Gli Stati Uniti e il dilemma dei dittatori “amici”

Il mondo è nel bel mezzo della lotta contro l’estremismo violento, per gli Stati Uniti torna il dilemma del “dittatore amico”.

Per tutta la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno lottato con il dilemma dei “dittatori amici”. Per un lungo periodo gli americani hanno creduto non solo che la democrazia fosse il solo sistema politico possibile ed il più giusto, ma che fosse quello che potesse rimanere stabile nel corso del tempo.

I dittatori potrebbero imporre l’ordine per un periodo, ma alla fine, la naturale necessità di  libertà provoca la loro caduta. Nelle giuste condizioni, la caduta di un dittatore potrebbe essere relativamente pacifica. Altre volte, invece scatena una pericoloso spasmo di violenza.

Malgrado ciò, nell’era della Guerra Fredda i politici americani hanno accettato ed anche abbracciato dittatori amici. Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, il problema non era stato risolto, ma si era sbiadito con le nascenti democrazie.

Ora che il mondo è nel bel mezzo della lotta contro l’estremismo violento, il dilemma del dittatore amico è tornato.

Durante la campagna presidenziale del 2016, Trump ha ripetutamente dichiarato che i recenti eventi  nel Medio Oriente hanno mostrato che i regimi autoritari sono caduti, il risultato è stato spesso l’instabilità che ha aperto la strada all’estremismo violento.

Dopo tutto lo “Stato islamico” non esisterebbe se il Presidente George W. Bush non avesse rimosso Saddam Hussein dal potere.

Ritengo quantomai opportuno a questo punto fare una breve parentesi chiarificatoria sulla nascita dello “Stato islamico”, se non altro per coloro che come me non credono ai complotti, ma si basano su fatti realmente accaduti.

L’affermazione: “ lo – stato islamico – non esisterebbe se George W. Bush non avesse rimosso Saddam Hussein” è vera, ma sarebbe più corretto articolarla in questo modo:

se l’amministrazione Bush non avesse deciso, a quel tempo, anche di radere al suolo, il 9 giugno 2006, la leadership di Al Qaeda in Iraq (AQI), gettando nelle mani del Mujahidin Shura Council le sorti del movimento jihadista locale. Questa organizzazione “ombrello” che coordinava i vari insorti combattenti a Falluyiah annunciò, il 12 ottobre 2006, l’alleanza di altre fazioni e di leader sunniti conosciuta come “the alliance of the scented ones”, gruppo dedicato a combattere l’occupazione americana. Fu quest’ultimo gruppo che il 15 ottobre 2006 annunciò la creazione di “Islamic State of Iraq.

Torniamo ai giorni nostri e alle dichiarazioni di Trump a proposito dell’essere più tollerante con i dittatori del Medio Oriente.

Un giorno dopo aver dichiarato “la mia attitudine verso la Siria ed Assad è cambiata molto”, Trump ordina un attacco missilistico su una base aerea siriana nella provincia di Homs.
La domanda sorge spontanea: “l’amministrazione Trump adesso lavorerà per la rimozione di Assad? Solo una settimana dopo averlo definito “una realtà politica che dobbiamo accettare?”

I dittatori rimossi: cosa ci insegna il passato

Una potenziale lezione dal passato potrebbe essere tratta dal rovesciamento di Saddam Hussein e del dittatore libico Mohammar Gadhafi. Questi casi suggeriscono che mentre gli uomini forti del Medio Oriente cadono, il potere scivola nelle mani degli estremisti. Con tutti i loro difetti, i despoti iracheni e libici, hanno tenuto sotto controllo il jihadismo e così, dalla loro prospettiva, gli Stati Uniti non avrebbero dovuto far altro che tollerarli.

La rivoluzione iraniana del 1970 ci suggerisce qualcosa di molto differente. Quando lo Shah sostenuto dagli Stati Uniti, Mohammad Reza Pahlavi, fu rovesciato, il regime teocratico rivoluzionario che lo rimpiazzò, era fortemente anti-americano.

Gli Stati Uniti continuano a pagare il prezzo per aver sostenuto così fortemente lo Shah.

La lezione qui è che, nel lungo periodo, una stretta associazione con un autocrate è una cattiva idea.

Adesso la questione è: quale lezione dovrebbe guidare la politica americana, quella che viene dall’Iraq e dalla Libia o quella dell’Iran?

Se le lezioni della Libia e dell’Iraq contano di più, allora forse i legami più stretti con el-Sissi sono una buona idea per Washington e dovrebbe smettere di dichiarare di rimuovere Assad dal potere.

Ma se la lezione dell’Iran resta valida, allora abbracciare el-Sissi e tollerare Assad danneggerà gli interessi degli Stati Uniti quando questi dittatori cadranno e i dittatori inevitabilmente cadono.

La politica dell’ “abbraccio ai dittatori amici” ci avverte di costi ed effetti avversi che potrebbero verificarsi al di fuori del paese nel quale viene applicata: scoraggia potenzialmente i movimenti democratici nascenti e diminuisce la percezione di moderatezza da parte dei dittatori.

Se la domanda è: la minaccia proveniente dall’estremismo violento islamico giustifica i rischi di “abbracciare” i dittatori del Medio Oriente?

Suggeriamo come risposta: no.

Nei casi in cui gli Stati Uniti sono rimasti fuori e forze interne hanno fatto cadere i regimi autoritari, Egitto sotto Mubarak, Tunisia sotto Zine al Abidine ben Ali, i risultati lontani dall’essere perfetti, non hanno avuto come conseguenza nazioni governate da estremisti o  che direttamente sostengono l’estremismo transnazionale.

Le linee  con 56 sfumature di rosso

Trump  dovrebbe specificare quali sono le linee rosse, e se non altro farci capire se lui le vede sfumate o no. All’indomani dell’attacco chimico in Siria dichiara che questa situazione ha varcato tutte le linee quando solo una settimana prima aveva dichiarato che Assad è una realtà politica da accettare. Forse le linee di Trump sono sfumate? E el-Sissi? quante sfumature di rosso repressione da parte del regime egiziano sarà disposto a tollerare Trump?

Forse dovrebbe concentrarsi sul fatto che avere a che fare con i dittatori è sempre una situazione colma di pericolo. Lui e i suoi advisor dovrebbero aprire un libro di storia e ricordarsi che in Iran nel 1970 gli Stati Uniti fecero un errore strategico talmente grande di cui ancora pagano il prezzo.

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barbarafaccenda

Esperto politica internazionale

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