima di Omar. L’annuncio della morte di Omar è un bel punto a favore dell’ISIS che lo sfrutta condannando la mendacità di condurre un’organizzazione divulgando ordini e linee guida in nome di un leader morto in virtù della strategia conosciuta con il nome di: “weekend at Bernie” (il celebre film: il week end con il morto).

Se l’emiro di Al Qaeda, Ayman al Zawahiri non è anche lui un “Bernie” a questo punto è davanti ad un dilemma. La sua letargica conduzione di Al Qaeda ha diminuito fortemente la sua abilità di sfidare Baghdadi direttamente sulle basi della sua autorità.  A parte la promessa al Mullah Omar, pochi sono gli argomenti contro l’egemonia dell’ISIS: brutalità della tattica, focus settario, mancanza di consultazione con gli altri gruppi di jihadisti al momento della dichiarazione del Califfato.

Zawahiri ha poche opzioni a sua disposizione: continuare ad affidarsi alla sua attuale strategia che sembra sia quella di sperare ardentemente che l’ISIS vada semplicemente via, non pare la più efficace.

La battaglia tra Al Qaeda e l’ISIS ha poco a che fare con la legittimazione da un punto di vista tecnico o con la giurisprudenza, ma piuttosto con l’anima dell’intero mondo jihadista.  La morte del Mullah Omar ha colpito Al Qaeda nei due emisferi e fornisce una via conveniente per quei sostenitori irrequieti che hanno resistito finora al richiamo dell’ISIS. Il supremo comandante dell’ISIS nel Khorasan è Hafiz Saeed Khan che era un membro dei Talebani pakistani. Con i suoi guerriglieri è scappato in Afghanistan dopo che le forze regolari del Pakistan hanno condotto un’offensiva nella aeree tribali, proprio quest’anno.

Cosa si potrebbe fare?

Sfruttare questa divisione del movimento jihadista, diminuendo la minaccia, indebolendolo. Questa guerra interna va contro quello che rivendica l’intera organizzazione e se diminuisce la presa sui volontari jihadisti perché sentono di star combattendo una guerra fratricida piuttosto che il regime di Assad, gli americani, gli sciiti o qualsiasi altro nemico, allora inizieranno i guai seri. Sfruttare la mutevolezze della fedeltà. Saaed non è un caso isolato. L’altra faccia della medaglia di questa guerra intestina al movimento jihadista è che la violenza contro gli Stati Uniti, o più in generale contro l’occidente potrebbe diventare più intensa, dal momento che sia Al Qaeda che l’ISIS vogliono dimostrare che il gruppo è più forte e rilevante dell’altro.

Non ci illudiamo: fare la stampella del governo dell’Afghanistan non è la soluzione per la minaccia che proviene da Al Qaeda e dall’ISIS e meno che mai servirà a impedire che possano verificarsi attacchi da parte delle due organizzazioni in lotta fuori dal territorio dell’Afghanistan. Ricordiamoci che l’attacco a Parigi del gennaio 2015 è arrivato dopo 14 anni di missione internazionale in Afghanistan.

Ottobre 8

In Siria non c’è solo l’ISIS.

In Siria la minaccia estremista non arriva solo dall’ISIS. Anche se fa comodo pensarla così, ci sono almeno nove gruppi di estremisti attivi presenti attualmente in Siria.

Tutti fissati con questo bombardare l’ISIS in Siria, tutti convinti di questa grande idea risolutiva. Vi siete mai chiesti se l’ISIS è l’unico gruppo di estremisti in Siria di cui avere paura? Ecco allora un quadro generale dei gruppi di estremisti di matrice islamica o se preferiti di terroristi, presenti in Siria che combattono Bashar al – Assad. Ricordiamo che Assad non si è mai fatto alcuno scrupolo a bombardare il mercato pieno di civili, usare armi chimiche, non lo considerate un santo, lui sulla via di Damasco folgora nel vero senso del termine i suoi cittadini.

estremisti Siria

Ahrar al-Sham: (conosciuta anche come Harakat Ahrar al-Sham al-Islamiyya, oppure Islamic Movement of the Free Men of the Levant) è uno dei più grandi gruppi appartenenti al Fronte Islamico, un’organizzazione di militanti islamici sunniti che combattono contro il regime di Assad. Creata alla fine del 2011,  per prima è emersa come una significativa forza sul terreno siriano nel gennaio del 2012. Molti dei membri fondatori di Ahrar al – Sham, incluso il comandante: Hassan Aboud, erano ex prigionieri politici del regime rilasciati nel maggio del 2011 a seguito dell’amnistia atta a placare le proteste religiose nel periodo in cui la primavera araba iniziava a minacciare i governi regionali. Originariamente il quartier generale era a Idlib,ma nell’estate 2013 conduceva operazioni in tutto il paese. Nel febbraio 2014 il dipartimento Americano di Intelligence ha classificato Ahrar al – Sham come uno dei tre gruppi di ribelli più efficaci in Siria. Così come tutti i più forti gruppi militanti in Siria, Ahrar al – Sham mantiene relazioni con la popolazione fornendo servizi di base nelle città che controlla. Mentre il suo obiettivo sarebbe quello di un governo basato sulla Shariah, è visto come un’alternativa moderata ad al – Nusra e all’ISIS. Riceve finanziamenti dalle reti di islamisti del golfo persico ed è supportata dal Qatar. Lo sceicco Hajjai al – Ajami, un prominente raccoglitore di fondi era nel 2012 uno dei donatori chiave. Gli sforzi umanitari sono stati sponsorizzati della Turkish Humanitarian Relief Foundation and Qatar Charity. E’ la forza di opposizione con miglior equipaggiamento. Mantiene dei contatti con la leadership di Al Qaeda, mentre il gruppo non ha mai ufficializzato una partnership con loro.

Al Qaeda: emersa dal movimento mujahidden che opponeva gli jihadisti contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan nel 1970. Osama Bin Laden arrivò in Afghanistan per unirsi alla guerra nel 1980. Figlio di un uomo d’affari saudita estremamente ricco, diventò un importante membro della jihad fornendo fondi al movimento. Nell’arco dell’occupazione, lavorò con un prominente religioso palestinese Abdullah Azzam per creare un gruppo chiamato Mektab al – Khidmat (Bureau of Services) che incanalava jihadisti in Afghanistan. Nella metà degli anni 80 il leader dell’Haqqani Network (HN), Jalaluddin Haqqani, garantì a bin Laden territori sulla regione montuosa tra l’Afghanistan ed il Pakistan. Bin Laden così stabilisce una presenza nella regione e costruisce campi di addestramento che diventeranno campi di elite per i mujahidden arabi – afghani. L’organizzazione assume il nome di Qa’ida al-‘Askariyya, ovvero “the military base”. In tutto lo sviluppo di Al Qaeda(AQ), HN continua a servire come un facilitatore, fornendogli addestramento, esperienza di combattimenti e risorse, creando luoghi sicuri per i jihadisti e facilita la creazione della rete tra AQ e altri gruppi. La CIA e l’Arabia Saudita incanalavano assistenza finanziaria verso gruppi di mujahidden attraverso l’ Inter-Services Intelligence Directorate (ISI) pakistano per tutta l’occupazione sovietica e sebbene sia i leader di AQ che i membri della CIA negarono che AQ ricevesse finanziamenti americani, alcuni conti ci dicono che più di 600 milioni di dollari in finanziamenti americani sono andati ai mujahidden che hanno lavorato vicino a bin Laden. Sunniti, l’obiettivo di AQ è quello di sradicare l’influenza occidentale nel mondo islamico, distruggere Israele e creare uno Stato Islamico che si dipana dalla Spagna all’Indonesia che impone strette interpretazioni sunnite della legge Shariah. Tuttavia, non tutti i membri di AQ e i suoi affiliati si trovano concordi sulle stesse leggi. Alcuni arguiscono che gli sciiti sono apostati, disaccordo che ha causato parecchie tensioni tra AQ e i suoi affiliati, una per tutte: AQ in Iraq uccide gli sciiti in Iraq in palese contrasto con le istruzioni di bin Laden in proposito. Inizialmente si pensava che bin Laden finanziasse personalmente la maggior parte delle attività di AQ, invece è stato scoperto che le donazioni private finanziano più di 30 milioni di dollari l’anno. Alcune organizzazioni benefiche come Al Wafa sono guidate interamente da membri di AQ e canalizzano direttamente fondi al gruppo terroristico. Il reclutamento avviene per la maggior parte attraverso tribù locali in Pakistan ed Afghanistan: si offrono tra i 1,000 e i 1,500 dollari al mese per nuove reclute più numerosi benefit e vacanze in cambio di lealtà e segretezza. All’inizio del 2014, lo Stato Islamico (IS) ha sfidato AQ per la dominanza del movimento jihadista globale e alcuni gruppi hanno iniziato a giurare alleanza all’IS in molti casi rimpiazzando cosi la loro affiliazione ad AQ. Soprattutto è il caso di Boko Haram che precedentemente affiliato ad AQ, giura alleanza al leader dello Stato Islamico nel marzo di quest’anno. Controversie sulle alleanze ha causato la frantumazione di alcuni gruppi in cui alcuni membri si sono alleati con AQ e altri con Baghdad, leader dell’IS. Nominiamo alcuni affiliati di AQ, per dare un’idea del fenomeno.
Al Qaeda in the Islamic Maghreb (AQIM): gruppo sunnita basato in Algeria che supporta la creazione di uno stato islamico e il rovesciamento del governo algerino.
Al Qaeda in Yemen (AQY) : affiliato di AQ nello Yemen.
Al-Qaeda nella penisola araba (AQAP): organizzazione estremista di sauditi e yemeniti, considerata una delle più grandi minacce terroristiche dagli Stati Uniti, regolarmente attacca gli interessi degli Stati Uniti in contemporanea alla sua guerra contro il governo saudita e alla partecipazione della guerra civile in Yemen.
Al Qaeda in Iraq (AQI): la prima organizzazione affiliata accettata formalmente da AQ e l’unica annunciata personalmente da bin Laden.
Al Qaeda Kurdish Battalions (AQKB): fondata nel 2007 attraverso la fusione di alcune organizzazioni terroristiche curde. Opera lungo il confine tra l’Iran e l’Iraq.

ANSAR AL-SHAM (KATAIB ANSAR AL-SHAM, “SUPPORTERS OF THE LEVANT BRIGADE”): particolarmente attiva nella distribuzione di aiuti umanitari e nel funzionamento delle scuole nelle aree che controlla. Membro fondatore dell’ Fronte Islamico, ma il più piccolo. Salafiti e sunniti, il loro obiettivo è quello di rovesciare il regime di Assad e stabilire uno stato islamico sunnita. Diversamente dagli altri gruppi di opposizione, specialmente quelli del Fronte Islamico, non ci sono chiare rivendicazioni ideologiche attribuibili al gruupo. Molti appartenenti all’organizzazione sono locali. Ci sono evidenze che l’Arabia Saudita li supporti finanziariamente.

Hezbollah: organizzazione militante politica sciita basata in Libano. Secondo il manifesto del 1985 gli obiettivi originari erano: distruggere Israele, espellere l’influenza occidentale dal Libano e più ampiamente dal Medio Oriente e combattere i nemici all’ interno del Libano, particolarmente il Phalanges party. Un nuovo manifesto del 2009 riflette cambiamenti del ruolo dell’organizzazione in Libano dal 1985: più enfasi  all’unità nazionale,denunci del settarismo, continuando a sottolineare l’obiettivo di liberare la Palestina, l’opposizione agli Stati Uniti e l’impegno a combattere l’espansione e l’aggressione di Israele. L’obiettivo di proteggere il regime di Assad, un alleato chiave nella regione, si è unito alla lotta a sostegno del governo in Siria. L’Iran è una risorsa chiave di finanziamento dell’organizzazione il cui ammontare varia dai  60,000 ai 200 milioni di dollari all’anno. Il governo siriano ha giocato un ruolo chiave come strada di rifornimento di armi dall’Iran ad Hezbollah.

Al – Nusra Front: conosciuto come Nusra Front ovvero Jabhat al – Nusra: formato verso la fine del 2011, la prima forza siriana a rivendicare gli attacchi che uccisero i civili. La loro reputazione tra i ribelli siriani è così forte che quando gli Stati Uniti li designarono come organizzazione terroristica nel dicembre 2012, un discreto numero di gruppi anti governativi incluso alcuni del Free Syrian Army protestarono. Nell’estate del 2014, l’ISIS spinge fuori dalle roccaforti di Deir Al – Zor al – Nusra e alcuni suoi alleati, zona di giacimenti di petrolio, importante risorsa e guadagno per al – Nusra. Nel 2012 un gruppo di veterani di AQ conosciuto come “Khorasan Group” arriva nei territori siriani controllati da al – Nusra ed usa questi spazi per sviluppare piani di attacchi internazionali. Nel settembre 2014 il governo statunitense annuncia che in aggiunta agli attacchi aerei contro l’ISIS l’obiettivo sarebbe stato anche la cellula Khorasan, ripensandoci poi nel novembre dello stesso anno, asserendo la possibilità di espandere gli attacchi ad Al – Nusra in generale. Obiettivo dell’organizzazione di estremisti: rovesciare il regime di Assad e rimpiazzarlo con uno stato islamico sunnita. Una grande porzione delle risorse di Al – Nusra arriva da oltremare incluso gli esplosivi e le armi. Secondo solo all’ISIS, Al – Nusra attrae la maggior parte dei foreign fighters tra i ribelli in Siria. Arrivano dal Medio Oriente, ma anche dalla Cecenia e dagli stati Europei, con un piccolo numero da paesi come l’Australia o gli Stati Uniti.

Jaish al-Islam: è il risultato della fusione tra una cinquantina di gruppi di opposizione islamista basati a Damasco, cosa che li ha resi la forza ribelle dominante a Damasco. Finanziati dall’Arabia Saudita che ha iniziato l’unificazione dei gruppi per comporre Jaish al – Islam nel tentativo di opporre l’influenza di AQ e dei suoi affiliati a Damasco.  L’Arabia Saudita ha agito come un avvocato/intermediario dell’organizzazione, chiedendo con grande urgenza agli Stati Uniti di rifornire il gruppo con missili anti carro e anti aereo ed incoraggiando Jaish al – Islam ad accettare l’autorità del Consiglio Supremo militare un affiliato del Free Syrian Army.