L’equilibrio precario dell’Iraq

L’Iraq di oggi è in uno stato di equilibrio precario tra curdi armati dall’Unione Europea, ISIS e bombardamenti. L’errore dell’assistenza senza condizioni e senza responsabilità.

In Iraq si è cercato di accelerare la creazione di consenso e il processo di  decision making, ignorando la complessità del paese e soprattutto tenendo l’ ex primo ministro Nuri al – Maliki in carica fino al 2010. Quello che iniziò nel 2007 conosciuto come “Sunni Awakening” era il risultato di un senso di opportunità politiche create dalle promesse che i sunniti sarebbero stati inclusi nella politica di Baghdad, con l’ accesso ai posti di governo. Il primo ministro: Abadi, da un anno in carica, ha studiato ingegneria in Gran Bretagna, opposto al regime di Saddam Hussein che uccise i suoi due fratelli, nei circoli dei dissidenti iracheni si è guadagnato la reputazione di uno che cambia opinione a seconda delle circostanze.

Riprendere Mosul dalle mani dell’ISIS.

Alla fine del 2014, il governo iracheno in concerto con gli Stati Uniti pianifica una massiccia operazione per riprendere il controllo di Mosul, la più grande città del paese nelle mani dell’ISIS. Ma l’ISIS è più veloce dei piani iracheni e così  il focus si sposta a Tikrit, ripresa dalle forze regolari irachene  a marzo 2015. A maggio l’ ISIS prende il controllo della città di Ramadi e il governo iracheno si trova costretto ad impiegare più truppe ad Anbar, ritenendo che il controllo di questa provincia fosse più importante per la sicurezza dei dintorni di Baghdad e la città sacra degli sciiti: Karbala. Un’altra città da riprendere sotto il controllo del governo di Baghdad è Baiji, 200 km a sud, collegamento tra i guerriglieri ISIS di Anbar e la provincia siriana di Raqqa che fornisce combattenti e depositi armi per lo Stato Islamico. Anche se è più piccola di Mosul, la battaglia per Baiji ha stremato l’esercito iracheno e la Forza Popolare di Mobilitazione nonostante il supporto aereo della coalizione a guida americana (attacchi aerei in Siria e Iraq). Il 15 ottobre le forze irachene hanno dichiarato di aver ripreso molto del controllo della raffineria di petrolio della città di Baiji, punto focale delle operazioni. Lo stesso sindaco della città ha dichiarato che la polizia federale irachena ha ripreso il controllo di molte parti della città (difficile sapere se è vero perché è una zona molto pericolosa in cui i giornalisti non hanno accesso). – Le forze irachene riprendono la raffineria -Baiji
E’ difficile determinare il numero dei guerriglieri dell’ISIS che difendono Mosul (data l’abilità del gruppo nel manovrare le truppe di riserva dalla città di Raqqa ad Anbar) stime ci dicono tra i 10,000 e i 30,000. Ufficiali curdi riferiscono che l’ISIS potrebbe mettere a difesa di Mosul un numero di guerriglieri pari a 20.000 unità. In contesti militari di solito, una forza offensiva dovrebbe essere tre volte più forte di come ci si aspetti sia quella difensiva. Questo però non è il solo problema: combattere in zone residenziali neutralizzerebbe la potenza aerea della coalizione e il suo vantaggio e renderebbe le forze offensive vulnerabili alle mine dell’ISIS e farebbe in modo che i residenti locali combattano a fianco dello Stato Islamico.
Il parlamento iracheno è ancora riluttante nel creare una forza sunnita (National Guard Forces) che potrebbe fornire sicurezza alla città. In assenza di ciò, i residenti di Mosul, molti dei quali sunniti, restano opposti all’intervento delle forze sciite del regime, perché temono che con la scusa di prendere la città potrebbero esercitare ritorsioni con il pretesto che supportavano l’ISIS. Per la stessa ragione sono contrari alle forze peshmerga, soprattutto perché le ambizioni nazionaliste curde crescono ed è sempre più forte il desiderio di annettere territorio.

I gruppi paramilitari sciiti

Abadi si è avvalso del supporto dei gruppi paramilitari sciiti per combattere l’ISIS. Questi gruppi sono conosciuti come Popular Mobilisation Commitee ovvero Hashid Shaabi, comandano circa 100,000 combattenti e sulla carta ricevono più di un miliardo di dollari dal budget dello stato iracheno. Grandi somme di denaro le ricevono dall’Iran, che stando ad ufficiali delle milizie, li finanzia dal 2011. Ci sono tre grandi gruppi di milizie: 1) Amiri’s Badr Organization; 2) Asaib al – Haq; 3) Kataib Hezbollah, fedeli al leader religioso iraniano, Khameini, di cui usano l’immagine su manifesti e volantini. La crescita della potenza di questi gruppi è direttamente proporzionale alla crescita della minaccia dell’ISIS. Ed è stato proprio il più alto religioso sciita iracheno: Ali al – Sistani ha chiamare volontari per combattere l’ISIS. Elementi di questi gruppi paramilitari sciiti hanno preso, anche se in maniera parziale, il controllo del Ministero dell’Interno.

La forza combattente dei curdi iracheni

Conosciuta con il nome di “peshmerga”, che è il nome curdo per indicare: “coloro che affrontano la morte“. I curdi iracheni risiedono in tre province che formano il Governo Regionale del Kurdistan. I curdi iracheni hanno l’autonomia de facto dal 1991 quando la coalizione a guida statunitense stabilì la no – fly zone sull’area curda per proteggerli dagli attacchi di Saddam Hussein. Il Governo Regionale del Kurdistan fu ufficialmente riconosciuto come regione semi – autonoma nella costituzione del 2005.  I curdi si sono rivelati essere la migliore forza di terra contro l’ISIS. I peshmerga contano 15,000 truppe mentre l’esercito iracheno 271,500, controllano un territorio di 25.750 km. Le riserve di petrolio della regione curda ammontano a 4 miliardi di barili.

La strategia europea: armare i curdi

I ministri degli esteri dell’Unione Europea, in un incontro di emergenza accolgono favorevolmente la decisione di diversi governi europei di armare i curdi. La ragione? “Ce l’ ha chiesto il presidente della Regione del Kurdistan iracheno“. Masoud Barzani, ha fatto un appello, ecco chi ha risposto:

  • Italia
  • Repubblica Ceca
  • Gran Bretagna
  • Olanda
  • Germania (la più generosa)
  • Francia
  • Albania

La politica estera europea si fa così mandando armi ai curdi e non al governo centrale iracheno. L’esercito iracheno ha solo 5 divisioni funzionanti, la cui prontezza di combattimento si aggira tra 60% e il 65%. La Nato nel 2004 si fece carico di assistere lo sviluppo delle istituzioni e strutture di addestramento delle forze di sicurezza irachene. I due maggiori contributori sono l’accademia militare irachena e i Carabinieri, ebbene sì, i Carabinieri italiani si occupano dell’addestramento della polizia federale. Recentemente proprio i Carabinieri hanno avviato un corso per la formare professionisti in grado di proteggere le infrastrutture economiche critiche. Oltre questo nulla. Mi chiedo quindi cosa pensa di fare il nostro ministro della Difesa quando dice che i nostri tornado dovrebbero cambiare il loro coinvolgimento in Iraq. A parte questi pochi corsi tutto il resto dell’assistenza internazionale si concentra sulla vendita di armi ai curdi iracheni. Viene da pensare che i burocrati occidentali preferiscano che il governo di Baghdad si sgretoli sotto il peso delle differenze etniche e che l’Iran prenda il controllo del paese, riproponendo una dittatura, prima che se lo prenda l’ISIS.

Esiste una via di uscita?

Una via potrebbe essere quella della costruzione di una rete di residenti locali opposti all’ISIS. Il problema è che Abadi è riluttante, benché si fosse dimostrato più aperto, a concedere più spazio ai sunniti nella vita politica e soprattutto ad armarli, condizione che gli permetterebbe di riprendere il controllo di Mosul.
La scelta di Abadi è limitata o l’aiuto americano o la dipendenza solo dall’Iran. Il fatto che Abadi pochi giorni fa abbia dichiarato che vorrebbe che i russi conducessero attacchi aerei anche in Iraq ci dimostra solo che lui vuole rinforzare la sua posizione. La coalizione capitanata dagli Stati Uniti che bombarda l’Iraq nel vano tentativo di contenere l’ISIS non ci offre un Iraq migliore. Il grande errore è stato proprio questo: concedere assistenza al governo di Baghdad senza che si mettessero in campo le riforme istituzionali necessarie, senza che prima Maliki e ora Abadi si assumessero alcuna responsabilità del processo decisionale.

 

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barbarafaccenda

Esperto politica internazionale

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