Agosto 4 2022

Chi assicura la pace quando finisce la guerra?

Pace chi la assicura

Mettiamo il caso che le parti in conflitto trovino un accordo per far tacere le armi? E poi? Chi assicura che la pace duri nel tempo? Ci avete mai pensato?

Firmare accordi per portare la guerra ad una fine è un passo necessario, ma insufficiente verso una pace che duri nel tempo.
Il peacebuilding è concepito, oggi, come un processo composto da molti stadi indirizzati a rafforzare l’accordo di pace e ad avviare la riconciliazione delle comunità attraverso approcci che vanno dal capacity-building governativo allo sviluppo economico e alle riforme del settore della sicurezza e legale.
Ogni iniziativa è intesa come un passo in avanti verso il miglioramento della sicurezza umana. Tale processo spesso include un meccanismo di giustizia di transizione utile a favorire la ripresa della vita sociale delle comunità e la riconciliazione.
Il peacebuilding è un processo laborioso e costoso.

Sebbene il peacebuilding si sia evoluto, non vi è ancora consenso su chi debba guidare questi sforzi. Subito dopo l’11 settembre del 2001, le Nazioni Unite hanno introdotto una Commissione di Peacebuilding, intesa ad apporre maggiore pressione per l’adozione di interventi post-conflitto, quindi di aiuto, e tracciare la loro realizzazione in pratica. Tuttavia, a causa della mancanza della capacità di imporne l’attuazione, gli Stati membri possono bloccare le iniziative della Commissione. Organismi regionali, incluso l’Unione Europea ed in particolare l’Unione Africana, hanno mostrato interesse nel rendere prioritario il peacebuilding post-conflitto, ma si tratta di storie complicate e avvolte da una sorta di nebbia.
Le iniziative di giustizia di transizione sono similmente difficili da attuare. Disegnate per aiutare una società a documentare e valutare, all’interno del sistema giuridico, gli abusi di diritti umani, esse possono assumere diverse forme, incluso processi penali, commissioni di giustizia o programmi di indennizzo. Laddove le prime iniziative come quella dei processi post Seconda Guerra mondiali ai criminali di guerra tedeschi e giapponesi, enfatizzano la giustizia penale, sforzi più recenti si sono ampliati per concentrarsi sulla riconciliazione, sulla “guarigione” e trasformazione della società.
Tuttavia includere discussioni su meccanismi di giustizia di transizione nelle negoziazioni di pace può anche essere un rischio , particolarmente quando persone che da tali procedimenti potrebbero essere ritenute responsabili di aver commesso crimini, devono essere parte nel costruirli. Vi è anche il problema più ampio nel sostenere tali sforzi di fronte alla tentazione di lasciare le esperienze dolorose al passato.

Sia per le iniziative di peacebuilding che quelle di giustizia di transizione, il finanziamento rimane una sfida chiave ed una scusa frequente per bloccare gli sforzi.


La questione di chi dovrebbe finanziare la ricostruzione è un altro ostacolo al peacebuilding. In alcuni casi il consenso sulla necessità di stabilità guida i meccanismi di finanziamento internazionale per promettere aiuto. In altri casi come la Siria, il finanziamento per la ricostruzione diventa un’altra arena per competere sull’influenza ed il potere.


Porre fine al combattimento

Il primo passo verso la costruzione della pace è porre fine alla guerra. Sebbene sia più che evidente, è più facile a dirsi che a farsi. La sfiducia ed il risentimento che hanno condotto al conflitto sono spesso esacerbati durante il corso dai combattimenti, rendendo entrambe le parti sempre meno desiderose di deporre le armi. Spesso potenze esterne cercano di portare avanti i loro propri interessi, minando gli sforzi per arrivare ad un negoziato. Anche quando sono dispiegate forze di peacekeeping nella zona di conflitto, spesso sono inefficaci.

Tuttavia, malgrado tutti questi ostacoli, gli sforzi per porre termine al conflitto sono preferibili al non fare niente.

Ora venite con me facciamo un giretto per il mondo ed osserviamo cosa accade sul campo agli sforzi di peacebuilding, di riconciliazione e di giustizia di transizione.


Libia

Fonte: World Atlas


Nell’ottobre del 2020, è stato firmato un cessate-il-fuoco dopo che le azioni militari di Haftar a Tripoli hanno fallito a causa dell’intervento militare turco per sostenere il governo riconosciuto internazionalmente. L’accordo ha permesso l’avvio di un processo di dialogo che ha prodotto poi il Governo di Unità Nazionale – GNU nel suo acronimo inglese- Il governo di transizione aveva il compito di preparare il Paese per le elezioni sia parlamentari che – per la prima volta nella storia della Libia – presidenziali, fissate per il 24 dicembre 2021.
Più di 2,8 milioni di persone parte di una popolazione di poco al di sotto dei 7 milioni, si sono registrate al voto, segno inequivocabile che i libici volevano cambiare pagina, avere un programma politico dopo anni di guerra, fin dal 2014. Disaccordi sulle leggi elettorali – incluso se la Libia post -Gheddafi fosse pronta per un sistema presidenziale – e la lista dei candidati elegibili hanno condotto la commissione elettorale a posporre il voto di dicembre, portando così il processo politico a guida Nazioni Unite verso una paralisi.
Da dicembre il leader del GNU, il primo ministro Abdulhamid Dabaiba, ha insistito che secondo i termini dell’accordo politico che aveva costituito il GNU, egli debba trasferire il potere solo al governo eletto attraverso un voto nazionale. Nel frattempo il capo dell’autorità parallela, Fathi Bashaga, rivendica che il mandato del governo di unità nazionale è terminato il giorno che si sarebbero dovute tenere le elezioni poi annullate. Il suo governo che si fa chiamare Governo di Stabilità nazionale, GNS – nel suo acronimo inglese – ha il sostegno sia di Haftar che di Aquila Saleh, lo speaker della Camera dei Rappresentanti, un apparato altamente disfunzionale che è stato eletto nel 2014.
I termini del piano d’azione sono contestati ed un elemento chiave dell’accordo di cessate-il-fuoco appare a rischio. Agli inizi di aprile di quest’anno i rappresentati di Haftar nella commissione cosidetta 5+5, la Joint Military Commission, dichiarano di sospendere la loro partecipazione nella commissione e rivendicano la chiusura dei terminali petroliferi e dei voli tra la Libia occidentale e la parte est del Paese. Sebbene la comissione si sia riunita recentemente in una conferenza in Spagna, le spaccature restano. Il JMC è un prodotto del cessate-il-fuoco del 2020, il cui compito è quello di unificare le forze armate del Paese e supervisionare il ritiro dei mercenari stranieri. La Commissione era stata precedentemente lodata dai diplomatici come un raro successo.
Le tensioni aumentano tra il GNU ed il GNS, le Nazioni Unite stanno cercando di raggruppare sufficiente consenso per permettere che si svolgano le elezioni quest’anno.
La situazione non è agevolata dal fatto che la missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia, UNSMIL, è stata minata dalle divisioni all’interno del Consiglio di Sicurezza. La Russia ha sostenuto Haftar, così come gli Emirati Arabi Uniti.

Il rinnovo di lungo termine della missione è stato bloccato per disaccordi tra i membri del Consiglio sulla lunghezza del mandato, sulla ristrutturazione e la nomina della sua leadership. Tutte le parti coinvolte nelle lotte di potere in Libia vedono opportunità in questo indebolimento della missione di supporto.

Nel frattempo, le conseguenze – negative – dell’invasione russa dell’Ucraina hanno creato un’arena aggiuntiva di competizione per le fazioni rivali in Libia.

Ad aprile, Dabaiba, il cui GNU rappresenta ancora il Paese alle Nazioni Unite, ha reso la Libia il solo Paese del Medio Oriente e del Nord Africa a votare in favore della sospensione di Mosca dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Bashaga ha cercato di ottenere sostegno internazionale per il suo governo rivale dichiarando ai diplomatici occidentali che può ridurre l’impronta russa in Libia. Affermazione che lascia tutti un po’ scettici, visto che il suo alleato Haftar resta dipendente dalla forze russe incluso i mercenari del Wagner che sono incorporati in diverse delle sue basi.

Vi è anche il timore che al trascinarsi della guerra in Ucraina, Mosca possa utilizzare il Wagner per accrescere problemi in Libia, creando più sfide per la NATO ed il suo fianco a sud.

Riportare la Libia in un percorso transitorio stabile non sarà facile. Dovrebbe iniziare con un nuovo governo ed una road map che ponga la priorità alle elezioni legislative, lasciando la contestata questione se il Paese debba o meno adottare un sistema presidenziale per un altro momento. Per arrivare a ciò dovrebbe essere nominato un inviato speciale che trascenda le divisioni sia al Consiglio di Sicurezza che all’interno dello scenario politico libico.

Repubblica Centrafricana

Fonte: Encyclopedia Britannica


Perchè dopo otto anni dalla missione di peacekeeping NU e sei anni dopo gli iniziali accordi di pace, la pace non è ancora arrivata nella Repubblica Centrafricana?


Considerato un tempo un Paese marginale negli affari regionali, la Repubblica Centrafricana (RCA) è diventata un frequente argomento di discussione nei circoli africani di sicurezza. RCA è spesso citata come il trampolino di lancio nel Continente per il Wagner Group ed un punto di riferimento per il coinvolgimento del gruppo negli altri Paesi africani. Le attività del gruppo si sono ora espanse al Mali, al Sudan ed alla Libia e la fissazione sul suo appariscente ingresso nelle zone di conflitto della Regione ha deviato l’attenzione internazionale da un più allarmante sviluppo a Bangui: il futuro sempre più precario del Paese.
Per un breve momento nel 2016, RCA sembra sulla strada della ripresa dalla sua rapida discesa nel conflitto nel 2012 e nel 2013, quando la coalizione ribelle Seleka rimuove l’ex presidente Francois Bozize, ma non riesce a porre fine alla violenza. Le Nazioni Unite dispiegano una missione nel 2014, conosciuta con il suo acronimo MINUSCA, per stabilizzare la sicurezza all’interno del Paese, l’Unione Europea e la Francia inviano missioni di addestramento per contribuire a ricostruire le forze armate note con l’acronimo francese FACA.
Le elezioni presidenziali e parlamentari nel 2015 e nel 2016 generano un’ondata di ottimismo. Malgrado ritardi e alcune irregolarità, la violenza elettorale tanto temuta non si manifesta ed il Presidente Faustin Touadera diventa il primo presidente del RCA democraticamente eletto.
Tuttavia, in assenza di un accordo per disarmare i gruppi ribelli o rivendicare il controllo del Paese, Touadera è lasciato con pochissime opzioni per governare su i suoi oppositori. Né MINUSCA né le truppe francesi nel Paese vogliono ingaggiare combattimenti con i gruppi armati: la violenza intercomunitaria si diffonde a Bangui e i gruppi armati governano, in modo autonomo, aree lontano dalla capitale.
Pur riconoscendo che sciogliere, smobilitare le loro forze significa abbandonare la loro influenza, i leader dei ribelli firmano una serie di accordi di pace dal 2016, solo per poi ignorare i loro obblighi quando si tratta di disarmo e smobilitazione.
Nel tardo 2017, dopo che la Russia si assicura una deroga dall’embargo delle armi imposto dalle Nazioni Unite per spedire armi di piccolo calibro alla RCA, i mercenari del Wagner Group iniziano ad arrivare assieme alle armi. Wagner promette di ottenere risultati che le Nazioni Unite, l’Unione Europea e la Francia non possono o non vogliono raggiungere: un addestramento focalizzato al combattimento per il FACA e una vittoria contro i gruppi armati sul campo di battaglia. Ovviamente, parallelamente a ciò il Wagner persegue i suoi propri interessi. Inizialmente, la presenza del gruppo nel Paese è considerata come novità, l’attenzione internazionale continua a concentrarsi sulla capacità di Touadera di consolidare il controllo territoriale del governo e sugli sforzi multilaterali di raggiungere un accordo di pace.
Una flessione accade nel dicembre del 2020 quando un’offensiva lanciata da una coalizione di ribelli cerca di rimuovere Touadera prima dell’elezione presidenziale che poi vince. I ribelli non riescono ad arrivare nella capitale, ma la loro avanzata convince i sostenitori di Touadera a Bangui che senza un governo che può imporre il suo volere militarmente o alleati che possano facilitare tale sforzo, la pace nella RCA è irraggiungibile. Il Wagner è centrale alla successiva contro-offensiva del governo, guidando le unità FACA che il gruppo ha addestrato a spingere, con successo, i ribelli nel nord del Paese.
Ora Touadera sta pagando il prezzo diplomatico e di reputazione della azioni del gruppo Wagner. Sebbene i combattenti di tutte le parti nel conflitto siano state responsabili di violazioni dei diritti umani, un rapporto delle Nazioni Unite rivela che le forze FACA guidate dal Wagner sono state responsabili per quasi la metà di tutti gli incidenti confermati. Come risultato l’Unione Europea ha sanzionato il Wagner.
Il Wagner è stato anche accusato di pratiche di sfruttamento dall’estrazione predatoria delle risorse al rapire uomini d’affari in cambio di cash.
Sia il FACA che il Wagner hanno anche, ripetutamente, attraversato la frontiera a nord entrando in Ciad e scontrandosi con le forze del Ciad.
MINUSCA aggiunge problemi. A novembre è stata lanciata un’investigazione su alcuni peacekeeper portoghesi per traffico illecito di diamanti. Nel frattempo le Nazioni Unite hanno rimosso il contingente del Gabon dalla missione per presunti abusi. Assieme a questo, ci sono voci e speculazioni per cui alcuni soldati di MINUSCA vendono le armi ai gruppi ribelli. Diventa dunque piuttosto difficile per la missione dipingersi come una parte neutrale per i centrafricani.

Sebbene Touadera, con il sostegno russo, potrebbe avere la meglio, militarmente, contro i gruppi ribelli nel breve periodo, le dislocazioni massicce e i legami con le comunità di frontiera nel nord del Paese possono alimentare risentimento e possono essere facilmente mobilitate da attori in Ciad ed in Sudan.

Fondamentalmente, l’apatia internazione e i loschi affari di Touadera possono trasformare la democrazia in una sorta di governo disfunzionale e repressivo che i centrafricani avevano rovesciato una decade fa.

Riconciliazione e giustizia di transizione

Solo perchè due parti in guerra si sono accordate a far tacere le armi non significa che perseguiranno in maniera significativa sforzi per valutare le atrocità che hanno commesso e considerare come – o se – rendere i perpetratori responsabili.

Iraq


Il fallimento di reintegrare gli ex combattenti dello Stato islamico e i suoi simpatizzanti nella società irachena continua ad danneggiare gli sforzi di riconciliazione in Iraq.
Lo Stato islamico, come anche Al Qaeda, reclutano sì molti credenti alla loro ideologia estremista, ma sono sostenuti anche da iracheni e siriani che sono disillusi dagli sforzi del governo che ha fallito nel fornire stabilità e sicurezza. Entrambi i gruppi hanno guadagnato il sostegno da colonne portanti della società irachena, compreso ex ufficiali militari, mercanti prominenti, leader di comunità locali e religiose. Tutti assieme tali fattori hanno permesso all’estremismo jihadista di fiorire nelle rivolte.
Questa questione del sostegno popolare allo Stato islamico (IS) è stata completamente ignorata dopo la caduta di Baghouz nel marzo del 2019, che ha segnato la sconfitta del progetto territoriale del califfato.

L’attenzione internazionale è evaporata e le risorse necessarie per la ricostruzione post-conflitto e la ricollocazione non si sono mai materializzate.


Alcune importanti domande non hanno mai ricevuto una risposta:

  • cosa facciamo con le decine di migliatia di combattenti del’IS catturati e delle loro famiglie?
  • cosa facciamo con le migliaia di stranieri – molti con passaporti occidentali – che hanno viaggiato in Iraq e Siria per unirsi allo Stato islamico?
  • cosa facciamo con i centinaia di migliaia di iracheni e siriani che hanno collaborato con lo Stato islamico e condividono ancora molto della natura estremista del gruppo, ma che non erano direttamente connessi con i crimini e per questo non devono essere sottoposti a procedimenti penali?

La domanda più difficile:

  • cosa facciamo con una stima di 500,000 iracheni che erano noti dai loro vicini per essere simpatizzanti dello Stato islamico e si sono susseguentemente trovati ostracizzati dai loro stessi vicini, non più in grado di tornare a casa?

A tutte queste domande, la risposta dalla comunità internazionale è stata uno spregiudicato disinteresse.

I governi occidentali si sono rifiutati di rimpatriare i loro cittadini che hanno combattuto per l’IS. Hanno fallito nel costruire infrastrutture detentive in Iraq e Siria o di inviare i loro funzionari di sicurezza addestrati dai loro Paesi per sorvegliare i detenuti lì.
Le città, i villaggi bombardati con armi occidentali costose durante la campagna militare contro lo Stato islamico non sono state ricostruite. I problemi spinosi di reintegrazione e responsabilità sono stati lasciati alle autorità locali.
Molti centri di detenzione in Siria, come quello a Hasakeh, sono locati in comunità che pare includano molti presumibili simpatizzanti dell’IS.
Il governo di Baghdad e il governo regionale curdo hanno cercato di controllare i combattenti dell’IS noti.

Si sono svolti procedimenti penali, ma tutto il sistema è da valutare come imperfetto: colpevoli in grado di eludere la giustizia attraverso scappatoie legali o pagando delle mazzette.


Le autorità locali non hanno reso possibile il ritorno delle persone dislocate internamente, mentre hanno sperimentato meccanismi per rendere in grado gli iracheni noti per avere connessioni con l’IS o simpatie con il gruppo di firmare delle denunce contro l’organizzazione estremista violenta e ritornare alla società.
Un numero indefinito di persone vive in detenzione senza né essere accusata né dichiarata colpevole da un tribunale. Centinaia di migliaia di ex membri dell’IS e sostenitori sono abbandonati in un limbo in condizioni degradanti. Se non saranno sottoposte ad un equo processo o rilasciate e reintegrate nella società, la “generazione perduta” può potenzialmente guidare un’altra ondata di ribellione quando verranno alla fine rilasciati, che sia per procedimenti legali che attraverso attacchi dell’IS come quello a Hasakeh.

Maggio 21 2021

Israele-Palestina: osservare e non guardare

Osservare conflitto israelo-palestinese
  • Il consolidamento del controllo di Israele sui palestinesi, che ha impedito una soluzione a due stati;
  • il consenso all’espansionismo israeliano da parte della Comunità internazionale, incluso da parte di quei quattro paesi che hanno “normalizzato” le relazioni con Israele: gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Marocco e il Sudan

hanno reso più facile per Israele perseguire politiche massimaliste che impediscono ogni tipo di risoluzione di lungo termine.

Tutto ciò, dall’altra parte, ha sensibilmente eroso la qualità di vita dei palestinesi sia nei territori occupati che in Israele stesso.

Mi sembra che sia opportuno ricordare che, durante le ostilità aperte, a Gaza, i civili sono coloro che vengono maggiormente colpiti dai bombardamenti israeliani a prescindere dalla circostanza che siano intenzionalmente un obiettivo.

La striscia di Gaza

Un territorio piccolo, ma altamente popolato, catturato da Israele dall’Egitto nel 1967. L’Egitto non rivendica più che sia suo territorio, ma l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina non lo considera parte dello Stato di Palestina, dal momento che esso è popolato quasi interamente da arabi e non è mai stato parte di Israele. Mentre la Striscia di Gaza era una volta divisa tra controllo palestinese e israeliano come a West Bank, nel 2005 Israele è andato via completamente lasciando questo territorio sotto la giurisdizione dell’Autorità palestinese.

Nella guerra civile del 2007 tra le fazioni palestinesi che combattevano nella striscia di Gaza, con la fazione di Hamas che aveva preso completamente il territorio dalle forze di Fatah.

Differenze tra Hamas e Fatah

Laddove Fatah – fondata da Yasser Arafat – ha un orientamento secolare e nazionalista, Hamas si definisce come un “movimento islamico palestinese nazionale di liberazione e resistenza” e utilizza l’Islam come la propria cornice di riferimento per governare. Un’altra importante differenza riguarda le loro rispettive visioni su come resistere all’occupazione israeliana. Mentre Hamas persiste nel sostenere la resistenza armata, Fatah ha adottato una strategia di negoziazione.

In ragione del rifiuto di Hamas di accettare l’esistenza di Israele ovvero di porre fine agli attacchi contro obiettivi israeliani (Israele li considera un gruppo “terrorista”), Israele e l’Egitto, alleato odierno, hanno mantenuto – da allora – un blocco nella striscia di Gaza controllando severamente chi e cosa attraversa le frontiere e alle volte chiudendo completamente tutte le uscite e tutte le entrate.

Sebbene la Striscia di Gaza sia quasi interamente sotto la governance di Hamas, l’esercito israeliano in realtà controlla una zona buffer di 100-300 metri giusto all’interno del territorio di frontiera con Israele.

I diritti umani, civili e politici?

Tra le guerre, la vita a Gaza è invivibile. Fin dalla prima intifada, o rivoluzione, nel 1987, i diritti dei palestinesi –misurati in potere politico, autodeterminazione, prospettive economiche, diritti fondamentali come la libertà di movimento – sono diminuiti in modo costante.

Uno sguardo più ampio ci suggerisce una tendenza simile per i diritti nella Regione. Ai nuovi partner arabi di Israele sembra non importare il suo approccio deumanizzante per pacificare il dissenso palestinese. Infatti, la politica israeliana s’incastra con l’approccio che le monarchie del Golfo hanno intrapreso verso i diritti politici e civili dei loro cittadini, vale a dire di privazione dei diritti.

La Regione ha subito uno spostamento geopolitico . Tre monarchie arabe: Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco, hanno “normalizzato” le relazioni con Israele tra il settembre ed il dicembre del 2020. L’Arabia Saudita sostiene lo spostamento regionale anche se non si è ufficialmente, ancora, schierata. Queste monarchie, che per lungo tempo si sono infatuate della tecnologia israeliana di droni e sorveglianza , adesso cercano di tenere salde le alleanze di sicurezza con Israele in vista della loro rivalità condivisa con l’Iran. Più importante, in aggiunta a questa visione comune che l’Iran deve essere confrontato con la forza piuttosto che essere gestito, ciò che si ricava delle recenti normalizzazioni condivide con Israele una visione elastica dei diritti civili e politici.

Il crescente autoritarismo nella Regione è in mostra anche tra coloro che rivendicano di sostenere i palestinesi. I membri del cosidetto “asse della resistenza”, che comprende Iran, Siria ed Hezbollah, oppone Israele, ma condivide una fosca storia di oppressione, violenza e autoritarismo. Tale asse afferma di voler porre fine al controllo di Israele sulla Palestina, ma è ostile ai diritti civili, giuridici e politici che permetterebbero ai palestinesi di governare essi stessi democraticamente.

La posizione degli Stati Uniti

Una differenza evidente in questo ciclo di violenza è visibile nella copertura mediatica e nei commenti negli Stati Uniti, il cui tono, non completamente critico dello status quo degli Stati Uniti in sostegno di Israele.

Israele si è costantemente insediato nei territori che ha conquistato e occupato attravero la guerra con i suoi vicini. Allo stesso tempo ha relegato i suoi cittadini arabi, che rappresentano 1/5 della popolazione israeliana in uno status di seconda classe, sempre più umiliante.

Durante la presidenza Clinton, gli Stati Uniti hanno cercato con esitazione di negare il denaro dei generosi pacchetti di aiuto annuali per Israele per evitare di sovvenzionare i suoi insediamenti a West Bank, ma, alla fine, hanno sborsato la maggior parte dei soldi per poi commentare ben poco gli insediamenti stessi.

Barack Obama ha costruito sul “congelamento degli insediamenti” una forte e centrale posizione della sua amministrazione, affinchè si giungesse ad una soluzione negoziata di due-stati, ma le sue ripetute richieste sono state respinte decisamente da Israele con nessun impatto negativo sulla magnificenza americana.

Washington ha recentemente fornito assistenza ad Israele ad un ritmo di circa 3 miliardi di dollari all’anno.

Israele riceve una così generosa assistenza malgrado il suo alto livello di sviluppo economico. Ancora più eccezionale è che gli Stati Uniti compiano così pochi sforzi per esercitare un’influenza politica.

Tutto ciò considerato, Washington, piuttosto che aiutare il suo caro amico, con le non-risposte unitamente al sostegno incondizionato per Israele, hanno solo reso questa situazione molto pericolosa, ancora peggiore.

Durante l’amministrazione Trump, Washington ha iniziato anche a pretendere che i palestinesi potessero essere immaginati fuori dalla realtà politica. Trump ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come la capitale di Israele, trascurando le rivendicazioni palestinesi sulla città, e l’ha fatto senza chiedere alcun impegno da parte di Israele sui futuri insediamenti o per i diritti degli arabi, sia che vivessero nei territori occupati, sia in Israele come cittadini.

L’amministrazione Biden ha sorpreso molti osservatori per l’audacia di alcune delle sue politiche. Sulla crisi israelo-palestinese, ha agito come se sia persuasa che mettendo la testa sotto la sabia, la tensione esplosiva in qualche modo si riduca.

Washington oggi si nasconde dietro dichiarazioni stranamente cieche, o frasi di rito come “Israele ha diritto all’autodifesa”. Pretendere che il problematico comportamento di Israele, sia nelle recenti settimane, che da molti anni a questa parte, non abbia niente a che fare con l’esplosione della violenza, non aiuta nessuno.

Non esiste una chiave magica che sia in grado di risolvere questi problemi, ma sicuramente ogni tipo di soluzione, per quanto difficile, deve abbandonare un linguaggio schierato per denunciare l’estremismo impostato solo verso una parte dell’equazione. Sì, Hamas è violento e anche sconsiderato, ma così come molti degli elementi ultra-conservatori nella società israeliana che hanno giocato un ruolo sempre più grande nella politica del paese nelle due decadi passate.

La loro spinta per una infinita espansione degli insediamenti, per una graduale destituzione dei palestinesi, sia economicamente che politicamente, manca del fuoco dei razzi, ma è in ogni piccola parte come un esplosivo.

La guerra può assumure ogni tipo di forma, ma la sua ultima incarnazione del conflitto punta ad un buio sempre più profondo e ad un pericolo esistenziale. Parliamo della violenza comunitaria che è scoppiata nei giorni recenti nelle strade di posti come Haifa, Lod, Lydda per i suoi residenti arabi. Ciò differisce molto dalla violenza tra Stati e attori non-statali, perchè scorre nella vero tessuto di una società.

Maggio 18 2021

Hamas: origini e obiettivi

Hamas

Hamas (In arabo: حماس‎‎ Ḥamās, un acronimo di حركة المقاومة الاسلامية Ḥarakat al-Muqāwamah al-ʾIslāmiyyah) significa movimento di resistenza islamica – Islamic Resistance Movement-.

Hamas: le origini

Formato nel tardo 1986 all’inizio della prima intifada palestinese. Le sue radici si trovano nel braccio palestinese dei fratelli musulmani; sostenuto da una robusta struttura socio – politica  all’interno dei territori palestinesi. Il gruppo, in sostanza, fu stabilito per fornire un veicolo per i fratelli mussulmani nel violento confronto contro Israele, senza esporre la Fratellanza e le sue ampie reti sociali e istituzioni religiose alla rappresaglia israeliana.

Obiettivi

La Carta del gruppo richiama alla creazione di uno stato palestinese islamico al posto di Israele, rifiutando tutti gli accordi fatti tra il movimento di liberazione palestinese (OLP) ed Israele. La carta di Hamas definisce la storica Palestina, incluso l’Israele odierno, come una terra islamica ed esclude ogni possibilità di pace permanente con lo stato ebreo.

Hamas
foto: www.forward.com

Originariamente il gruppo aveva due obiettivi: condurre una battaglia contro Israele (attraverso il suo braccio armato) e fornire programmi di benessere sociale. Dal 2005, tuttavia, si impegna nel processo politico palestinese.
I suoi sostenitori lo vedono come un movimento di resistenza legittimo. Nel 2006, Hamas vince sorprendentemente le elezioni nel Consiglio Legislativo Palestinese, ma le tensioni con la fazione rivale: Fatah si acuiscono. Scontri mortali tra i due gruppi nel giugno del 2007, dopo che Hamas stabilisce un governo rivale, fanno sì che Fatah e l’autorità palestinese gestiscano parti di West Bank non sotto il controllo israeliano.

Perché Hamas usa gli attacchi suicidi?

Hamas si mette in rilievo dopo la prima intifada come il principale oppositore palestinese agli accordi di pace di Oslo tra Israele e l’OLP.
Malgrado numerose operazioni israeliane contro il gruppo e i provvedimenti restrittivi dell’Autorità Palestinese, Hamas crede fermamente che lanciando attacchi suicidi possa avere un efficace potere di veto su tutto il processo di pace.  Ne riportiamo un esempio: febbraio e marzo 1996: attacchi suicidi sugli autobus, con quasi 60 civili israeliani uccisi, in rappresaglia dell’assassinio nel dicembre del 1995 del fabbricatore di bombe: Yahya Ayyash. Per ciò il gruppo fu ritenuto responsabile di aver provocato un cambiamento di rotta di Israele verso una possibile uscita dal processo di pace e aver portato Benjamin Neatanyahu, grande oppositore degli accordi di Oslo, al potere.

Molti palestinesi acclamarono l’ondata di attacchi suicidi di Hamas nei primi anni della seconda intifada. Essi vedevano il martirio come vendetta per le loro perdite e per la costruzione di insediamenti israeliani a West Bank, voluto dai palestinesi come parte del loro stato.

Struttura della leadership

Hamas

Il gruppo comprende tre “cicli di leadership”. Il primo consiste di leader locali all’interno di West Bank e Gaza. I più famosi: lo sceicco Ahmed Yassin e Abdul Aziz Rantisi che sono stati uccisi da Israele negli anni recenti. Il secondo ciclo include la leadership esterna del gruppo: un bureau politico che include Khaled Mashal e Mousa Abu Marzouk. Il terzo ciclo consiste nella leadership internazionale del movimento globale dei Fratelli Musulmani, che comprende prominenti figure dei Fratelli Musulmani, come Muhammad Akef e Yusuf al – Qaradawi. Questi tre cicli hanno, ognuno, differenti sfere di responsabilità. I due circuiti interni ed esterni giocano un ruolo centrale nella determinazione della strategia di Hamas, delle operazioni terroristiche contro Israele, e il finanziamento di queste attività. Il circuito più interno è maggiormente responsabile per le questioni quotidiane della vita palestinese e costruisce la postura politica di Hamas nei territori attraverso le sue battaglie contro la corruzione ed il supporto per le attività sociali; il circuito più esterno mantiene contatti con i sostenitori internazionali e i finanziatori, incluso le leadership di altre organizzazioni  islamiche e l’Iran.

Composizione

Ha un’ala militare conosciuta come Izz al-Din al-Qassam Brigades che ha condotto molti attacchi anti israeliani sia nei territori palestinesi che in Israele. Questi attacchi hanno incluso una vasta scala di bombardamenti contro obiettivi civili israeliani, attacchi con esplosivi improvvisati sulle strade e attacchi missilistici.

Hamas è composto da elementi amministrativi, caritatevoli, politici e militari, che a loro volta si articolano in altre piccole strutture. Ogni regione è composta da “famiglie” e branche, che rispondono ad un centro amministrativo. I membri di Hamas si raggruppano attorno a quattro categorie generali: intelligentsia, sceicchi (leader religiosi), giovani candidati alla leadership ed attivisti.
Il ramo intelligence realizza sei direttive: sorveglianza degli spacciatori di droga, punisce coloro che sono colpevoli di tradimento, prostituzione o di vendere narcotici; distribuisce le informazioni del gruppo in volantini; pubblicizza le politiche di reclutamento di Israele e le politiche per la collaborazione e avverte la popolazione contro la complicità; gestisce il supporto logistico per l’organizzazione. Monitora anche i crimini nei territori: le attività criminali sono tollerate perché permettono un ampio terreno per il reclutamento di informatori.
Le unità commando hanno 4 obiettivi principali: stabilire le famiglie (usar) e cellule “segrete”; raccogliere informazioni sui militari israeliani; condurre operazioni militari, incluso il rapimento di soldati nemici. I fondatori di Hamas hanno creato, inoltre, altre branche che sono costantemente in contatto tra di loro, ma compiono le loro funzioni all’esterno. Al- Maktab al – I’lami e al – Maktab al – Siyassi: rispettivamente l’ufficio informazioni e politico.
L’ufficio informazione è situato in Giordania, responsabile per la preparazione e la disseminazione di tutti i comunicati stampa che riguardano le dichiarazioni politiche di Hamas. Diffonde anche pubblicazioni in nome di Hamas. L’ufficio politico si occupa delle relazioni estere di Hamas e rappresenta l’organizzazione alle conferenze ed incontri che hanno a che vedere con gli affari palestinesi.

Hamas dov’è?

La forza di Hamas è concentrata nella striscia di Gaza e nelle aree di West Bank.

Supporto e finanziamento

Ci sono numerosi attivisti musulmani che simpatizzano con Hamas, ma si ha una conoscenza limitata circa le loro operazioni. Alcuni di loro forniscono supporto materiale o morale al ramo politico del gruppo. La maggior parte dei fondi di Hamas e gli sforzi sono diretti verso l’assistenza alla popolazione. Hamas gestisce la miglior rete di servizi sociali nella striscia di Gaza. Strutturato e ben organizzato, il gruppo gode di fiducia perché viene percepito come meno corrotto e soggetto al clientelismo (patronage) di altre attori nazionali secolari, specialmente Fatah.  In aggiunta alle donazioni e alla zakat (una tassa obbligatoria del 2,5% dei guadagni di ogni musulmano), attraverso i comitati locali, i sostenitori del gruppo creano piccoli progetti finalizzati a generare piccoli guadagni per permettere un’auto – sufficienza. Ad esempio, la produzione di miele, di formaggio, la manifattura in casa di vestiti . Ed infine destinano una considerevole porzione delle loro risorse per assistere i giovani palestinesi.
Sebbene sia stato scritto molto sulla connessione iraniana e/o saudita con il gruppo, ci sono piccole evidenze sostanziali che corroborano queste affermazioni. Durante i primi anni della rivolta, giornalisti identificarono Hamas come un gruppo islamico appoggiato dai sauditi. L’affermazione che i fondi di Hamas arrivano primariamente da Teheran è iniziata nel 1989, quando Israele per primo decise che il gruppo era una seria minaccia alla sicurezza. Tra i gruppi che hanno esteso l’assistenza ad Hamas ci sono organizzazioni islamiche nel continente indiano, fazioni islamiche in Turchia, Malesia, Afghanistan.

Principali operazioni militari di Israele contro Hamas

Israele ritiene responsabile Hamas di tutti gli attacchi che si generano nella striscia di Gaza e conduce tre campagne militari a Gaza: Operation Cast Lead nel dicembre del 2008, Operation Pillar of Defence nel novembre del 2012 e Operation Protective Edge nel luglio del 2014.
Dai conflitti dal 2008 al 2012 il gruppo emerge militarmente degradato ma con un rinnovato supporto tra i palestinesi a Gaza e West Bank per essersi confrontato con Israele ed essere sopravvissuto.

Hamas continua la sua battaglia malgrado un blocco congiunto imposto su Gaza da Israele e dall’Egitto, diventando sempre più isolato. La caduta di un alleato chiave: il presidente egiziano Mohammed Morsi, nel luglio del 2013 costituisce un ulteriore colpo. Nell’aprile del 2014 con un accordo di riconciliazione con Fatah  forma un governo di unità nazionale.

Chi lo ha inserito nelle lista di organizzazioni terroristiche?

Hamas è designata come organizzazione terroristica da Israele, Stati Uniti, Unione Europea, Canada e Giappone.

Hamas potrà diventare un gruppo moderato?

Molti si chiedono se Hamas possa o meno diventare moderato. Hamas sicuramente mostrerà una flessibilità tattica nel suo approccio alla governance, ma è molto improbabile che cambi qualsiasi dei suoi aspetti di strategia fondamentale. Del resto Khaled Mashal ha dichiarato in diverse occasioni il principale rifiuto di Hamas del diritto di Israele di esistere, in ogni misura, in ogni frontiera.

Maggio 15 2021

Il cuore contestato dell’identità palestinese

identità palestinese

Contestare non semplicemente un’identità, ma il suo cuore, il punto più vicino al sé di ciascun individuo, non si può ridurre ad un “noi-contro-loro”, ad una netta demarcazione tra i “buoni e i cattivi”. I conflitti di identità e la violenza che ne deriva possono essere condotti alla riconciliazione, processo lento, ma capace di far convivere due identità nello stesso spazio territoriale.

Quello che sta accadendo tra le forze israeliane e militanti palestinesi nella Striscia di Gaza il più pesante scambio di fuoco dalla guerra di Gaza nel 2014.

Il conflitto accade dopo una serie di tensioni che si sono intensificate a seguito della sentenza – ora postposta – della Suprema Corte israeliana sulla circostanza per cui sei familie palestinesi possono essere sfrattate dalle loro case nello storico quartiere Sheikh Jarrah ad Est di Gerusalemme per fare posto ai coloni israeliani.

Il caso è stato la scintilla di proteste di massa quotidiane, che spesso sono diventate violente quando la polizia israeliana ha, con la forza, disperso la folla.

Così come il più ampio conflitto israelo-palestinese, la disputa che ha generato il recente picco di violenza ha delle profonde radici storiche.

Il quartiere di Sheikh Jarrah, come altri nella Gerusalemme Est, è stato oggetto di disputa tra i palestinesi e gli ebrei per secoli. Nel 1956 la Giordania, che allora governava West Bank e Gerusalemme Est, costruì delle case a Sheikh Jarrah per ricollocare 28 famiglie che erano state espulse dalle loro case dalle milizie sioniste durante la guerra del 1948 che culminò con la creazione dello Stato di Israele. I palestinesi si riferiscono alla dislocazione di massa che ne risultò con il termine nabka vale a dire catastrofe. Negli anni 1960 i giordani accordarono di garantire atti ufficiali di proprietà della terra ai palestinesi residenti a Sheikh Jarrah dopo un periodo di tre anni, ma l’accordo fu interrotto dalla guera dei sei giorni nel 1967 che vide Israele occupare West Bank e Gerusalemme Est.

Da allora, palestinesi residenti sono stati sfrattati dalle loro case a Gerusalemme Est. Alle famiglie palestinesi è stato ordinato di lasciare Sheikh Jarrah nel 2002, 2009, 2017. Lo scorso novembre, la Corte Suprema israeliana ha stabilito che 87 palestinesi dovevano essere rimossi dal quartiere Silwan, giusto fuori la vecchia città. Il caso era stato sottoposto al giudizio della Corte da un gruppo di coloni israeliani che hanno citato in giudizio i residenti palestinesi, accusandoli di vivere sulla terra ebrea.

La crisi odierna si colloca in un momento in cui sia Netanyahu che il Presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, sono sottoposti ad un’enorme pressione politica. Il primo è parte di un processo in cui è accusato di corruzione, alla guida un governo provvisorio. I partiti di opposizione stanno cercando di formare una coalizione per sostituirlo, dopo la quarta elezione – a marzo – in due anni. Netanyahu potrebbe puntare sul fatto che una risposta eccessiva da parte di Hamas aumenterebbe le sue probabilità di vittoria e riuscirebbe a raccogliere un maggiore sostegno tra gli israeliani di destra, così come tra i moderati che non guardano di buon occhio la violenza. Un conflitto prolungato potrebbe seminare discordia tra i suoi oppositori così diversi ideologicamente.

Abbas, da parte sua, ha scatenato un putiferio nel tardo aprile quando ha sospeso le programmazioni per le prime elezioni palestinesi in 15 anni. Perseguitato da accuse di corruzione e di malgestione, può, ragionevolmente, nutrire timore che sia rimosso in favore di Hamas.

L’odierna situazione potrebbe contenere un vantaggio politico per lui: fino a quando le bombe continueranno a cadere a Gaza, i palestinesi potrebbero distanziarsi da Hamas e dalla sua posizione aggressiva verso Israele. Alternativamente, una rapida fine della violenza potrebbe promuovere l’immagine di Hamas e dipingere Abbas come non desideroso di prendere posizione contro l’aggressione israeliana. In ogni caso, il combattimento implica che il potenziale per un governo di unità palestinese si allontana sempre di più.

La geopolitica della Regione

Il supremo leader iraniano ha invitato i palestinesi a rispondere alla “brutalità” israeliana asserendo che gli israeliani “capiscono solo il linguaggio della guerra“. Questo linguaggio instigatorio potrebbe ispirare i proxy iraniani in Libano e in Siria all’azione, aggiungendo un’altra dimesione al conflitto. Potrebbe anche diventare un punto da introdurre nei colloqui iraniani con l’Arabia Saudita il cui obiettivo è di diminuire le tensioni tra i due rivali. L’Arabia Saudita stessa si è accostata, per mesi, sempre di più ad Israele, ma potrebbe ora dover affrontare una reazione interna negativa per questi sforzi.

Una domanda che ci si potrebbe porre è: cosa cerca di ottenere politicamente Hamas?

La strategia di estorcere concessioni ad Israele attraverso un uso della forza calibrato è realmente iniziata dopo il 2017, quando un ufficiale di Hamas Yahya Sinwar diventa il leader politico a Gaza. La sua guida produce una significativa deviazione della politica israeliana verso il gruppo.

Sinwar ha quasi perso il suo posto nelle elezioni interne di Hamas lo scorso marzo, un segno tangibile del malcontento verso di lui. L’uomo forte di Gaza ha bisogno di confrontarsi, attraverso le urne, con un rivale della vecchia guardia – visto come più tradizionale e radicale – per essere certo di prevalere. La perdita di consenso all’interno del gruppo è divenuta palese la scorsa settimana, quando il comandante militare – ombra – Mohammed Deif e non Sinwar diffonde gli ultimatum a Israele su Gerusalemme.


Gerusalemme, certamente, è stata sempre al cuore dell’identità palestinese, ma nelle recenti settimane lo stato della città contestata ha acquisito, se possibile, una dimensione di maggiore criticità.

Funzionari della sicurezza nazionale israeliana accusano Hamas di aver contribuito ad un’ulteriore intensificazione delle proteste a Gerusalemme nel tentativo di destabilizzare non solo il controllo di Israele sulla città, ma anche l’Autorità Palestinese di Abbas nell’attigua West Bank – un obiettivo di lungo termine del gruppo.

Gli ultimi combattimenti Hamas-Israele unitamente alla violenza comunitaria arabo-israeliana potrebbero vanificare le speranze di riconciliazione. Le fazioni islamiste arabo-israeliane hanno temporaneamente sospeso i colloqui di coalizione per la crisi di sicurezza e i leader di opposizione si sono schierati in sostegno al governo.

Quando questi ultimi cicli di violenza finiranno – e sicuramente finiranno – niente sarà cambiato eccetto il numero di morti da entrambe le parti ed il bisogno per coloro che vivono nella Terra Santa, di vivere con la consapevolezza che nessuno tenterà di contestare la loro identità più vicina al sé. Tale necessità non farà altro che crescere più acutamente, tra chi si vuole guardare solo la violenza e non la radice di essa e chi si gira dall’altra parte perché la propria identità vive al sicuro.

Settembre 14 2018

Erdogan e la profezia autoavverante

Erdogan

La Turchia sta vivendo la crisi economica più severa da quando il Partito Giustizia e Sviluppo o AKP, ha preso il potere all’indomani delle elezioni del 2002.
Solo quest’anno il valore della lira turca è sceso del 40 percento e gli scambi esteri del Paese rischiano di far precipitare in una spirale di crisi l’economia turca e con essa, potenzialmente, l’economia globale.
Da una parte vi è una crisi finanziaria tipica del post-Guerra Fredda, in un mercato emergente le cui prospettive sono sempre state volatili, con alti rischi e alti compensi. Dall’altra parte, il collasso della lira è il prodotto di un’insieme di fattori geopolitici che minacciano di riscrivere le strutture delle alleanze post-Guerra Fredda su scala globale, dove la Turchia è al centro di tutto.

La risposta del Presidente turco Erdogan a questo quadro è quella del complotto geopolitico: una cospirazione costruita ad arte dall’esterno allo scopo di mettere in ginocchio il suo governo.

Erdogan ha posizionato la lira e i problemi collegati ad essa al centro di un complesso momento  di transizione che sta attraversando la Turchia, sia sulla scena globale che su quella regionale.

Detto in altre parole: Erdogan crede, chiaramente – o almeno pretende di credere – che tutti gli americani e i loro sostenitori siano coloro che tessono le fila di questa cospirazione. Egli li accusa di voler ingaggiare una “guerra economica” contro la Turchia.
L’amministrazione Trump non ha fatto nulla per contrastare o fugare questa narrativa. Agli inizi del mese, quando la disputa tra Washington e Ankara sulla detenzione da parte della Turchia di un parroco americano, Andrew Brunson, è peggiorata, il Presidente Trump ha deciso di imporre sanzioni, seguite da un aumento (pari quasi al doppio) delle tariffe sull’acciaio turco e sulle esportazioni di alluminio verso gli Stati Uniti.
Non va dimenticato che la lira turca già da molti mesi prima delle sanzioni di Trump si trovava in una spirale discendente.

Quindi il fatto che gli Stati Uniti abbiano apposto un ulteriore pressione su una situazione economica già vulnerabile non equivale a dire che Trump “cospira una crisi”.

In un certo senso la linea di ragionamento di Erdogan è quella che viene definita “profezia auto-avverante”.

Se Erdogan crede che i problemi siano delle cospirazioni straniere contro il suo Paese, si può comportare in maniera tale per cui, genuinamente, rende la vicenda della lira turca una questione geopolitica e non economica – o almeno non attinente alle dinamiche di mercato. Piuttosto come la cosiddetta resistenza economica nazionale alle agende straniere. Questo significa che la crisi stessa presumibilmente avrà delle implicazioni geopolitiche che si spingeranno sempre oltre.

La prima risposta di Ankara alla crisi è stata quella di inclinarsi versi i pochi alleati che le sono rimasti per avere un sollievo immediato. Il Qatar è in realtà l’unica nazione che ha risposto all’ appello di Erdogan, promettendo un pacchetto di investimenti per un totale di 15 miliardi di dollari per fungere da salvagente dell’economia turca nel tentativo di sostenere la lira. Le mosse del Qatar hanno sì aumentato la sua esposizione all’economia turca, ma hanno anche rafforzato l’alleanza nascente tra Ankara e Doha, nella Regione.

Ciò è legato al peggioramento della frattura tra il Qatar e i suoi vicini, guidati dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, che hanno accusato il Qatar di voltare le spalle al Consiglio di Cooperazione del Golfo e ai suoi tradizionali alleati arabi del Golfo in favore della Fratellanza musulmana e dell’Iran. A marzo, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman ha accusato la Turchia di appartenere al “triangolo del diavolo” unitamente all’Iran e agli islamici militanti.

La crisi sta anche fornendo un’opportunità d’oro alla Russia per tracciare un cuneo tra Ankara e Washington, indebolendo, in questo processo, la NATO.

La Cina è ancora un altro potenziale giocatore sulla scena che potrebbe avere i “muscoli” finanziari per mettere in salvo la lira turca.

Cosa chiederebbe la Cina in cambio? È possibile che Pechino sia propensa a fornire denaro in cambio di più grandi pacchetti nell’economia turca, dai settori dell’industria e delle infrastrutture, al turismo e alla tecnologia. Sebbene la situazione economica russa sia disperata al momento, la Cina potrebbe, in una visione più di lungo termine, calcolare i suoi interessi fondamentali e lo sguardo economico di lungo termine porterebbe risultati più positivi rispetto ai problemi immediati della lira turca.

L’economia turca è diversificata, aperta al mondo, e la sua forza lavoro è giovane, istruita e dinamica. Se Pechino può convincere Erdogan ad intensificare il suo impegno con la grande iniziativa Belt and Road e incrementare ulteriormente il commercio turco con la Cina, potrebbe esserci un accordo sul tavolo per Erdogan da firmare con Xi Jinping.
Tutto questo dipenderà dalla circostanza per cui la lira turca potrà essere stabilizzata o meno e se Ankara e Washington arriveranno a un qualche accordo sui molti punti di contenzioso che hanno gradualmente eroso le fondamenta della loro alleanza post Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, se si realizzerà, è chiaro che la crisi della moneta turca non è semplicemente qualcosa che concerne i fattori di rischio macroeconomici e gli “aggiustamenti strutturali”, ma contiene implicazioni geopolitiche che possono profondamente riplasmare le strutture di alleanza nell’era Trump e anche oltre.

Luglio 3 2018

Giovani smarriti: il prodotto dei conflitti protratti

giovani

Ad oggi l’unico tema che sembra essere rilevante è il flusso migratorio dal Nord Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa.

Chiariamo subito un punto: nell’ambiente di sicurezza contemporaneo, un accordo di pace ovvero la rimozione di un dittatore non rappresenta più la fine di un conflitto, ma solo il suo spostamento verso una forma differente.

La violenza protratta, particolarmente nelle dittature, sfregia profondamente una società: collassano i sistemi esistenti di autorità e ordine. Reti grigie ed economie occulte si fondono mano a mano che il disordine politico e il crimine emergono. Gli equilibri psicologici ed etici si indeboliscono e cedono. Regna l’anomia.

Per i combattenti e le loro vittime, lo spargimento di sangue diventa normale. Molte persone acquisiscono le abilità necessarie per uccidere, imparando come ottenere ed utilizzare armi, esplosivi.

La violenza diventa radicata: i bambini conoscono talmente tante persone violente che semplicemente assumono che anche loro lo diventeranno.

In un conflitto protratto, questa tragica situazione diventa auto-perpetuante, creando una generazione che non è istruita o che lo è molto poco, profondamente diffidente dell’autorità e abituata a reti ed economie grigie.

Per questa gioventù, la violenza non è un’aberrazione che interrompe la pace, ma la prassi, la consuetudine.

La storia recente è piena di esempi della nocività di generazioni smarrite.

Il Kosovo deve ancora ottenere la stabilità politica e, dopo molti anni dalla fine della guerra, è pieno di gruppi criminali.

Nel mondo interconnesso di oggi questi mali si diffondano anche molto lontano dalla loro fonte.

I gruppi criminali albanesi sono cresciuti  nelle guerre dei Balcani degli anni ’90 e adesso giocano un ruolo centrale, e violento, nel traffico internazionale di armi, di droghe e prostituzione.

Nel Sud Africa, decadi di conflitti tra i cittadini di colore e il regime della minoranza bianca hanno distrutto il rispetto della legge in grandi parti della società e prodotto centinaia di migliaia di uomini e donne senza istruzione.

Il rallentamento dello sviluppo economico e l’instabilità politica del Sud Africa, che hanno portato all’esodo di professionisti in cerca di uno stile di vita più sicuro, è il costo di un conflitto che sembrava concluso e che il Sud Africa continua a pagare.

In questo momento, ora, siamo di fronte a giovani smarriti; prodotti dai conflitti in Libia e Siria.

In Libia, la caduta di una dittatura patologica non ha dato vita alla riconciliazione e alla ripresa, ma ad una violenza intestina paralizzante. Il governo di unità nazionale fortemente voluto dall’esterno, da Europa e Stati Uniti, non ha il pieno controllo del territorio e delle regole di legge, anzi milizie e gruppi violenti continuano a riempire il vuoto di effettività.

Se possibile la Siria è in una situazione peggiore: più di 4 milioni di cittadini siriani sono rifugiati: “la più grande popolazione di rifugiati di un singolo conflitto in una generazione”, l’ha definita l’UNHCR.

Sia la Libia che la Siria hanno raggiunto un punto dove anche un accordo politico miracoloso non potrà guarire l’acredine.

La frattura dell’autorità, la normalizzazione della violenza, la creazione di reti grigie e l’inabilità di molti giovani siriani e libici di operare in un’economia stabile e moderna, lasceranno questi giovani smarriti con poche opzioni rispetto al crimine o al diventare essi stessi Signori della guerra. Saranno vulnerabili agli estremisti che gli offriranno falsi rimedi alla loro rabbia e disillusione. Come risultato, saranno una sfida di lungo termine non solo per le loro nazioni o le loro Regioni, ma per il mondo interconnesso.

Il prezzo dei conflitti libico e siriano sarà pagato per decadi.

Tragicamente, niente può  prevenire completamente ciò, il danno è già fatto. Al meglio, l’Europa e altre nazioni possono sanare alcune porzioni delle generazioni smarrite della Libia e della Siria.

Individuare una via per porre fine ai conflitti che stanno distruggendo le loro terre dovrebbe essere la priorità numero uno della comunità internazionale. Investire in programmi di state-building in Libia, allontanare queste generazioni smarrite dalla violenza attraverso assistenza economica mirata, programmi efficaci, istruzione e aiuto psicologico. Questo dovrebbe essere quello che i leader politici ritengono che sia non solo eticamente giusto, ma l’unico investimento necessario in sicurezza.

 

Aprile 14 2018

L’attacco armato illecito degli Stati Uniti in Siria. (L’ennesimo)

Siria

Il 13 aprile 2018, gli Stati Uniti decidono di attaccare la Siria perché persuasi (e sicuri) che il regime di Assad stia utilizzando armi chimiche nel conflitto civile siriano.

Mi sembra senz’altro necessario chiarire dei principi basilari.

  • La Siria è uno Stato sovrano.
  • La Russia sta utilizzando la forza sul e nel territorio siriano con il consenso del governo siriano.
  • Gli Stati Uniti no.

Gli Stati Uniti per giustificare l’uso della forza in Siria, perciò, dovrebbero agire in legittima difesa. Se non agissero in legittima difesa, violerebbero il divieto dell’uso della forza come sancito dall’articolo 2 (4) della Carta delle Nazioni Unite, corrispondente al diritto internazionale consuetudinario (e jus cogens)

La Siria non ha mai attaccato le forze degli Stati Uniti o i loro interessi.

In contrasto, gli Stati Uniti hanno attaccato la Siria: nel 2017, quando hanno sganciato 59 missili su una base aerea del governo siriano a Sharyat; nel 2018 quando hanno ucciso approssimativamente 100 membri di una milizia pro-Assad che avevano attaccato il quartier generale delle Forze Democratiche Siriane. Gli Stati Uniti non hanno presentato nessuna giustificazione giuridica di alcun tipo per l’attacco del 2017, e hanno affermato che l’attacco sulla milizia era in “legittima difesa” .

Va sottolineato (anche evidenziato più e più volte) che non c’è nessuna prova – ma proprio letteralmente nessuna – che la Siria abbia alcuna intenzione di attaccare le forze americane. Né nell’immediato futuro né in qualsiasi futuro.

Dunque: gli Stati Uniti attaccando la Siria non hanno agito in legittima difesa, ma hanno violato il divieto dell’uso della forza, (norma di diritto internazionale consuetudinario peraltro valevole per tutti gli Stati nel mondo, non solo per coloro che sono membri delle Nazioni Unite).

Perciò quando Putin oggi si riferisce agli Stati Uniti con il termine aggressore, è corretto.

Le conseguenze che nessuno vuole né vedere né considerare

Innanzitutto,

  • la Siria avrebbe ogni diritto di utilizzare la forza per difendere sé stessa.
  • Potrebbe abbattere gli aerei americani. Potrebbe uccidere i soldati americani.
  • Le sole limitazioni che il diritto di legittima difesa della Siria avrebbe sarebbero quelle usuali, vale a dire: necessità e proporzionalità.

Più importante,

  • la Russia sarebbe giuridicamente autorizzata ad utilizzare la forza contro gli Stati Uniti. Il diritto di legittima difesa collettiva è sancito dall’art. 51 della carta delle Nazioni Unite. (Tanto per chiarire gli Stati Uniti hanno invocato la legittima difesa collettiva per attaccare il Vietnam del Nord a seguito della richiesta del Vietnam del Sud e quindi la Russia potrebbe invocare la legittima difesa collettiva per giustificare l’attacco agli Stati Uniti a seguito della richiesta della Siria).

Quello che, onestamente, è più drammatico  è che sebbene le forze armate siriane siano capaci di fare molti più danni alle forze americane e che le forze armate russe sono una delle forze più potenti e tecnologicamente sofisticate nel mondo.

La mera possibilità di un attacco – che implica la mera possibilità che tale attacco comprenda armi chimiche e biologiche – non può giustificare una “risposta armata” da parte degli Stati Uniti.

Alcuni giustificano le azioni militari in Siria con: intervento (unilaterale) umanitario.

La reazione internazionale all’attacco del 2017 sulla base aerea a Shayrat non aiuta: gli Stati Uniti non hanno mai invocato l’intervento umanitario come giustificazione per l’attacco. Dal momento che non l’hanno fatto, neanche altri Stati l’hanno fatto dopo che è stato condotto l’attacco, come invece fu il caso ad esempio per il Kosovo, dove alcuni invocarono la dottrina dell’intervento umanitario.

Che poi…a pensarci bene, non mi pare che gli assedi alle città da parte del regime di Assad, gli attacchi ai convogli umanitari, le vittime civili: bambini donne e anziani uccisi indiscriminatamente dal regime di Assad, abbiano mai sollevato la questione dell’intervento umanitario da parte degli Stati Uniti né della Francia né dell’Inghilterra, nè di chichessia.

È comprensibile il desiderio di fare qualcosa – qualsiasi cosa – per prevenire ulteriore violenza contro gli innocenti civili siriani. Tuttavia non credo che attaccare la Siria, particolarmente limitatamente alla forza aerea, contribuisca a quell’obiettivo. Anche se lo fosse, il divieto dell’uso della forza comunque resta.

Forse non dovremmo definire “giusto” quello che è una violazione del divieto dell’uso della forza.

Forse non dovremmo dichiarare che si è sorpassati una linea rossa, quando la linea rossa di sangue fluisce da 7 anni dai corpi dei bambini, delle donne, di tutti quelli lasciati senza cibo e acqua, assediati. Da quelli uccisi nei bus mentre cercavano di abbandonare le città bombardate.

Forse sarebbe utile tacere alle volte…forse…

 

Febbraio 24 2018

Siria: il mutamento distruttivo dei “nuovi conflitti”

conflitto

Il conflitto in Siria è iniziato nel 2011 con delle proteste pacifiche contro il regime di Assad, tuttavia è rapidamente precipitato in uno scontro di potere globale  in quello che rimane della Siria.

La conseguenza più tragica di questo conflitto è l’uccisione di moltissimi civili siriani. Alcuni le chiamano “vittime non intenzionali”, ma in molti casi sono vittime intenzionali delle parti in conflitto.

Sembra facile considerare la guerra siriana un conflitto orribile in un modo unico: il catastrofico risultato della brutalità di Assad, il diffondersi dello jihadismo, l’intervento esterno.

In realtà la Siria è una fenditura paradigmatica e preoccupante di quello che sarà la guerra futura.

Proviamo a considerare la Siria come un modello e tracciamo alcune caratteristiche peculiari delle guerre future.

Una caratteristica distintiva è la complessità: intricata e mortale. Piuttosto che due Stati o alleanze che combattono uno contro l’altro, si verificano combattimenti multipli ed interconnessi che occupano lo stesso spazio e lo stesso tempo.

In Siria si possono individuare almeno 5 assi di conflitto:

  1. Gli Stati Uniti e le Forze democratiche siriane (dominante dai curdi) contro l’IS (a.ka. ISIS);
  2. gli Stati Uniti e le Forze democratiche siriane contro il regime di Assad;
  3. la Turchia contro le Forze Democratiche Siriane e i suoi alleati YPG (curdi);
  4. il regime di Assad e i suoi alleati esterni: Russia, Iran, Hezbollah, contro una gamma di gruppi di opposizione siriani;
  5. Israele contro l’Iran nelle Alture del Golan.

Tutto ciò spinge la violenza in direzioni imprevedibili. Assad, ad esempio, silenziosamente aiuta i curdi siriani contro la Turchia, mentre le forze pro-regime attaccano le milizie curde.

La complessità della guerra siriana impiastriccia ogni tipo di soluzione dal momento che ogni componente ha una differente motivazione, i partecipanti sono diversi e ognuno di essi ha uno scopo finale chiaramente diverso da tutti gli altri.

Inoltre, la guerra siriana ci suggerisce che i conflitti futuri comporteranno una configurazione di forze attagliata alla situazione, piuttosto che alleanze durature.

Considerate che in Siria accade questo: la Russia e l’Iran hanno sostenuto la dinastia Assad per anni;  gli Stati Uniti e la Turchia – due alleati di lungo corso nella NATO che hanno spesso combattuto assieme – sono su due lati opposti, condizione che potrebbero scivolare in un conflitto diretto.

La comunità internazionale e il pelo sullo stomaco

Il conflitto siriano mostra che, malgrado i massicci e molto ben pubblicizzati costi umani delle guerre contemporanee, la comunità internazionale ha perso la “sensibilità” per gli interventi umanitari. Ci fu un crescente interesse per l’intervento umanitario dopo le guerre nei Balcani degli anni 1990 e il fallimento nel fermare il genocidio nel Ruanda del 1994, tuttavia il fiasco dell’intervento a guida NATO nel 2011 in Libia ha depauperato gli sforzi di intervento umanitario.

Oggi, ci sono disastri umanitari non solo in Siria, ma anche in Yemen, Sud Sudan Myanmar, ma non c’è interesse nel peacemaking da parte delle Potenze nel mondo.

Dunque non è, come taluni asseriscono, la sconfitta dell’intervento umanitario, piuttosto che del diritto umanitario, ma la mancanza di volontà e di interesse  (direi più mancanza di interesse n.d.a) da parte delle Potenze nel mondo ad intervenire. 

E ancora, la Siria non dimostra che il Consiglio di Sicurezza e più in generale le Nazioni Unite siano inutili, ma palesa che i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza appongono il veto l’uno contro l’altro, non nell’interesse della pace e della sicurezza internazionale, ma per garantirsi i propri di interessi. Dunque non sono le Nazioni Unite come Organizzazione internazionale,  sebbene si possa migliorare attraverso un processo di riforma, che non funziona, ma sono i singoli Stati che pongono innanzi a tutto – compreso le migliaia di civili uccisi – i loro propri interessi.

I conflitti futuri saranno inestricabilmente complessi, comprenderanno configurazioni dei loro attori specifiche al conflitto; non ci sarà un intervento umanitario per fermarli.

Riassumendo:

i conflitti del futuro saranno combattuti  da combinazioni mutevoli di Stati e di attori non-statali. Essi getteranno le loro fondamenta su fattori come l’etnica e la religione, piuttosto che sull’ideologia politica. Gli attori dei conflitti futuri utilizzeranno la paura e il terrore per controllare la popolazione. I combattenti finanzieranno i loro sforzi attraverso il saccheggio ed il crimine, dando vita a “guerre economiche” che conferiranno loro un interesse “garantito” a tenere alta la violenza.

La Siria oggi può essere considerata una mutazione distruttiva dei  nuovi conflitti.

 

Gennaio 25 2018

Afrin: l’incursione turca in Siria e la strategia di Erdogan

Erdogan

Qual è la situazione in Siria oggi

L’opposizione a Bashar al-Assad è nel caos ed è confinata a piccoli angoli disconnessi di territorio nel Paese.
Sono soltanto due gli attori locali strategicamente rilevanti sul terreno:

  1. il regime di Assad con i suoi alleati: Iran ed Hezbollah;
  2. le Forze Democratiche siriane (FDS) sostenute dagli Stati Uniti,  dominate delle Unità di protezione del popolo curdo siriano (YPG)

Questa non è certo una situazione desiderabile o tranquillizzante per la vicina Turchia.
Sei anni fa quando la guerra civile in Siria s’intensificava, il presidente turco Erdogan avvisò Assad che i suoi giorni al potere erano contati e che, a meno che non volesse condividere lo stesso destino di Gheddafi, doveva dimettersi.

Oggi, con Assad trincerato a Damasco, Erdogan si dimena per recuperare una politica estera in Siria (e altrove). Una politica estera caratterizzata dal fatale errore di enfatizzare troppo l’influenza della Turchia.

La guerra civile siriana non ha  cambiato nulla realmente per la Turchia. Più Ankara veniva trascinata nel complesso pantano alla sua frontiera a sud, più erano i costi in cui s’imbatteva.

Fondamentalmente non aver realizzato concretamente ciò di cui Erdogan si vantava e non essere stati in grado di costringere Assad a dimettersi, ha palesato i limiti dell’influenza della Turchia nel mondo arabo.

Per un breve periodo di tempo all’inizio della guerra civile in Siria, gli strateghi turchi si trastullavano con l’idea di poter manipolare magistralmente il caos siriano ed espandere il controllo turco alle regioni confinanti ed in questo modo, prevenendo ogni movimento di indipendenza curda, avrebbero anche limitato l’influenza iraniana.

Vi era una convinzione genuina che la Turchia avrebbe potuto creare un sistema di proxy dipendenti da essa alla frontiera con la Siria, come aveva fatto con i curdi iracheni ad Erbil. La Turchia immaginava una buffer zone (zona cuscinetto) che si estendesse dal nord della Siria al nord dell’Iraq che avrebbe avuto relazioni politiche, di sicurezza ed economiche più strette con Ankara che con Damasco o Baghdad.
Questa strategia gli si è ritorta contro in maniera spettacolare. Sia in Siria che in Iraq, sono i curdi e gli iraniani che ora hanno la meglio. I curdi sono direttamente sostenuti dalle forze armate statunitensi, mentre le milizie alleate dell’Iran hanno fermamente consolidato se stesse come forze di sicurezza parallele in Siria ed in Iraq.

Le carte in mano ad Ankara per sfidare in maniera diretta l’Iran o i curdi sono limitate.

È vero che la Turchia ha sviluppato legami stretti con alcuni elementi di quello che resta del Free Syrian Army, così come con famiglie influenti all’interno della classe politica sunnita irachena. Tuttavia non ha abbastanza influenza sul terreno per alterare l’ambiento politico e di sicurezza che si sta formando in entrambi i Paesi.

Afrin

Il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Rex Tillerson, la scorsa settimana si impegnava ad una presenza indeterminata degli Stati Uniti nell’est della Siria con l’obiettivo ambizioso di prevenire il ritorno dell’Islamic State (IS), ma fondamentalmente per negare all’Iran un corridoio nel Mediterraneo e rimuovere il regime di Assad.

Nel frattempo, uno dei partner più importanti degli Stati Uniti, la Turchia, lancia una incursione militare, del tutto nuova, che ha come obiettivo le forze sostenute e finanziate dagli americani.

Tutto ciò avviene dopo che gli Stati Uniti annunciano dei piani per una nuova “forza di frontiera” che avrebbe addestrato e legittimato ulteriormente elementi delle FDS, la grande coalizione curda di milizie locali nell’est della Siria che era strumentale alla sconfitta territoriale dell’IS. I funzionari statunitensi hanno cercato, rapidamente, di ammorbidire il linguaggio dopo che l’annuncio aveva provocato l’ira di  Erdogan, che pubblicamente aveva denunciato il piano e promesso di fermare questo esercito del terrore prima della sua nascita.

La minaccia turca è il culmine di anni di tensione con Washington sulla politica siriana in generale, e le divergenze su come meglio combattere l’IS.
La Turchia si è preparata per più di un mese, apertamente, per la nuova offensiva, fin da quando ha avuto ragione di credere che il Presidente Trump avrebbe potuto promettere ad Ankara il taglio degli aiuti alle forze alleate dei curdi.
La scorsa settimana, le forze turche hanno iniziato a bombardare obiettivi turchi lungo la frontiera e condurre attacchi aerei, poi l’inizio dell’invio di truppe e delle forze del Free Syrian Army.

Il nome dell’operazione “Ramo di oliva”.

Afrin
I curdi siriani hanno cercato di costruire una rete di partner internazionali, incluso la Russia, per rafforzare se stessi contro la minaccia di una incursione turca. Ma la Turchia ha iniziato il suo assalto nel fine settimana scorso e la Russia ha ritirato le sua truppe dalla provincia Afrin.
I russi hanno richiamato alla moderazione e dichiarato che si sarebbero uniti al regime di Assad nell’opposizione all’intervento turco nel consesso delle Nazioni Unite. La risposta degli Stati Uniti è stata simile. La Francia vorrebbe che si riunisse d’emergenza il Consiglio di Sicurezza, ma Erdogan ha dichiarato che l’operazione continuerà ad avanzare fino a quando non sarà raggiunta Manbij, aggiungendo di avere un accordo con gli “amici russi” e di averne anche discusso con le forze della coalizione e gli Stati Uniti.
Le forze curde hanno dichiarato ai giornalisti di essere riusciti a gestire e respingere l’assalto, fin ora, ma che i bombardamenti e gli attacchi aerei hanno colpito i quartieri civili.

Gli scontri potrebbero minare il nuovo piano per la Siria degli Stati Uniti che comporta uno spiegamento indefinito delle truppe americane – al momento ne sono presenti 2,000 nell’est Siria – per sostenere i partner locali. Il piano formerebbe una buffer zone che preverrebbe l’Iran dallo stabilire un canale da Teheran a Beirut, una politica che funzionari israeliani e alcuni ufficiali della difesa americana hanno raccomandato per più di un anno.

Quello che Tillerson non è stato in grado di spiegare è come la presenza di 2,000 truppe americane e l’addestramento delle forze di sicurezza locali nell’est della Siria potrebbero muovere il conflitto nella direzione di una risoluzione o Bashar al-Assad verso l’uscita.

Quale corso d’azione permetterebbe alla Turchia, presumibilmente, di raggiungere i suoi obiettivi operativi?

Gli obiettivi operativi turchi consistono nella messa in sicurezza della frontiera turco-siriana, l’isolamento della città di Afrin,  il controllo della base aerea di Menagh, assicurarsi delle linee di comunicazione di terra, e stabilire una nuova linea avanzata di truppe che gli servono come futura linea di “de-intensificazione” con le forze a favore del regime di Bashar al Assad incluso la Russia.

Gli ufficiali turchi hanno anche dichiarato che attaccheranno la città del YPG Tel Rifaat. Potrebbero perseguire una seconda fase dopo aver raggiunto i loro obiettivi primari. Tel Rifaat è una priorità per i gruppi di opposizioni pro-Turchia, ma non critica per gli obiettivi della Turchia.

L’obiettivo degli Stati Uniti è presumibilmente quello di prevenire la Turchia dall’attaccare la città di Manbij, più ad est vicino al fiume Eufrate, dove sono presenti le forze statunitensi.

A corto di potenti proxy sia in Siria che in Iraq, Ankara deve scegliere.

La Turchia ha scelto di lavorare provvisoriamente con l’Iran – il quale ha interesse a tenere il nazionalismo curdo sotto controllo – piuttosto che esporsi alla minaccia di un ostile presenza curda di lungo termine sulla sua frontiera.

Ankara si è resa inevitabilmente conto che non può sperare di contenere le ambizioni di statualità curde senza lavorare anche con le autorità di Damasco o Baghdad, entrambe sempre più alleate dell’Iran. Ciò renderebbe in qualche maniera fisse le relazioni turco-iraniane, almeno geo-strategicamente.

La Turchia continuerà a bilanciare il suo strisciante affidamento all’Iran con i suoi legami con la Russia e gli Stati Uniti, i quali hanno del resto i loro propri interessi in Siria. Sviluppando dei legami con tutti e tre i Paesi, Ankara vuole poter dire qualcosa su come si svolgeranno le fasi finali della guerra in Siria.

La Turchia ha fortemente investito nel processo di Astana guidato dalla Russia per stabilire le cosidette “zone di de-intensificazione” in Siria. Per tenere i russi lontani dall’orbita dell’Iran, Ankara sta intensificando i suoi legami economici e commerciali con Mosca nelle industrie strategiche. Agli inizi del mese, il presidente russo Putin ha dichiarato che la prima centrale nucleare turca sarà completata nel 2023. (con un cospicuo finanziamento russo di circa 20 miliardi di dollari)

Se questo approccio pragmatico avesse successo, la Turchia spera di influenzare a proprio vantaggio la situazione per recuperare un po’ dell’influenza persa nel più ampio Medio Oriente. Erdogan vuole riposizionare la Turchia come un mediatore, che sia nelle tensioni regionali tra l’Iran e l’Arabia Saudita che adesso si palesano in Libano, o il continuo litigio tra il Qatar e i suoi vicini del Golfo, l’instabilità in Libia o in altri Paesi.

Tutto ciò però richiede uno status regionale ed un’influenza. I calcoli errati della Turchia in Siria l’hanno erosa come capitale geopolitica nella Regione. Per dirla in altre parole, più Erdogan consolida il suo potere “in casa” nel nome della stabilità, più la Turchia brucia la sua reputazione di “modello per il Medio Oriente”.

Erdogan, nel tentativo di sistemare quest’immagine (sebbene sia stato proprio lui a distruggerla), manterrà probabilmente legami con alleati più vicini da un punto di vista ideologico, come la Fratellanza musulmana e i suoi rami nella Regione. Tuttavia forse lui trascura il fatto che fin dalle rivolte del 2011, i gruppi islamisti allineati con la Fratellanza musulmana non solo sono stati sconfitti sul campo di battaglia siriano, ma sono stati indeboliti severamente da regimi autoritari in tutto il mondo arabo. Per cui anche questa possibile strategia, qualora scelga di utilizzarla, non lo porterà molto lontano.

Futuro probabile per la Turchia

La via più probabile che si prospetta, per il futuro, per la Turchia, è una strategia mista di pragmatismo regionale – che comporta compromessi economici e politici, il bilanciamento di alleanze geopolitiche rivali e nel breve periodo la diplomazia tattica – completata da impegni ideologici continui con gli alleati che nutrono le sue stesse opinioni. Può sembrare complicato, questo perché lo è e riuscirci non sarà facile.

 

Dicembre 12 2017

Gerusalemme, Trump, Israele e quel modo di riplasmare la realtà

Gerusalemme

 

Al momento non è possibile dire con certezza quanto ampio sarà  il contraccolpo  generato dalla decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme e riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele.

A livello regionale questo avvenimento sarà mitigato dai regimi che non vogliono concedere alcuna possibilità di dimostrazioni di ampia scala che possano sfuggire dal loro controllo, specialmente dopo quello che è accaduto con le Primavere arabe.

Ironicamente l’opposizione alla decisione di Trump ha posto l’Arabia Saudita e l’Iran dalla stessa parte  per la prima volta dopo molto tempo.

È possibile prevedere, ragionevolmente, che accadranno disordini e il malcontento crescerà, ma le implicazioni dell’annuncio di Trump vanno ben oltre quello che accade nelle strade.

Se ci si concentrasse su quanto le reazioni immediate siano “infiammatorie” si rischierebbe di perdere il punto:

la decisione di Trump di riconoscere unilateralmente Gerusalemme non solo danneggerà le prospettive di pace e la posizione nel mondo degli Stati Uniti, ma nuocerà al diritto internazionale e stabilirà un precedente per il futuro, negativo e con un potenziale devastatore.

Dalla dichiarazione di Trump risulta abbastanza palese che il Presidente degli Stati Uniti spera di evitare queste implicazioni allorquando concede una piccola rassicurazione: gli Stati Uniti riconoscono Gerusalemme come la capitale di Israele, ma non necessariamente le frontiere della sovranità che Israele ha definito. Trump dichiara: “non stiamo prendendo una posizione sulle questioni dello status finale, incluse le specifiche frontiere della sovranità di Israele a Gerusalemme o la risoluzione della controversia sulle frontiere contestate“.

Assume un’importanza fondamentale e non dovrebbe essere sottovalutato il fatto che Israele ha passato gli ultimi 50 anni, dalla sua occupazione militare di West Bank iniziata dopo la guerra del 1967, a plasmare la realtà in flagrante violazione del diritto internazionale e del consenso internazionale.

Ciò include l’annessione unilaterale da parte di Israele dell’est Gerusalemme nel 1967 e l’espansione delle frontiere municipali in profondità nei territori palestinesi.

Il resto del mondo ha rifiutato con decisione di riconoscere queste mosse per mezzo secolo per una buona ragione: perché implicano l’acquisizione di territori attraverso la guerra, la costruzione di insediamenti a Gerusalemme, il trasferimento di israeliani nei territori occupati e la demolizione delle case dei palestinesi. Perché riconoscere queste realtà significa essenzialmente tollerare le violazioni del diritto internazionale, incluse le Convenzioni di Ginevra e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite.

Va comunque detto che fissarsi sulla lista delle violazioni tende ad oscurare l’insieme di ciò che ha compiuto Israele: fabbricare una nuova Gerusalemme distinta da quella che ha catturato nel 1967, una città che calza nell’immagine che sta cercando di vendere al mondo e che Trump ha giust’appunto comperato. Essa è un’immagine di una città enormemente ebrea con un diretto, ininterrotto collegamento al passato biblico di cui i palestinesi non possono rivendicarne la legittimità.

Allo scopo di sostenere una tale realtà si deve dire al mondo che le violazioni di cui abbiamo parlato poco fa, incluso il cambiamento demografico di Gerusalemme operato con la forza, sono solo sbagliate al momento, ma che una volta che sono state compiute, esse sono accettabili. E se il mondo non è attento, non si dovrà attendere molto fino a quando Israele non avrà raggiunto lo stesso obiettivo nell’intera West Bank e gli Stati Uniti mostreranno il loro consenso anche a questa “realtà”.

Chi è il più contento? Il primo ministro israeliano B. Netanyahu e la politica che egli rappresenta. L’ala destra israeliana non ha mai voluto le negoziazioni, un processo di pace o uno Stato palestinese e non ne ha mai fatto segreto. La sua ideologia sottostante, stabilita dal leader Ze’ev Jabotinsky prima della creazione dello Stato di Israele è quella di creare una realtà sul terreno tale per cui gli arabi dovranno arrivare ad accettarla, una strategia conosciuta come il “muro d’acciaio“: portare i palestinesi a capitolare e non a negoziare in nome di questo “gioco”.

Senza esercito e senza sovranità, i palestinesi non esercitano alcuna influenza al tavolo di negoziazione con Israele. Tutto ciò che hanno è il diritto internazionale da una parte e quello che si suppone sia un arbitro neutrale dall’altra. Con la sua decisione su Gerusalemme Trump ha rapidamente eliminato entrambe le opportunità. Adesso tutto ciò che i palestinesi hanno è la loro abilità di non accettare i termini che sono stati imposti loro o semplicemente andarsene.
E forse questo è il vero scopo di quello che è accaduto nella scorsa settimana: di ammorbidire le aspettative e spostare la responsabilità attorno a quello che non tanto tempo fa Trump chiamava ottimisticamente il suo “sommo accordo” tra israeliani e palestinesi.

Trump, come molti presidenti americani prima di lui, hanno sottovalutato l’importanza che Gerusalemme rappresenta per coloro che sono in Palestina e nella Regione.

Per i palestinesi, l’est Gerusalemme non è semplicemente la capitale desiderata per il loro Stato futuro, ma una componente centrale della loro identità e della loro connessione con la terra. Questo tipo di legame non può essere facilmente spezzato.

Sul terreno a Gerusalemme, la decisione sicuramente scatenerà confronto e spargimento di sangue. Quest’anno, l’idea che Israele avrebbe alterato lo status quo della moschea Al-Aqsa inserendo delle telecamere di sicurezza e dei metal detectors ha scatenato settimane di disordini e dimostrazioni che hanno portato la città sull’orlo di un nuovo confronto violento.

Se Trump si aspetta che i palestinesi nelle strade si plachino per poche linee conciliatorie del suo goffo discorso, allora ha terribilmente sottovalutato cosa significhi per loro essere spogliati del diritto che la città rappresenta per loro.

Tuttavia data la reazione dei palestinesi, il più grande fattore a cui dedicare attenzione è il progetto di Israele di ri-plasmare i fatti sul terreno e il consenso di Trump ad esso.