Aprile 23

Attentati in Sri Lanka: 11 spunti di riflessione

Sri Lanka

Gli attentati di domenica (il giorno di Pasqua per i cristiani cattolici) sono passati nel silenzio della stampa italiana, fino a quando il Governo dello Sri Lanka non ha iniziato a parlare di “rete internazionale”. Lo stesso governo dello Sri Lanka afferma che gli attentati siano una rappresaglia al massacro nella moschea in Nuova Zelanda avvenuto il 15 marzo scorso.

Condivido con voi alcuni spunti di riflessione che ho scritto mentre si susseguivano le varie notizie:

  1. il massacro in Nuova Zelanda, a Christchurh è avvenuto il 15 marzo e per pianificare un attentato come quello in Sri Lanka è necessario molto più tempo, se non fosse altro per l’alto livello di sofisticazione di questo attentato;
  2. l’Agenzia nazionale di intelligence indiana ha iniziato ad avvertire il governo dello Sri Lanka su possibili attentati il 4 aprile, 19 giorni dopo il massacro a Christchurch. Un attacco come quello in Sri Lanka ha bisogno di molto più tempo per essere pianificato;
  3. il governo dello Sri Lanka è sotto pressione perchè ha ignorato gli avvertimenti, è conveniente (per loro) affermare che questo attentato era inevitabile – riferendosi a reti internazionali – sapendo di non aver fatto nulla o molto poco per prevenire gli attacchi o perlomeno per agire sugli avvertimenti dell’intelligence indiana;
  4. l’attacco manca di tanti degli elementi di stile di molte delle operazioni dell’IS (Stato islamico): dalla fonte al ritardo nella rivendicazione. 48 ore dopo è una circostanza del tutto nuova ed inusuale per questa organizzazione. L’IS non ha menzionato Christchurch nella rivendicazione;
  5. la dichiarazione diffusa dai canali ufficiali dell’IS elenca il commando degli attentatori, chi si trovava a quale chiesa o hotel, ma non menziona il massacro di Christchurch;
  6. un piano di questa natura che coinvolge almeno 7 attentatori suicida vuol dire che non si tratta di una piccola cellula. Pensate solo a tutte le persone che si sono dovute occupare della logistica, dell’esplosivo ad esempio;
  7. quando si ha il coinvolgimento di tutte queste persone, è necessario che si abbia una buona sicurezza operativa, vale a dire che si sia sicuri, molto sicuri, che nessuno faccia trapelare il piano;
  8. tre dei noms de guerre utilizzati nella dichiarazione IS corrispondono a nomi forniti da un sostenitore non ufficiale di IS su canali Telegram che alimentano la propaganda dell’organizzazione, corredati da foto dei presunti attentatori con una bandiera dell’IS (bandiera di fortuna) con sotto la data 21 aprile;
  9. la coordinazione e la letalità degli attacchi suggeriscono un acume non comune alla maggior parte delle organizzazioni estremiste, specialmente entità locali.
  10. La minoranza musulmana nello Sri Lanka è una comunità che è stata a lungo vittima di sistematiche discriminazioni e pregiudizi sia da parte della maggioranza cingalese che dalla più grande minoranza dei tamil. Rapporti di radicalizzazione da parte di influenze esterne si possono far risalire ad almeno due decadi fa.
  11. Recentemente e non con sorpresa, qualcosa come due dozzine di musulmani dello Sri Lanka hanno lasciato il Paese per combattere con lo Stato islamico. Inaspettatamente lo Stato islamico è comparso nelle Filippine due anni fa, quindi un’apparizione potenziale nello Sri Lanka in connessione con gli attacchi di domenica non può essere completamente ignorata.

Se gli attacchi in Sri Lanka saranno definitivamente collegati all’IS, messi assieme all’attentato fallito dell’IS, sempre domenica, in Arabia Saudita e quello riuscito a Kabul, unitamente al diffondersi dell’organizzazione in Congo, la concentrazione di questo tipo di sviluppi potrebbe indicare che l’IS si sta riprendendo dalle sconfitte che ha sofferto in Siria, Iraq e Libia negli ultimi anni e ritorna ad essere minaccioso come movimento transnazionale estremista – terrorista con la capacità di sincronizzare attentati in molteplici Paesi.

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Marzo 2

Vertice Kim-Trump: analisi di un fallimento

Kim

Forse qualcuno di voi si è chiesto perché il vertice tra Donald Trump e Kim Jong Un sia fallito.

L’ultima cosa che vuole Kim è un boom economico che creerebbe una élite, e persino un ceto medio,

meno dipendenti da lui.

Diversamente dall’Unione Sovietica dopo Stalin o dalla Cina dopo la morte di Mao, il Nord Corea non è governato da una élite collettiva convinta che le riforme economiche siano cruciali per la sopravvivenza del regime. Il Nord Corea resta una dittatura parassita con un obiettivo principale: tenere il leader massimo al potere. Nella psicologia contorta di un sistema totalitario, la dipendenza dal regime è più importante della prosperità.
Gli Stati Uniti insistono nel voler paragonare il Nord Corea con la Cina o il Vietnam, semplicemente perché è un Paese asiatico.

In questa visione fallace, Kim potrebbe essere come la Cina di Deng Xiaoping che pone fine alle ostilità con il mondo esterno per porre la nazione sulla strada delle riforme economiche.

In realtà il regime di Kim è più simile ad una dittatura personalista del Medio Oriente: l’Iraq di Saddam Hussein, la Libia di Gheddafi, la Siria di Bashar al-Assad.

Kim  comprende il paragone e, infatti, trae insegnamento da quei dittatori mediorientali. Dall’Iraq egli ha, presumibilmente, imparato che è una cattiva idea bluffare su le armi di distruzione di massa dal momento che ciò potrebbe essere stato il motivo dell’intervento americano. La sopravvivenza del regime dipende dall’averli davvero e dalla volontà di utilizzarli. Il punto ideale è di essere abbastanza folli da dissuadere gli Stati Uniti, ma non folli abbastanza da provocarne l’intervento. Dalla Libia ha imparato che firmare accordi con gli Stati Uniti per rinunciare alla capacità di armi di distruzione di massa, non porta abbastanza benefici in grado di respingere l’opposizione interna e che questo è estremamente pericoloso. Dall’Iran ha probabilmente imparato che raggiungere un accordo con gli Stati Uniti per limitare il programma nucleare non preverrà gli Stati Uniti dal minare il suo regime.

Sfortunatamente i politici americani e anche diversi commentatori non sembrano cogliere questa realtà preferendo trattare Kim come un nuovo Gorbačëv  o Deng piuttosto che come i suoi veri analoghi: Saddam, Gheddafi, Assad.

Quello che gli americani stanno facendo è quello che gli scienziati politici chiamano: mirror imaging, ipotizzando che il leader nord coreano veda il mondo come loro e, perciò, voglia essenzialmente le stesse cose. Tuttavia Kim non è un normale leader politico.
Avendo imparato da suo padre e suo nonno, egli sa che i dittatori personalisti muoiono quando indeboliscono la loro presa al potere, quando permettono che si eroda la dipendenza da loro o falliscono di dissuadere o distrarre un avversario come gli Stati Uniti.

Kim non vuole quel tipo di prosperità che renderebbe il Nord Corea: “una Potenza economica”, come gli è stato offerto da Trump e non ha bisogno di una vera alleanza con gli Stati Uniti. Tutto ciò di cui lui ha bisogno è un modesto alleggerimento della pressione economica, in particolare dalla Cina e dal Sud Corea.

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Febbraio 20

La cultura strategica degli Stati Uniti

cultura strategica

Guardando Paesi come l’Afghanistan o la Siria ci si potrebbe porre questa domanda: “come mai gli Stati Uniti sono intrappolati in questi conflitti o in situazioni di estrema fragilità statale e non solo non hanno alcune idee significative in proposito, ma neanche una visione chiara su come modificare l’approccio esistente?

La cultura strategica

Una cultura strategica riflette il modo in cui una nazione si vede e identifica se stessa, particolarmente come definisce i suoi interessi, le sue priorità e le minacce più pressanti, come preferisce utilizzare i suoi elementi di potere nazionale – che sia la “soft power” come la diplomazia e l’influenza economica oppure il “potere militare forte”. Una cultura strategica quasi sempre riflette una cultura nazionale più ampia. Essa è, in un certo senso, la personalità di una nazione quando affronta il mondo esterno. In questo modo essa è sia un piano d’azione, che una strada chiusa, che, contemporaneamente chiarisce e limita le opzioni disponibili per i leader politici e militari.

La cultura strategica americana ha ineluttabilmente portato alla palude dell’Afghanistan e della Siria, in parte spingendo gli Stati Uniti verso un obiettivo semplicistico e che ha come punto centrale la componente militare.

Gli americani preferiscono le soluzioni militari a problemi complessi perché l’ambito militare è quello in cui gli Stati Uniti sono chiaramente superiori a qualsiasi avversario e perché le forze armate sembrano offrire il potenziale per risultati evidenti. Gli americani trattano le sfide complesse come “guerra” non perché sia il miglior approccio, ma perché sono bravi in guerra. In virtù di ciò porre lo strumento militare al centro è diventato parte integrante della cultura strategica americana.

Tuttavia, come ci mostrano i casi dell’Afghanistan e della Siria, i conflitti complessi sono quasi mai risolvibili attraverso l’impiego di forza armata limitata e, infatti, potrebbero essere per nulla risolvibili nelle circostanze che vi sono al giorno d’oggi.

Piuttosto che ammettere o accettare ciò, gli americani tendono a credere che se Washington persegue abbastanza a lungo una strategia al cui centro vi è lo strumento militare, essa alla fine funzionerà.

L’idea che gli Stati Uniti perdano quando si arrendono troppo presto ha inciso profondamente nella psiche collettiva americana.

La cultura strategica americana è anche permeata da un’ampia dose di massimalismo. Gli americani preferiscono sempre il meglio e il più grande, dalle case dove vivono, i pasti che mangiano, i veicoli che guidano. Nella strategia di sicurezza questo si manifesta come ricerca di risultati chiari e decisivi (grandi sforzi e grandi vittorie).

Spesso il massimalismo degli obiettivi strategici americani causa l’espansione di essi in un conflitto protratto. Allo scopo di chiarire questo passaggio prendiamo il caso dell’Afghanistan. Gli obiettivi originari degli Stati Uniti erano quelli di rovesciare i Talebani dal potere perché avevano fornito una base operativa ad Al Qaeda e di impedire che l’Afghanistan diventasse una sorta di rifugio per i terroristi transnazionali. L’obiettivo strategico americano è diventato quindi il controllo dell’intero Paese da parte di un governo democratico sostenuto dagli Stati Uniti; esso resta lo stesso obiettivo degli Stati Uniti oggi.

Prendiamo in considerazione l’altro caso: la Siria. L’obiettivo originario era di impedire che lo Stato Islamico creasse il suo Califfato il cui territorio sarebbe stato la base per il terrorismo transnazionale. Ora, l’obiettivo degli Stati Uniti è sì quello di eliminare in maniera definitiva lo Stato Islamico come organizzazione, ma anche quello di estirpare l’ideologia che lo alimenta, e per buona misura, limitare l’influenza iraniana nella Regione.

L’ironia sta nel fatto che sebbene gli Stati Uniti non possano e non siano neppure in grado di stabilizzare ogni luogo su questa terra, molti leader politici e anche diversi esperti di sicurezza, chiedano proprio a loro di fare ciò in Siria, ma non perché lo Stato islamico o l’Iran pongano una minaccia diretta agli Stati Uniti, ma semplicemente perché l’IS è un’organizzazione orribile e l’Iran un regime altrettanto orrendo.

Per anni, questa strategia massimalista, al cui centro vi era lo strumento militare è stata, virtualmente, incontrastata a Washington. Ora, essa viene posta in discussione e la motivazione per cui ciò avviene deriva proprio dalle situazioni, oramai diventate paludi, dell’Afghanistan e della Siria.

Modificare una tale strategia non è certo facile. Non è semplicemente una questione di abbandono di politiche massimaliste o incentrate sullo strumento militare, in favore di altri, differenti, mezzi.

Gli Stati Uniti, prima di sviluppare una strategia di moderazione, necessitano di una cultura strategica di limitazione che bilanci, attentamente, i costi e i rischi dell’utilizzo della proiezione di potenza nazionale. Gli americani devono prepararsi ad accettare che si possano raggiungere risultati tollerabili piuttosto che ottimali, ma i decisori politici degli Stati Uniti dovranno riconoscere, inevitabilmente, che la potenza della nazione che guidano contiene in sé dei limiti.

 

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Febbraio 13

Stati Uniti e Africa: la strana similitudine con la strategia della Cina

Africa e Stati Uniti

La nuova strategia degli Stati Uniti in Africa, svelata lo scorso dicembre, ha come scopo complessivo quello di contenere l’influenza economica della Cina nel Continente.

Secondo il consulente di sicurezza nazionale americano John Bolton, le “pratiche predatorie della Cina inibiscono la crescita economica in Africa, minacciano l’indipendenza finanziaria delle nazioni africane, bloccano le opportunità di investimento degli Stati Uniti, interferiscono con le operazioni militari degli Stati Uniti e pongono una minaccia significativa agli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

Fino al 1990, i politici americani hanno visto l’Africa attraverso le lenti delle rivalità della Guerra Fredda ed il Continente era generalmente assente dai calcoli strategici geopolitici. Agli inizi degli anni 1990, le priorità di Washington sono cambiate verso la good governance, democratizzazione e sviluppo di capacità locali per fornire servizi pubblici come sanità ed istruzione. Nel 1998, gli attacchi di Al Qaeda alle ambasciate americane in Tanzania e Kenya hanno aggiunto la sicurezza ed il contro-terrorismo all’equazione. Fino al Summit del 2014 che portò 50 capi di Stato africani a Washington per discutere di opportunità economiche, gli interessi americani nel promuovere gli affari, la crescita del commercio e del settore privato in Africa erano minimi.

La strategia degli Stati Uniti in Africa

La strategia degli Stati Uniti è costruita su tre pilastri:

1.l’accrescimento della prosperità americana e africana attraverso l’incremento dei legami economici degli Stati Uniti in Africa; l’aumento della sicurezza attraverso sforzi di contro-terrorismo;

2.la promozione sia degli interessi americani che dell’autonomia africana attraverso un utilizzo più selettivo degli aiuti esteri degli Stati Uniti;

3.il miglioramento del clima degli affari e l’espansione del settore privato e del ceto medio africano.

L’influenza cinese in Africa sta crescendo più rapidamente di quella americana, ma l’ossessione degli Stati Uniti per la Cina avrà come risultato solo quello di minare gli sforzi di controllo della Cina e compromettere lo sviluppo di un Continente africano prospero attraverso gli investimenti americani.

L’aver ammesso, palesemente, che l’Africa non è ancora una priorità della politica estera americana, renderà più difficile per le imprese americane incontrare la benevolenza dei mercati africani o vincere contratti governativi.

È opportuno evidenziare che l’incremento dei legami commerciali con i Paesi africani allo scopo di accrescere la prosperità, la sicurezza e la stabilità è esattamente ciò che la Cina già sta facendo in Africa da decadi.

Sostanzialmente la nuova strategia dell’amministrazione Trump consolida le riforme esistenti dell’aiuto estero degli Stati Uniti compiute in tutto lo scorso anno. Agli inizi del 2018, l’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti ha lanciato la “trasformazione” della sua struttura organizzativa per gestire al meglio l’apparato di aiuto estero del settore privato. USAID ha svelato la sua nuova politica di impegno nel settore privato che afferma: “il futuro dello sviluppo internazionale è guidato dalle imprese” ed incoraggia lo staff a sostenere approcci imprenditoriali allo sviluppo. Lo scorso ottobre gli Stati Uniti hanno revisionato i loro strumenti di investimento nel settore privato all’estero attraverso la creazione di una nuova International Development Finance Corporation. Essa raddoppierà il tetto dei crediti per gli investimenti nel settore privato a 60 miliardi di dollari, permetterà pratiche di credito più flessibili.

Ironicamente, gli Stati Uniti, perseguendo una relazione con l’Africa guidata più dai mercati, stanno abbracciando molti dei principi che sorreggono la strategia della Cina in Africa.

Pechino ha iniziato incoraggiando le sue imprese statali e le imprese del settore privato ad “andare fuori” e cercare nuovi mercati in Africa agli inizi degli anni 1990 e si è dotata di diverse grandi istituzioni finanziare di sviluppo per fornire il sostegno finanziario necessario alle imprese cinesi. Investimenti di imprese piccole, medie e grandi in Africa ha avuto come risultato il sorpasso degli Stati Uniti da parte della Cina come principale partner commerciale del Continente già nel 2009.

Non è mai stato un segreto che Pechino destini il suo aiuto, che per definizione include accordi di investimento e commercio, a seconda dei suoi interessi di politica estera.

In linea generale, la nuova strategia degli Stati Uniti in Africa riflette il tradizionale, lento, spostamento della comunità dei Donatori dall’aiuto verso l’investimento, spronato parzialmente dalla crescita in Africa di nuovi attori non-tradizionali guidati, ma non limitati, dalla Cina. Questi nuovi attori vedono i Paesi africani come partner economici e non come destinatari di aiuto e portano molte proprie differenti esperienze di sviluppo.
Se gli Stati Uniti vogliono competere con successo con la Cina in Africa, dovrebbero rendere disponibile molto più sostegno finanziario e diplomatico.
Il limite principale degli Stati Uniti è che Washington continua a considerare l’aiuto allo sviluppo della Cina all’interno dei suoi paradigmi di come l’aiuto estero dovrebbe essere.

Piuttosto che fissarsi sulla Cina, Washington, come del resto qualsiasi Stato che voglia investire in Africa, dovrebbe concentrarsi sui Paesi africani ascoltando non solo di cosa hanno bisogno, ma anche cosa vogliono loro. Oltre a più sviluppo finanziario, dovrebbe essere offerto più supporto per le imprese africane costante nel tempo. In questo modo è possibile rivaleggiare con la Cina per l’influenza economica, mentre si promuove una reale prosperità dei Paesi del Continente africano.

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Febbraio 6

Il petrolio àncora di salvezza del Venezuela?

Venezuela

Si stima che 3 milioni di venezuelani siano scappati nei Paesi vicini e molti altri li seguiranno.

Lo scorso autunno la Federazione Farmaceutica del Venezuela ha stimato che solo il 20% delle medicine necessarie sono disponibili; la Federazione Medica riferisce che circa 1/3 dei medici venezuelani ha lasciato il Paese. Il tasso di mortalità dei bambini al di sotto dell’età di 5 anni è simile a quello che si registra in Siria, Paese, quest’ultimo, dilaniato da una guerra civile da almeno 8 anni. Più di 1 bambino su 10 soffre di acuta malnutrizione, circostanza che può avere conseguenze per la vita in termini di sviluppo fisico e mentale.

Juan Guaido che si è dichiarato Presidente ad interim lo scorso mese, sta cercando di convincere le forze di sicurezza del Venezuela che Maduro deve andare via.
Guaido asserisce che la ri-elezione di Maduro, lo scorso anno, è illegittima e che il suo incarico sia terminato i primi di gennaio.

Le sanzioni dell’amministrazione Trump

Dopo aver rapidamente riconosciuto la legittimità di Guaido, l’amministrazione Trump ha colpito il regime di Maduro imponendo sanzioni per schiacciare le esportazioni di petrolio del Venezuela: congelamento degli assetti  negli Stati Uniti della compagnia petrolifera di cui è proprietaria lo Stato del Venezuela: PDVSA; divieto per entità degli Stati Uniti di condurre affari con essa.

Se, come è presumibile, questo tipo di sanzioni, in particolare al settore petrolifero, accelereranno la caduta decisiva di Maduro, non avranno con tutta probabilità l’effetto di far uscire il Venezuela dalla palude in cui si trova.

Innanzitutto visto che PDVSA è paralizzata dai debiti, il settore privato dovrà dare conto per la vasta maggioranza dell’aumento della produzione petrolifera. La compagnia petrolifera statale ha un debito pari a 34,6 miliardi di dollari. Da quando Hugo Chavez è stato eletto presidente nel 1999, la produzione del PDVSA è caduta di 2/3. La produzione del settore privato ha relativamente attraversato la tempesta, rimanendo per la maggior parte costante dal 2006 al 2017 dopo una decade di iniziale, rapida, crescita.

Per riportare l’industria petrolifera in piedi, suoi propri piedi, gli esperti stimano che ci sia bisogno di investimenti pari a circa 20 miliardi di dollari all’anno, per tutto: dall’esplorazione petrolifera alla produzione, raffinazione e distribuzione.

Inoltre, le sanzioni non serviranno a molto, dal momento che la corruzione è radicata in Venezuela ed il Paese è imbrigliato dai debiti che Maduro ha contratto principalmente per salvare se stesso.

Maduro dipende dai guadagni del petrolio per mantenere i militari e i suoi sostenitori suoi alleati ed ha ipotecato il futuro del Paese sottoscrivendo accordi finanziari a dir poco disperati con la Cina e la Russia.

Le esportazioni di petrolio verso la Cina, per la maggior parte, servono a ripagare i miliardi di dollari dei prestiti cinesi che Maduro ha chiesto quando i mercati internazionali finanziari gli hanno voltato le spalle. Il gigante energetico russo Rosneft ha fornito miliardi di prestiti in cambio di partecipazioni nell’industria petrolifera venezuelana. I ricavi di questi accordi hanno tenuto Maduro al potere.

La Cina e la Russia è inverosimile che vengano pienamente ripagate. Un futuro governo legittimo a Caracas potrebbe tuttavia essere bloccato da questi accordi perché i costi di indebitamento sarebbero più alti se li rigettasse.

Le sanzioni al settore petrolifero imposte da Trump presumibilmente accelereranno la caduta di Maduro, tuttavia è necessario rilevare che se fossero state imposte delle sanzioni preventive in risposta ai contratti e accordi scellerati stipulati da Maduro, quando era già chiara la strada verso il disastro che stava percorrendo il Venezuela, si sarebbero potuti proteggere i venezuelani almeno dai costi dei debiti che si ripercuoteranno su di loro.

Il settore petrolifero come àncora di salvezza?

Il Venezuela ha le riserve petrolifere – verificate – più grandi al mondo.

Anche se Guaido o un’altra figura dell’opposizione alla fine prendessero in mano le redini del Paese e iniziassero a sanare il settore petrolifero, ci vorranno anni prima che le esportazioni petrolifere potranno fornire la spinta economica di cui ha bisogno il Venezuela per uscire dalla palude.
L’industria petrolifera venezuelana è stata seriamente danneggiata e vi sono persino degli interrogativi a proposito della sostenibilità economica di lungo-termine dei suoi giacimenti petroliferi.

La legge sugli idrocarburi progettata da Guaido permetterebbe una maggioranza privata dei progetti, termini fiscali competitivi e la creazione di un organo regolatore indipendente che condurrebbe gare per assegnare i giacimenti petroliferi. Va registrato che questo tipo di azioni sono attività standard per questo tipo di industria a livello mondiale per attrarre investimenti privati.

Il furto di materiale petrolifero, dai cavi ai computer, da parte del crimine organizzato è diventato un problema costoso. Ogni investimento in equipaggiamenti, presumibilmente, dovrà essere accompagnato da importanti risorse in personale di sicurezza, aggiungendo costi alle imprese che vogliono operare nel Paese.

Le riserve di capitale umano del Venezuela sono state anch’esse devastate dalla crisi economica. Imprese petrolifere internazionali dovranno sperare che i lavoratori venezuelani del settore petrolifero che hanno lasciato il Paese, tornino quando la situazione si stabilizzerà – una prospettiva sempre più improbabile dal momento che il tempo passa e con esso l’età degli ex lavoratori PDVSA – o saranno costrette a reclutare, rilocare lavoratori a livello internazionale.

Non è chiaro se la domanda per  “greggio pesante” extra del Venezuela si sosterrà per la prossima decade o due.

Il mercato di punta per le esportazioni del Venezuela è quello degli Stati Uniti dove la nuova capacità di raffinazione è rivolta alla lavorazione del “petrolio leggero” che è prodotto a livello locale dalle vaste riserve di scisto in Texas e da altri Stati. La conquista di Citgo, la raffineria PDVSA situata negli Stati Uniti, da parte dei suoi creditori rimane una grande minaccia per il settore petrolifero venezuelano e priverebbe PDVSA del suo accesso garantito ai sistemi di raffinazione e distribuzione degli Stati Uniti. Inoltre, alcune imprese petrolifere internazionali, sotto pressione a causa dei cambiamenti climatici, potrebbero diminuire le occasioni di investimento in “petrolio pesante”, che emette più gas serra a causa delle grandi necessità di energia ed emissioni associate con l’estrazione da riserve non convenzionali.

Ogni futuro leader del Venezuela deve essere in grado di gestire le aspettative e preparare i cittadini per una lenta ripresa. Il petrolio potrebbe sembrare  un àncora di salvezza, ma il  risveglio dell’industria petrolifera dipenderà da come il governo e l’industria stessa affronteranno i portatori di altre sfide.

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Febbraio 3

Mali: il conflitto che non trova pace

Mali

Fin dagli inizi del 2017, più di 1200 civili, per la maggior parte di etnia Fulani, sono stati uccisi negli scontri nel Mali centrale.

La violenza viene perpetrata, spesso, utilizzando questa tattica: uomini armati conducono raid letali bruciando i villaggi e rubando tutto il bestiame che possono. Questo tipo di violenza è attribuibile ai membri delle cosidette milizie di autodifesa create dai gruppi etnici Dogon e Bambara, sebbene anche gli estremisti islamici e i soldati con la complicità dell’esercito del Mali abbiano condotto assassini.
In risposta a ciò anche i Fulani hanno creato i loro propri gruppi di autodifesa i quali sono stati implicati nella morte di dozzine di Dogon.
Per lunghi anni si sono verificate tensioni tra le differenti comunità del Mali centrale per l’accesso alla terra e alle risorse idriche, attriti esacerbati dai cambiamenti climatici.

Le milizie di autodifesa sono, relativamente, un nuovo fenomeno. Molte di esse si sono formate nel contesto del conflitto che è iniziato nel nord del Paese nel 2012, l’anno in cui gli estremisti islamici hanno preso il controllo di metà del Mali. I ranghi delle milizie di autodifesa hanno continuato ad ampliarsi in risposta alle uccisioni extragiudiziali ad opera delle forze di sicurezza del Mali e la relativa assenza dello Stato nella Regione.
Human Right Watch rivela che nel giugno del 2018 nell’attacco a Gourou la milizia di autodifesa conosciuta come Dan Na Ambassagou, ha aperto il fuoco su dozzine di abitanti del villaggio nel momento in cui stavano riunendosi per un battesimo nella casa del capo villaggio. Sebbene il motivo preciso dell’attacco sia ignoto, Human Right Watch nel suo rapporto fa notare che Gourou è nota per l’abbondanza di bestiame e che dopo l’attacco, i miliziani hanno depredato gli animali così come le riserve di cibo e i gioielli.

Questo tipo di violenza rappresenta l’ultima manifestazione dell’insicurezza cronica che affligge parti del Mali da più di una decade.

Mali

Non vi è solo la sfida della sicurezza che il governo del Presidente Ibrahim Boubacar Keita, salito al potere nel 2013 e rieletto lo scorso anno, deve affrontare. Oltre alla violenza etnica nel Mali centrale, l’amministrazione Keita è alle prese con una ribellione Tuareg di lungo corso nel nord del Paese e con la crescente rete di gruppi estremisti islamici che possono condurre attacchi in ogni luogo del Paese.
In questo ambiente di fragile sicurezza, i funzionari governativi stanno cercando di stabilire un equilibrio tra riconciliazione e giustizia; sostenuti dalle Nazioni Unite e da donatori internazionali, hanno intrapreso una serie di iniziative per cercare di andare oltre il conflitto. Azioni che includono il disarmo, una Commissione di Verità, e sforzi per portare i perpetratori davanti ai giudici e rompere il ciclo di impunità.

I gruppi armati

Il conflitto in Mali, che per molte persone non è mai realmente terminato, è iniziato nei primi mesi del 2012, quando l’etnia Tuareg nel nord del Paese, marginalizzata, ha lanciato una rivoluzione e dichiarato il suo proprio Stato indipendente – Azawad -, che comprendeva tutto il nord Mali.
I ribelli avanzavano velocemente, spingendo fuori un esercito del Mali poco equipaggiato e disorganizzato. Infuriati con l’allora Presidente Amadou Toumani Toure per la sua incapacità di gestire la crisi, un gruppo di soldati, a Bamako, organizzano quello che alcuni hanno descritto come un “coup accidentale”, marciando verso il Palazzo presidenziale incitando Toure alla fuga.

La confusione prodotta da tale evento ha come conseguenza l’ulteriore intensificazione del conflitto, con i Tuareg che perdono quasi i due terzi dei territori, per poi vedere gli stessi territori e con essi la loro ribellione, sottratti dai gruppi armati estremisti islamici.

Gli estremisti islamici prendono il controllo delle città di Kidal, Gao, Timbuktu, impongono la legge della Shariah nella loro maniera e modalità, ma quando essi minacciano di avanzare su Bamako agli inizi del 2013, la Francia invia le sue truppe che, con l’aiuto degli alleati africani, riprendono rapidamente il controllo delle città del nord del Mali. Tuttavia anche se i gruppi estremisti islamici si erano ritirati nelle aree rurali, essi restano una presenza giacché da questa parte del Paese migrarono nelle parti centrali.

Nel 2015 colloqui di pace tenuti ad Algeri producono un accordo tra le tre parti principali: il governo del Mali, i gruppi armati arabi e Tuareg pro-indipendenza facenti parte del Movimento di coordinamento Azawad; gruppi armati pro-governativi  indipendenti dalle forze armate del Mali. L’accordo prevede l’utilizzo di due strumenti principali per dirigere il conflitto verso la fine: disarmo e giustizia transitoria.
La componente disarmo comprendeva il consentire ai gruppi armati di deporre le loro armi ed essere integrati nell’esercito del Mali o ritornare alla vita civile. Uno degli obiettivi di questo sforzo di integrazione era quello di creare un esercito nazionale che poteva essere più rappresentativo della società del Mali, vale a dire meno dominato da coloro che abitavano il sud del Paese.

A nord un totale di 36,000 combattenti di diversi gruppi armati si registrano per il disarmo; di questi solo 15,000 sono parte del processo perché registrati con un’arma; gli altri si presentano soltanto con munizioni.

Il processo di disarmo prevede la creazione di un’unità speciale denominata “Meccanismo operativo di cooperazione” composta da tre battaglioni: uno a Timbuktu, uno a Gao e uno a Kidal.
Nei primi giorni del gennaio 2017, quando 600 membri del battaglioni stavano aspettando il loro primo impiego, i gruppi estremisti islamici fanno esplodere la loro caserma, uccidendo 77 persone, nell’attacco più sanguinoso che sia mai accaduto sul territorio maliano. L’attacco, rivendicato dal Gruppo al-Mourabitoun legato ad Al Qaeda, ha sottolineato una delle più grandi minacce all’accordo di pace: il fatto che i gruppi estremisti islamici restano la più grande sfida alla sicurezza e al disarmo.

Il Sistema giudiziario

La presa del potere da parte dei gruppi estremisti islamici ha spinto molti giudici alla fuga verso il nord del Paese, altri sono stati attaccati prima che potessero scappare, molti uccisi o rapiti. Gli estremisti hanno creato un sistema di giustizia parallelo che ha distrutto la già fragile infrastruttura giuridica della Regione. Malgrado la firma dell’accordo di Algeri, la persistente insicurezza ha avuto delle serie conseguenze nelle azioni volte a ristabilire la legge e l’ordine nel nord del Mali. A settembre dello scorso anno, secondo la missione delle Nazioni Unite di peacekeeping, un terzo dei giudici nel nord non si trovava al loro posto di lavoro, mentre coloro che erano impiegati non andavano spesso a lavoro ovvero venivano ricollocati per ragioni di sicurezza.
Allo scopo di mantenere in funzione il sistema di giustizia durante il conflitto, la Corte Suprema ha trasferito la giurisdizione per alcuni crimini commessi nel Nord ai due tribunali a Bamako – uno per i reati di violenza sessuale e l’altro per i crimini legati al terrorismo. Nel 2015, la Corte Suprema ha ripristinato la giurisdizione per i tribunali del Nord, ma essi non erano operativi. Come risultato, la documentazione di molti casi giaceva ancora nei tribunali a Bamako che non avevano l’autorità legale per perseguire i criminali.
L’accordo di Algeri prevede la creazione di una Commissione di Verità, Giustizia e Riconciliazione per fare luce sugli abusi di diritti umani commessi dal 1960, quando terminarono circa sette decadi di governo coloniale francese. La Commissione doveva creare una politica di indennizzo ed indagare le cause alla radice del conflitto.
La Commissione ha iniziato ad ascoltare i testimoni nel 2016 e ha raccolto più di 10,000 accuse di illeciti da tutto il Paese, tuttavia deve ancora iniziare le indagini per produrre un rapporto con le raccomandazioni indirizzate alle autorità.

Così come per i tribunali, la mancanza di sicurezza ha investito le operazioni della Commissione. L’apertura dell’ufficio a Kidal è avvenuta solo lo scorso mese e i membri della Commissione sono riluttanti nello spostarsi a nord perché ritengono di poter essere obiettivo dei gruppi estremisti islamici.
I tribunali locali e la Commissione non sono gli unici apparati che indagano i crimini commessi in Mali. Una commissione d’indagine internazionale, con mandato delle Nazioni Unite, al momento nella fase di pianificazione, indagherà crimini di guerra, crimini contro l’umanità e la violenza sessuale legati al più recente conflitto allo scopo di produrre un rapporto per il Segretario generale delle Nazioni Unite per l’ottobre 2019.

Ciò che più preoccupa è una legge promossa dal Presidente Keita, per concedere l’amnistia a coloro che presero parte alla ribellione del 2012. L’amnistia si applicherebbe a tutti i reati, anche ai crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e la violenza sessuale. Secondo i termini della proposta di legge, gli ex combattenti avrebbero sei mesi per ammettere i loro crimini e deporre le armi ai giudici, sindaci e commissari di polizia.
Il voto era previsto per dicembre, ma il dibattito è stato rimandato ad aprile dopo proteste di organizzazioni non governative internazionali.

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Gennaio 23

Sud Sudan: l’ennesimo accordo di pace

Sud Sudan

In Sud Sudan la guerra civile  imperversa da ben 5 anni: abusi di diritti umani, violenze, una situazione umanitaria drammatica.

Un nuovo accordo di pace, firmato lo scorso anno, sembra essere l’unico strumento in grado di porre fine alla guerra. Tuttavia sono poche e fragili le speranze che questo accordo regga.

Il governo e l’opposizione hanno 5 mesi per implementare l’accordo e formare un governo transitorio.

Sulla carta, l’accordo di pace del Presidente del Sud Sudan Salva Kiir e dell’ex vice-Presidente, Riek Machar, che poi è diventato il leader dell’opposizione armata  (il 12 settembre 2018), ha fermato un conflitto che conta  383,000 morti e per cui la maggior parte della popolazione versa in condizioni di malnutrizione e severa insicurezza alimentare.

Nel 2015, un accordo di pace molto simile a quest’ultimo, tra gli stessi leader, è miseramente fallito nel luglio 2016, a causa di violente proteste che hanno devastato la capitale Juba e spinto Machar a lasciare il Paese e trovare ospitalità nella Repubblica Democratica del Congo. Nei due anni successivi Machar è stato agli arresti domiciliari in Sud Africa.

In quel periodo, il conflitto è peggiorato: i gruppi armati si sono moltiplicati, le condizioni umanitarie sono diventate tragiche. In questo quadro le forze governative e l’opposizione si sono rese colpevoli di atrocità nella più totale impunità.

L’accordo prevede che il governo transitorio assuma i poteri nel maggio di quest’anno prima che si tengano le elezioni nazionali tra tre anni.

Sud Sudan

Un accordo di pace implementato parzialmente aumenta i rischi di un ritorno al conflitto.

Sebbene questi rischi potrebbero essere mitigati, in qualche maniera, dalle continue misure di “costruzione della fiducia” e presumibilmente attraverso emendamenti all’accordo stesso allo scopo di concedere più tempo, ogni ritardo potrebbe introdurre incertezza in quella che già è una situazione volatile.

Gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali si sono mostrati molto più moderati nel promettere finanziamenti per l’implementazione dell’accordo. Tuttavia, se da una parte l’amministrazione Trump ha già dichiarato che rivaluterà molto attentamente l’intera assistenza al Sud Sudan, la Cina, dall’altra, resta il principale investitore nel settore petrolifero del Paese e la nazione che contribuisce maggiormente alla missione di peacekeeping nel Sud Sudan.

Fondamentalmente l’accordo resta un patto tra le elite politiche che proteggono coloro che sono i maggiori responsabili per la violenza in Sud Sudan e come tale la sua sostenibilità è discutibile.

Il governo, da parte sua, ha iniziato a ricalibrare i suoi sforzi allo scopo di attrarre investimenti esteri, soprattutto nel settore petrolifero. L’impresa russa Zarubezhneft ha firmato un Memorandum of Understanding per esplorare quattro blocchi petroliferi; mentre un Fondo del Sud Africa ha promesso di investire 1 miliardo di dollari incluso la costruzione di una nuova raffineria e il miglioramento dell’esistente infrastruttura dell’oleodotto. La Oranto Petroleum International della Nigeria ha accordato un investimento di 500 milioni di dollari, mentre la Petroliam Nasional Bhd della Malesia ha concordato di investire 300 milioni di dollari.

Tutto ciò è interessante, ma restano delle promesse e non vi è garanzia che tali investimenti si materializzeranno o, se sarà quello il caso, l’ammontare sarebbe identico.

Violazioni documentate all’embargo delle armi e continui abusi dei diritti umani, in particolar modo la violenza sessuale, contribuiscono a minare la probabilità che l’accordo regga. Gli Stati Uniti e le Nazioni Unite hanno imposto l’embargo sulle armi agli inizi dell’anno scorso, l’Unione Europea ne ha imposto uno nel 2011, l’anno in cui il Paese ha ottenuto l’indipendenza. Il governo del Sud Sudan ha lavorato con Paesi regionali, particolarmente l’Uganda, in un sistema che, allo scopo di fornire garanzie agli utilizzatori finali, permette la manifattura di armi in Romania, Bulgaria e Slovacchia in maniera tale da soddisfare i requisiti legali. Una volta che queste armi arrivano in Uganda, esse poi vengono “ri-trasferite” nel Sud Sudan. Anche i gruppi di opposizione hanno utilizzato questa tattica per acquisire armi.

Diversamente dal 2015, vi è un forte interesse regionale a porre fine alla guerra civile in Sud Sudan. I leader dell’Africa dell’Est sono sempre più stanchi del conflitto, così come dei flussi migratori che ne derivano e dell’instabilità che tali flussi creano.

Il Sudan e l’Uganda hanno forti incentivi economici per sostenere l’accordo, dal momento che il Sudan otterrebbe nuovamente il controllo delle preziose aree petrolifere nella Regione dell’alto Nilo, mentre l’Uganda godrebbe del quasi monopolio delle risorse naturali nell’Equatoria nel sud del Sud Sudan (la regione del Nilo Bianco).

Tutto è nelle mani dei leader del governo e dell’opposizione del Sud Sudan, ancora, come nel 2015.

 

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Gennaio 16

Al-Shabaab chi sono, cosa vogliono

Al-Shabaab
Al-Shabaab chi sono e cosa vogliono?

Al-Shabaab ha come obiettivo quello di rovesciare il governo di Mogadiscio, utilizzando regolarmente attentatori suicidi contro il governo, i militari ed i civili.

Al Shabaab significa “la giovinezza” in arabo; è la più grande organizzazione militante che cerca di controllare il territorio somalo per stabilire una società basata sulla rigida interpretazione della Shariah. Tuttavia, il gruppo conduce attacchi anche in Paesi vicini come il Kenya.

Origini

Shabaab è emerso come organizzazione indipendente intorno al dicembre del 2006 dopo il dissolvimento dell’Unione delle Corti islamiche (UCI), per la quale rappresentava il braccio militare.

Prima di ciò le origini del gruppo restano ambigue. Il suo primo leader: Aden Hashi Ayro, in un primo momento si era unito ad un movimento islamista chiamato Al Ittihad Al Islamiya (AIAI) nel 1991, un movimento all’interno del sistema giudiziario somalo, che voleva prendere il controllo della Somalia. Ayro potrebbe aver guidato un gruppo blando di militanti AIAI e ciò significherebbe che Al-Shabaab potrebbe essere esistito in una qualche forma prima di costituire la branca militare dell’Unione delle Corti. Tuttavia, Al-Shabaab principalmente si è sviluppato come parte dell’UCI ed Ayro ha contribuito al reclutamento e all’addestramento dei militanti. Le prime attività del gruppo includevano multipli assassini di lavoratori internazionali nel Somaliland tra il 2003 ed il 2005 così come il disseppellimento del cimitero italiano nel 2005. Inoltre, Al Shabaab ha sostenuto l’utilizzo della violenta rappresaglia contro i lavoratori del Governo Federale Transitorio della Somalia dopo che diversi membri dell’ICU furono assassinati nel 2005, presumibilmente dal GFT.
A metà del 2006, l’UCI ottenne il controllo della Somalia centrale e del Sud. Ayro voleva connettere la battaglia somala con l’agenda del jihad globale, ma altri leader dell’UCI invece volevano piuttosto focalizzarsi su obiettivi nazionalisti e creare uno Stato islamico in Somalia. Alla fine del 2006, le Nazioni Unite con le truppe etiopi spingono l’UCI fuori da Mogadiscio, circostanza che fa collassare l’Unione che presto si scioglie. Ayro e Al Shabaab rimangono però attivi.

L’invasione etiope della Somalia rappresenta un evento cruciale per Al-Shabaab, alimentando risentimento contro una forza straniera occupante e permettendo ad Al-Shabaab di diventare la maggiore forza di resistenza in Somalia.

Sebbene Al-Shabaab si focalizzasse sull’attacco alle forze etiopi e dell’Unione Africana, il gruppo cercava anche di connettere la sua causa con il movimento globale jihadista, specialmente attraendo combattenti stranieri e promuovendo una relazione con Al Qaeda. I leader di Al Shabaab e di Al Qaeda raggiunsero relazioni reciproche positive, Al Shabaab offrì rifugio a membri di Al Qaeda nella regione.
Nel 2008 la relazione tra i due gruppi si stringe. Nel Maggio dello stesso anno, Ayro viene ucciso in un bombardamento americano e Ahmed Abdi Godane, chiamato anche Mukhtar Abu Zubeyr, diventa il leader del gruppo. Pubblica una dichiarazione in cui elogia Al Qaeda ed esplicitamente si sposta verso l’enfatizzazione della battaglia in Somalia come parte del jihad globale.

Al Shabaab inizia ad allinearsi ad Al Qaeda sia nell’ideologia che nella tattica e ad avere come obiettivi i civili con attacchi suicida molto più frequenti. La leadership dell’organizzazione inizia ad includere molti dei membri Al Qaeda. Al-Shabaab fa leva sulla sua relazione con Al Qaeda per attrarre combattenti stranieri (c.d. foreign fighters) e donazioni in denaro dai sostenitori di Al Qaeda. Inoltre, membri di Al-Shabaab viaggiano all’estero per addestrarsi con Al Qaeda.

2009: Al-Shabaab giura alleanza ad Al Qaeda

All’inizio del 2009, dopo una serie di attacchi contro obiettivi americani e delle Nazioni Unite in Somalia e contro le truppe etiopi, Al-Shabaab diffonde un video in cui formalmente giura alleanza ad Al Qaeda.

2012: Al Qaeda annuncia formalmente una fusione tra le due organizzazioni.

Pur tuttavia Al Shabaab e ad Al Qaeda continuano ad identificarsi come organizzazioni separate.
Nell’aprile del 2015, i militanti di Al Shabaab attaccano l’università Garissa in Kenya uccidendo almeno 147 persone. Il gruppo rivendica l’attacco come mezzo per spingere le truppe keniote a ritirarsi dalla Somalia.
Nel 2015, lo “Stato islamico” (IS) diffonde un video in cui invita Al Shabaab, come il più prominente gruppo jihadista dell’Est Africa, a giurare alleanza a loro, l’IS. Qualcuno ha sussurrato che Al Shabaab potrebbe accettare la richiesta, ma per ora Al Shabaab resta “fedele” ad Al Qaeda.

Al-Shabaab: la leadership

Hassan Dahir Aweys. Ci si riferisce a lui come al leader spirituale del gruppo, ma la sua precisa relazione con il gruppo non è chiara. Aweys ha guidato il braccio militante dell’AIAI. Arrestato dal governo somalo nel giugno del 2013, l’anno successivo fu trasferito dalla prigione agli arresti domiciliari.

Mahad Mohammed Karate. Capo di Amniyat, il ramo intelligence del gruppo, che fu responsabile dell’attacco all’università Garissa. Qualche volta Karate è stato descritto come il vice comandante di Al Shabaab. È stato ucciso dalle forze di difesa keniote nel febbraio del 2016, ma il gruppo nega la sua morte.

Ahmad Umar. Chiamato anche Abu Ubaidah, nominato nuovo leader nel settembre del 2014, subito dopo che Godane fu ucciso in un bombardamento americano. Non ci sono molte informazioni disponibili su di lui.

Al-Shabaab: ideologia e obiettivi

Ideologia: islamista, jihadista, salafista.
L’obiettivo principale è quello di far cadere il governo somalo e di stabilire un emirato islamico nel paese basato su una stretta interpretazione della Sharia.

In aggiunta ad i suoi obiettivi in Somalia,

Al Shabaab ha adottato in maniera sempre maggiore un orientamento che prevede l’inquadramento della battaglia somala come parte del movimento jihadista globale.

Il primo leader del gruppo, Ayro, aveva ricevuto l’addestramento in Afghanistan e ha modellato il principi del gruppo intorno agli obiettivi dei Talebani. Nei territori che controlla, Al Shabaab, ad esempio ha messo in pratica un sistema di punizione tale per cui i ladri sono puniti con l’amputazione delle mani e le donne accusate di adulterio con la lapidazione. Il gruppo ha anche vietato attività come la musica, i video, radersi. Nello sforzo di liberare il paese dall’influenza straniera, Al-Shabaab ha chiuso la BBC accusandola di promuovere un’agenda colonialista anti- musulmana.

Al-Shabaab: risorse

Ha ricevuto finanziamenti e addestramento da jihadisti stranieri di Al Qaeda. Ha ottenuto fondi anche da comunità della diaspora somala, incluso quella che si trova negli Stati Uniti. Nel 2010, ad esempio, 14 americani sono stati accusati di sostenere materialmente e di raccogliere fondi per Al-Shabaab.
I governi americano e somalo hanno accusato l’Eritrea di sostenere Al Shabaab attraverso armi e finanziamenti. Gli Stati Uniti hanno dichiarato che altri paesi e gruppi forniscono al gruppo missili, armi e addestramento in violazione dell’embargo sulle armi imposto alla Somalia del 1992. I gruppi e i paesi accusati includono: Djibouti, l’Iran, la Siria, la Libia, l’Eigitto, l’Arabia Saudita ed Hezbollah.

Al-Shabaab: un pericolo molto maggiore rispetto allo “Stato islamico” in Somalia

Lo “Stato islamico”(IS) ha ricevuto una buona notizia dalla Somalia l’anno scorso, quando ad ottobre, una piccola fazione militante, allineata allo “Stato islamico” ha preso il controllo di Qandala, una città portuale nel nord del paese, per più di un mese, per poi ritirarsi. È stata la prima volta che un gruppo legato all’IS ha occupato una città in Somalia.

Al-Shabaab resta un gruppo molto più pericoloso dell’IS.

Lo “Stato islamico” desidera una presenza in Somalia e ha fatto la corte ad Al-Shabaab per due anni. Tuttavia Al-Shabaab controlla strisce di territorio in Somalia, in una regione piena di paesi pro – occidentali.
Come abbiamo visto Al-Shabaab ed Al Qaeda condividono una lunga storia. Molti fondatori del gruppo somalo si sono addestrati nei campi afghani di Al Qaeda, da quando il primo leader del gruppo ha incontrato Osama bin Laden nel 1998. Un gran numero di prominenti membri di Al Qaeda in Africa dell’Est si sono associati ad Al-Shabaab, incluso Fazul Abdullah Mohammed, uno degli individui coinvolti nell’attentato all’ambasciata di Nairobi; era anche dietro all’attentato del 2002 al hotel e alla compagnia aerea nella costa del Kenya.

Se Al-Shabaab avesse dovuto unirsi all’IS, l’avrebbe fatto da un bel pezzo quando i benefici erano più chiari.

Il marchio dell’IS recentemente è stato macchiato dalle sue perdite in Siria, Iraq e Libia ed ha meno capacità, adesso, di fornire ad Al-Shabaab un supporto operativo significativo.
Al-Shabaab probabilmente ha notato quanto poco beneficio il gruppo estremista nigeriano Boko Haram ha ottenuto dall’essersi unito ufficialmente all’IS nel 2015. La scorsa estate l’IS ha accelerato un potenziale scisma all’interno di Boko Haram nominando un emiro rivale di Abubakar Shekau, che ha guidato Boko Haram dal 2010.
Al-Shabaab ha reso chiaro a chi è fedele, resistendo alle aperture dell’IS e cacciando letteralmente i suoi stessi membri sospettati di simpatizzare con l’IS.

Voci dell’apertura allo “Stato islamico” da parte del leader di Al-Shabaab (che non si sa se sia vivo o meno)

Tuttavia l’odierna fedeltà del gruppo estremista somalo con Al Qaeda non preclude per sempre uno spostamento verso l’IS. Ci sono voci che Mahad Karate, il potente leader dell’unità Amnyat nutra delle simpatie per lo “Stato islamico”. Sebbene non si sappia per certo se sia vivo o meno, se sostenesse l’unione con l’IS, e se ciò avvenisse, richiederebbe molto probabilmente un’operazione di purga della maggior parte dell’odierna leadership del gruppo somalo.
Va detto che dopo che Abdiqadir Mumin, il leader della fazione che per poco ha preso il controllo di Qandala, ha dichiarato la sua alleanza all’IS (ottobre 2015), i militanti di Al-Shabaab hanno attaccato alcuni dei suoi uomini, costringendoli a nascondersi per venire fuori solo per prendere la città portuale.

Le lusinghe dello “Stato islamico” al popolo somalo

Da parte sua l’IS adesso pare che cerchi di aggirare il gruppo rivolgendosi direttamente al popolo somalo. Ha infatti diffuso un video, lo scorso anno, in cui rivolgendosi ai somali promette una governance migliore rispetto al draconiano regno di Al-Shabaab.
Molto difficile da vendere!

Nel caotico ambiente della Somalia, i gruppi militanti e i movimenti estremisti tradizionalmente hanno costruito le lealtà o essendo al forza dominante, oppure fornendo servizi alla popolazione, in taluni casi: facendo entrambi.

Vincere il consenso o la fedeltà dei somali è, al momento, al di fuori della capacità dello “Stato islamico”.

Tutto ciò fa sì che Al-Shabaab resti la minaccia più rilevante in Somalia e resterà così per il prossimo futuro. 

Il suo principale antagonista: la missione dell’Unione Africana in Somalia (AMISOM) è sempre più fragile e fratturata.
Il governo somalo, che dovrebbe essere il più forte competitore di Al Shabaab per vincere i cuori e le menti dei somali, non si fa amare dai suoi cittadini per la corruzione che lo pervade.

Cosa si potrebbe cercare di fare?

Le forze militari che combattono Al-Shabaab dovrebbero mantenere, se non incrementare, la loro pressione per creare uno spazio sufficiente allo state – building somalo. Questo includerà lo screditare la violenta interpretazione dell’Islam che motiva la leadership del gruppo estremista e che attira reclute.
Uno dei maggiori sforzi dovrebbe essere condotto dal governo somalo nella direzione di fornire più governance competente e al più presto.

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Gennaio 8

La competizione tra Stati Uniti e Cina si amplierà nel 2019

competizione Stati Uniti e CIna

Alla domanda: “Qual è, nella politica internazionale, la sfida più importante che si pone in questo nuovo anno?”, la risposta è abbastanza facile: l’intensificazione della competizione tra Stati Uniti e Cina. Tuttavia vi è una sottile, ma drammatica prova a cui il sistema delle relazioni internazionali è sottoposto: il rapido deterioramento del quadro di controllo delle armi nucleari.

Gli Stati Uniti e la Cina sono in rotta di collisione nel sistema multilaterale dall’inizio dell’amministrazione Trump. Il Presidente degli Stati Uniti e i suoi consulenti sembrano condividere due percezioni basilari a proposito della politica internazionale. La prima è che la Cina è un competitore strategico ed economico totale che deve essere contrastato. La seconda è che le organizzazioni internazionali e la legislazione internazionale sono per natura faziosi  nei confronti degli Stati Uniti e che c’è bisogno di tornare al passato o solamente ignorare le regole internazionali.
Non sorprende il fatto che funzionari americani di più alto livello abbiano ora unito questi due presunti problemi in un’unica ipotesi di lavoro: “la Cina sta utilizzando il sistema multilaterale per superare in astuzia gli Stati Uniti“.

Dunque, Washington mira a respingere Pechino su molti fronti, dalla proiezione di potenza nel Mare del Sud della Cina, allo sviluppo di intelligenza artificiale. La priorità numero uno è limitare la crescente influenza cinese negli organismi multilaterali.

Non vi è dubbio che, ultimamente, la Cina abbia acquisito molta influenza negli organismi multilaterali. Ironicamente una delle ragioni per cui Pechino ha aumentato la sua sfera d’influenza è l’allontanamento dell’amministrazione Trump da ampie porzioni del sistema delle Nazioni Unite; ciò ha creato lo spazio politico in cui la Cina, scaltramente, si è posizionata.

Sebbene i politici cinesi insistano nel non aver alcun desiderio di usurpare il ruolo degli Stati Uniti come leader globale, se Washington cercasse di minare la posizione raggiunta a livello multilaterale dalla Cina, lo scontro diplomatico che ne risulterebbe potrebbe paralizzare la cooperazione internazionale in ogni settore: dall’arbitrato sul commercio, alla gestione di scenari complessi come quello del Sud Sudan.

Il controllo delle armi nucleari mette a repentaglio l’architettura della sicurezza internazionale

Le tensioni sulle armi nucleari tra gli Stati Uniti, la Russia e le altre Potenze mettono a repentaglio molta dell’architettura di sicurezza internazionale. Gli Stati Uniti recederanno presto dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) per presunte violazioni da parte dei russi. Mentre Mosca respinge queste accuse, entrambe le parti sono occupate nell’ammodernamento dei loro arsenali nucleari.

Una competizione bilaterale questa in cui vi sono molte frizioni su come affrontare, attraverso meccanismi multilaterali, le sfide poste dalla proliferazione nucleare sia da parte della Corea del Nord che da parte dell’Iran. Cina e Russia non sono convinte della necessità di mantenere il pieno regime sanzionatorio previsto dalle Nazioni Unite per la Corea del Nord.

Lo sgretolamento  dell’accordo con l’Iran sul nucleare, durante l’amministrazione Trump, potrebbe accrescere lo spettro del ritorno di Teheran al suo programma nucleare, allontanando ulteriormente gli Stati Uniti e le altre Grandi Potenze sulle modalità di risposta a tale possibilità.
Se i colloqui sul nucleare con la Corea del Nord, che spesso appaiono bizzarri, implodessero, l’amministrazione Trump potrebbe sfidare la Cina e altri giocatori a punire ulteriormente Pyongyang.

Non è trascurabile la circostanza per cui sarebbe abbastanza difficile che gli Stati Uniti redigano un accordo con la Russia sulla guerra nell’est dell’Ucraina, se le tensioni sul nucleare aumentassero, per non parlare di raggiungere un accordo decisivo e finale sul futuro della Siria con l’Iran e la Russia.

Sono più importanti, nel quadro del sistema internazionale, le rivalità locali, i conflitti che si generano per la percezione che un determinato gruppo ha di aver subito dei torti nei confronti di un altro gruppo, rispetto a quella che può essere la visione d’insieme di Washington o Pechino.

L’esistenza permanente di un sistema multilaterale che è in grado di impegnarsi efficacemente in crisi come quelle sopra menzionate, dipende necessariamente dall’accordo, almeno sulle forme basilari, di cooperazione e dalla fissazione di regole, tra le Grandi Potenze all’interno del sistema internazionale.

In questo inizio d’anno vi sono dei segnali preoccupanti che indicano che sia gli Stati Uniti che i loro rivali non vedano più nello stesso modo le regole del sistema multilaterale.

 

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Dicembre 30

Perché è troppo presto per dichiarare di aver sconfitto l’IS

vittoria IS

L’impronta fisica dello Stato Islamico (IS) e la sua leadership di più alto livello sono state erose dalla coalizione globale che è stata in grado di limitare le capacità dell’organizzazione nei teatri di conflitto in un modo tale per cui le possibilità che l’IS lanci un’altra offensiva di vasta scala in Siria ed Iraq risultano essere sempre più esili.

Tuttavia, è troppo presto per dichiarare di aver sconfitto l’IS : secondo stime ufficiali, tra i 20 e i 30 mila militanti IS, incluso migliaia di Foreign Fighters, restano in Siria ed in Iraq.

L’IS con tutta probabilità si è ritirato in aree meno popolate e rurali e ha iniziato ad operare in maniera più nascosta e decentralizzata.

Molte delle previsioni fatte dopo il collasso dello Stato islamico nel 2017, per cui ci furono dichiarazioni di vittoria di alcuni, tra cui i Presidenti degli Stati Uniti, dell’Egitto, dell’Iraq, della Russia e delle Filippine, non raggiungevano una precisione ed un’accuratezza tale per cui poi si sono materializzate pienamente.

Il 9 dicembre 2017, la sconfitta dell’IS in Iraq fu proclamata fragorosamente dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e dalla sua controparte irachena, il Primo Ministro Haider el-Abadi.

La loro dichiarazione è giunta davvero troppo presto.

L’IS è un gruppo multidimensionale che simultaneamente opera sia come un proto-Stato che come una rete transnazionale estremista che utilizza la tattica del terrorismo. (Per un approfondimento sulla struttura e la composizione di questo gruppo vi rimando al libro: “Governare l’estremo“).

Le azioni cinetiche di successo contro la prima dimensione non hanno risolto la minaccia della seconda. Se volessimo ragionare secondo categorie è possibile affermare che se IS non è più uno Stato, esso resta una potente organizzazione estremista religiosa.

La minaccia globale, inoltre, potrebbe essersi incrementata, dal momento che i Foreign Fighters di ritorno drenano intelligence, risorse politiche e simpatizzanti nei loro Paesi di origine. Essere stati lasciati senza un Califfato a cui fare ritorno,  vuol dire che potrebbero invece rivolgere la loro attenzione ad obiettivi nei loro Paesi e focalizzarsi su nuovi modus operandi.

La prospettiva dell’IS di cooperare con altre organizzazioni jihadiste come Al Qaeda, è improbabile perché, malgrado siano entrambe parte del movimento jihadista globale, esse differiscono troppo in termini di ambizioni ideologiche e strategiche.

Inoltre, dal momento che IS, senza un suo proprio proto-Stato, sarebbe incapace di imporre tasse ai civili, probabilmente cercherà di trovare altri mezzi con cui finanziarsi.

Malgrado il  collasso materiale dell’IS – cioè del suo territorio – sia innegabile,

l’ideologia su cui si basa rimane viva e vegeta.

Agli occhi dei suoi sostenitori più devoti, non esiste qualcosa come uno stato “post-Califfato”. Al contrario, l’IS è diventato abile ed esperto ad etichettare i suoi fallimenti come meramente fasi di una strada più lunga verso la vittoria. Ed è cruciale che i decisori politici tengano nella dovuta considerazione tutto ciò.

La battaglia per sconfiggere completamente l’IS sarà difficile.

L’organizzazione ha, ora, solo cambiato traiettoria; si concentra su operazioni “colpisci-e-fuggi” calibrate verso l’indebolimento della stabilità e il discredito dello Stato. Tutto questo è realizzato attraverso un’attenta strategia di destabilizzazione: le reti di cellule “dormienti” stanno lavorando in maniera sistematica allo scopo di sovvertire la sicurezza nei territori liberati dalla presenza dell’IS. Ad esempio a Raqqa e nei suoi dintorni, in località come Kirkuk nell’est dell’Iraq,  attacchi IED (Improvised Explosive Device) e assassini vengono perpetrati su base quasi quotidiana; l’IS sta continuando a prendere slancio, apparentemente senza freni. Perciò, anche senza le sue ultime roccaforti urbane, l’IS continuerà, presumibilmente, a fare tutto quello che può per perpetuare l’instabilità regionale.

Pur volendo porre Siria e Iraq da una parte, la marea di sfide presentante dalla rete globale dell’IS continuano a metastatizzarsi. I suoi affiliati continuano ad affermare se stessi al di là della Regione del Medio Oriente, particolarmente in Paesi in cui mancano istituzioni statali forti; in alcuni casi, hanno accelerato le loro operazioni. In Afghanistan, ad esempio, la “Provincia Khurasan” del Califfato è stata ascendente nel 2018. Sebbene operativamente sia confinata ad un piccolo territorio nell’est del Paese, la sua capacità di impiegare il terrorismo suicida nel resto dell’Afghanistan è sconcertante e, in maniera preoccupante, mostra pochi segnali di indebolimento.

Qualcuno ha pensato alla minaccia derivante da altri gruppi jihadisti?

L’IS è lontano dall’essere il solo gruppo jihadista lì fuori. Sebbene abbia dominato molto del discorso concernente l’impatto di lungo termine del conflitto siriano e la politica di contro-terrorismo, lontani dall’attenzione pubblica ci sono gruppi come Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) che, basato nella provincia siriana di Idlib, si è sviluppato e ha impiegato un’agenda politica pragmatica e scaltra rivelatesi funzionale con le popolazioni locali. In netto contrasto con l’IS, HTS è stato relativamente permissivo sulla questione delle politiche religiose. Inoltre, perseguendo una strategia di socializzazione concepita per primo da Abu Firas al-Suri – un ex ufficiale della Shariah in Jabhat al – Nusra (predecessore di HTS), il gruppo ha sospeso l’implementazione delle punizioni corporali e capitali per promuovere una misura di interdipendenza tra esso e la popolazione che governa. Dato che questo tipo di pene, conosciute come hudud, sono considerate una parte centrale del codice penale islamico, pene che si applicano a crimini e reati contro Dio (non contro lo Stato o gli uomini), ciò è controverso, e ampiamente criticato all’interno della comunità jihadista. Tuttavia ciò sembra aver pagato: HTS è, adesso, profondamente inserito nel cuore della Siria del nord, e, proprio come fece l’IS, fornisce servizi essenziali di governance. Ha creato consigli locali e gestisce (e quindi sfrutta) le risorse locali. Mentre HTS non è più parte di Al Qaeda, la sua ideologia jihadista rimane strettamente allineata ad esso. Resta preoccupante che esso sia stato in grado di stabilirsi come gruppo politico e militare predominante nella Regione. Mentre, a questo stadio, le sue priorità appaiano più interne alla Siria, esso potrebbe un giorno cambiare e i decisori politici dovrebbero prenderlo in considerazione.

Altre forme di estremismo

Ultimamente si è verificato uno sbilanciamento politico strutturale per cui si rischia di considerare il contrasto ai gruppi jihadisti come la priorità a spese del contrasto ad altre forme di estremismo. Negli anni recenti, l’estremismo ispirato dall’IS ha assorbito la porzione più grande di forze di sicurezza e di risorse di intelligence – e giustamente, vista l’estensione della minaccia del gruppo. Tuttavia, ciò è avvenuto ad un costo: quello di non investire quelle risorse da qualche altra parte e, nel frattempo, in Europa, gruppi estremisti di -estrema-  destra si sono sviluppati e attivati. Essi hanno beneficiato sia della crescente polarizzazione nelle società europee che di un ambiente di sicurezza inattivo, in cui i governi sono incapaci di rispondere in maniera appropriata alla loro ascesa. È cruciale che più risorse sia devolute verso la mitigazione di questa sfida emergente.

L’IS sta praticando un gioco lungo, dunque le politiche di contro-terrorismo devono continuare ad esercitare una pressione sulle reti logistiche di supporto all’organizzazione

L’IS sta praticando un gioco lungo, e i suoi leader sono ben consci del fatto che le loro capacità materiali sono legate ad un flusso di ascesa e discesa nel corso della battaglia. Con questo a mente, le politiche di contro-terrorismo in Europa devono continuare ad esercitare un alto grado di pressione sulle reti logistiche di supporto dell’IS, anche se il gruppo appare essere inattivo. Sebbene la prassi operativa dei jihadisti sembra essere diventata meno tecnologica rispetto al 2016 e al 2017, assalti complessi sono ancora nella lista. Inoltre, ora vi è un incentivo a (ri)tornare ad operazioni più sofisticate e di vasta scala, dato che le notizie ed il discorso pubblico iniziano ad essere assuefatti ad attacchi con coltelli e veicoli. Ragionando nel lungo-termine, i decisori politici devono cercare di sviluppare una legislazione efficace e strumenti sociali che affrontino la minaccia potenziale dei militanti estremisti di ritorno e degli ideologhi – e questo dovrebbe includere lo sviluppo di istituzioni penali all’interno dei Paesi in cui questi personaggi vivono.

Ora non è il momento di lanciarsi in dichiarazioni di vittoria. Anche se la minaccia IS appare essere meno pressante di quanto lo fosse nel 2016 e nel 2017, la minaccia che esso rappresenta è reale e durevole.

La pressione del contro-terrorismo deve tenere il passo, anche continuando ad incoraggiare le società ad essere resilienti ed inclusive. Per fare ciò è necessario che gli interessi di breve-termine che ci concentrano sulle politiche elettorali non ostruiscano la realizzazione di politiche efficaci di lungo termine.

 

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