America Latina: la sua lezione sul populismo politico

Il populismo politico dell’America Latina si presenta come una vera e propria lezione. Un avvertimento per gli Stati Uniti del neo eletto Trump e per il vecchio Continente.

Il populismo politico dell’America Latina è un fatto reale che consegna agli Stati Uniti del neo eletto Trump e al vecchio Continente un vero e proprio avvertimento.

Negli Stati Uniti, i politici populisti hanno raggiunto la maggior parte dei votanti, in America Latina sono passati di moda.

Cosa ci insegnano le esperienze del populismo politico dei paesi dell’America Latina.

In Venezuela, la vittoria di Trump ha richiamato alla memoria l’ascesa di Hugo Chavez, un maestro nell’arte della politica populista.

Chiaramente Chavez e Trump sono diametralmente opposti in molti ed importanti modi.

Tuttavia, i considerevoli paralleli che esistono ci sono d’aiuto come schema del populismo del 21° secolo: un movimento che si sta appassendo in America Latina, ma che sta fiorendo velocemente nel cosiddetto “mondo sviluppato”.

Il contrassegno del populismo che ha letteralmente ingoiato parti dell’America Latina alla fine degli anni ’90 e nel 2000 era, principalmente una spinta alla sinistra, in contrasto con quello che vediamo negli Stati Uniti e in Europa, dove la maggior parte dei leader populisti arrivano dalla destra dello spettro politico.

Pur tuttavia, ci sono forti similarità tra le spinte a compiacere la folla, il culto della personalità e ed il consolidamento di movimenti di opposizione che si pongono come una sfida “al sistema”.

Il populismo che sia a nord o a sud della frontiera, ad est o ad occidente dell’Atlantico, tende ad arrivare avvolto in una bandiera ed accompagnato dalla nostalgia di una gloria nazionale passata.

È sospinto da spiegazioni approssimative per problemi complicati e promesse di soluzioni semplicistiche per sfide spaventose. Fa affidamento su sostenitori carismatici, spesso appariscenti che imputano la colpa di sofferenze reali o immaginarie ad una massa di cattivi preconfezionati.

La gloria passata non è completamente immaginata, così come le soluzioni proposte non sono totalmente vuote. I cosiddetti cattivi non sono mai angeli innocenti. Persone, paesi, gruppi, idee sono o grandi o sono malvagi. Non c’è molto spazio per la sottigliezza nel programma di un populista.

Come Chavez, Trump è stato capace di fare leva sul potere delle moderne comunicazioni per scavalcare l’establishment e far passare il suo messaggio direttamente alle masse.

Chavez scoprì il potere dei mass media dopo essere apparso in televisione all’indomani del fallito coup nel 1992. Come presidente, brillò nello show televisivo “Hello President” dove trascorreva ore infinite a parlare direttamente al pubblico.

Trump deve qualcosa del suo successo alla sua presenza su Twitter e alla sua promessa che continuerà ad usarlo come presidente.

Che sia in America Latina o altrove, il leader populista tende ad essere un outsider che si confeziona come un indispensabile ingrediente per il successo

Il populismo dipende dal persuadere le masse che, la persona al centro del “movimento”, a prescindere dalla sua base ideologica, è quello di cui c’è bisogno per raggiungere la missione. L’agghiacciante mantra di Trump alla Convention repubblicana “I alone can fix it” condensa il culto della personalità: il cuore del moderno populismo.

L’ideologia non è indispensabile; l’uomo lo è.

Ironicamente la più vaga ideologia può fornire un grado di flessibilità al governo. Questo è il motivo per cui i socialisti populisti possono permettere ai mercati liberi di funzionare e la ragione per cui il presidente del Nicaragua: Daniel Ortega, può guidare un paese dove il capitalismo è molto più visibile del socialismo.

Così come Trump ha promesso di “make America great again”, Chavez prestava attenzione alla gloria passata, non solo per il suo paese, ma per la regione, costruendo la sua rivoluzione sull’incantesimo di Simon Boliva, l’eroe delle guerre d’indipendenza dell’America Latina dal governo coloniale spagnolo. Tutto questo forniva un amabile contesto per la demonizzazione di coloro che Chavez reputava colpevoli di tutti i problemi del paese, per non menzionare le sue ambizioni di diffondere la rivoluzione in altre parti del Sud America.

Chavez si appropriò di ogni leva di potere e smantellò la democrazia in Venezuela, ma il colpevole di tutti mani rimaneva per lui sempre e solo l’ “impero” (il nome con cui Chavez chiamava gli Stati Uniti). Attaccò la vecchia guardia e gli oligarchi che avevano fatto la ricchezza del Venezuela strigliando i media, fino a minare la sua stessa credibilità.

Chiunque fosse in disaccordo con lui era immediatamente dichiarato nemico e la retorica della dannazione politica varcava ogni frontiera per demonizzare tutti coloro che lui voleva fossero colpevolizzati per i problemi del Venezuela.

In sintesi i populisti latino americani attribuivano la colpa dei problemi del paese all’intero establishment che li aveva preceduti, perché, a loro dire, i problemi potevano essere facilmente risolti, ma…solo da loro!

Il ricco, il ben connesso, i media, il Fondo Monetario Internazionale, i banchieri: tutti diventavano il nemico a mano a mano che il culto della personalità di questi leader veniva costruito.

Comune alle ideologie del culto: il potente presidente riceveva merito per ogni sviluppo positivo e non era mai colpevolizzato per qualcosa di negativo.

In America Latina, gli uomini che venivano eletti come populisti iniziavano il percorso di governo smantellando molte delle norme democratiche con cui loro stessi erano arrivati al potere.

Erosione delle istituzioni democratiche in Nicaragua

Ortega in Nicaragua è stato da poco rieletto per il suo terzo mandato consecutivo, il suo quarto incarico come presidente nel complesso della sua carriera.

La strada di Ortega alla rielezione è stata costellata da controversie. I critici puntavano il dito all’erosione delle istituzioni democratiche avvenuta durante le sue due passate amministrazioni.

Nel 2010, la Corte Suprema del paese spianava la via per la sua rielezione dichiarando il divieto costituzionale sulla rielezione “inapplicabile”.

Nel 2014, un emendamento costituzionale disponeva per rielezioni indefinite, mentre le vittorie alle urne nel 2011 e nel 2012 assicuravano al FSLN (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale – il partito di Ortega) il controllo delle istituzioni del paese.

Quest’anno la Corte decide di trasferire la leadership del principale partito di opposizione ad una storica fazione all’interno del partito stesso; i membri della vecchia leadership, dopo essersi rifiutati di riconoscere i nuovi vertici di partito o finanche incontrarli, vengono invitati a lasciare liberi i loro seggi nell’Assemblea Nazionale.

Il colpo di grazia, secondo l’opposizione, alla democrazia in Nicaragua arriva quando la moglie di Ortega, Rosario Murillo, viene nominata vice presidente.

In tutto questo però l’immensa popolarità di Ortega è rimasta sempre alta, godendo, quotidianamente di un tasso di approvazione pari a più del 70%; una delle percentuali più alte per un presidente nel mondo.

Se Ortega riuscirà a tenere alta la sua popolarità questo è tutto da vedere. Alcuni fattori sono fuori dal suo controllo: la crisi in Venezuela, per esempio, che minaccia l’accesso ai prestiti a basso interesse utilizzati per finanziare programmi sociali popolari e vitali. Mentre le previsioni finanziarie e di investimento rimangono positive per il Nicaragua, i tagli a questi programmi potrebbero minare la popolarità di Ortega.


In America Latina molti cittadini vedono le legislature come impedimenti per il progresso, per alcuni esse sono addirittura sacrificabili.

L’esperienza dell’America Latina ci rivela qualcosa:

le persone nel lungo periodo si stancano dei demagoghi populisti, ma trovano molto più difficoltoso ribaltare i danni che questi leader hanno prodotto,

anche in considerazione del fatto che le persone che li hanno portati al potere non si sarebbero mai aspettate che le circostanze si modificassero a loro danno.

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barbarafaccenda

Esperto politica internazionale

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