La cultura strategica degli Stati Uniti

Guardando Paesi come l’Afghanistan o la Siria ci si potrebbe porre questa domanda: “come mai gli Stati Uniti sono intrappolati in questi conflitti o in situazioni di estrema fragilità statale e non solo non hanno alcune idee significative in proposito, ma neanche una visione chiara su come modificare l’approccio esistente?

La cultura strategica

Una cultura strategica riflette il modo in cui una nazione si vede e identifica se stessa, particolarmente come definisce i suoi interessi, le sue priorità e le minacce più pressanti, come preferisce utilizzare i suoi elementi di potere nazionale – che sia la “soft power” come la diplomazia e l’influenza economica oppure il “potere militare forte”. Una cultura strategica quasi sempre riflette una cultura nazionale più ampia. Essa è, in un certo senso, la personalità di una nazione quando affronta il mondo esterno. In questo modo essa è sia un piano d’azione, che una strada chiusa, che, contemporaneamente chiarisce e limita le opzioni disponibili per i leader politici e militari.

La cultura strategica americana ha ineluttabilmente portato alla palude dell’Afghanistan e della Siria, in parte spingendo gli Stati Uniti verso un obiettivo semplicistico e che ha come punto centrale la componente militare.

Gli americani preferiscono le soluzioni militari a problemi complessi perché l’ambito militare è quello in cui gli Stati Uniti sono chiaramente superiori a qualsiasi avversario e perché le forze armate sembrano offrire il potenziale per risultati evidenti. Gli americani trattano le sfide complesse come “guerra” non perché sia il miglior approccio, ma perché sono bravi in guerra. In virtù di ciò porre lo strumento militare al centro è diventato parte integrante della cultura strategica americana.

Tuttavia, come ci mostrano i casi dell’Afghanistan e della Siria, i conflitti complessi sono quasi mai risolvibili attraverso l’impiego di forza armata limitata e, infatti, potrebbero essere per nulla risolvibili nelle circostanze che vi sono al giorno d’oggi.

Piuttosto che ammettere o accettare ciò, gli americani tendono a credere che se Washington persegue abbastanza a lungo una strategia al cui centro vi è lo strumento militare, essa alla fine funzionerà.

L’idea che gli Stati Uniti perdano quando si arrendono troppo presto ha inciso profondamente nella psiche collettiva americana.

La cultura strategica americana è anche permeata da un’ampia dose di massimalismo. Gli americani preferiscono sempre il meglio e il più grande, dalle case dove vivono, i pasti che mangiano, i veicoli che guidano. Nella strategia di sicurezza questo si manifesta come ricerca di risultati chiari e decisivi (grandi sforzi e grandi vittorie).

Spesso il massimalismo degli obiettivi strategici americani causa l’espansione di essi in un conflitto protratto. Allo scopo di chiarire questo passaggio prendiamo il caso dell’Afghanistan. Gli obiettivi originari degli Stati Uniti erano quelli di rovesciare i Talebani dal potere perché avevano fornito una base operativa ad Al Qaeda e di impedire che l’Afghanistan diventasse una sorta di rifugio per i terroristi transnazionali. L’obiettivo strategico americano è diventato quindi il controllo dell’intero Paese da parte di un governo democratico sostenuto dagli Stati Uniti; esso resta lo stesso obiettivo degli Stati Uniti oggi.

Prendiamo in considerazione l’altro caso: la Siria. L’obiettivo originario era di impedire che lo Stato Islamico creasse il suo Califfato il cui territorio sarebbe stato la base per il terrorismo transnazionale. Ora, l’obiettivo degli Stati Uniti è sì quello di eliminare in maniera definitiva lo Stato Islamico come organizzazione, ma anche quello di estirpare l’ideologia che lo alimenta, e per buona misura, limitare l’influenza iraniana nella Regione.

L’ironia sta nel fatto che sebbene gli Stati Uniti non possano e non siano neppure in grado di stabilizzare ogni luogo su questa terra, molti leader politici e anche diversi esperti di sicurezza, chiedano proprio a loro di fare ciò in Siria, ma non perché lo Stato islamico o l’Iran pongano una minaccia diretta agli Stati Uniti, ma semplicemente perché l’IS è un’organizzazione orribile e l’Iran un regime altrettanto orrendo.

Per anni, questa strategia massimalista, al cui centro vi era lo strumento militare è stata, virtualmente, incontrastata a Washington. Ora, essa viene posta in discussione e la motivazione per cui ciò avviene deriva proprio dalle situazioni, oramai diventate paludi, dell’Afghanistan e della Siria.

Modificare una tale strategia non è certo facile. Non è semplicemente una questione di abbandono di politiche massimaliste o incentrate sullo strumento militare, in favore di altri, differenti, mezzi.

Gli Stati Uniti, prima di sviluppare una strategia di moderazione, necessitano di una cultura strategica di limitazione che bilanci, attentamente, i costi e i rischi dell’utilizzo della proiezione di potenza nazionale. Gli americani devono prepararsi ad accettare che si possano raggiungere risultati tollerabili piuttosto che ottimali, ma i decisori politici degli Stati Uniti dovranno riconoscere, inevitabilmente, che la potenza della nazione che guidano contiene in sé dei limiti.

 

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barbarafaccenda

Esperto politica internazionale

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