Aprile 9

Gli Stati Uniti e il dilemma dei dittatori “amici”

dittatori

Il mondo è nel bel mezzo della lotta contro l’estremismo violento, per gli Stati Uniti torna il dilemma del “dittatore amico”.

Per tutta la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno lottato con il dilemma dei “dittatori amici”. Per un lungo periodo gli americani hanno creduto non solo che la democrazia fosse il solo sistema politico possibile ed il più giusto, ma che fosse quello che potesse rimanere stabile nel corso del tempo.

I dittatori potrebbero imporre l’ordine per un periodo, ma alla fine, la naturale necessità di  libertà provoca la loro caduta. Nelle giuste condizioni, la caduta di un dittatore potrebbe essere relativamente pacifica. Altre volte, invece scatena una pericoloso spasmo di violenza.

Malgrado ciò, nell’era della Guerra Fredda i politici americani hanno accettato ed anche abbracciato dittatori amici. Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, il problema non era stato risolto, ma si era sbiadito con le nascenti democrazie.

Ora che il mondo è nel bel mezzo della lotta contro l’estremismo violento, il dilemma del dittatore amico è tornato.

Durante la campagna presidenziale del 2016, Trump ha ripetutamente dichiarato che i recenti eventi  nel Medio Oriente hanno mostrato che i regimi autoritari sono caduti, il risultato è stato spesso l’instabilità che ha aperto la strada all’estremismo violento.

Dopo tutto lo “Stato islamico” non esisterebbe se il Presidente George W. Bush non avesse rimosso Saddam Hussein dal potere.

Ritengo quantomai opportuno a questo punto fare una breve parentesi chiarificatoria sulla nascita dello “Stato islamico”, se non altro per coloro che come me non credono ai complotti, ma si basano su fatti realmente accaduti.

L’affermazione: “ lo – stato islamico – non esisterebbe se George W. Bush non avesse rimosso Saddam Hussein” è vera, ma sarebbe più corretto articolarla in questo modo:

se l’amministrazione Bush non avesse deciso, a quel tempo, anche di radere al suolo, il 9 giugno 2006, la leadership di Al Qaeda in Iraq (AQI), gettando nelle mani del Mujahidin Shura Council le sorti del movimento jihadista locale. Questa organizzazione “ombrello” che coordinava i vari insorti combattenti a Falluyiah annunciò, il 12 ottobre 2006, l’alleanza di altre fazioni e di leader sunniti conosciuta come “the alliance of the scented ones”, gruppo dedicato a combattere l’occupazione americana. Fu quest’ultimo gruppo che il 15 ottobre 2006 annunciò la creazione di “Islamic State of Iraq.

Torniamo ai giorni nostri e alle dichiarazioni di Trump a proposito dell’essere più tollerante con i dittatori del Medio Oriente.

Un giorno dopo aver dichiarato “la mia attitudine verso la Siria ed Assad è cambiata molto”, Trump ordina un attacco missilistico su una base aerea siriana nella provincia di Homs.
La domanda sorge spontanea: “l’amministrazione Trump adesso lavorerà per la rimozione di Assad? Solo una settimana dopo averlo definito “una realtà politica che dobbiamo accettare?”

I dittatori rimossi: cosa ci insegna il passato

Una potenziale lezione dal passato potrebbe essere tratta dal rovesciamento di Saddam Hussein e del dittatore libico Mohammar Gadhafi. Questi casi suggeriscono che mentre gli uomini forti del Medio Oriente cadono, il potere scivola nelle mani degli estremisti. Con tutti i loro difetti, i despoti iracheni e libici, hanno tenuto sotto controllo il jihadismo e così, dalla loro prospettiva, gli Stati Uniti non avrebbero dovuto far altro che tollerarli.

La rivoluzione iraniana del 1970 ci suggerisce qualcosa di molto differente. Quando lo Shah sostenuto dagli Stati Uniti, Mohammad Reza Pahlavi, fu rovesciato, il regime teocratico rivoluzionario che lo rimpiazzò, era fortemente anti-americano.

Gli Stati Uniti continuano a pagare il prezzo per aver sostenuto così fortemente lo Shah.

La lezione qui è che, nel lungo periodo, una stretta associazione con un autocrate è una cattiva idea.

Adesso la questione è: quale lezione dovrebbe guidare la politica americana, quella che viene dall’Iraq e dalla Libia o quella dell’Iran?

Se le lezioni della Libia e dell’Iraq contano di più, allora forse i legami più stretti con el-Sissi sono una buona idea per Washington e dovrebbe smettere di dichiarare di rimuovere Assad dal potere.

Ma se la lezione dell’Iran resta valida, allora abbracciare el-Sissi e tollerare Assad danneggerà gli interessi degli Stati Uniti quando questi dittatori cadranno e i dittatori inevitabilmente cadono.

La politica dell’ “abbraccio ai dittatori amici” ci avverte di costi ed effetti avversi che potrebbero verificarsi al di fuori del paese nel quale viene applicata: scoraggia potenzialmente i movimenti democratici nascenti e diminuisce la percezione di moderatezza da parte dei dittatori.

Se la domanda è: la minaccia proveniente dall’estremismo violento islamico giustifica i rischi di “abbracciare” i dittatori del Medio Oriente?

Suggeriamo come risposta: no.

Nei casi in cui gli Stati Uniti sono rimasti fuori e forze interne hanno fatto cadere i regimi autoritari, Egitto sotto Mubarak, Tunisia sotto Zine al Abidine ben Ali, i risultati lontani dall’essere perfetti, non hanno avuto come conseguenza nazioni governate da estremisti o  che direttamente sostengono l’estremismo transnazionale.

Le linee  con 56 sfumature di rosso

Trump  dovrebbe specificare quali sono le linee rosse, e se non altro farci capire se lui le vede sfumate o no. All’indomani dell’attacco chimico in Siria dichiara che questa situazione ha varcato tutte le linee quando solo una settimana prima aveva dichiarato che Assad è una realtà politica da accettare. Forse le linee di Trump sono sfumate? E el-Sissi? quante sfumature di rosso repressione da parte del regime egiziano sarà disposto a tollerare Trump?

Forse dovrebbe concentrarsi sul fatto che avere a che fare con i dittatori è sempre una situazione colma di pericolo. Lui e i suoi advisor dovrebbero aprire un libro di storia e ricordarsi che in Iran nel 1970 gli Stati Uniti fecero un errore strategico talmente grande di cui ancora pagano il prezzo.

Condividi
Febbraio 4

Emirati Arabi Uniti accrescono la relazione bilaterale con l’India

Emirati Arabi Uniti

Le prospettive di crescita dell’India e i timori degli Emirati Arabi Uniti circa la radicalizzazione potrebbero indurre la monarchia del Golfo a considerare una più pronunciata inclinazione verso l’India, lontano dal Pakistan. Ciò potrebbe avere un considerevole impatto sul Medio Oriente e sul Sud dell’Asia.

L’attentato a Kandahar (Afghanistan) come messaggio diretto agli Emirati Arabi Uniti  vista la loro crescente cooperazione sul contro-terrorismo con l’India.

Quando, a metà gennaio 5 diplomatici degli Emirati Arabi Uniti sono stati uccisi in un attacco a Kandahar, le autorità afghane hanno subito dichiarato che i responsabili appartengono della rete di Haqqani, sospettata di avere legami con l’intelligence pakistana.

Il primo attacco in Afghanistan a diplomatici di uno Stato del Golfo sembra essere decisamente un messaggio diretto agli Emirati Arabi Uniti in ragione della loro crescente cooperazione con l’India sul contro-terrorismo. La tempistica dell’attentato sostiene questa tesi perché è avvenuto qualche settimana prima della partecipazione del potente principe ereditario di Abu Dhabi: lo sceicco Mohammed Bin Zayed Al Nahyan, che è anche il vice comandante delle forze armate degli Emirati, alle celebrazioni del giorno della Repubblica in India come ospite d’onore. Un gesto simbolico riservato ai partner più vicini all’India.
Il principe ereditario era il primo “non-capo” di Stato ad essere ospite d’onore per la parata del giorno della Repubblica indiano. Inoltre, durante la visita, ha firmato circa una dozzina di accordi con il Primo Ministro indiano Narendra Modi che spaziavano dall’energia, all’accordo per le riserve strategiche di petrolio, fino agli investimenti e alla cooperazione nel settore della difesa.

La visita ha segnato una rinnovata, ufficiale, relazione tra i due paesi a livello di partneriato strategico che ha, inoltre, gettato le basi per la costruzione di una significativa relazione sul commercio che entrambe le parti vogliono ulteriormente rafforzare.

Le relazioni India – EAU tra stabilità e interessi geo-economici

Sebbene accresciuti i legami India – Emirati Arabi Uniti certamente contengono in sé una logica d’interessi particolari propri di ciascuno Stato. Condividono timori riguardo alla stabilità, hanno interessi convergenti per il sostegno di interessi geo-economici, tuttavia resta da vedere quanto gli Emirati Arabi Uniti s’inclineranno verso l’India nelle loro relazioni con il Sud Asia, oppure la monarchia del Golfo suddividerà  le sue relazioni sulla sicurezza tra l’India ed il Pakistan.

Gli Emirati si sono avvicinati, senza dubbio,  alle posizioni dell’India per quanto riguarda la lotta al terrorismo internazionale. Attualmente il più prominente paese arabo sembra sia deciso a sostenere una proposta di trattato: Comprehensive Convention Against International Terrorism, sostenuta dall’India, nel quadro delle Nazioni Unite. Proposta che è rimasta a lungo sul tavolo.

Gli Emirati dal 2015  hanno espulso più di 10 individui sospettati di terrorismo di origine indiana. Inoltre, sembra, dalla diffusione di alcuni rapporti, che gli Emirati Arabi Uniti abbiano congelato gli assetti del malvivente (sospettato anche di terrorismo) e ricercato Dawood Ibrahin, che, al momento, si ritiene che risieda in Pakistan. Sebbene l’ambasciatore degli Emirati in India non abbia confermato questi rapporti, si ritiene che gli Emirati Arabi Uniti abbiano iniziato ad occuparsi delle reti di organizzazioni terroristiche basate a Dubai come Lashkar-e-Taiba*, evidentemente questo un gesto di umiliazione nei confronti del Pakistan.

Il commercio come fondamento dei legami India-Emirati Arabi Uniti

La crescita della relazione India-Emirati Arabi Uniti ha come caposaldo il commercio: l’India è il principale partner commerciale degli Emirati Arabi Uniti, mentre quest’ultimo Stato è tra i tre principali partner commerciali dell’India. Entrambe le parti hanno annunciato piani ambiziosi per incrementare il commercio bilaterale: fino al 60% del livello attuale che è di circa 60 miliardi di dollari.

Con tutta probabilità, proprio quest’anno, si darà vita all’accordo bilaterale che impegnerà gli Emirati Arabi Uniti ad investire fino a 75 miliardi di dollari in progetti infrastrutturali in India in un periodo di 10 anni.

Nel complesso, l’India sta cercando di attrarre sempre più investimenti da parte delle imprese degli Emirati Arabi Uniti ad esempio nel settore immobiliare e petrolchimico, mentre gli Emirati desiderano dall’India informazione tecnologica ed expertise ingegneristica.

Sebbene per gli Emirati Arabi Uniti, l’India è, e continua ad essere, un cliente chiave per le esportazioni di petrolio e gas, ora gli Emirati vedono l’India anche come un partner ideale per la diversificazione economica.

Entrambe le parti hanno interesse nella stabilità regionale e tutto ciò detto, cioè i modelli verso cui si delineano le relazioni bilaterali tra questi paesi, rivelano la loro marcia più profonda e geostrategica. Inoltre, sono già in corso esercitazioni militari e addestramenti congiunti India-Emirati Arabi Uniti, con Nuova Delhi e Abu Dhabi che esplorano strade per la co-produzione di hardware militare, come i sistemi di difesa aerea.

India utile per gli Emirati nella gestione delle tensioni con l’Iran

Per gli Emirati Arabi Uniti, l’India è anche vista utile alla gestione delle tensioni con l’Iran, specialmente dato l’interesse di Nuova Delhi nel tenere aperti blocchi nel nord dell’Oceano indiano.

Gli Emirati Arabi Uniti potrebbero essere, ragionevolmente, interessati al partenariato con l’India per lo sviluppo del porto strategico Chahbahar in Iran, dato che gli Emirati sono già il secondo più importante partner commerciale dell’Iran, malgrado le tensioni.

Cosa ne sarà della relazione Emirati-Pakistan?

Il ruolo potenziale che l’India può giocare in maniera più ampia, come facilitatore della cooperazione tra Emirati Arabi Uniti e Iran è in netto contrasto con la posizione del Pakistan. Stato quest’ultimo che mantiene collegamenti con le reti di organizzazioni terroristiche e si rifiuta di trovarsi coinvolto in dispute con Teheran all’interno del quadro del  Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Le relazioni tra Emirati Arabi Uniti e il Pakistan hanno iniziato a contrarsi con il rifiuto del Pakistan, nel 2015, di impegnare truppe nella coalizione a guida saudita per combattere gli Houti in Yemen (dove gli Emirati hanno giocato un ruolo importante).

Non va trascurata la circostanza che il Pakistan e gli Emirati hanno una lunga storia di profondi legami militari, e non sarà così semplice per ciascuna parte scioglierli. Non è un caso che l’India abbia dovuto rifiutare l’offerta dagli Emirati di inviare un contingente di paracadutisti per la marcia della parata nel giorno della Repubblica indiano, proprio in virtù della stretta relazione di addestramento tra forze speciali pakistane e paracadutisti degli Emirati. Sebbene le forze armate degli Emirati Arabi Uniti fossero presenti ugualmente alla parata indiana con un contingente dell’aeronautica.

Dal canto suo il Pakistan cercherà di utilizzare, con tutta probabilità, la promessa del Corridoio economico Cina-Pakistan per fornire un incentivo economico agli Emirati e quindi tenere alto l’interesse al mantenimento di forti legali con loro.

*Fondata agli inizi degli anni novanta da Hafiz Mohammed Sa’id, agli inizi attivo soprattutto nella regione di Jammu e Kashmir, al confine tra Pakistan e India, Lashkar-e Taiba è prevalentemente composta da radicali religiosi pakistani che professano un’ideologia sunnita ultraortodossa.
È attualmente locata vicino a Lahore (Pakistan) e sono operativi in diversi campi di addestramento militare in Kashmir. Alcuni membri di questa organizzazione hanno compiuto attentati contro l’India il cui obiettivo primario era quello di cacciare l’amministrazione indiana dal Kashmir.

Foto: fonte Al Jazeera

Condividi
Gennaio 5

PKK: lo stesso messaggio per Erdogan e per Trump

PKK

La una soluzione pacifica per il conflitto curdo sembra essere più distante che mai. Il PKK ha poche opzioni a sua disposizione: la soluzione militare alla questione curda sembra essere quella per cui ha optato. Il messaggio dal PKK, dal TAK, al governo turco e all’entrante amministrazione Trump sembra essere forte e chiaro.

Una settimana prima di Natale la Turchia aveva subito un altro attacco terroristico, una bomba in una macchina la cui esplosione ha causato la morte di 13 soldati e ne ha feriti 55 nella città di Kayseri. Sebbene, messo in ombra dall’assassinio, qualche giorno più tardi, dell’ambasciatore russo in Turchia, la bomba è esplosa qualche settimana dopo un doppio attacco suicida che aveva ucciso 44 poliziotti e ne aveva feriti 150 fuori dallo stadio di Istanbul.

Mentre non c’è stata una rivendicazione immediata per l’attentato di Kayseri, evidenze abbastanza solide segnalano che si tratta degli stessi perpetratori dell’attacco del 10 dicembre: il Kurdistan Freedom Falcons (TAK), un ramo molto ben conosciuto, del PKK ovvero il partito dei lavoratori curdo. La rapida successione degli attacchi ci indica che malgrado 20 mesi di combattimenti nell’est della Turchia tra PKK ed esercito turco, il PKK è ben lontano dall’essere sconfitto.

E qualche ora fa c’è stato un attentato con un’autobomba e un uomo armato nella città di Smirne, gli ufficiali turchi hanno già indicato i militanti curdi come i responsabili.

Sembra che l’elezione di Trump negli Stati Uniti abbia trasformato una brutta situazione, in Turchia, in un incubo per il PKK e che l’unica opzione a disposizione dei curdi sia attaccare lo Stato turco.

Chi è il TAK?

Il TAK ha aumentato la sua levatura nel 2005 con attacchi ai resort della costa turca, intesi a colpire il settore del turismo. Mentre alcuni analisti di sicurezza credono che il TAK si sia separato dal PKK, la maggior parte degli studiosi del gruppo come Vera Eccarius-Kellu, Metin Gurcan, lo identificano come affiliato “genericamente” al PKK.

È stato sostenuto che il PKK si “affida” al TAK per attacchi su soft target che potrebbero danneggiare la reputazione del gruppo o esercitare una pressione sullo Stato turco durante le negoziazioni di pace.

Mentre si crede che sia finanziato e sostenuto logisticamente dal PKK,

il TAK sembra essere indipendente nel selezionare gli obiettivi e nella tempistica degli attacchi.

La narrativa della divisione PKK-TAK contiene il beneficio di una verosimile negabilità, da parte del PKK, delle azioni del TAK.

Nel caso degli attacchi di Kayser e Istanbul, c’è ragione di credere che gli attentati siano stati pienamente coordinati con il comando del PKK nelle montagne Qandil che confinano con l’Iraq e che il destinatario inteso del messaggio contenuto negli attacchi non solo era il presidente Erdogan, ma il presidente–eletto americano.

Sebbene sia prematuro affermare quali politiche l’amministrazione Trump perseguirà con la Turchia e per il conflitto curdo, c’è una buona ragione per credere che, per il PKK, Trump a Washington sia una sciagura.

Le dinamiche politiche e militari sul terreno e quello che si conosce delle priorità strategiche di Trump ci suggeriscono un riavvicinamento Trump, Erdogan, Putin quando si tratta di Siria.

Trump non ha lasciato dubbi sul fatto che, se la sconfitta dello “Stato islamico” e la stabilizzazione della Siria significassero Assad ancora al potere, pagherà il prezzo che ci sarà da pagare.

Questo cambiamento nella politica americana ovviamente si armonizza con gli obiettivi russi in Siria.

A ciò si deve aggiungere la dichiarazione aperta di Erdogan che la rimozione di Assad non è più una priorità per Ankara. Il Presidente turco dichiara, piuttosto, che una priorità è prevenire che il Syrian Kurdish Democratic Union Party, o PYD, un affiliato del PKK,  stabilisca un “quasi – State” autonomo nel nord della Siria, simile al Kurdistan iracheno.

Cosa interessa a Trump

Questo tipo di riallineamento di interessi tra gli Stati Uniti, la Turchia e la Russia si preannuncia come una vera e propria calamità per il PYD e per estensione per il PKK, che ha beneficiato dall’avere come alleato il PYD, attore chiave nella coalizione internazionale contro lo “Stato islamico”.

Per l’amministrazione Trump, il PYD e i curdi siriani importano solo fino a quando forniscono le forze sul terreno per combattere lo “Stato islamico” esplosione dopo esplosione.
Una volta che lo “Stato islamico” sarà stato sconfitto o degradato significativamente, lo scenario per i curdi siriani sarebbe, verosimilmente, quello di essere scaricati dai nuovi sostenitori siriani e lasciati  in balia di Turchia e Assad.

Ci sembra improbabile che Trump si preoccupi molto della situazione dei diritti umani in Turchia, soprattutto perché quello che veramente importa a Trump è la posizione strategica della Turchia nello sconfiggere lo Stato islamico e nel controbattere la crescente influenza iraniana nella regione, non il destino della libertà di stampa, la minoranza curda o i diritti dei dissidenti politici.

Tutto questo concede ad Erdogan briglie sciolte per occuparsi del PKK e del PYD in Siria come si sente più a suo agio. In Siria, la battaglia per la città strategica a nord, al-Bab, vicino alla frontiera turca, continua ad infuriare, ponendo le forze ribelle pro-turche e l’esercito turco contro la milizia PYD, conosciuta come YPG (People’s protection Unit), così come contro lo “Stato islamico”. Nel frattempo Erdogan continua il suo giro di vite sul HDP, il Peoples’ Democratic Party a radice curda. I suoi leader più importanti sono stati arrestati e i fedelissimi di Erdogan hanno perquisito tutti gli uffici del partito nel paese.

In questo contesto, con una soluzione pacifica per il conflitto curdo più distante che mai, ci sono poche opzioni a disposizione del PKK. Sembra che quest’ultimo abbia scelto la soluzione militare ed il messaggio dal PKK, dal TAK, al governo turco e all’entrante amministrazione Trump sembra essere forte e chiaro.

Non ci sfugge neanche che gli Stati Uniti hanno considerato il PKK un gruppo terroristico dal 1997 e che preoccupazioni per i diritti curdi, l’autodeterminazione che sia in Turchia o in Siria, non è stata mai una priorità per gli Stati Uniti.

Condividi
Dicembre 22

Yemen: storia di una morte nell’indifferenza generale

Yemen

Lo Yemen non è in cima all’agenda politica internazionale di nessuno e lentamente muore la sua popolazione sull’orlo della carestia, con una crisi monetaria, il blocco navale, nella generale noncuranza di tutti anche dei mezzi di informazione.

Nel periodo natalizio, se ci fate caso, spuntano sempre quei servizi giornalistici di grande pathos su un qualche paese in guerra con le immagini di bambini pieni di polvere se non di quelli morti, con delle bambole di pezza, soli con intorno soltanto macerie. I bambini yemeniti non hanno questo privilegio, non compaiono mai. La guerra nello Yemen è una delle guerre dimenticate di questo mondo, quelle che non suscitano la commozione e l’indignazione di nessuno, quelle che neanche per Natale vale la pena di nominare. Eppure nello Yemen si gioca una partita politica locale e regionale importante. Eppure nello Yemen ogni 10 minuti un bambino muore e molti altri sono costretti a diventare bambini soldato. Eppure 2.2 milioni di bambini yemeniti hanno urgente bisogno di assistenza sanitaria. Eppure centinaia di migliaia di persone yemenite sono incapaci di far fronte ai bisogni essenziali quali il cibo, non hanno accesso all’acqua pulita e ai servizi igienici. Qualcosa come 3.5 milioni di yemeniti sono senza casa.

Lo Yemen: uno shock dopo l’altro

Sin dalla primavera araba del 2011, lo Yemen ha vacillato da uno shock politico ad un altro. Il suo leader autoritario, il Presidente Ali Abdullah Saleh fu cacciato dal potere da una pressione popolare, ma il suo successore, Mansour Hadi, non ha saputo guadagnarsi il sostegno del suo paese. I ribelli Houti hanno preso il potere nel settembre del 2014 e a marzo dell’anno successivo, il Presidente Hadi è stato forzato all’esilio nella capitale saudita, Ryhad.

Da allora, il paese è imploso dal momento che la coalizione a guida saudita ha iniziato a combattere i ribelli Houti, che beneficiano, come è ampiamente ritenuto, del sostegno finanziario e delle armi iraniane.

L’influenza di attori esterni ha esacerbato il conflitto in uno Stato che già combatteva per mantenere insieme la struttura nazionale dopo decadi di governo autoritario.

Sull’orlo del baratro: la carestia

Il governo riconosciuto internazionalmente, che è stato spinto fuori dalla capitale Sanaa dagli Houti nel 2014, ha completamente rigettato l’ultima proposta delle Nazioni Unite, mentre i ribelli lo scorso mese hanno annunciato la formazione di un nuovo governo.

Tra queste posizioni politiche divergenti e lo stallo militare, esacerbato dalla crisi monetaria e dal blocco navale, le agenzie umanitarie hanno, ancora una volta, avvertito che lo Yemen, già in una crisi umanitaria su vasta scala, è sull’orlo della carestia.

Le importazioni chiave di cibo sono già scese al di sotto della metà dei bisogni del paese e condizioni di carestia si riscontrano in molte aree.

Secondo l’UNICEF, almeno 462,000 bambini yemeniti sono severamente malnutriti, con 2.2 milioni in necessità di urgente assistenza sanitaria.

Ogni 10 minuti un bambino muore in Yemen.

L’appello umanitario delle Nazioni Unite per lo Yemen, in questo anno, è stato finanziato solo per il 58% del suo bisogno.

Malgrado tutto ciò, la situazione umanitaria ed economica di questo paese, difficilmente appare essere al primo posto dell’agenda delle potenze politiche che guidano questa guerra ovvero dei loro sponsor regionali.

Il rifiuto del piano di pace e la formazione di un governo ribelle sono solo gli ultimi episodi di una serie di mosse “tit-for-tat”del governo in esilio del Presidente Abd Rabbu Mansour Hadi e dei suoi rivali, un’alleanza dei ribelli sciiti Houti e dei fedelissimi dell’ex Presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh.

Ad ottobre, Hadi ha emanato un decreto per spostare il quartier generale della Banca Centrale dello Yemen da Sanaa ad Aden, tagliando effettivamente l’accesso al settore bancario internazionale, separandosi anche da centinaia di tecnocrati preparati che lavoravano nella banca dalla capitale. Lo spostamento della banca ha generato la paura che l’economia potesse essere usata come arma, parte della guerra.

L’alleanza Saleh-Houti ha reagito, lo scorso mese, nominando un nuovo governo, un colpo preciso ad Hadi che è riconosciuto internazionalmente come il legittimo leader dello Yemen, ma il cui governo fa poco nel governare attualmente, visto che ha perso Sanaa, insieme a molte istituzioni governative.

L’annuncio degli Houti del nuovo governo è stato oggetto di discussione sin da ottobre quando Abdulaziz bin Habtoor, l’ex governatore di Aden, è stato nominato primo ministro dei ribelli. Bin Habtoor è stato scelto dal Consiglio Supremo Politico, recentemente formatosi, un organo politico composto da Houti e membri dell’alleanza “General People’s Congress” pro-Saleh, per rappresentare i loro interessi congiunti. Il Consiglio è guidato da Saleh al-Sammad; formato nel tardo luglio 2016, è stato visto come un serio impedimento per gli sforzi delle Nazioni Unite di negoziare una tregua e i colloqui di pace per porre fine ad un conflitto di 20 mesi. Questo governo guidato da bin Habtoor non farà altro che aumentare questo senso di impedimento.

L’inviato delle Nazioni Unite per lo Yemen, Ismail Ould Cheikh Ahmed, ha espresso frustrazione per la nomina di un governo dei ribelli, che con molta probabilità spingerà Hadi verso una posizione ancora più difensiva.

L’amministrazione Obama ha bloccato qualche settimana fa alcuni dei sostegni militari alla campagna dell’Arabia Saudita in Yemen proprio per il gran numero di vittime civili. Tuttavia, il supporto americano continuerà in altre aree, in particolare rifornendo gli aerei della coalizione e condividendo più intelligence.

Futuro incerto

Con il presidente eletto, Donald Trump, che inizierà il suo lavoro il 20 gennaio ed il nuovo Segretario Generale delle Nazioni Unite, Guterres, che inizierà l’11 gennaio, il vuoto di potere internazionale renderà ogni svolta politica sempre più improbabile.

Lo Yemen era già difficilmente in cima all’agenda internazionale dunque le vittime della “guerra dimenticata” in Yemen possono aspettarsi poco respiro.

Le principali vittime del conflitto

Le principali vittime del conflitto in Yemen non sono le forze armate delle due parti, ma persone ordinarie. Queste sono persone incapaci di far fronte ai loro bisogni essenziali di cibo e che mancano dell’accesso ad acqua pulita e ai bagni. Qualcosa come 3.5 milioni di Yemeniti sono senza casa: o si sono spostati in altre parti del paese o sono rifugiati in altri paesi.

I cessate-il-fuoco di 48 o 72 ore, anche se rispettati dalle parti in lotta, sono come un granello di sabbia nel deserto quando si tratta degli immensi bisogni che il conflitto ha generato. Non è sicuramente abbastanza tempo per ricostruire le case distrutte, i negozi, le cliniche, gli ospedali, neanche per salvare centinaia di bambini yemeniti costretti a diventare bambini soldato.

Anche se cessate-il-fuoco brevi offrono una finestra sufficiente per le agenzie umanitarie, che potrebbe essere estesa, c’è, in ogni caso, un significativo ostacolo: le risorse per l’aiuto. Sebbene l’Unione Europea, così come gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, abbiano promesso aiuto ed assistenza allo Yemen nel quadro del piano di risposta umanitaria, alcuni hanno promesso fondi che non si sono mai materializzati.

 

Condividi
Novembre 7

Mosul: la riconquista e dopo? Qualcuno ci ha pensato?

Mosul

Nei giorni successivi al lancio dell’operazione per la “liberazione” di Mosul mi sono venute in mente queste domande:

“la battaglia per riprendere il controllo di Mosul dallo “Stato islamico” è iniziata, ma qualcuno ha pensato al dopo? Siamo sicuri che si tenga in considerazione l’estrema razionalità dei comandanti militari dello “Stato islamico”? E se gli Stati Uniti volessero utilizzare la ritirata dei combattenti del gruppo estremista islamico per erodere le vittorie russe in Siria?”

Proviamo a ragionare sulle possibili risposte, ma prima facciamo un riassunto della situazione per chi si fosse perso alcuni momenti.

Il riassunto:

La battaglia per cacciare i combattenti estremisti dalla città è la più grande operazione sul terreno in Iraq dall’invasione americana del 2003.
Alla fine della settimana scorsa le forze speciali irachene hanno dichiarato di aver ripreso sei distretti ad est di Mosul.
Il territorio ripreso dal governo è ancora solo una frazione della vasta città che è divisa in dozzine di distretti residenziali ed industriali, casa di 2 milioni di persone.
In un comunicato diffuso la settimana scorsa, il leader dello “Stato islamico” ha dichiarato che non ci sarà ritirata in una “guerra totale” contro le molteplici forze che combattono contro il suo gruppo, esortando i militanti a rimanere fedeli ai loro comandanti.
I 2 milioni circa di persone che vivono a Mosul rischiano di restare intrappolati nel mezzo di una brutale guerra urbana. I militanti estremisti hanno ucciso già centinaia di persone, 50 disertori e 180 ex impiegati del governo iracheno nei dintorni di Mosul. Hanno trasportato 1,600 persone dalla città di Hamman al – Alil (sud Mosul) a Tal Afar ad ovest, presumibilmente per usarli come scudi umani contro i bombardamenti e hanno imposto ai residenti di consegnare i bambini maschi sopra i 9 anni, in un apparente processo di reclutamento di bambini soldato.
Il numero delle persone che hanno lasciato le loro abitazioni dall’inizio della “campagna di Mosul” è arrivato a 30,000.
L’operazione dello “Stato islamico” per infiltrare il centro di Kirkuk attraverso Havika e collegarsi con le loro cellule dormienti nella città è stato il più importante sviluppo delle operazioni dei giorni 21-24 ottobre. A questo hanno fatto seguito informazioni e resoconti che indicano lo “Stato islamico” contro-attaccare a Rutbah nella provincia irachena di Anbar, non molto lontano dalla frontiera del paese con la Siria e la Giordania. Il 24 ottobre un attacco del gruppo estremista islamico contro Sinjar, che domina la strada vitale da Mosul alla Siria, è stato bloccato dalle forze yazide sostenute dagli aerei americani.

Le forze Hashd ash-Shaabi (unità di Mobilitazione Popolare) prevalentemente sciiti, si sono aggiunti alla campagna sabato, il loro compito è tagliare allo “Stato islamico” la via di rifornimento dell’ovest verso la Siria.

Mosul: le sfide e le insidie

La vera vittoria nella battaglia di Mosul potrebbe richiedere mesi o ancora settimane ma più difficile sarà la lotta politica. Le forze irachene devono mantenere la loro unità nel lungo periodo e deve essere concordato un più ampio accordo politico: qui non c’è molto margine per essere ottimisti.
Le sfide militari nell’operazione di Mosul sono considerevoli. Sebbene i militari americani abbiano stimato che ci siano soltanto dai 3,000 ai 4,500 combattenti dello “Stato islamico” a Mosul, paragonati alle decine di migliaia dei membri delle forze di coalizione, escludendo il vantaggio della potenza aerea americana, i militanti del gruppo estremista godono di considerevoli vantaggi all’interno della città: il territorio urbano è un incubo per le forze che attaccano.
Bisogna considerare che lo “Stato islamico” ha avuto tempo per prepararsi. Dopo che il gruppo ha preso il controllo di Mosul nel 2014, i militanti del gruppo hanno disseminato bombe e scavato tunnel, questi ultimi visti come la creazione di linee di comunicazioni e rifornimenti sicure pur avendo i droni che volteggiavano sulle loro teste. Più di un milione di civili sono letteralmente mescolati ai militanti, circostanza che complica gli sforzi della coalizione.

Una significativa insidia è rappresentata dalla variegata e variopinta accozzaglia di forze offensive.

Le forze che attaccano rappresentano un vero “chi è chi” delle multiformi forze armate e milizie. I curdi iracheni hanno capeggiato gli attacchi iniziali, “ripulendo” i villaggi ad est della città.  Hanno giocato un ruolo importante anche i membri delle tribù sunnite, le unità dell’esercito iracheno (specialmente la sua forza d’elite di contro-terrorismo) e le milizie sciite.

Questo miscuglio è un problema

I sunniti dominano Mosul e vedono il governo iracheno e specialmente le milizie sciite come ostili, le forze sostenute dall’Iran. Questo è del resto, anche se in parte, il motivo per cui molti locali hanno accolto lo “Stato islamico”, due anni fa, quando ha preso il controllo della città; sebbene poi molti si siano irritati per il governo brutale del gruppo.

I curdi reclamano parti di Mosul, altre minoranze come gli yazidi, gli assiri e i caldei rivendicano aree dentro o vicino a Mosul come storicamente parte delle loro terre natie. Per tutto questo gli americani stanno cercando di limitare i ruoli dei curdi e delle forze sciite, anche se queste forze sono tra le più competenti militarmente.

L’unità delle forze offensive durerà?

Le differenti fazioni hanno dunque  visioni divergenti e competitive di quello che l’Iraq dovrebbe essere.

I sunniti vedono un governo centrale forte come una minaccia per i leader locali di controllare le aeree locali e per ottenere supporto finanziario dal governo centrale.

I curdi aspirano ad un alto grado di decentralizzazione se non completamente indipendenza e vogliono controllare le aree popolate dai curdi anche quando i curdi sono insieme alla popolazione araba irachena.

I gruppi sciiti iracheni credono che la loro comunità, la più grande dell’Iraq, dovrebbe governare il paese e molti  politici sciiti dipingeranno ogni concessione alla minoranza sunnita come una svendita ai terroristi e ai loro sostenitori.

Il collasso del prezzo del petrolio e la corruzione irachena insieme alla cattiva gestione economica in generale rendono difficile per il governo riconoscere i sostenitori.

Alla diminuzione della minaccia dello “Stato islamico” corrisponderà una continua lotta da parte delle fazioni irachene per ottenere ciò che vogliono.
Inoltre, il governo di Abadi non ha un forte sostegno in tutte le comunità irachene e i sunniti locali e i curdi vorranno un più alto grado di autonomia.

Qualcosa che non si può controllare: 

il 23 ottobre, l’esercito iracheno e i peshmerga* dovevano lanciare attacchi simultanei sullo “Stato islamico” dagli assi di avanzamento, ma l’esercito iracheno semplicemente non ha attaccato. Non è chiaro il motivo.

Con un significato potenzialmente più grande: gli Stati Uniti hanno poca potenza aerea nella regione per soddisfare tutte le necessità richieste per il suo supporto alle forze di terra. Il 20 ottobre, gli Stati Uniti non hanno fornito alcun supporto aereo alle forze curde. Non è chiaro il perché, ma il personale americano sul campo si lamenta del fatto che semplicemente non ci sono abbastanza tempi aerei disponibili. Questo potrebbe rivelarsi un problema importante nel momento in cui i curdi e gli iracheni avanzeranno lungo 5 assi di attacco. Siccome i curdi e gli iracheni sono diventati pericolosamente dipendenti dai bombardamenti americani per avanzare, la potenza aerea della coalizione sembra essere spinta in troppe direzioni per sostenere troppe operazioni, lasciando troppo poco per molti settori e niente per altri. E se fosse fatto apposta? Una vera e propria strategia americana? Continuate a leggere e vi spiegherò il perché.

Lo “Stato islamico” cercherà di trarre vantaggio da tutti questi problemi. Si prepara ad andare sul terreno per ricominciare la sua campagna di assassinii contro i leader sunniti che vede come collaboratori e altri avversari; strategia che utilizzò con successo dopo il 2011 dopo essere stato devastato dalla campagna di contro-terrorismo guidata dagli Stati Uniti. Il gruppo estremista e altri gruppi con simili ideologie prenderanno di mira gli abusi del governo e delle forze sciite facendo leva sulla generale insoddisfazione dei sunniti.

Quindi anche se la battaglia di Mosul ha successo militarmente, proclamare la vittoria sarebbe una mossa da evitare. Le vittorie potrebbero essere invertite o almeno minate, perché probabilmente lo “Stato islamico” utilizzerà la sua postura di gruppo terroristico transnazionale per lanciare attacchi in altri paesi.
Sebbene sia impossibile sapere con certezza le intenzioni del gruppo estremista, sembra che l’attacco a Kirkuk del 21 ottobre sia stato un attacco a lungo pianificato. Il gruppo è “famoso” per tentare la rappresaglia orizzontale: attaccare da qualche altra parte per compensare una perdita, come l’assalto a Ramadi dopo che la coalizione aveva ripreso Tirkit nel 2015.

I piani post liberazione? Mistero!

Uno degli aspetti più sorprendenti e forse tragici dell’operazione è che si conosca poco o niente di piani post-liberazione: per la sicurezza, il governo e la ricostruzione di Mosul.

Nessuna della parti curde, nessuno dei gruppi iracheni coinvolti nell’operazione, né i turchi né la forza di Mobilitazione Popolare sono consapevoli che ci sia un piano specifico a riguardo. Tutti dichiarano di aver ricevuto istruzioni in termini generali e non gli è stato chiesto di firmare un piano più dettagliato. I curdi si sono accordati per tenere i peshmerga a diversi chilometri di distanza dalla città e lasciare l’assalto in sé alle forze di sicurezza irachene. Ai leader di altri gruppi che parteciperanno all’operazione sono stati assegnati settori di assalto e fornite direttive su cosa gli altri faranno per prendere la città, ma niente su quello che accadrà quando la città sarà presa.
Tutto ciò sembra suggerire che gli Stati Uniti hanno deciso di permettere al governo iracheno di prendere la guida del post liberazione di Mosul e gestire la situazione. Mossa che contiene considerevoli rischi. Il governo iracheno ha mostrato solo una modesta capacità di condurre questo tipo di operazioni. L’entità dell’operazione e la necessità di seguire le manovre correnti simultaneamente da altre parti potrebbe far inabissare le capacità del governo iracheno. Inoltre, perseguire questo tipo di approccio potrebbe anche dire giocare a dadi con i vari attori al di fuori del pieno controllo del governo iracheno: Hashd ash-Shaabi, Atheel al – Nujayfi – le guardie di Nivive – varie tribù sunnite, il partito dei lavoratori curdi, i turchi. In assenza di un piano concordato e condiviso che da ad ognuno di questi attori una missione ben definita e i confini sia geografici che operativi, alle loro attività ognuno potrebbe scegliere di prendersi tutto quello che vuole.

La domanda che ci si pone è se lo “Stato islamico” resisterà a Mosul per mesi come ha fatto a Fallujah e a Ramadi o si scioglierà senza apporre una forte e sostenuta resistenza.

Lo “Stato islamico” sembra essere acutamente cosciente dell’esistente battaglia che affronta contro i peshmerga, le tribù arabe sunnite della provincia di Ninive, le forze regolari e le milizie sciite. Il gruppo estremista islamico mostra segnali di voler di lanciare una nuova ondata di terrore con contro-attacchi e con autobomba e attacchi suicidi.
Sembra abbastanza probabile che lo “Stato islamico” cerchi di creare una guerra civile etnico-settaria in Iraq mandando uomini e donne suicida nei luoghi religiosi sciiti e nelle moschee e nei territori disputati come Kirkuk e quelli tra Erbil e Baghdad.
Analizzando la prima settimana dell’operazione di Mosul si nota che per ritardare l’avanzata del nemico nel centro di Mosul, lo “Stato islamico” ha fatto ricorso, nei villaggi vicini, ai cosiddetti attacchi “colpisci e scappa”. Più di 20 attacchi con veicoli bomba sono stati registrati nella periferia di Mosul dall’inizio dell’operazione. Per lasciare senza poteri la massa delle forze della coalizione intorno a Mosul, il gruppo estremista islamico li ha distratti con operazioni a Kirkuk e a Rutbah, che senza dubbio hanno un alto valore simbolico. In breve: lo “Stato islamico” è determinato a rimanere e combattere.

La leadership militare dello “Stato islamico” aderisce a strategie militari razionali, in contrasto con i suoi militanti sul terreno, che sono motivati da ideologie salafiste/jihadiste con una visione apocalittica.

Abbiamo visto quanto siano razionali i comandanti militari del gruppo estremista, quando il 16 ottobre, invece di cercare di difendere l’importante simbolo di Dabiq contro l’assalto del Free Syrian army appoggiato dalla Turchia, si sono ritirati verso al-Bab. Il comando militare dello “Stato islamico” ha agito razionalmente durante il loro periodo di difensiva da gennaio a giugno e stanno agendo razionalmente adesso che sono sotto una pesante pressione.

Dunque, se è questo il caso cosa dice il pensiero militare razionale per Mosul?

Molto semplice: difendere più che puoi. Minare le intenzioni offensive del nemico. Dettare il ritmo. Rendere il combattimento statico. Espanderlo su un lungo periodo in modo da rompere la coesione del nemico che già appare come un assortimento di forze. Se non c’è necessità di ritirarsi, non esitare a raggrupparsi organizzarsi e colpire di nuovo.

Con questa linea di pensiero molto probabilmente lo “Stato islamico” resisterà a Mosul il più a lungo che potrà e poi evacuerà la città in fasi e muoverà la sua forza principale a Deir ez-Zor e Raqqa o nel terreno rurale popolato dai sunniti di Diyala.

Non sembra che il gruppo estremista islamico sia pronto a concedere Mosul facilmente. Un’indicazione che il gruppo intende combattere duramente per Mosul, ci è fornita dall’esecuzione di 60 prigionieri e dal divieto di cellulari e connessioni internet.
Poi c’è l’ampia realtà di centinaia di posizioni di combattimento del gruppo fortificate da bombe sulla strada, tunnel, cecchini e uomini e donne suicida.
Se i militanti dello “Stato islamico” non potranno porre fine all’assedio di Mosul con la loro resistenza, si faranno la barba, si mescoleranno ai civili e ai combattenti stranieri e si ritireranno in altri luoghi per riorganizzarsi. Il terreno rurale di Diyala, con le sue caratteristiche desertiche, le sue colline, fornisce un luogo ideale per riorganizzarsi.
Se lo “Stato islamico” perdesse Mosul,  la Siria, l’Iraq e il resto del mondo devono essere pronti ad avere a che fare con il fenomeno dello “Stato islamico” senza Stato e con un territorio in diminuzione. Ci si dimentica della parte transnazionale del gruppo e si sottovaluta forse l’incremento delle attività di propaganda  in paesi vicini come la Giordania e la Turchia a seguito di perdite di territorio. Lo “Stato islamico” potrebbe, verosimilmente, spostare le proprie attività in Turchia per addestrare e esportare cellule in altri paesi.

Sembra probabile che se perdesse Mosul, il gruppo modificherà la sua strategia di combattimento e si attivi in modalità “clandestina” incoraggiando le sue operazioni di propaganda nel cyberspace e sposti le attività di addestramento in Giordania e in Turchia mentre incrementerà gli atti di terrore per veicolare il messaggio: “siamo ancora forti”.

Se lo “Stato islamico” diventasse più un’organizzazione terroristica “clandestina”, potrebbe diventare un proxy rilevante nello sviluppo della lotta di potere Stati Uniti-Russia in Siria ed Iraq.

Gli Stati Uniti fanno il doppio gioco?

Gli Stati Uniti vedono che con il coinvolgimento della Russia, l’esercito siriano ha svolto meglio i suoi compiti e sta per porre fine alla battaglia di Aleppo. Per indebolire i militari russi e degradarli economicamente, gli Stati Uniti potrebbero mettere in pratica l’opzione di non annientare lo “Stato islamico” a Mosul, ma lasciare che si ritiri in Siria attraverso il fianco occidentale di Mosul, che è stato lasciato aperto. Se questo schema funzionasse, i combattenti dello “Stato islamico” si riorganizzerebbero a Raqqa – Deir ez-Zor così da formare una linea difensiva tale da impedire alle forze del presidente siriano Assad di attraversare l’est della linea Aleppo – Palmira.
Gli Stati Uniti permettendo ai militanti dello “Stato islamico” di ritirarsi in Siria da Mosul potrebbero sperare di utilizzare l’organizzazione per erodere le vittorie militari della Russia e del regime di Assad.
Ci si chiede se gli Stati Uniti non stiano ridisegnando un nuovo Afghanistan in Siria per esaurire militiarmente ed economicamente la Russia.

* il nome si traduce in “coloro che affrontano la morte”. Sono i combattenti curdi nel nord dell’Iraq. Quindi non è necessario scrivere “peshmerga curdi” perché la parola “peshmerga” indica già chi sono.

Condividi
Agosto 20

Burkini versus bambino ferito e bombe come se piovesse

Burkini versus bimbo ferito e bombe a gogo

Mentre in Europa si discute sul burkini, in Siria si continua a bombardare tutto e tutti con la scusa di combattere lo “Stato islamico”.

Vi propongo una riflessione diversa, un modo di guardare il mondo con un occhio meno populista e più attento.

Mentre in Europa si fa un gran parlare del burkini e si fa una gran confusione sul modo di coprirsi delle donne di fede musulmana, in Siria si ripete ogni giorno, il dramma di una guerra civile senza fine. Qualche giorno fa è comparso il video e la foto di un bambino coperto di polvere, ferito in Siria, ad Aleppo.

Il burkini versus bimbo ferito

Quel video e quella foto, che io non pubblicherò per rispetto del minore, è stata diffusa da un gruppo di attivisti siriani. Un modo duro, crudo, per sensibilizzare il mondo intero cieco e drammaticamente lontano da quello che avviene in Siria. Molti hanno pensato che quella foto fosse un oltraggio al minore, uno sciacallaggio, un pretesto per qualche minuto di notorietà.

Vi propongo la mia visione della storia.

Stando ai numeri che vi mostro in questa tabella,

Burkini versus bambino ferito e bombe a gogo

 

da quando è iniziata la guerra civile sono morti a causa dei bombardamenti quasi 6000 bambini, il che mi sembra, non so a voi, un numero decisamente elevato.

Diffondere la foto di un bambino vittima di un bombardamento aereo, che può definirsi sproporzionato, non necessario su un edificio civile ad Aleppo, (violazione delle regole stabilite dal diritto internazionale umanitario) resta uno dei pochi modi rimasti per scuotere le menti dei potenti.

Personalmente non credo che le menti dei potenti si scuotano o che le loro coscienze possano avere un cedimento. Ho sentito diverse volte, nel mio ruolo di consulente di politica internazionale, la tragica frase: “se l’obiettivo militare prevede che ci siano delle vittime, beh è il prezzo da pagare per raggiungere l’obiettivo“.

Possiamo ragionare all’infinito sull’orrore della guerra, ma esistono delle regole precise per cui la guerra non può diventare il luogo dove tutti fanno un po’ quello che gli pare.
Bombardare ospedali è diventato oramai da fatto illecito nel diritto internazionale umanitario, un fatto all’ordine del giorno in molti paesi. Non distinguere più tra combattente e non combattente, altra circostanza a cui oramai nessuno ci fa più caso. Ed è proprio questo non farci caso, questo volersi chiudere gli occhi che fa scivolare l’intera umanità verso un baratro di menefreghismo totale.

Gli aiuti umanitari che non riescono ad arrivare alla popolazione siriana, perché dall’inizio del mese non è stato permesso a nessun convoglio di raggiungere le aeree assediate, questo non riempie nessuna pagina di giornale, di telegiornale, di quotidiano.

La Russia che continua allegramente a fare come le pare, addirittura utilizzando una base aerea iraniana per  le missioni di bombardamento in Siria, in palese violazione della risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza che vieta la fornitura, vendita o trasferimento di aerei da combattimento all’Iran a meno che non sia approvato in anticipo dal Consiglio di Sicurezza. Ci si accontenta della dichiarazione del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov che asserisce che gli aerei sono utilizzati dalle forze aeree russe con il consenso dell’Iran nel quadro dell’operazione anti- terrorismo in Siria su richiesta del governo “legale” siriano.

Ora ci sarebbe da chiedersi se questa operazione contro lo “Stato islamico” considera “terrorista” ogni uomo, bambino, donna, civile, membro dell’opposizione ad Assad, malato.

E il burkini?

Prima di tutto chiariamoci le idee sui tipi di velo utilizzati in diversi paesi.

HIJAB

hijab

copre capelli e collo. (Utilizzato prevalentemente in Egitto, Tunisia, Marocco, Algeria. Personalmente l’ho visto spesso indossato dalle donne pakistane)

 

 

NIQAB

niqabvelo che copre il volto della donna e che lascia gli occhi scoperti. (Utilizzato prevalentemente in Arabia Saudita, Yemen, Emirati Arabi Uniti).

 

 

 

BURQA

burqaper lo più azzurro, con una griglia all’altezza degli occhi, copre interamente il corpo della donna. (Utilizzato prevalentemente in Afghanistan)

ABAYA

abayalungo dalla testa ai piedi, leggero ma coprente, lascia completamente scoperto il volto. (Utilizzato prevalentemente nei paesi del Golfo Persico)

CHADOR

chadorgeneralmente nero, indica sia un velo sulla testa, sia un mantello su tutto il corpo. (Utilizzato prevalentemente in Iran)

Se solo si fosse pronunciata la parola sicurezza

Piuttosto che trattare la questione del lato dell’integrazione, se non altro perché in Italia esiste (grazie al cielo) la libertà di culto, sarebbe stato auspicabile che i termini si fossero sviluppati sulla sicurezza, sulla necessità che almeno il viso sia scoperto.

Il problema a mio avviso è che molti si accontentano di spiegazioni sbrigative, di commenti superficiali che possano contribuire al pensiero distorto che si ha su determinate situazioni. Commenti che possano avvalorare le personali tesi, piuttosto che criticarle o peggio ancora metterle in dubbio.

Io sono una sognatrice e continuerò a sognare che questo mondo possa risalire da questo burrone di banalità e superficialità.

Condividi
Luglio 20

Erdogan: l’asso piglia tutto. Chi perde è la democrazia.

Erdogan

Se avete applaudito al fallito coup in Turchia sappiate che chi ha perso è la democrazia.

Non c’è nessuna ragione per pensare che la democrazia in Turchia sia rafforzata perché il coup d’état è fallito. Erdogan ha risposto epurando tutti i suoi nemici, reali ed immaginari, e spingendo sull’acceleratore di nuovi poteri che porteranno la reputazione della Turchia indietro di secoli, così come la sua economia e la sua capacità di essere stato leader, costruttivo per la Regione.

Erdogan ha vinto la Turchia ha perso

Per qualche tempo le tensioni in Turchia si sono dipanate attorno ai piani ambizioni di Erdogan di espandere i poteri della presidenza. Le sue mosse sempre più crescenti ed insistenti di eliminare l’opposizione e di espandere la sua autorità hanno iniziato a preoccupare seriamente molti. Ci si chiede se la Turchia possa essere l’eccezione alla regola che dice che i paesi con una forte classe media non riescono a far  regredire le dittature.
La Turchia ha fatto esperienza di quel tipo di sfide che forzano i leader a rafforzare la loro presa: multipli attacchi terroristici contro locali pubblici e turistici. Di nuovo in guerra con i curdi del PKK (Kurdistan Workers Party), i milioni di rifugiati siriani.
L’ascesa di un partito islamico come quello di Erdogan: Justice and Development Party (AKP) è stato un anatema per i militari che si vedono come il bastione del secolarismo e i guardiani della democrazia. Tuttavia Erdogan nel suo primo anno in carica ha efficacemente ri-bilanciato le relazioni civili – militari, facendo in modo che non avessero più desiderio di inserirsi di nuovo nella vita politica del paese.

Alcune curiosità sul coup

Questo coup non ricade nella dicotomia “secolare contro religioso” della moderna Turchia. Ci si sarebbe aspettati che i cospiratori del coup fossero particolarmente preoccupati dall’agenda islamica di Erdogan, ma non è stato questo non il caso. Sembra, piuttosto che abbiano agito perché il governo stava per purgare i militari e i supposti sostenitori di Fethulah Gulen, un influente religioso/uomo d’affari (vive negli Stati Uniti) che una volta era un alleato di Erdogan, ma adesso è considerato come un nemico dello Stato. Così questi militari hanno agito apparentemente per prevenire ogni mossa contro i “gulenisti”.

Erdogan è l’asso piglia tutto

I numeri di questa epurazione ci suggeriscono che il governo è stato a lungo impegnato a scrivere una lista dei suoi nemici per poterne tirare fuori una come questa:
– 3,000 giudici
– 8,000 ufficiali di polizia
– 3,500 soldati
– 120 generali e ammiragli
– 492 religiosi
– 257 funzionari nell’ufficio del Primo Ministro.

Un secondo aspetto ironico della vicenda è che sia i militari che i media turchi (spesso assediati) hanno aiutato a invertire il coup. I primi  hanno aiutato Erdogan a scappare da un resort di vacanze solo pochi minuti prima che i carri armati bloccassero le strade e i media hanno permesso che il presidente diffondesse il suo messaggio di mobilitazione al pubblico attraverso i social media sulla televisione nazionale. Militari e media sono due istituzioni per cui Erdogan ha personalmente mostrato disdegno ed ha sempre cercato di diminuire la loro influenza.
Un’altro aspetto tristemente ironico è il grande costo economico di questa crisi. Il successo politico di Erdogan nella scorsa decade e mezza si è basato sulla sua promozione della Turchia come centro globale per il commercio ed il turismo; sulla responsabilizzazione di piccoli imprenditori che non erano parte dell’elite.

Le ferite che si è auto – inflitto per la sua ambizione presumibilmente porteranno dolori economici per lungo tempo a molti dei suoi sostenitori. Il settore turistico è già stato colpito da attacchi terroristici e dal boicottaggio russo, la nuova incertezza politica aggraverà il problema.

Alcuni dei suoi vicini non democratici preferirebbero un leader forte decisivo.

Ed ecco quindi che dopo le prime celebrazioni del coup fallito, maldestramente fatte anche dal Presidente del Consiglio italiano, si sostituiscono alla sensazione che la Turchia dovrà combattere per riottenere il suo equilibro democratico.

Condividi
Aprile 6

Iraq: i civili tra l’avanzata delle forze irachene e l’ISIS

Iraq

Iraq: civili che restano intrappolati tra l’avanzata delle forze governative e l’ISIS, paralisi politica e crisi finanziaria. Si pensa all’ISIS, ma chi pensa alla ricostruzione dell’Iraq?

Ci si dimentica facilmente di ciò che non è vicino a noi e così dell’Iraq, dove si combatte per liberare le città dall’ISIS, non si parla più. Eppure proprio la settimana scorsa, decine di centinaia di civili iracheni sono rimasti intrappolati tra l’avanzamento delle forze governative nella battaglia contro lo stato islamico nella provincia occidentale di Anbar. Così come rivela il portavoce del contro – terrorismo iracheno al The Guardian, i civili sono letteralmente intrappolati tra le linee delle forze governative e gli estremisti.

I civili nel mezzo dei due fronti di combattimento

Iraq

La scorsa settimana gli attacchi aerei della coalizione sono stati circa 17. I comandanti preparano i piani di evacuazione per le famiglie, le forze irachene lanciano volantini per informare i civili di quali strade possono percorrere in maniera sicura, ma pare che questo non sia sufficiente a prevenire che i civili restino intrappolati.

L’ISIS però aveva già dimostrato, nella battaglia di Ramadi, che all’avanzamento delle forze governative irachene loro indietreggiavano e prendevano in ostaggio civili, rallentando significativamente l’avanzamento delle truppe di terra. Mentre il centro di Ramadi è stato dichiarato sotto il controllo del governo lo scorso dicembre è stato soltanto due giorni dopo che le forze irachene e della coalizione hanno potuto dire che la città era pienamente liberata.

L’ Iraq rivuole Mosul

Le forze militari irachene stanno facendo quel genere di operazioni che la coalizione a guida americana definisce: shaping operations” prima di pianificare l’offensiva per riprendere Mosul. Le forze irachene sono riuscite a spingere fuori l’ISIS da alcuni villaggi vicino a Makhmour. La settimana scorsa si è celebrata la vittoria della “riconquista” della città di Kubaisa nella provincia di Anbar dalle mani dell’ISIS.

Iraq
Gli Stati Uniti hanno impiegato assetti aggiuntivi in Iraq l’artiglieria a Makhmur e sistemi avanzati lancia missili. Ci sono circa 5000 soldati americani in Iraq.

La paralisi politica

Il primo ministro Abadi ha commesso un bel po’ di passi falsi: non si è consultato con i personaggi influenti prima di annunciare la sua agenda di riforme. Ha ripetuto lo stesso errore annunciando un rimpasto di governo, vedendosi svanire nel nulla il suo sforzo perché osteggiato da vari partiti politici in particolare dai gruppi sciiti rivali.
Lo staff del primo ministro sta lavorando su una serie di riforme politiche ed economiche di lungo termine, le riforme strutturali sebbene necessarie richiedono inevitabilmente un lungo periodo di tempo prima che possano mostrare dei risultati.
La riconciliazione tra sunniti e sciiti rimane fievole. Il presidente Fuad Massoum ha riunito un comitato sulla riconciliazione per cercare di spingere in avanti il processo, ma il comitato si incontra raramente e quando lo fa non raggiunge che poco. I leader sunniti sono contenti della volontà di Abadi di decentralizzare l’autorità e le risorse ai governatori delle province di Anbar e di Salah al – Din per aiutare la ricostruzione di Ramadi e Tikrit, ma continuano a guardarlo con sospetto, temendo che queste risorse sostituiscano la possibilità di avere un posto al tavolo a Baghdad.
La leadership sunnita rimante fortemente frammentata, ma il governo fa pochi sforzi per unificarli.

La crisi finanziaria dell’Iraq rimane acuta risultato di prezzi del petrolio persistentemente bassi. Inoltre, le frustranti lungaggini burocratiche e l’aumento di problemi di sicurezza nel sud Iraq (risultato dello spostamento delle forze di sicurezza irachene a nord, per combattere l’ISIS), hanno creato grandi problemi alle compagnie petrolifere internazionali che operano nel sud del paese.
L’Iraq sta negoziando con il Fondo Monetario Internazionale un aiuto finanziario che dovrebbe ammontare complessivamente a più di 9 miliardi di dollari.

Se solo si implementasse la famigerata PHASE IV

E’ un fatto assolutamente acclarato e più volte sottolineato dagli analisti politici di tutto il mondo che la vittoria contro lo stato islamico potrebbe risultare effimera se non si crea un contesto politico che traduce le vittorie militari tattiche in obiettivi politici.
Si parla di Mosul, di toglierla dalle mani dell’ISIS, ma non si è mai sentito parlare di un piano di ricostruzione e stabilizzazione. Ricordiamoci che la famosa fase IV dei piani cioè quella appunto di ricostruzione e stabilizzazione nell’invasione dell’Iraq del 2003, non era stata evidentemente articolata e meno che mai fornita delle risorse necessarie, visto il catastrofico fallimento del post invasione nei successivi 3 anni. Non metto in dubbio che la fase sia stata pianificata effettivamente dai militari, ma evidentemente mai realizzata dalla parte civile, quando i militari si sono ritirati. Il ritorno alla guerra civile nella metà del 2014 è il risultato inevitabile di questi fallimenti, di entrambe le parti, civile e militare. Se si sta pianificando la riconquista di Mosul, e allora costruiamo un piano per la fase successiva, dandogli le risorse adeguate, piano che sarebbe stato meglio pianificare nello stesso momento in cui si pensava di riprendere Mosul.
Il grave problema è che il compito della missione della coalizione, della campagna militare, è quello di distruggere l’ISIS. Stabilizzare l’Iraq sembra essere un compito meno importante, e questo vuol dire meno risorse e meno attenzione. Forse sarà che è difficile imparare dal passato, ma il fatto di distruggere l’ISIS non significa automaticamente che tutti gli estremisti cadano in un buco nero, spazio – tempo, ma potrebbe presumibilmente verificarsi la nascita di una nuova formazione estremista, proprio dalle sue ceneri come fu per AQI (al Qaeda in Iraq) e poi ISIS.

La stabilizzazione e la ricostruzione è quella in cui il fulcro sono i civili. Le città, prima conquistate dall’ISIS, soggiogate ai suoi dettami, poi riconquistate dalle forze governative, non possiamo certo immaginare che non abbiamo bisogno di risorse specifiche o che siano intonse come quando furono costruite.

Condividi
Marzo 21

I russi fuori dalla Siria: sarà vero?

russi

L’intervento dei russi in Siria ha: addestrato le proprie truppe e ha dimostrato che Mosca è un attore importante nella regione. Il contingente russo che resta non solo è capace di sostenere una guerra, ma di ripristinare la campagna militare ad un cenno di Putin.

L’intervento militare dei russi in Siria ha due scopi fondamentali. Prima di tutto, prevenire la sconfitta militare di Assad e sostenere il regime. Inoltre, perché Mosca possa giocare un ruolo da attore principale nella soluzione della guerra civile in Siria e ancora di più all’interno della regione.

Ritiro russo solo parziale

e con una tempistica non specificata.
La base navale a Tartus e la base aerea a Khmeimim rimarranno pienamente operative, controllate dai russi e sorvegliate dai moderni sistemi di difesa aerea S-400. I consulenti ed istruttori militari russi resteranno nel paese e, secondo alcune stime, Mosca terrà fino a 1000 soldati sul terreno. La fornitura di armi al regime di Assad continuerà.
L’intervento russo ha significativamente indebolito l’opposizione. Assad ha solo ripreso una piccola parte del territorio che aveva perso l’anno prima dell’intervento russo e con le forze del regime impegnate in tanti fronti, sarebbe improbabile per Assad vincere la guerra.

russi

Un altro punto interessante del ritiro russo è la “relazione” tra Assad e Putin. Proprio perché è curiosa la circostanza per cui Assad, qualche settimana fa, dichiara che vuole riconquistare tutta la Siria e la Russia si ritira. Sembra proprio invece che Mosca voglia recapitare una busta ad Assad con un messaggio: “proteggiamo il territorio, ma non andremo oltre. Devi negoziare un accordo”. Una delle circostanze che ha indispettito Putin è stata l’emanazione del decreto presidenziale di Assad sulle elezioni parlamentari ad aprile. Questa azione è stata vista con tutta probabilità da Mosca come una decisione volta a rovesciare il cronogramma stabilito dagli accordi di Vienna. Il furbetto Assad si è dimostrato il tipo di alleato troppo costoso da mantenere nel lungo periodo.

Gli obiettivi russi

Il principale obiettivo dell’intervento dei russi in Siria è stato quello di garantire a Mosca ed al suo alleato Assad una sedia al tavolo di negoziazione. Prima dell’intervento russo l’occidente parlava della partenza di Assad come precondizione per i colloqui di pace. Se allarghiamo la nostra lente e guardiamo la situazione da un punto di vista più ampio scopriamo che con questo intervento militare i russi hanno dimostrato quanto siano importanti, decisivi, come attori nella regione. Mosca si presenta come l’attore che “risolve” e può incanalare i colloqui di Ginevra come meglio gli aggrada. Che si pensi che Putin è un opportunista tattico o che abbia una precisa strategia, ha raggiunto un obiettivo strategico: rendere la Russia geo – politicamente rilevante, forzando l’Occidente a tenere in considerazione gli interessi russi.

Un altro obiettivo raggiunto dai russi è stato quello di fornire un addestramento cruciale per le truppe di Mosca qualora Putin voglia condurre altre operazioni militari, che siano in Ucraina o in qualche vicino “scomodo”.

E, non da ultimo questo intervento e il conseguente ritiro possono essere venduti all’opinione pubblica russa come una vera e propria vittoria.

Il ritiro russo è solo formale

Alcuni aerei sono tornati in Russia, ma non sappiamo attualmente quanti ce ne siano perché arrivano altri, nuovi. Inoltre, non ci sono numeri di quanti erano all’inizio dell’intervento militare. È stato stimato che c’erano tra le 3 e le 6 mila truppe russe in Siria  e quello che sappiamo ora è che i russi hanno lasciato truppe a sufficienza per supportare logisticamente le loro forze  alla base aerea a Khmeimin e al porto di Tartus

Più importante: il dispiego di dispositivi d’arma così detti area denial weapon cioè quei dispositivi che servono a prevenire la creazione di corridoi umanitari o no – fly zone sono tutti rimasti. Le forze russe che monitorano e dominano lo spettro elettromagnetico sono rimaste.

russi

Anche i più avanzati velivoli SU – 35 e SU – 30 sono lì. I loro consulenti e l’artiglieria, i decisivi fattori sul terreno stanno ancora guardando il campo di battaglia siriano preparati a cosa debba avvenire dopo. 

Il contingente russo che resta non solo è capace di sostenere una guerra, ma di ricostruire la sua campagna militare ad un cenno d’ordine del presidente Putin. Mantenendo la sua capacità di area denial weapon contro l’occidente e la Turchia, si assicura che non ci siano sforzi per rovesciare il bilancio di potere sul campo di battaglia. Manda un chiaro messaggio alla Turchia e agli altri: la Russia continuerà ad assicurare che nessuno possa capovolgere la sua vittoria o minare il suo peso “riconquistato” nel sistema internazionale.
Un altro importante gruppo di attori non è definitivamente partito dal campo di battaglia siriano: le centinaia di truppe del Revolutionary Guard Corps iraniane, i combattenti di Hezbollah, un certo numero di milizie sciite provenienti dall’Iraq e dal Pakistan.

Se la vogliamo mettere proprio in termini semplici semplici: la presenza significativa di aerei russi non era più necessaria.
.

Condividi
Febbraio 19

Guerre civili: fallimento del sistema degli stati

guerre civili

Il problema principale nel Medio Oriente è il fallimento dei sistemi di stato arabi nel dopoguerra, lo scoppio delle guerre civili è diventato il secondo problema principale,  egualmente importante.

I conflitti in Libia, Siria, Iraq e Yemen, hanno preso una loro vita, diventando motori di instabilità che adesso pongono una più grande minaccia sia ai popoli della regione che al resto del mondo. Le guerre civili hanno la brutta abitudine di tracimare sui loro vicini. Vasti numeri di rifugiati attraversano le frontiere, come lo fanno, di meno, ma non meno problematici, un certo numero di terroristi e di altri combattenti armati. Così passano le frontiere anche le idee di promuovere la militanza, la rivoluzione e la secessione. In questo modo, gli stati vicini possono essi stessi soccombere all’instabilità o anche al conflitto interno. Studiosi ci indicano che il più grande predittore che uno stato farà esperienza di una guerra civile è se confina con un paese che ne è già coinvolto.

Le guerre civili hanno anche la brutta abitudine di estrarre qualcosa dai paesi vicini. Cercando di proteggere i loro interessi e per prevenire ripercussioni, gli stati, tipicamente, scelgono particolari combattenti da appoggiare. Ma questo li porta in un conflitto con altri stati vicini che sostengono a loro volta i loro favoriti. Anche se questa competizione rimane una guerra “proxy”, può assorbire energie politiche ed economiche, anche rovinose. Nel peggiore dei casi, il conflitto può dare vita ad una guerra regionale, quando uno stato è convinto che il suo proxy non sta facendo il proprio lavoro, manda le sue truppe. Per avere la prova di questa dinamica non bisogna andare tanto lontano quanto l’intervento a guida saudita nello Yemen o le operazioni militari iraniane o russe in Siria ed Iraq.

E come se il fallimento del sistema degli stati arabi del dopoguerra e lo scopguerre civilipio di 4 guerre civili non fosse stato abbastanza, gli Stati Uniti si sono allontanati dalla regione. Il Medio Oriente non è stato senza un grande potenza supervisore, di un tipo o di un altro, dalle conquiste ottomane del sedicesimo secolo.

Questo non suggerisce che l’egemonia esterna è sempre stata genuinamente buona; non lo era. Ma spesso ha giocato un ruolo costruttivo di mitigazione dei conflitti. Buono o cattivo, gli stati della regione sono cresciuti abituati ad interagire l’uno con l’altro con una terza parte dominante nella stanza, figurativamente o spesso letteralmente.

Il ritiro degli Stati Uniti ha forzato i governi ad interagire in un nuovo modo, senza la speranza che Washington avrebbe fornito una via cooperativa per i dilemmi della sicurezza seminati nella regione. Il disimpegno degli Stati Uniti ha fatto temere a molti stati che altri diventassero molto aggressivi senza gli Stati Uniti che li avrebbero frenati. Questa paura li ha fatti agire aggressivamente, che di conseguenza, ha dato via, a turno, a contro mosse, ancora con l’aspettativa che gli Stati Uniti non guarderanno né la mossa originale né la risposta. La dinamica è cresciuta in maniera più acuta tra l’Iran e l’Arabia Saudita, il cui scambio di diplomazia tit – for tat è cresciuto più vituperoso e violento. I sauditi hanno preso l’iniziativa di intervenire direttamente nella guerra civile nello Yemen conto la minoranza Houti, che loro considerano essere un proxy iraniano che li minaccia nel loro fianco a sud.

Anche se il Medio Oriente sbanda verso il fuori controllo, l’aiuto non è per via. Le politiche dell’amministrazione Obama non sono disegnate per mitigare i suoi problemi reali: la regione da quando Obama è in carica è scivolata sempre più verso il peggio e non c’è ragione di credere che andrà meglio prima che finisca il suo incarico.

La storia delle guerre civili ci dimostra che è estremamente duro contenere le ripercussioni ed il Medio Oriente di oggi non fa eccezione. L’eco della guerra in Siria ha aiutato a far tornare l’Iraq nella guerra civile. A turno, le ripercussioni delle guerre civili in Siria ed Iraq hanno generato una guerra civile di basso livello in Turchia e minaccia di fare lo stesso in Giordania ed in Libano. Le ripercussioni della  guerra in Libia stanno destabilizzando l’Egitto, il Mali e la Tunisia. Le guerre civili irachena, siriana e yemenita hanno risucchiato l’Iran e gli stati del Golfo in una feroce guerra proxy in tutti e tre i campi di battaglia. Rifugiati, terroristi e radicalizzazione traboccano da tutte queste guerre e creano nuovi dilemmi per l’Europa ed il nord America.

Guerra civile: curare le cause e non le conseguenze

E’ effettivamente impossibile eradicare i sintomi delle guerre civili senza trattare le malattie che sono alla base. Non importa quante migliaia di rifugiati l’Occidente accetti, finché le guerre civili si trascineranno, milioni ne scapperanno. E non importa quanti terroristi verranno uccisi, senza una fine alle guerre civili, molti più giovani uomini diventeranno terroristi. Negli ultimi 15 anni, la minaccia del jihadismo salafita è cresciuta in ordine e magnitudo malgrado i danni inflitti ad Al Qaeda in Afghanistan. Nei posti scossi dalle guerre civili, i rami del gruppo, incluso l’ISIS, trovano nuove reclute, nuovi santuari e nuovi terreni di jihad.

Contrariamente alla saggezza convenzionale, è possibile per una terza parte risolvere una guerra civile. Studiosi delle guerre civili hanno trovato che in circa il 20% dei casi dal 1945 e approssimativamente il 40%dei casi dal 1995, un attore esterno è stato in grado di rendere possibile un tale risultato. Farlo non è semplice, ovviamente, e non deve essere rovinosamente costoso come ad esempio l’esperienza degli Stati Uniti in Iraq.

Guerra civile: 3 passi per farla finire

Mettere fine ad una guerra civile richiede che la potenza che interviene realizzi tre obiettivi:

1) cambiare le dinamiche militari in modo che nessuna delle parti in guerra creda che possa vincere militarmente e nessuno abbia paura che i suoi combattenti siano uccisi una volta che depongano le armi;

2) deve forgiare un accordo di condivisione del potere tra i vari gruppi così che tutti abbiano una partecipazione equa nel nuovo governo;

3) deve porre in essere istituzioni che rassicurino tutte le parti che le prime due condizioni siano durature.

La storia però ci mostra che quando le potenze esterne si allontanano da questo approccio oppure gli dedicato risorse inadeguate, i loro interventi inevitabilmente falliscono e tipicamente rendono il conflitto più sanguinoso, lungo e meno contenuto.

Lguerre civili‘odierna campagna militare degli Stati Uniti contro l’ISIS in Iraq e in Siria condurrà allo stresso risultato della sua precedente contro al Qaeda in Afghanistan: possono danneggiarli molto, ma a meno che non finisca il conflitto che li sostiene, il gruppo si trasformerà e si diffonderà e alla fine avrà successo come il “figlio di ISIS”, come è successo all’ISIS che era figlio in qualche maniera di Al Qaeda.

Stabilizzare il Medio Oriente richiede un nuovo approccio, uno che attacchi le radici dei problemi della regione e sia sostenuto da risorse adeguate. La priorità dovrebbe essere far finire le odierne guerre civili. In ogni caso, sarà  necessario prima di tutto cambiare le dinamiche del campo di battaglia per convincere tutte le parti in lotta che la vittoria è impossibile. In tutte e quattro le guerre civili è necessario intraprendere maggiori sforzi politici indirizzati a forgiare accordi di equa distribuzione del potere.

Esempio siriano

In Siria, i colloqui di pace hanno fornito un punto d’inizio per una soluzione politica, ma non hanno fatto più di questo, perché le condizioni militari non favoriscono un reale compromesso politico. Né il regime di Assad né l’opposizione appoggiata dall’Occidente crede che possa permettersi di fermare i combattimenti e ognuno dei tre più forti gruppi di ribelli – Ahrar al – Sham, Jabhat al – Nusra e l’ISIS, rimane convinto che può raggiungere una vittoria totale. Così la realtà sui campi di battaglia cambia e poco può essere raggiunto ad un tavolo di negoziato. Se la situazione militare cambia, i diplomatici occidentali dovrebbero aiutare le comunità siriane a formare un accordo che distribuisce il potere politico ed economico che li benefici equamente.

E’ il fallimento dello stato – non gli attacchi esterni dell’ISIS, di Al Qaeda o dei proxy iraniani, che rappresenta la vera fonte dei conflitti che dilaniano il Medio Oriente oggi. Siria, Iraq, Yemen e Libia sono in disperato bisogno di assistenza economica e di infrastrutture. Ma prima di ogni cosa hanno bisogno di una riforma politica che eviti il fallimento dello stato. Qui, l’obiettivo non è la democratizzazione per se, ma dovrebbe essere una buona governance, nella forma della giustizia, della regola di legge, della trasparenza e dell’equa distribuzione dei servizi e dei beni pubblici.
Questi paesi sono in un disperato bisogno di aiuti economici, di incentivi finanziari, allora perché per una volta non si mette sul tavolo una proposta di aiuti economici che verranno dati SOLO quando sarà firmato un accordo di distribuzione del potere e cadenzati ad ogni risultato raggiunto per una buona governance? Se non si preme per le riforme: sociali economiche e politiche e non si mette in piedi un nuovo sistema statale, gli stessi vecchi problemi torneranno.

Condividi