Radicalizzazione: alla scoperta del significato di questo termine

Si può definire la radicalizzazione come un processo in cui una persona adotta dei sistemi di credenze che giustificano l’uso della violenza allo scopo di attuare un cambiamento sociale che sostengono attivamente così come l’impiego di mezzi violenti per scopi politici.

In senso più generale, si può osservare la radicalizzazione lungo le linee descritte da P. Neumann: “quello che accade prima che si detoni una bomba”.

Sebbene storicamente, il “radicalismo” e la desunta “radicalizzazione” hanno avuto un significato più ampio, nel contesto degli studi odierni e del processo politico decisorio, la radicalizzazione tende a significare una via verso il terrorismo, un graduale scivolamento nell’estremismo, fondamentalismo o, ancora più generalmente, un movimento verso la giustificazione della violenza ed alla fine l’impegno personale in essa.

Nella maggior parte delle definizioni prodotte si ritiene che la radicalizzazione sia un processo, pur tuttavia ci sono delle forti discordanze sul dove questo processi porti.

McCauley e Moskalenko operano una distinzione in un certo senso più chiara di “radicalismo” e “attivismo” dove il primo indicherebbe la volontà di impegnarsi in azioni illegali e l’ultimo il ricercare un cambiamento politico o sociale attraverso attività legali.

Fondamentalismo

Termine utilizzato meno frequentemente in connessione con i risultati della radicalizzazione. L’adozione di credenze fondamentaliste, tuttavia, è associata con una fase di radicalizzazione. Il concetto stesso deriva dalla sfera della religione, e più precisamente dal movimento protestante agli inizi del ventesimo secolo negli Stati Uniti, radicato nella “mentalità anti-liberale e generalmente anti-moderna”. Attualmente, il termine è utilizzato in maniera molto più ampia e non solo nella cornice religiosa, ma anche in quella politica, significando qui un’attitudine rigida e priva di compromessi ed un attaccamento risoluto ad una serie di credenze. Tuttavia esso, ancora, non è necessariamente violento e non da luogo, in molti casi, all’imposizione di tali credenze sugli altri attraverso la forza.

Estremismo

Un altro termine spesso utilizzato in connessione con la radicalizzazione. Secondo Alex Schmidt: “gli estremisti lottano per creare una società omogenea basata su cardini ideologici e dogmatici rigidi; cercando di ricreare una società tradizionalista, reprimendo tutte le opposizioni e soggiogando le minoranze“.

Mentre in generale esso può essere compreso più in linea con il fondamentalismo, come una posizione rigida senza compromessi ed intollerante, per coloro che parlano di radicalizzazione, l’estremismo è spesso compreso come essere contro le norme democratiche, i diritti umani, l’uguaglianza e la tolleranza. L’interesse basilare in riferimento alla radicalizzazione è il tema delle persone che diventano violente.

Dalla definizione di radicalizzazione essa appare come un processo, spesso lento e graduale, il cui risultato finale è una persona che si impegna in una campagna violenta per attuare un cambiamento sociale. Possono essere identificate differenti fasi di radicalizzazione: sostenere le credenze e agire secondo esse, senza accordare una preferenza temporale a loro e senza rivendicare che una sia necessariamente per l’altra. Un individuo può adottare delle convinzioni radicali e non agire secondo esse, e vice versa, potrebbe agire senza avere delle convinzioni profondamente radicali. Allo stesso tempo questa definizione è generale abbastanza per contenere differenti tipi di radicalizzazione e diverse tipologie di radicalismo.

L’idea che coloro che s’impegnano nell’attività politica violenta in generale e nel terrorismo in particolare, siano folli o in qualche maniera psicologicamente anormali oggi rivive nelle descrizioni degli attacchi da parte dei mezzi di comunicazione, ma è stata a lungo respinta come priva di fondamento dai ricercatori e da innumerevoli studiosi e di conseguenza dai decisori politici (almeno la grande maggioranza). Nondimeno, gli sforzi di individuare tratti comuni nei “terroristi” non si sono interrotti e l’analisi comportamentale a fini investigativi di potenziali terroristi, mentre frequentemente criticata, è ancora attivamente ricercata, specialmente nell’applicazione della legge, ed è usualmente applicata secondo tre filoni di caratteristiche: razziale-fisico, psicopatologico e socio-economico. L’analisi comportamentale razziale-fisica, in particolare, è problematica perché discriminatoria, si situa sull’orlo del razzismo e esercita una sorta di criminalizzazione di intere comunità. Questo tipo di analisi non sono state eliminate completamente nei tentativi, da parte delle forze di sicurezza, di individuare terroristi.

L’analisi psicopatologica o semplicemente psicologica di chi alla fine può essere “radicalizzato” abbastanza da commettere atti violenti, se la passa un po’ meglio. Uno dei più prominenti studiosi in questo campo è Jerrod Post, con le sue teorie sulla psicologia terrorista e la nozione per cui “persone con particolari tratti della personalità sono sproporzionalmente raffigurate in carriere terroriste“.

Malgrado sia allettante l’analisi comportamentale psicologica nei confronti di potenziali terroristi, il successo di tali tentativi è dubbio e la vasta gamma di individui coinvolti in organizzazioni che sostengono o rendono esecutivo il terrorismo è troppo ampio per condurre a qualsiasi risultato generalizzabile. Mentre le teorie che si occupano dei tratti psicologici cercano di individuare caratteristiche personali che rendono un individuo più orientato all’unirsi a gruppi terroristici, le ricerche sulla costrizione ovvero sulla motivazione considerano attori esterni: leader carismatici, predicatori sobillatori, religiosi radicali o guru intellettuali, e valutano il loro ruolo nel reclutare nuovi membri per organizzazioni terroriste.

I ricercatori che lavorano in questa area suggeriscono di considerare le dinamiche della manipolazione psicologica allo scopo di valutare il processo di radicalizzazione. Trujillo et al. propongono due tipologie di reclutamento del terrorismo. La prima è l’auto-reclutamento, dove un gruppo di amici diventa radicalizzato principalmente utilizzando internet “per scambiare conoscenze, pratiche e rafforzare le posizioni ideologiche“. Il secondo tipo di reclutamento è il risultato di “un processo di manipolazione psicologica sistematica diretta e consapevole, molto simile a quella prodotta da gruppi settari e totalitari“. Questo tipo di ricerche osserva delle somiglianze nel comportamento di individui attratti dalle organizzazioni terroriste e coloro che sono impegnati in sette religiose guidate da un leader carismatico. Non è chiaro quanto il ruolo del leader sia dovuto alla manipolazione psicologica ovvero alla pressione e quanto sia semplice persuasione che conduce gli individui a seguire questo tipo di leader e alla fine impegnarsi anche in atti di terrorismo.

Può essere aggiunta anche la pressione esercitata dai compagni in gruppi molto uniti di amici stretti che si uniscono alla causa insieme e la cosiddetta radicalizzazione “brutta inclinazione “  delineata da McCauley e Moskalenko, per cui una persona con riluttanza si muove dall’attivismo legale a forme sempre più radicali, alla fine impegnandosi anche in atti violenti. Queste due vie esemplificano quello che è stato definito “coinvolgimento senza radicalizzazione” che deve essere considerato se vogliamo avere un quadro più completo di come gli individui finiscono per commettere crimini terroristici.

 

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barbarafaccenda

Esperto politica internazionale

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