Se il mondo è incasinato è colpa di Trump?

In linea generale  tutti i Presidenti degli Stati Uniti finora hanno dovuto trovare un equilibro tra interessi in competizione ed assegnare una priorità agli obiettivi per ottenere i risultati desiderati.

Criticare le particolari priorità che il Presidente ha identificato e come esse sono perseguite fa parte del dibattito politico, è giusto così.

Un’altra cosa è quando si cerca sistematicamente di demolire i presidenti degli Stati Uniti in carica, in cattiva fede, giudicandoli (e condannandoli) per risultati o avvenimenti che non sono in grado di dettare. In questo modo il gioco che si persegue è quello di aumentare aspettative fuorvianti di un ruolo che forse non è quello che  gli Stati Uniti ricoprono nel mondo di oggi.

La verità è che il potere relativo degli Stati Uniti rispetto al resto del mondo, sebbene considerevole e duraturo, sta diminuendo, ed è così da un po’ di tempo.

I presidenti degli Stati Uniti possono ancora esercitare una considerevole influenza sul corso degli eventi, ma non sono più nella posizione di dettare i risultati (se mai lo siano stati).

Donald Trump si è insediato come Presidente degli Stati Uniti con poca se non alcuna comprensione delle fondamenta della politica estera degli Stati Uniti, e ha dimostrato poca volontà o capacità di istruirsi circa la complessità della gestione degli interessi globali americani.

Il suo fallimento di coordinare strategicamente i molti, disparati e spesso generalizzati fronti della sua agenda “America first”, assomiglia ad una comitiva che ruota attorno a sé stessa in maniera difensiva, che si spara addosso piuttosto che sparare all’esterno.

Gli Stati Uniti sono eccessivamente dilatati in termini di obblighi globali, particolarmente riguardo alle garanzie militari e di sicurezza che elargisce ai suoi alleati ricchi. Trump ha preferito politiche che impongono alti costi rispetto ai guadagni che cerca di realizzare.

Ci sembra del tutto inverosimile che la vasta gamma di tensioni e di conflitti che vi sono al giorno d’oggi, la politica del rischio calcolato, possano essere dovuti unicamente alla gestione catastrofica della politica estera americana o che la responsabilità risieda unicamente negli Stati Uniti. L’India ed il Pakistan sono perfettamente capaci di mantenere un conflitto vecchio di 70 anni sul Kashmir ad un alto stato d’allerta senza assistenza esterna. La politica cinese del “un Paese, due sistemi” che governa Hong Kong è insostenibile intrinsecamente ed è stata legata ad uno scontro per la sicurezza a causa della spavalderia di Pechino. E la lista potrebbe continuare.

Durante le ultime tre decadi, gli Stati Uniti hanno individuato una comoda e praticabile soluzione per gestire molti, se non tutti questi problemi: l’ordine internazionale liberale che è cresciuto dal blocco occidentale ed ha trionfato nella Guerra Fredda. Questo trionfo era però solo parziale in Cina e in altre parti dell’Asia dove i regimi comunisti hanno adottato delle caratteristiche di una economia capitalista ma non ideali liberali di governo, così come in parti centrali e a sud dell’Europa, dove le stesse dinamiche si sono manifestate negli anni recenti tra i governi post-comunisti.

Nel frattempo molti conflitti sopravvissuti alla Guerra Fredda, periodicamente riemergono per ricordarci che nessun ordine mondiale è così perfettamente egemonico da rendere lo scontro ed il conflitto obsoleto. La violazione da parte degli Stati Uniti delle regole del sistema che essi stessi hanno promosso, particolarmente con l’invasione in Iraq del 2003, hanno significativamente danneggiato sia l’ordine globale che il ruolo degli Stati Uniti in esso.

Nondimeno, l’ordine internazionale liberale ha ben funzionato nel piegare le tensioni che potevano condurre ad una guerra e contenere i conflitti dove emergevano. Gli Stati Uniti hanno chiaramente tratto beneficio dal sistema internazionale che hanno contribuito a costituire e sostenere per 70 anni.

Nel perseguire un approccio commerciale a somma zero nei confronti degli alleati e dei rivali, Trump ha “normalizzato” gli Stati Uniti in un modo che minerà la loro capacità di agire sia come giocatore che come arbitrio della politica globale.

Pur tuttavia, gli Stati Uniti di Donald Trump sono più un sintomo dell’ordine internazionale “sfilacciato” che un attore che impoverisce e aggrava il sistema globale.

Negli anni che verranno, vedremo più presidenti americani, ma anche cinesi, russi, indiani e altri leader che contribuiranno al disfacimento dell’ordine. La tendenza secolare sarà una di un declino del potere relativo degli Stati Uniti e della loro influenza e un panorama più competitivo per leadership regionali e globali.

Un mondo senza un gendarme, uno sbirro globale, anche se imperfetto, riluttante, inconsistente non lascerà blocchi, ostruzioni al proprio posto per evitare che crisi locali e conflitti si diffondano a livello regionale o anche globale.

Sarebbe un errore precipitarsi in conclusioni di ipotesi pessimistiche.

Ricordiamo che il sistema delle istituzioni internazionali di oggi, le convenzioni e le norme che governano il comportamento degli Stati, in parte, è cresciuto da campagne costruite ad hoc per portare avanti specifiche cause umanitarie, come il divieto dell’uso delle armi chimiche e la regolamentazione del trattamento dei combattenti e dei civili in guerra.

Cosa voglia dire un mondo post-Stati Uniti per gli Stati Uniti non è certo. La Gran Bretagna e l’Austria una volta si sono sedute sulla cima di imperi, così come la Russia, la Turchia e l’India. A quale di esse assomiglieranno gli Stati Uniti dipenderà da come gestiranno il loro declino. Che questo genere di riflessioni non trovino spazio in dibattiti politici imparziali è comprensibile. Posporre una così necessaria discussione, potrebbe avere, potenzialmente delle conseguenze rischiose.

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barbarafaccenda

Esperto politica internazionale

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