Cade il prezzo del petrolio: cosa significa?

Il prezzo del petrolio non guida solo l’economia, ma anche la geopolitica. Le alleanze crescono e si spezzano per il petrolio. La caduta del prezzo del petrolio avrà un impatto sulla stabilità globale?

Dietro la caduta del prezzo del petrolio c’è un collasso maggiore del prezzo da più di 100 dollari al barile nel 2014 a meno 27 dollari questa settimana. Martedì il Dow Jones era sceso di 250 punti per il timore di cosa succederà se il prezzo del petrolio continuerà a scendere e quali saranno gli effetti al di là dei consumatori, anche al di là del mercato globale. La faccia di molti era pressapoco questa: prezzo del petrolio

I prezzi del petrolio non guidano solo l’economia, ma anche la geopolitica. Le alleanze crescono e si spezzano per il petrolio. Il petrolio costoso sostiene governi in Russia ed in Iran, fornisce stabilità ai paesi del Medio Oriente e offre anche un flusso di entrate per i gruppi estremisti in Nigeria ed in Iraq. Domesticamente, gli alti prezzi del petrolio spronano l’innovazione attraverso l’energia alternativa. Per tutte queste ragioni, il collasso del valore del petrolio avrà profonde conseguenze nel mondo, con il potenziale di destabilizzare regimi, rimodellare regioni e alterare l’economia globale in vie non conosciute che potrebbero essere durature. Il petrolio e gas hanno fatto accumulare almeno 7 bilioni di dollari in fondi di ricchezza sovrani, portfolio finanziari che appartengono a governi in Arabia Saudita, Russia e altre nazioni ricche di petrolio.

L’impatto geopolitico della caduta del prezzo del petrolio

Paesi come l’Arabia Saudita che una volta erano  capaci di manipolare i prezzi con accordi  OPEC, hanno perso questa abilità in parte a causa delle controparti, specialmente quelle che già navigano in brutte acque tipo il Venezuela, oppure perché quelle che sono tornate in auge – l’Iran-, vogliono inseguire quote di mercato estraendo liberamente.
L’impatto politico è presumibile sia più forte tra paesi, specialmente del Golfo Persico, che hanno investito miliardi in programmi sociali e sussidi. I sauditi continueranno a produrre ad alti tassi, non solo per preservare la fetta di mercato e negare agli iraniani ogni eccessivo beneficio dall’annullamento delle sanzioni, ma anche per ridurre gli incentivi per tenere gli impianti di trivellazione operativi, investire in nuovi oleodotti e spendere sull’esplorazione di nuovi terreni. I sauditi si aspettano che, nel tempo, questo interesserà i rifornimenti e porterà il prezzo di nuovo in alto. Nel Medio Oriente il petrolio a basso prezzo già ha forzato la nuova leadership saudita ad accelerare le riforme di cui aveva bisogno da anni: ridurre i sussidi sul gas, tagliare la spesa nelle infrastrutture.

L’impatto economico si è già sentito nel mondo. Negli Stati Uniti l’attività estrattiva ha depresso la produzione industriale, mentre in Canada, l’intera economia è caduta in recessione nel 2015 come risultato dei brusco abbassamento del prezzo del petrolio.

In Russia, che ha bisogno che il prezzo del petrolio a nord sia di 100 dollari al barile, per incontrare queste proiezioni di budget, e fornire una risposta immediata alle difficoltà economiche, si mobilita il sentimento nazionalista con avventure estere, uno dei molteplici motivi per il tuffo di Putin in Siria.

Geopoliticamente, l’impatto del basso prezzo del petrolio è concentrato nel Medio Oriente, dove le strutture politiche sono friabili e basate sul patronage supportato dalla ricchezza petrolifera. Nella regione, inoltre le minacce dirette ed immediate alla sicurezza non sono controbilanciate da processi di riforma economica, sociale o politica utili anche e soprattutto ad indirizzare le sfide che questi regimi devono affrontare al loro interno.

Mentre predire i cambiamenti del prezzo del petrolio a una faccenda da pazzi, oggi la saturazione del petrolio è differente da quella del passato a causa del raddoppiamento della produzione del petrolio di scisto (un petrolio non convenzionale prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso mediante processi di pirolisi, idrogenazione o dissoluzione termica. Questi processi convertono la materia organica all’interno della roccia (cherogene) in petrolio e gas sintetico) degli Stati Uniti dal 2009 così come la risposta dell’Arabia Saudita e altri esportatori di petrolio a questa sgradita competizione.

Nel breve termine, l’aver tolto le sanzioni all’Iran sul petrolio non aiuterà. Mentre il prezzo nel range di 20 – 30 dollari al barile erano una volta considerato vantaggioso all’economia e alla borsa valori, oggi non è più così. Il prezzo basso é da considerare come un catalizzatore per la crescita di conflitti globali. Petrolio a basso prezzo si traduce in un enorme perdita di guadagno e in un aumento della povertà, specialmente in Russia, in Brasile e Messico, ma come abbiamo visto anche in Canada.

Dove la stabilità del regime risiede nel classico “patto di petrolio” (cioè, nella fornitura di benefici economici all’elettorato chiave in cambio di supporto politico, o almeno passività), i prezzi bassi creano un mix tossico per le valute deboli, inflazione, crescita del debito, deficit del budget e dei commerci, aumento dei prezzi del cibo, tagli nei servizi essenziali. Questa difficile prognosi tradizionalmente scrive la caduta di governi fragili. In Venezuela, dove c’è già una crisi costituzionale, quest’anno la prevista contrazione economica del 10% precipiterà sulla popolazione estremamente polarizzata in un conflitto civile ancora più intenso. Le forze destabilizzatrici come l’ISIS, per esempio, si finanziano con i guadagni dei pozzi petroliferi in Siria ed Iraq e simili dinamiche caratterizzano anche Boko Haram in Nigeria e gli affiliati di Al Qaeda in Asia Centrale e nel Caucaso.

I guadagni ridotti per i donatori dell’Egitto nel Golfo (Arabia Saudita, Kuwait e Emirati Arabi Uniti) significherà meno aiuti all’Egitto, che economicamente ne ha un bisogno disperato. Quindi significa: guai per il presidente Sisi ed il governo egiziano.

Per l’Iran, i prezzi bassi vogliono dire che la spinta economica dalla fine delle sanzioni sarà molto più piccola di quella che si aspettavano, cosa che potrebbe dare vita ad una protesta politica.

La domanda allora è questa: il basso prezzo del petrolio ucciderà la stabilità globale?

La risposta dipende da come si definisce “stabilità”. In termini politici, uno potrebbe vedere l’instabilità crescere o acuirsi in paesi dove il petrolio gioca un ruolo fiscale grande e sproporzionato. Questo impatto sarebbe sentito più localmente che globalmente e più in paesi con politiche già deboli. Venezuela, Nigeria o altre parti del Medio Oriente.

Pressate dalla caduta del prezzo, economie pesantemente dipendenti dall’idrocarburo come gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, il Baharain, l’Oman ed il Qatar nei mesi passati hanno iniziato a tagliare sussidi, aumentare il prezzo dei beni fondamentali e del carburante per i consumatori fino al 60%. Se la cinghia si dovesse stringere ulteriormente i cittadini del Golfo, avvezzi al generoso sostegno dei governi, potrebbero non restarsene in silenzio.
Forse più importante è che la consapevolezza dei regimi del golfo del declino del loro potere potrebbe rinforzare una pericolosa minaccia di percezione che spinge alcuni regimi verso un comportamento regionale molto aggressivo.
Stati come la Russia, l’Iran o l’Arabia Saudita in molti casi proiettano instabilità al di là delle loro frontiere, dominati da elite che governano basandosi principalmente su due pilastri: comprare il supporto delle masse e finanziare una politica estera espansionistica, spesso aggressiva che aiuta la legittimazione del regime allontanando la pressione alla democratizzazione.

Ironicamente, una diminuzione della capacità della Russia, dell’Iran o dell’Arabia Saudita di interferire nel loro vicinato, causata dal basso prezzo del petrolio paradossalmente potrebbe dare una mano alla stabilità, ma solamente nel lungo termine. Nel breve termine, invece questi regimi potrebbero essere più aggressivi, visto che le fondamenta del loro potere sono minacciate.

Il gigante cinese ha paura

La Cina, il più grande importatore, non applaude ai prezzi bassi del petrolio. Tuttavia resta vero che il basso prezzo del petrolio potrebbe dire grandi risparmi per la Cina in termini di importazioni di petrolio, ma i prezzi non trasparenti dei prodotti interni di Pechino hanno aumentato il malcontento generale soprattutto quando l’aggiustamento dei prezzi della benzina della Cina non ha seguito i trend internazionali. I cittadini cinesi hanno dimesso la scusa del governo di proteggere l’ambiente, malgrado i livelli di inquinamento dell’aria siano stati per 4 settimane alla fine del 2015 a livello rosso. Il basso prezzo del petrolio ha reso gli investimenti petroliferi d’oltremare della Cina dispendiosi. Nel caso del Venezuela, dove la Cina ha investito miliardi di dollari ed ha ancora decine di miliardi di dollari in prestiti non riscossi, il rischio del regime al governo e degli assetti cinesi si sta accumulando ad un punto preoccupante.

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barbarafaccenda

Esperto politica internazionale

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